Dall’ornitorinco alle chimere. Una sfida al realismo tassonomico

Final version published in "Intersezioni", 2 (2010): 277-296. Dall’ornitorinco alle chimere. Una sfida al realismo tassonomico Elena Casetta 1. Antefatto Marco Polo, nel capitolo 162 del Milione, racconta di aver visto a Giava delle strane bestie, «di pelo bufali, i piedi come di lefanti; nel mezzo de la fronte ànno un corno grosso e nero […] lo capo ànno come di cinghiaro». Oggi sappiamo che doveva essersi trattato di rinoceronti. Ma Marco Polo, i rinoceronti non li aveva mai visti, né esisteva – nelle tassonomie a lui contemporanee – la categoria «rinoceronte». E così, seppur con qualche esitazione, Marco Polo li classificò come unicorni, decidendo di forzare l’estensione dell’unica categoria esistente che sembrava adatta a ospitarli. Kant, con la Critica della ragion pura, aveva inaugurato un approccio alle categorie che si contrapponeva (nei fatti, anche se non nelle parole1) alla tradizione del realismo categoriale aristotelico, secondo cui le categorie rispecchierebbero oggettive divisioni tra le cose e sarebbero, dunque, parte integrante della struttura del mondo. Per Kant le categorie sono nell’intelletto e, applicandosi alle percezioni per mezzo degli schemi, ci restituiscono gli oggetti, i fenomeni. Nel 1994, Umberto Eco mette Kant di fronte a un ornitorinco, «quella dannatissima bestia che […] si poneva di traverso sul sentiero del metodo tassonomico per provarne la fallacia»2: se non si danno oggetti senza categorie, dal momento che Kant non poteva possedere la categoria «ornitorinco», non avrebbe neppure potuto vederlo. Eppure l’ornitorinco era lì, offerto dall’intuizione sensibile, e dunque Kant lo avrebbe visto, ma lo avrebbe visto «senza forma», per dir così, non possedendone la categoria né, tantomeno, lo schema corrispondente. Ora, delle due l’una: o Kant era in errore, oppure, posto di fronte a un ornitorinco, avrebbe sì visto qualcosa, forse un animale, ma di certo non un ornitorinco. Nel 2001, Maurizio Ferraris sceglie la prima strada e affranca l’ornitorinco: la colpa è di Kant, ossia dell’«impianto del trascendentale che non ha cessato di inflazionarsi»3, che fa collassare l’ontologia sull’epistemologia, riducendo ciò che c’è a ciò che si sa. Ma prima, nel 1998, Achille Varzi aveva riconosciuto che il «problema ornitorinco» non riguardava solo la difficoltà dell’applicazione di un sistema del trascendentale all’esperienza4 bensì, più in generale, la nostra capacità di individuare gli oggetti: perché selezioniamo una cosa piuttosto che un’altra? E, una volta selezionata, come la classifichiamo? Se il primo naturalista che esaminò un ornitorinco non sapeva neppure se collocarlo tra gli esseri viventi o gli artefatti, pensando che potesse trattarsi dello scherzo di un tassidermista, allora quello che sembra servire è più che altro una teoria degli oggetti – biologici, nel nostro caso – e delle loro classificazioni. E il problema, da epistemologico, diventa ontologico. In questo articolo delineerò i primi passi per una «filosofia della classificazione» di certi oggetti biologici, i taxa, valutando i due approcci tradizionali, il realismo Benché nella Critica della ragion pura, Kant dichiari che «il nostro intento è, nella prima origine, in tutto identico al suo [di Aristotele], sebbene molto se ne allontani nell’esecuzione» (I. Kant, Kritik der reinen Vernunft, 1781/1787, trad. it. Critica della ragion pura, Roma-Bari, Laterza, 19969, p. 96), è chiaro che per Kant le categorie trovano la loro fonte originaria nei principi dell’intelletto umano e non nelle divisioni intrinseche di una realtà indipendente dalla mente. 2 U. Eco, Kant e l’ornitorinco, Milano, Bompiani, 1997, p. 216. 3 M. Ferraris, Il mondo esterno, Milano, Bompiani, 2001, p. 23. 4 A.C. Varzi, Il nome della cosa, in «Rivista dei libri», 1998, n. 2. 1 1 aristotelico e il concettualismo kantiano. Se, come accennato, il concettualismo viene messo in crisi da entità bizzarre come gli ornitorinchi, mostrerò che il realismo aristotelico viene invece messo fuori gioco da organismi transcategoriali per definizione come le chimere. 2. Categorie e taxa La nostra domanda di partenza è la seguente: le categorie usate dai biologi sono categorie di stampo aristotelico o di stampo kantiano? A prima vista la risposta sembra evidente: sono categorie aristoteliche, ontologiche, dal momento che uno dei principali compiti della biologia è indubbiamente la classificazione del contenuto di un mondo, quello naturale, che esiste ed è quello che è indipendentemente da come ce lo si possa rappresentare nella nostra testa. Ma che cosa si intende, oggi, quando si parla di «categorie» in biologia? In primo luogo, occorre distinguere tra taxa e categorie tassonomiche. I taxa sono gruppi di organismi mentre le categorie tassonomiche sono gruppi di taxa ritenuti essere al medesimo livello della gerarchia tassonomica. Vediamo un esempio: Categoria Taxon ______________________ Regno Animalia Classe Mammalia Ordine Primates Genere Homo Specie Homo sapiens A sinistra troviamo le categorie tassonomiche: la categoria specie comprenderà tutti i taxa di specie, da Homo sapiens a Drosophila melanogaster a Rosa gigantea ecc. (Allo stesso modo, la categoria regno comprenderà i sei taxa5 di regno: Eubacteria, Archaebacteria, Protesta, Fungi, Plantae, Animalia; e così via.) Mentre le categorie tassonomiche sono insiemi di taxa, i taxa sono insiemi di organismi, per esempio: il taxon della specie Canis lupus comprende tutti i lupi, mentre il taxon del genere Canis comprende tutti i lupi, gli sciacalli, e i coyote. Ora, nella pratica una classificazione biologica procede secondo due operazioni successive: innanzitutto gli organismi vengono raggruppati in taxa, e solo in un secondo momento si procede con la loro disposizione in una gerarchia, assegnando un livello definito (una categoria) a ogni taxon, e subordinando le categorie più basse a quelle più alte6. Sulla base della distinzione tracciata, possiamo riformulare la nostra domanda di partenza: che cosa sono i taxa? Si tratta – come vorrebbe il realismo di stampo aristotelico – di insiemi corrispondenti a demarcazioni oggettive che troviamo già date nel mondo, oppure altro non sono che il risultato di distinzioni prevalentemente linguistiche o cognitive che la nostra mente superimpone alla realtà? Il sistema di Linneo prevedeva tre regni. La tassonomia più recente – anche se non universalmente usata – ne prevede per l’appunto sei. Si veda W.E. Balch et al., An Ancient Divergence among the Bacteria, in «Journal of Molecular Evolution», 1977, n. 9, pp. 305-311. 6 Crf. E. Mayr, Evolution and the Diversity of Life. Selected Essays, Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 1997, pp. 423-424. 5 2 3. Il realismo tassonomico Come accennato nell’Antefatto, creature come l’ornitorinco sembrano mettere fuori gioco il concettualismo kantiano, cioè la posizione secondo cui i taxa sarebbero categorie mentali, concetti, secondo i quali ordinare il molteplice offertoci dalla percezione. A discapito di quest’approccio, almeno in ambito tassonomico, si deve aggiungere una considerazione ulteriore: esso sembra mal adattarsi alle pratiche effettive della tassonomia biologica, che preferisce un atteggiamento realista nei confronti dei taxa e che, come sottolinea Marc Ereshefsky, «non mette in questione l’esistenza di Homo sapiens o Canis familiaris, o di qualsivoglia altra linea di discendenza che noi chiamiamo “specie”», mentre «mette invece in questione l’esistenza del livello categoriale di specie»7. In quanto segue mi concentrerò sui taxa di specie, ma penso che ciò che dirò, se valido per il caso delle specie, possa essere in linea di principio valido per i taxa di qualunque livello. Abbandoniamo dunque il concettualismo8 e concentriamoci sull’approccio realista. Secondo un realista forte le specie corrispondono a quelle articolazioni naturali che il tassonomo – proprio come il buon macellaio platonico, che seziona l’animale secondo le sue nervature naturali (Platone, Fedro 265e) – dovrebbe scoprire e secondo le quali il mondo sarebbe di per sé strutturato. Le specie sarebbero dunque entità che realmente abitano il mondo, a pari titolo, per esempio, dei particolari concreti come i sassi, le case, e i tavoli. E una classificazione biologica altro non sarebbe che il rispecchiamento di tale struttura. Conseguentemente, una sola sarà la classificazione del mondo naturale, perché una sola è la struttura di quest’ultimo. In altre parole, il realista forte è quasi inevitabilmente costretto a sposare una posizione monista: se il mondo è di per sé strutturato, sarà necessariamente strutturato in un certo modo e non in un altro, o in molti modi diversi. 4. Marco Polo e la chimera Torniamo a Marco Polo, e proseguiamo con l’esperimento mentale inaugurato da Eco. Che cosa accadrebbe a un Marco Polo contemporaneo che si trovasse di fronte a una chimera, non la creatura mitologica uccisa da Bellerofonte, bensì una chimera biologica «in carne ed ossa»? La prima difficoltà consiste nel fornire una definizione di «chimera». Infatti, a seconda dei campi di indagine, degli interessi dei ricercatori, degli obiettivi che si intendono conseguire, se ne adotta un concetto diverso. In parte, la causa di questo sembra risiedere nella estrema specializzazione raggiunta dalla letteratura in proposito e dall’assenza di collegamento tra i vari ambiti di indagine. Scrive R. Tilney-Bassett nel 1986 (e la situazione non sembra cambiata): «Il nuovo ricercatore è spesso specializzato, e così gli autori non sono in grado di presentare la significatività delle loro conclusioni all’interno del contesto più ampio delle chimere in generale»9. Ma questa non è che una causa secondaria, per così dire. Credo infatti che la difficoltà nel fornire un concetto univoco di chimera dipenda principalmente dal fatto che la ricerca scienM. Ereshefsky, Species, in The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Spring 2006 Edition), a cura di E.N. Zalta; URL <http://plato.stanford.edu/archives/spr2006/entries/species/>, corsivo aggiunto. 8 Per una critica più approfondita del concettualismo categoriale rimando a E. Casetta, La sfida delle chimere. Realismo, pluralismo e convenzionalismo in filosofia della biologia, Milano, Mimesis, 2009, in particolare § 4.1. 9 R. Tilney-Bassett, Plant Chimeras, London, E. Arnold, 1986, Prefazione. 7 3 tifica è generalmente guidata dagli scopi che intende perseguire e che, di conseguenza, poco importi la coerenza interteorica dei termini utilizzati. Non solo, anche il modo di classificare le chimere varia a seconda delle discipline: laddove alcuni le classificano sulla base delle tecniche adoperate per produrle, altri lo fanno sulla base del tipo di organismi coinvolti, altri ancora riferendosi al momento della storia degli organismi in cui la chimera viene realizzata10. Credo che questo stato di cose non sia un semplice sottoprodotto del ruolo, per certi aspetti marginale, che il concetto di chimera svolge nella pratica scientifica biologica, bensì rifletta in realtà un problema ben più fondamentale nella filosofia della classificazione su cui si regge l’intera disciplina. Mi pare cioè che le chimere siano la punta dell’iceberg di una difficoltà decisamente generalizzata che affetterebbe la nostra capacità di produrre buone classificazioni. Tenendo conto di tutto questo, propongo di definire una chimera come un organismo composto dalla mescolanza di materiali provenienti da due o più entità considerate di specie fra loro diverse. In merito a questa definizione, è importante notare che ho scelto, per semplicità, di usare la formula «organismi di specie diverse», mentre in realtà si può trattare di varietà, sottovarietà, o anche di taxa a un livello superiore rispetto a quello delle specie nella tradizionale gerarchia tassonomica. Inoltre, la definizione è sufficientemente allargata così da ricomprendere sia gli ibridi – ove avviene una mescolanza effettiva a livello genetico – sia le chimere in senso stretto – in cui si realizza una mera compresenza di popolazioni cellulari di tipo diverso – sia, infine, gli organismi geneticamente modificati, che presentano un DNA modificato tramite tecniche di ingegneria genetica che consentono l'aggiunta, l’eliminazione o la modifica di frammenti del DNA stesso11. Ora: che cosa avrebbe fatto il nostro ipotetico Marco Polo se, anziché un rinoceronte, si fosse trovato di fronte a una chimera? E come l’avrebbe classificata? Diversamente dal rinoceronte, e proprio come per l’ornitorinco, non è possibile forzare l’estensione di un taxon preesistente. Tuttavia, dopo aver riconosciuto di non poter ricomprendere l’ornitorinco nel sistema tassonomico allora vigente, è stato riconosciuto un nuovo taxon12, attribuendo all’ornitorinco una «natura» sui generis. Eppure, un trattamento simile non può essere riservato alla chimera, dal momento che quest’ultima, per definizione, attraversa i taxa. In altre parole, se le chimere sono entità composte da materiali provenienti da organismi che la biologia qualifica di specie diversa, sembrano davvero sfidare ogni possibilità di classificazione, dal momento che apparterrebbero, da un lato a più di una specie (per definizione), dall’altro a nessuna (nessun organismo può appartenere a più di una specie). Tirando le somme: di fronte alle chimere, un Marco Polo realista si trova davanti a un vicolo cieco. Non può modificare un taxon vigente, e non può scoprirne uno di cui non si conosceva l’esistenza, dato che un tale taxon, a differenza di quanto è storicamente accaduto nel caso dell’ornitorinco, non potrebbe esistere in linea di Si vedano, per esempio: A. McLaren, Mammalian Chimaeras, Cambridge, Cambridge University Press, 1976 e R. Tilney-Basset, Plant Chimeras, cit. 11 Sulla distinzione tra ibridi, chimere, e organismi geneticamente modificati, si veda F. Baylis e J.S. Robert, Primer on Ethics and Crossing Species Boundaries, articolo originale per il sito Actionbioscience.org (maggio 2006); URL <http://www.actionbioscience.org/biotech/baylis robert.html>; rimando inoltre a E. Casetta, La sfida delle chimere, cit., § 4.2. La definizione di «chimera» qui fornita ricalca quella di Greely (Cfr. H.T. Greely, Defining Chimeras…and Chimeric Concerns, in «The American Journal of Bioethics», 3, 2003, n. 3, pp. 17-20). 12 Più precisamente, il taxon dei Monotremi, introdotto ex novo nelle classificazioni zoologiche dell’epoca dal naturalista francese Etienne Geoffroy de Saint-Hilaire. 10 4 principio. Ma – potrebbe obiettare un «realista aristotelico» – quello delle chimere non è un caso significativo: si tratta di rare eccezioni in un ordine altrimenti stabile e ben delineato. È davvero così? 4.1. Botanicorum crux et scandalum No, le chimere sono tutt’altro che eccezioni rare. Fin dalla remota antichità, è stato riconosciuto che molte piante possono produrre prole ibrida, cioè derivante dall’incrocio di organismi appartenenti a specie (ritenute) differenti. Alla fine del XVIII secolo, si iniziarono a usare su larga scala incroci tra varietà o specie per produrre esemplari migliori di piante coltivate. Allo stesso tempo, con la Flora Britannica di James E. Smith del 1800, i naturalisti estesero le loro ricerche anche agli ibridi «naturali», registrando un crescente numero di ibridi spontanei tra specie selvatiche. Nel 1881 venne pubblicato un resoconto critico13 dei lavori sull’ibridazione tra le piante, e la conclusione cui si giunse è che l’abilità delle specie vegetali di ibridare è estesa e generale. E questo, ad oggi, quando le dodicimila specie di Linneo sono diventate almeno due milioni, è ampiamente confermato: si è scoperto che in molte classi di piante l’ibridazione spontanea è un fenomeno decisamente più comune di quanto si credesse. Già nel 1950, la botanica Irene Manton, dopo un intensivo studio citologico e morfologico delle specie europee, conclude che «l’ibridazione è stata riscontrata con una frequenza inaspettata e in una varietà estremamente ampia di gruppi»14. Certi alberi, come le querce, i salici, i mirtilli, gli eucalipti e le acacie, sono particolarmente inclini a formare boschi di ibridi, e la lista degli ibridi spontanei tra le piante da fiore cresce sempre più a ogni uscita di una rivista botanica. «L’ibridazione occasionale tra specie e sottospecie riconosciute è, dunque, la regola tra le piante da fiore», scriveva George L. Stebbins in un articolo del 195915, tanto da portare molti botanici europei a definire generi come il Crataegus, il Rubus, il Potentilla, l’Antennaria, e il Taraxacum un vero e proprio «botanicorum crux et scandalum». Nella più grande delle famiglie di piante da fiore, quella delle orchidee, l’ibridazione è davvero la regola: di fatto si stima che gli incroci realizzati negli ultimi 150 anni siano stati più di 110.000 e alcuni hanno «genitori» di addirittura venti specie diverse, appartenenti a nove generi differenti16. E negli ultimi cinquant’anni, sull’International Registration Authority for Orchid Hybrids sono stati registrati più di 3000 nuovi ibridi ogni anno. Non solo. Oltre agli ibridi, è ampiamente ammesso che il mondo vegetale sia popolato da altri organismi che attraversano quelli che riteniamo essere i confini tra i taxa, cioè da chimere in senso stretto, e da piante geneticamente modificate. Vediamo qualche esempio. Storicamente, l’esistenza delle chimere biologiche venne riconosciuta già nel Seicento, con la scoperta dell’arancio bizzarria17: una pianta su cui sono presenti, al tempo stesso, foglie, fiori e frutti identici a quelli dell’arancio e a quelli del limone, nonché frutti compositi, con i due tipi fusi o comunque compresenti, in W.O. Focke, Die Pflanzen-Mischlinge, Berlin, Borntraeger, 1881. I. Manton, Problems of Cytology and Evolution in the Pteridophyta, Cambridge, Cambridge University Press, 1950, p. 285. 15 G.L. Stebbins, The Role of Hybridization in Evolution, in Proceedings of the American Philosophical Society, 103, 1959, n. 2, p. 234. 16 Si veda il sito web della Royal Horticultural Society: URL <http://www.rhs.org.uk/plants/registration_orchids.asp>. 17 Per la vicenda storica dell’arancio bizzarria e per gli esperimenti a conferma dell’«ipotesi chimera» si veda R. Tilney-Basset, cit., cap. 1. 14 13 5 proporzioni e modalità diverse, nello stesso frutto. A seguito del rinvenimento dell’arancio bizzarria, vennero eseguiti numerosi esperimenti per confermare l’esistenza delle chimere, cioè di organismi composti di tessuti provenienti da organismi appartenenti a specie ritenute differenti: ginestra e laburno, pomodoro e morella, specie diverse di Pelargonium. Oggi le chimere vegetali sono diventate parte del nostro quotidiano, come nel caso dei Pelargonium variegati, di molte begonie e crisantemi, delle violette santapaola. Non è improbabile, se abbiamo un giardino, o un terrazzo, che molte delle nostre piante, probabilmente le più ricche di fiori e variopinte, siano delle chimere. Le chimere vegetali – nella definizione allargata propostane – possono realizzarsi, come accennato, in maniera spontanea, oppure grazie a un certo grado di intervento umano, per esempio favorendo l’impollinazione tra vegetali domestici e selvatici (banalmente, piantandoli nello stesso campo), o tramite la pratica d’uso comune dell’innesto. Oggi, con l’avvento delle moderne tecniche di ingegneria genetica diventa possibile intervenire direttamente su porzioni precise del DNA. E con l’applicazione di tali tecniche vengono ovviamente prodotti nuovi ibridi, e nuove chimere in senso stretto. In buona parte, l’ingegneria genetica riproduce procedimenti che avvengono spontaneamente, o con un parziale intervento umano (per esempio, uno dei metodi di trasferimento di frammenti di DNA comprende l’uso di batteri, come l’agrobatterio, considerato un «ingegnere genetico naturale» proprio perché trasferisce di per sé DNA nella pianta ospite)18, e gli scopi sono sempre i medesimi: la creazione di esemplari vegetali considerati esteticamente pregevoli e più resistenti allo stress ambientale e ai parassiti in genere. Il settore maggiormente interessato dalla produzione di piante geneticamente modificate è infatti quello agro-alimentare19 (benché non manchino applicazioni al settore ambientale e farmaceutico). In agricoltura, tipicamente, vengono introdotti nelle piante geni che conferiscono o la tolleranza a un certo erbicida, o la resistenza ad alcune classi di insetti fitofagi (per ridurre l’uso di mezzi tecnici ottenendo migliori rese qualitative e quantitative), in particolare per cotone e mais. 4.2. Chimaera est animal compositum ex capra et boue Tra gli animali – e in particolare tra i mammiferi – il fenomeno dell’attraversamento dei confini tra le specie è relativamente più raro che tra i vegetali. Tuttavia, è decisamente più diffuso di quanto non si possa a prima vista pensare, e occorre anche senza l’intervento umano. Forse l’esempio meglio conosciuto di ibridazione spontanea è quello di un genere di chiocciole terrestri (Cerion), in cui popolazioni di ibridi sono comuni nelle isole dei Carabi. Altri esempi sono nel genere Polyarthra e Conohilus. Tra gli insetti, sono stati prodotti centinaia di ibridi, in particolare nelle farfalle e nelle falene. In uno studio sul genere Drosophila, del 195220, vengono riportate 101 combinazioni ibride prodotte in laboratorio, e si conosce anche un esempio di ibrido spontaneo (Mulleri x aldrichi21). Tra i vertebrati, sono invece i pesci22 a presenSi veda: Genetically Modified Crops. The Ethical and Social Issues, a cura del Nuffield Council on Bioethics, London, Nuffield Council on Bioethics, 1999, p. 22. 19 Cfr. OGM in agricoltura, in speciale Prometeus - Magazine, a cura della Associazione Nazionale Biotecnologi Italiani, n. 3, 2005. 20 Si veda J.T. Patterson e W.S. Stone, Evolution in the Genus Drosophila, New York, Macmillan, 1952. 21 Secondo le convenzioni tassonomiche, il nome di un ibrido si ottiene inserendo il simbolo x tra i nomi delle due (o più) specie parentali, mentre quello di una chimera si ottiene inserendo il simbolo 18 6 tare la più grande proporzione di ibridi spontanei riconosciuti negli animali, in particolare i pesci d’acqua dolce come i Leponis, Catastonus, Salmo, Coregonus e vari gruppi tropicali (mentre pare che tra i pesci marini l’ibridazione sia piuttosto rara). Tra gli uccelli, gli animali meglio conosciuti a livello tassonomico, gli ibridi sono frequenti: le sole anatre presentano venti esempi (registrati) di ibridi spontanei. E esempi di ibridazione spontanea sono stati registrati anche tra i mammiferi (uno dei meglio conosciuti è il Peromyscus, un roditore selvatico). Per gli allevatori, poi, proprio come per gli agricoltori nel caso delle piante, l’ibridazione tra mammiferi domestici e i loro «parenti» selvatici, come cane x coyote e bovino x yak23, è da sempre pratica comune, finalizzata alla produzione di discendenti delle specie domestiche dotate di particolari proprietà di adattamento. L’ibrido più famoso è probabilmente il mulo, vale a dire un ibrido interspecifico (Equus caballus x E. asinus) nato dall’incrocio tra un asino maschio e un cavallo femmina. Un po’ meno noto, ma comunque prodotto diffusamente, è l’incrocio inverso, tra un asino femmina e un cavallo maschio, vale a dire il bardotto. E, sempre tra mammiferi, è piuttosto conosciuto il caso di ligri e tigoni: per anni negli zoo sono stati incrociati esemplari di tigre (generalmente tigri dell’Amur e del Bengala) con esemplari di leone24, dando origine a ligri (quando il padre è un leone) e a tigoni (quando, invece il padre è una tigre). Per quanto riguarda le chimere animali in senso stretto, basti pensare che nella prima parte del Novecento, molti dei concetti fondamentali dell’embriologia e della biologia dello sviluppo sono stati, almeno in parte, formulati sulla base dei risultati sperimentali di trapianti di cellule o di tessuti tra due embrioni separati, generalmente appartenenti a specie diverse di anfibi25. E, con lo sviluppo dell’ingegneria genetica, è diventato possibile travalicare non solo i confini delle specie, ma addirittura dei regni biologici: una pianta transgenica può contenere materiale genetico proveniente da una pianta di un’altra specie, da un batterio, o anche da un animale. Analogamente, un animale transgenico, può presentare materiali provenienti da almeno un organismo ritenuto appartenente a un tipo diverso, come un altro animale, un virus, o una pianta. In particolare, tra gli animali transgenici che sono stati prodotti in laboratorio figurano conigli, topi, pesci, maiali, pecore, e polli, ottenuti generalmente inserendo (tramite microiniezione sia direttamente nell’individuo adulto sia nell’embrione) materiale genetico proveniente, per esempio, dal riccio marino, dalla Drosophila, dal topo26. Sembra che il primo topo chimera creato in laboratorio nasca il 6 marzo del 196127, al dipartimento di zoologia dello University College del Galles del Nord, nel Regno Unito e, nel 1965, si giunge alla conclusione che topi-chimera possano sopravvivere fino all’età adulta. Ma per il primo topo-chimera interspecifico dobbiamo aspettare il 1973, quando viene prodotta la prima chimera ratto <−> topo28. Altri esempi di chimere interspecifiche ottenuti con successo in laboratorio sono quelli tra <−>. Cfr. C.L. Hubbs, Hybridization between Fish Species in Nature, in «Systematic Zoology», 1995, n. 4, pp. 1-20. 23 Cfr. G.L. Stebbins, The Role of Hybridization in Evolution, cit. 24 Si veda E.O. Wilson, The Diversity of Life, London, Penguin, 1992, pp. 36-37. 25 Si veda A. McLaren, Mammalian Chimaeras, cit., cap. 1. 26 Cfr. Genetically Modified Crops. The Ethical and Social Issues, a cura del Nuffield Council on Bioethics, cit., p. 21. 27 Si veda A.J.K. Tarkowski, Mouse Chimaeras Revisited: Recollections and Reflections, in «International Journal Of Developmental Biology», 1998, n. 42, pp. 903-908. 28 Cfr. R.L. Gardner e M.H. Johnson, Investigation of Early Mammalian Development Using Interspecific Chimaeras Between Rat and Mouse, in «Nature New Biology», 1973, n. 246, pp. 86-89. 22 7 pecora e capra29 e tra Bos taurus e Bos indicus30 (e alcune di queste chimere si sono rivelate fertili)31. Quelli appena elencati sono in realtà esperimenti abbastanza sporadici dal momento che i loro risultati, benché piuttosto spettacolari, sono stati ritenuti dagli scienziati non sufficientemente indicativi. Quello che ci interessa qui sottolineare però, al di là della finalità di tali esperimenti o della loro legittimità, è che le entità così prodotte attraversano i confini tra le specie, e tra specie anche geneticamente distanti tra loro. 4.3. L’uomo dalla gamba di legno Se, come abbiamo detto, una chimera è un organismo composto dalla mescolanza di materiali provenienti da due o più entità di specie, o più in generale di tipo fra loro diverso, allora le chimere umane sono creature tutt’altro che immaginarie. Chimere interspecifiche uomo-animale sono state realizzate in laboratorio. Due esempi: nel 2001, a Harvard sono state trapiantate cellule staminali neurali umane nel proencefalo (una parte dell’encefalo embrionale) di un Macaco dal berretto32; nel 2002 all’Università ebraica di Gerusalemme cellule staminali embrionali umane sono state inserite in embrioni di pollo33. E nel 2007 l’Autorità Britannica per la fertilizzazione e l’embriologia (HFEA) ha dato il via libera alla creazione di embrionichimera contenenti materiale umano e animale. In questa pratica, a grandi linee, un ovulo animale viene privato del suo DNA, che viene sostituito con il DNA del nucleo di una cellula somatica umana, per esempio, una cellula epiteliale. Dal momento, però, che dall’ovulo non è possibile estrarre anche i mitocondri (gli organelli addetti alla respirazione cellulare), il DNA dei mitocondri (animali) coesisterà accanto al DNA umano della cellula somatica. L’embrione così ottenuto vedrà dunque una compresenza dei due DNA. Tecnicamente, poi, sono considerati chimere umane quegli individui che hanno subito trapianti di pelle o di organi; in particolare, sarebbero chimere interspecifiche tutti coloro che hanno subito uno xenotrapianto (cioè, il trapianto, in un paziente umano, di organi, parti di organi, o tessuti provenienti da animali non umani) di qualsivoglia entità, per esempio un uomo cui siano state impiantate delle valvole cardiache di maiale (è d’obbligo notare che la possibilità degli xenotrapianti è piuttosto controversa, e il problema maggiore è quello costituito dal rigetto). Inoltre, se la medicina riconosce i casi di xenotrapianto come chimere, perché non dovremmo – sempre sulla base della nostra definizione – ritenere chimere entità che presentano una mescolanza di materiale animale con materiale inorganico? In questo caso, sarebbero chimere anche i portatori di protesi. Come si interroga ironicamente Henry T. Greely: «Un uomo con una gamba di legno, è una chimera realizzata a partire da un uomo e da un albero?»34. Cfr. C.B. Fehilly, S.M. Willadsen e E.M. Tucker, Interspecific Chimaerism between Sheep and Goat, in «Nature», 1984, n. 307, pp. 634-36. 30 Si veda P.M. Summer, J.N. Shelton e K. Bel, Synthesis of Primary Bos taurus - Bos indicus Chimeric Calves, in «Animal Reproduction Science», 1983, n. 6, pp. 91-102. 31 Cfr. A. McLaren, Mammalian Chimaeras, cit., p. 19. 32 Cfr. V. Ourednik et al., Segregation of Human Neural Stem Cells in the Developing Primate Forebrain, in «Science», 2001, n. 293, pp. 1820-1824. 33 Cfr. R.S. Goldstein et al., Integration and Differentiation of Human Embryonic Stem Cells Transplanted to the Chick Embryo, in «Developmental Dynamics», 2002, n. 225, pp. 80-86. 34 H.T. Greely, Defining Chimeras…and Chimeric Concerns, cit. 29 8 Sia come sia, è un fatto che le chimere, anche umane, sono tra gli abitanti del nostro mondo. E che i confini tra (presunte) specie vengono ignorati piuttosto spesso. 5. Bilancio Come abbiamo potuto vedere, nel regno animale, così come in quello vegetale, la nascita o la produzione di chimere, cioè di organismi che sembrano vanificare gli sforzi del migliore dei tassonomi e mettere in dubbio la tesi del più convinto dei realisti, è un fenomeno diffuso, e che tocca anche l’uomo. Inoltre, possiamo notare che quando il regno vegetale e quello animale rispettano i confini dei taxa che noi riconosciamo, ciò avviene spesso per esigenze di fatto e non per una necessità di principio. Un leone e una tigre non si incrociano perché hanno abitudini differenti e vivono in habitat diversi. Messi in condizione di necessità, per così dire, per esempio nella gabbia di uno zoo, dove le abitudini si uniformano e dove vengono a mancare i partner riproduttivi abituali, una tigre e un leone possono incrociarsi, e di fatto – come abbiamo visto – questo accade. A conferma di ciò, si noti che la frequenza delle ibridazioni spontanee sembra essere una funzione dell’ambiente in cui gli organismi coinvolti si trovano a vivere e, più in generale, delle condizioni ecologiche. Per esempio, se due o più specie non troppo distanti geneticamente vivono in un habitat stabile, dove non vi sono nicchie ecologiche vuote e disponibili, l’ibridazione sarà minima. Se, invece, le medesime specie si trovano in un ambiente per loro marginale (in cui, cioè, non sono ancora, o non sono più, perfettamente adattate) e che sta mutando in modo tale da render disponibili nuove nicchie ecologiche, le occorrenze di ibridazione saranno molto più frequenti. Inoltre, in questo secondo caso, gli ibridi tenderanno a riprodursi per varie generazioni dopo la generazione iniziale. Tra i pesci, è stato notato che in acque poco abitate, le specie tendono a presentare meccanismi di isolamento riproduttivo poco sviluppati, che consentono loro di ibridare spesso. In regioni molto popolate, invece, i meccanismi di isolamento sono decisamente più sviluppati e l’ibridazione meno frequente35. 6. Obiezioni Che le chimere rappresentino una prova significativa a discapito delle tesi del realista dei taxa biologici potrebbe però essere contestato. In questo paragrafo discuterò quattro possibili obiezioni, al fine di mostrare che il caso delle chimere non è trascurabile, e che il realista deve farci i conti. Prima possibile obiezione: tipicamente, nella letteratura36, il caso degli ibridi viene portato a dimostrazione del fatto che il concetto biologico di specie – secondo cui apparterrebbero alla medesima specie quegli organismi in grado di riprodursi e di dare origine a prole fertile – è, per così dire, «difettoso», così come il caso dei fossili e degli organismi che si riproducono asessualmente viene portato a dimostrazione dei limiti della sua applicabilità. Si potrebbe dunque obiettare che le chimere pongano un problema esclusivamente al concetto biologico di specie. Risposta: innanzitutto, l’obiezione non vale per le chimere in generale così come le abbiamo definite, ma solo per gli ibridi (dove avviene effettivamente un incrocio sessuale tra specie differenSi veda G.L. Stebbins, The Role of Hybridization in Evolution, cit. Si vedano, per esempio, K. Sterelny e P.E. Griffiths, Sex and Death. An Introduction to Philosophy of Biology, Chicago, University of Chicago Press, 1999, cap. 8; M. Ruse, The Philosophy of Biology, London, Hutchinson, 1973, trad. it. Filosofia della biologia, Bologna, Il Mulino, 1976, pp. 177178. 36 35 9 ti). Come abbiamo potuto vedere, invece, il concetto di chimera è più ampio e, inoltre, non riguarda solo le specie ma i tipi, più largamente intesi. D’altro canto, anche qualora l’obiezione valesse (per gli ibridi), e cioè se l’esistenza degli ibridi mettesse in discussione solo il concetto biologico di specie, mi sembra che non sia cosa da poco, dal momento che questo sembra essere ancora e comunque il concetto dominante, o – se vogliamo – il più popolare. Inoltre, anche nei concetti alternativi a quello biologico, quest’ultimo sembra davvero difficile da evitare. Per esempio, sembra che se ne faccia a meno nelle definizioni cladiste, dove una specie viene definita come un segmento di una linea di discendenza delimitato da due eventi di speciazione. Eppure, nel momento in cui si tratti di fornire un criterio per stabilire quando un evento di speciazione occorra, cioè quando una nuova specie abbia origine, il concetto biologico sembra ritornare inevitabilmente: tipicamente, infatti, anche nelle definizioni cladiste, si presuppone che un evento di speciazione occorra quando un certo gruppo di organismi diventa riproduttivamente isolato, generalmente in seguito al sopravvenire di un isolamento geografico, rispetto alla sua specie di appartenenza originaria. Seconda possibile obiezione: nella stragrande maggioranza dei casi, le chimere sono sterili, di conseguenza interrompono la trasmissione genica richiesta per la prosecuzione di una specie. Se così, allora non si tratterebbe di casi significativi, ma di «deviazioni» rispetto a una presunta struttura naturale, e dunque la loro esistenza non sarebbe rilevante per le nostre classificazioni. Risposta: innanzi tutto, l’obiezione poggerebbe su un’assunzione non pienamente corretta dal momento che, come abbiamo visto, ci sono casi di chimere fertili, e gli ibridi possono spesso incrociarsi tra loro e con le loro specie parentali, come nel caso della mosca della Lonicera37, un ibrido spontaneo, cui ad oggi è stato riconosciuto lo status di specie (Rhagoletis mendax x zephyria). Inoltre, l’obiezione non coglie interamente il punto: se anche ibridi e chimere non potessero essere ripartiti in specie, resta il fatto che la loro mera esistenza mostra che gli organismi spesso non rispettano quei confini che noi esseri umani riconosciamo, e di questo una buona classificazione deve tener conto. Terza possibile obiezione: le chimere sono prodotte in un ambiente artificiale (i laboratori, le gabbie di uno zoo, e così via) e gli incroci tra specie, o la coesistenza di materiali provenienti da specie diverse all’interno di un unico organismo, se ottenuti in laboratorio non dimostrerebbero nulla. L’intervento umano vanificherebbe la validità della prova: l’unica prova valida sarebbe quella «naturale», e – secondo questa obiezione – il fatto che tali entità non occorrano in natura mostrerebbe esattamente il fatto che, in natura, i confini tra le specie sono netti, definiti, e invalicabili. Risposta: non penso che l’obiezione sia pregnante. In primo luogo, tali organismi di fatto si incrociano, e il loro tessuti di fatto coesistono benché in laboratorio. Se questo non accade in natura, spesso è perché non è necessario: se una tigre e un leone fossero i soli sopravvissuti di una grande glaciazione, allora probabilmente si incrocerebbero, esattamente come capita che si incrocino convivendo nello spazio ristretto di una gabbia di uno zoo. A prova di questo, possiamo aggiungere il fatto che le ibridazioni spontanee avvengono per la maggior parte dei casi tra specie o varietà diverse che si trovano a convivere in un medesimo habitat, in regioni di spazio adiacenti. In secondo luogo, l’ibridazione e il chimerismo, come abbiamo potuto osservare nella nostra rassegna, spesso si realizzano senza alcun intervento umano. E comunque, perché l’intervento umano dovrebbe vanificare la validità della prova? L’artificialità di una pratica riproduttiva non cambia la sostanza: gli esseri umani che necessitano di pratiche riprodutSi veda D. Schwarz, Natural Hybridization and Speciation in Rhagoletis (Diptera: Tephiritidae), Tesi di Dottorato, Pennsylvania State University, Pennsylvania, 2004. 37 10 tive artificiali sono nondimeno umani, nondimeno si riproducono, e nondimeno danno origine a prole umana. Infine, che cos’è che rende un certo ambiente artificiale? In prima istanza, potremmo rispondere che un ambiente è artificiale quando presenta una manipolazione da parte dell’uomo. Ma non dobbiamo dimenticare che la specie umana – almeno dal punto di vista biologico, che è quello qui in considerazione – altro non è che una delle molte specie che popolano questo pianeta, e che ogni specie interviene sul proprio ambiente in qualche misura, al punto che gli organismi viventi sono spesso definiti «ingegneri ecologici». Secondo Richard C. Lewontin, per esempio, lo spazio ecologico non è una funzione dello spazio fisico, e viene «creato» dagli organismi che lo popolano38. Resta l’ultima possibile obiezione, quella che ha motivato la nostra breve rassegna di chimere. Sono casi isolati, eccezioni in un ordine altrimenti stabile e ben definito? Innanzitutto, anche se questo fosse vero, dovremmo ignorare certe entità, o certi fenomeni, solo perché sono rari? Di certo i logici non possono ignorare il paradosso del mentitore solo perché è un caso raro, proprio come un filosofo della mente non può ignorare la possibilità degli zombie o dei trapianti di cervello dato che sono improbabili. Inoltre, come abbiamo potuto vedere, le entità in questione sono decisamente più comuni di quanto non crediamo. 7. La disfatta del realista Posto che le possibili obiezioni che abbiamo appena considerato non fanno presa, e che dunque quello delle chimere è un caso significativo, e di cui non si può non tener conto, possiamo affermare che, come l’ornitorinco segna la disfatta per un concettualista tassonomico, la chimera sembra sbarrare la strada a un Marco Polo realista-monista. Credo infatti che le chimere rappresentino una prova significativa a discapito delle tesi del realista dei taxa biologici. Il realista, ricordiamolo, prende sul serio la metafora platonica secondo cui il mondo sarebbe di per sé articolato secondo delle nervature naturali, le specie appunto. Eppure, l’esistenza – tutt’altro che marginale, sulla base degli esempi che abbiamo mostrato – di ibridi e chimere mi sembra mettere in discussione in maniera non trascurabile l’esistenza di confini netti e stabiliti una volta per tutte. E mi sembra una prova particolarmente significativa. Se quei confini li riconosciamo solo noi, e non gli organismi stessi, dovremo probabilmente fare i conti più con l’intervento della nostra azione organizzatrice che con qualche cosa di esistente di per sé nel mondo là fuori. Tanto più che classificazioni diverse tracciano confini diversi, attribuendo alle specie identità differenti. Tenendo conto di tutto questo, la tesi realista secondo cui i confini tra le specie sono netti, e stabiliti dalla natura anziché dalla negoziazione sociale, è ancora sostenibile? Inoltre, vorrei sottolineare che la nozione di chimera è necessariamente relativa al concetto di specie – o di tipo in senso lato – che si decide di assumere. Ad oggi non si è, infatti, pervenuti a una definizione unica e definitiva del concetto di «specie», e concetti diversi – che si basano su criteri differenti – ripartiscono gli organismi in specie in maniera diversa39. Di conseguenza un organismo potrebbe essere una chimera secondo una certa categorizzazione e non secondo un’altra. Vediamo un 38 39 R.C. Lewontin, Gene, organismo e ambiente, Roma-Bari, Laterza, 1998, pp. 46-47. Per una rassegna dei diversi concetti di specie a oggi in uso, si vedano, per esempio: P. Kitcher, «Species», in Philosophy of Science, 51, 1984, n. 2, pp. 308-333; M. Ridley, Evolution, Cambridge (Mass.), Blackwell, 20043, trad. it. Evoluzione. La storia della vita e i suoi meccanismi, Milano, McGraw-Hill, 2006, cap. 13. 11 esempio40. Consideriamo i tre principali concetti di specie a oggi in uso: il concetto filogenetico (una specie è il più piccolo gruppo diagnosticabile di organismi individuali all’interno del quale vige una struttura parentale di antenato e discendente), quello ecologico (secondo cui ogni specie occupa una propria nicchia ecologica e le particolari forze selettive di ogni nicchia fanno sì che quella unità tassonomica rimanga separata delle altre) e, infine, il concetto biologico (le specie sono gruppi di popolazioni naturali riproduttivamente isolate da altri gruppi di popolazioni naturali). Ora prendiamo tre popolazioni di insetti (A, B e C) che vivono su una certa montagna. Ogni popolazione costituisce una specie secondo il concetto filogenetico di specie. Secondo il concetto ecologico, invece, dal momento che gli organismi in B e in C condividono una stessa nicchia ecologica, mentre quelli in A occupano una nicchia differente, si avranno due sole specie: A e B + C. Quanto al comportamento riproduttivo, gli organismi in A e in B possono incrociarsi tra loro e dare origine a prole fertile, mentre gli organismi in C si riproducono asessualmente; di conseguenza secondo il concetto biologico di specie, la tassonomia consisterà di una sola specie: A + B, dato che gli organismi che si riproducono in maniera asessuata non formano una specie. Ora, poniamo, per esempio, che l’organismo x appartenga alla specie filogenetica B e l’organismo y alla specie filogenetica C. In una tassonomia filogenetica, un organismo z in cui siano compresenti materiali provenienti da x e da y sarebbe una chimera. Non lo sarebbe, però, in una tassonomia ottenuta secondo il concetto ecologico (dal momento che in questo caso, x e y apparterrebbero alla stessa specie ecologica B + C). E in una tassonomia secondo il concetto biologico di specie? Qui la situazione sarebbe decisamente indefinita: se y appartiene a C, e C non è una specie, possiamo dire che z è una chimera? Dire che una certa entità è una chimera ha dunque senso solo a fronte di una scelta a monte di un qualche sistema categoriale, e del livello di descrizione che in tale sistema si sceglie di assumere quale punto di riferimento (un mulo non sarebbe una chimera se, poniamo, il nostro sistema non ammettesse al suo interno le specie ma solo i generi). In altre parole, «è una chimera» è un predicato context-relative, un po’ come «è un reato» o «è un cittadino italiano». Che quelle entità che abbiamo deciso di chiamare «chimere», così come i reati e i cittadini italiani, esistano e popolino il nostro mondo a pieno titolo mi sembra innegabile. Ma per poter dire che un’azione è un reato occorre far riferimento a un certo sistema giuridico (un’azione sarà un reato secondo un certo sistema e non secondo un altro), e per poter dire che qualcuno è un cittadino italiano occorrerà far riferimento a una certa precisa definizione dei confini dell’Italia (nel corso della storia, i confini italiani sono stati definiti in maniera differente, correlativamente anche l’estensione del predicato in questione è mutata). Analogamente, per poter dire che certe entità sono chimere, è necessario fare riferimento a una qualche tassonomia storicamente data. E questo risulta essere intrinsecamente problematico se si adotta una prospettiva realista. D’altro canto, se – come abbiamo visto – una entità è una chimera solo sulla base di una scelta per un certo sistema di categorie, allora che cosa ci impedisce di «incrociare» le specie, e di crearne di inedite? E, se non esiste una essenza propria di ciascuna specie, che dire della «specificità» umana che, intuitivamente, avvertiamo così forte e che guida tante nostre pratiche e atteggiamenti? L’esempio che segue è tratto da M. Ereshefsky, Eliminative Pluralism, in «Philosophy of Science», 1992, n. 59, pp. 671-690. Benché ipotetico, precisa l’autore, l’esempio è basato su studi empirici. 40 12 8. Conclusioni Maurizio Ferraris aveva affrancato l’ornitorinco, attribuendo le responsabilità del fallimento dell’impianto del trascendentale al suo autore. In maniera non dissimile, vorrei affrancare le chimere: forse la difficoltà dell’inserirle nella, o meglio in una delle tassonomie vigenti non dipende da loro, in fondo non è difficile sostenere che la natura sia piuttosto indifferente a come noi la classifichiamo. Di fronte alla nostra difficoltà di classificare certi organismi, dobbiamo probabilmente ripensare i fondamenti delle nostre classificazioni: se il concettualismo e il realismo monista sono criticabili dal punto di vista teoretico, ed entrano in crisi alla prova dei fatti, si tratta di esplorare nuove vie, e proporre soluzioni diverse. E credo che il caso storico dell’ornitorinco possa fornire un suggerimento: e se non solo i Monotremi bensì tutti i taxa, e il loro ordinamento, fossero non delle scoperte bensì delle costruzioni? Naturalmente, qualora si decidesse di accogliere questo suggerimento, occorrerà valutare non solo la coerenza e la funzionalità teorica di un approccio costruttivista alle tassonomie, ma anche le conseguenze di più ampio respiro che si avrebbero in bioetica (se i confini tra i taxa sono convenzionali, allora pratiche come la creazione di embrioni-chimera diverrebbero ipso facto lecite?) e in filosofia della biologia in senso lato, dove un approccio alternativo al realismo tradizionale dovrà mettersi alla prova con nozioni quali, per esempio, quelle di progresso scientifico, di verità, di fatto, e di scoperta. Nozioni come queste, che hanno un significato estremamente intuitivo in una metafisica realista, dovranno essere ridiscusse e analizzate. 13
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