Le tigri di Putnam

Le tigri di Putnam∗ Elena Casetta [Final version published in Rivista di filosofia 98/1 (2007): 47-76] Abstract Putnam e Kripke affermano che dalla teoria del riferimento diretto dei termini di genere naturale derivano “conseguenze sorprendenti per la teoria della verità necessaria” cioè l’esistenza di esempi (non triviali) di verità metafisicamente necessarie ma concettualmente contingenti. Vorrei mostrare che le cose non sono così semplici, almeno per quanto riguarda i termini di specie biologica. E, più precisamente, che non è vero che è possibile derivare tali conseguenze meramente dalla teoria del riferimento diretto senza presupporre una forma di essenzialismo (in questo caso di quello che chiamerò “essenzialismo genetico”) in merito alle specie biologiche. Non solo, quindi, l’essenzialismo è un presupposto anziché una conseguenza, ma è un presupposto che, per essere plausibile, necessita di una verificazione empirica che è lontana dall’essere accertata. §1. la teoria del riferimento diretto dei termini di genere naturale La teoria del riferimento diretto riguarda – nelle intenzioni dei suoi autori1 – tanto i nomi propri quanto i cosiddetti termini di genere naturale, come “oro”, “acqua”, “tigre”, “alluminio” o “limone”. In breve, in contrapposizione alle teorie freghiane, le teorie del riferimento diretto sostengono che i riferimenti non siano una funzione delle intensioni, dove per intensione si intende appunto qualche cosa come un “senso” freghiano, vale a dire – nella lettura di Putnam – uno “stato psicologico” in cui il parlante che comprende o usa il termine si trova o – soprattutto nella lettura di Kripke – la descrizione o il cluster di descrizioni che un parlante associa a un certo termine. A grandi linee, nomi proprie e termini di genere naturale2 acquistano il loro riferimento in una sorta di rito, un battesimo che avviene generalmente per mezzo di una definizione ostensiva3 e che fissa il Vorrei ringraziare per gli utili commenti i partecipanti al seminario dottorandi di Ginevra dove questo lavoro è stato presentato, Giuliano Torrengo per le discussioni che ne hanno preceduto la stesura e Achille Varzi per i suggerimenti e le pazienti letture. 1 In particolare, Kripke 1972 e Putnam 1975. 2 Va da sé che a questo riguardo vi è una differenza non trascurabile tra nomi propri e termini di genere naturale o termini predicativi in senso lato. Mentre nel caso dei nomi propri la rigidità del riferimento è spiegabile direttamente in termini di identità numerica (“Aristotele” denota il medesimo individuo in tutti i mondi possibili in cui denota qualcosa, sebbene le proprietà di tale individuo possano variare), nel caso dei predicati non si può parlare di identità in senso stretto: in questo mondo il riferimento di “acqua” non è tutta l’acqua di questo mondo, ma allora potrebbe benissimo darsi che in altri mondi possibili non ci sia la stessa massa di acqua. Analogamente per i nomi di specie: se il riferimento di “tigre” è la specie, e se le specie sono in qualche modo assimilabili a classi di individui (ma si veda la nota 11), non è detto che questa classe resti costante in tutti i mondi possibili. In un certo senso possiamo dire che, mentre il riferimento dei nomi propri viene fissato in termini quantitativi – “Aristotele” si riferisce a Aristotele a prescindere dalle sue proprietà – quello dei predicati e dei termini di genere naturale viene fissato in termini qualitativi. 3 In quanto “ipotesi quasi-storica” del modo in cui i termini di specie acquisiscono il loro riferimento, l’immagine del battesimo per mezzo di una definizione ostensiva sembra in realtà contraddetta dai fatti. Le ∗ 1 riferimento del termine nel mondo attuale e al tempo stesso in tutti i mondi possibili (nomi propri e termini di genere naturale sono, cioè, “designatori rigidi”). L’associazione iniziale si trasmette poi, di parlante in parlante, per mezzo di una catena causale. In particolare, per quanto riguarda i termini di genere naturale, la teoria di Putnam può essere riassunta nelle tesi4 seguenti: • (T1) L’estensione semantica, e quindi l’intensione (funzione da mondi possibili a estensioni) di un termine di genere naturale non è determinata in maniera univoca dallo stato psicologico interno di un parlante comprendente il termine o avente una credenza espressa da una frase che contiene il termine (si tratta del celebre motto: “I significati non sono nella testa”); (T2) Si può spiegare il significato di un termine di genere naturale in una definizione ostensiva del tipo: per ogni mondo possibile w e ogni individuo x in w, x è acqua in w sse x in w è lo stesso liquido di questo nel mondo attuale, dove il dimostrativo “questo” denota rigidamente esemplari di acqua nel mondo attuale; (T3) In alternativa al riferimento indessicale a esempi paradigmatici, si può anche spiegare il significato del termine di genere naturale in una definizione operazionale, usando una descrizione dell’acqua nei termini delle sue supposte caratteristiche identificanti (il suo “stereotipo”); (T4) I termini di genere naturale hanno una componente indessicale “nascosta”, colta in (T2) e da cui segue che i termini di genere naturale sono designatori rigidi di generi naturali; (T5) I termini di genere naturale che differiscono nella loro estensione semantica differiscono ipso facto nel loro significato. Il significato di un termine di genere naturale come “acqua” determina di per sé, in maniera univoca la sua estensione. • • • • Ora, ciò a cui noi siamo interessati è • (T6) La teoria enunciata in (T1-T5) ha “conseguenze sorprendenti per la teoria della verità necessaria”, cioè l’esistenza di esempi (non triviali) di verità metafisicamente necessarie ma concettualmente contingenti, per esempio che l’acqua è H2O. Quello che vorrei mostrare, dopo aver chiarito il contenuto di (T6) nel §2, è che, almeno per quanto riguarda i nomi delle specie biologiche (T6) non è vera. In primo luogo (§§ 34) applicherò ai nomi di specie il meccanismo, elaborato da Donnellan, che consente di generare verità metafisicamente necessarie e a posteriori. Mostrerò così (§5) che non è possibile derivare l’essenzialismo delle specie meramente dalla teoria del riferimento diretto senza già presupporlo (e in questo senso, il programma di Putnam di derivare l’essenzialismo dalla teoria del riferimento diretto fallisce). Inoltre (§6) l’essenzialismo che bisogna presupporre è ciò che chiameremo un “essenzialismo genetico” che, per essere plausibile, necessita di verificazione empirica e tale verificazione non solo non c’è ma – a detta di molti – è anche difficile che si possa fornire (§7). regole di nomenclatura – in particolare la regola binomiale – fornite da Linneo insieme alla sua tassonomia (tutt’ora in uso) richiedono difatti che una specie venga assegnata a un genere prima di venire nominata. 4 Salmon 2005: cap. IV, parte I individua 9 tesi. 2 §2. Conseguenze sorprendenti? Scrive Putnam: Ciò che Kripke è stato il primo a osservare è che questa teoria del significato (o “uso” o qualcosa del genere) della parola “acqua” (e di altri termini di genere naturale) ha conseguenze sorprendenti per la teoria della verità necessaria, (…) [vale a dire il fatto che] una asserzione può essere (metafisicamente) necessaria e epistemicamente contingente. (Putnam 1975: 232-233). In altre parole, dalla teoria del riferimento diretto del termine “acqua” discenderebbe che: “una volta scoperta la natura dell’acqua, non ci saranno mondi possibili in cui l’acqua non abbia quella natura” (Putnam 1975: 233), e cioè che l’acqua non potrebbe avere nessuna altra struttura chimica se non quella che effettivamente ha, proprio perché la necessità in questione è una necessità metafisica e non epistemica: una sostanza non può avere una certa struttura chimica, diversa da quella dell’acqua ed essere, ciononostante, acqua. Essa sarà semplicemente un’altra sostanza. Il possedere una certa natura quindi è – a differenza del soddisfacimento di una qualche descrizione o cluster di descrizioni associate al termine – condizione necessaria e sufficiente perché qualcosa cada sotto l’estensione di un termine di genere naturale come “acqua”, posto che il riferimento di tale termine sia fissato una volta per tutte. E questa è un’asserzione che cade nell’ambito della metafisica, e non della filosofia del linguaggio o della scienza, che non può essere testata in laboratorio ma solo mediante esperimenti mentali, dal momento che si potrebbe benissimo sostenere che la struttura chimica dell’acqua non sia che una caratteristica accidentale tra altre. Ciò che Putnam intende sostenere è, in altre parole, che da una teoria riguardante meramente il linguaggio discendano conseguenze metafisiche profonde, vale a dire che dalla teoria del riferimento diretto discenda l’essenzialismo dei generi naturali. L’elemento centrale della teoria sopra esposta è la definizione contenuta in (T2). Assumiamo questa quale punto di partenza per vedere come Putnam arriva alla formulazione di (T6): (Def.) Per ogni mondo possibile w e ogni individuo x in w, x è acqua in w sse x in w è lo stesso liquido (“stessoL”) di questo nel mondo attuale, dove il dimostrativo “questo” denota rigidamente esemplari di acqua nel mondo attuale. Due sono le componenti della definizione: il dimostrativo “questo” e la relazione “lo stesso L”. Il dimostrativo “questo” – su cui non ci soffermeremo – costituisce, a grandi linee, la componente indessicale del significato5 che gioca un ruolo cruciale nella teoria di Putnam sia nel rendere “rigidi” i nostri termini di genere naturale sia nel contribuire a fissare l’estensione, nel mondo attuale, dei termini di genere naturale. Uno dei difetti che Putnam 5 Come nota Salmon 2005, anche la definizione operazionale contiene un elemento indessicale, che le permette di svolgere lo stesso ruolo della definizione ostensiva. Ad esempio, la definizione operazionale di “acqua” sarà qualche cosa come: “il liquido incolore, insapore, dissetante che riempie questi mari e questi laghi” oppure come: “il liquido incolore, insapore, dissetante che troviamo qui intorno”. 3 attribuisce alle teorie internaliste del significato è proprio quello di ignorarne la componente indessicale, il fatto che “l’estensione [sia], in parte, determinata indessicalmente. L’estensione dei nostri termini dipende dalla natura effettiva delle cose particolari che valgono quali paradigmi” (Putnam 1973: 711). Ciò che ci interessa più nel dettaglio è la relazione di “stessoL”. Scrive Putnam: Supponiamo che io indichi un bicchiere di acqua e dica: “questo è chiamato acqua”. La mia definizione ostensiva dell’acqua ha il seguente presupposto empirico: che il corpo di liquido che io sto indicando stia in una certa relazione di stessità (“x è lo stesso liquido di y”, o “x è lo stessoL di y”) con la maggior parte della sostanza che io e altri parlanti nella mia comunità linguistica abbiamo in altre occasioni chiamato “acqua”. La mia definizione ostensiva ci dà quindi una condizione necessaria e sufficiente per essere acqua, cioè l’intrattenere la relazione “stessoL” con la sostanza nel bicchiere. La relazione stessoL è una relazione teoretica: se qualcosa sia o non sia lo stesso liquido di questo viene determinato dalla ricerca scientifica. Inoltre, la risposta è rivedibile dalla futura investigazione scientifica. Quindi, se un inglese nel 1750 ha chiamato XYZ “acqua”, mentre i suoi successori non l’hanno chiamata così nel 1800, questo non vuol dire che il significato di acqua è cambiato in quel periodo. (Putnam 1975: 225) Non sono quindi, né le descrizioni che un parlante associa a un termine, né lo stato mentale in cui egli si trova nel comprenderlo, a costituire le condizioni necessarie e sufficienti affinché qualcosa appartenga al genere naturale designato dal termine stesso. Piuttosto, tali condizioni sono fornite da quella che Putnam chiama una “relazione teoretica” che campioni di una certa sostanza intrattengono con i campioni cui mi sto riferendo indessicalmente. Che questa relazione sussista o meno, è compito della scienza determinarlo. Prosegue Putnam: La relazione “stessoL” può essere intesa come una relazione attraverso mondi nel senso che un liquido in w1 che ha (in w1) le stesse importanti proprietà fisiche di un liquido (in w2) intrattiene la relazione stessoL con quest’ultimo liquido. La teoria presentata fin qui può quindi essere riassunta dicendo che: un entità x, in un mondo possibile qualunque, è acqua sse intrattiene la relazione stessoL (costruita come relazione attraverso mondi) con la sostanza che noi chiamiamo “acqua” nel mondo attuale. (Putnam 1975: 232) Sia la definizione ostensiva che quella operazionale sono solo modi di indicare dei paradigmi determinati socialmente: “acqua” su Terra Gemella non è acqua anche se soddisfa la definizione ostensiva o quella operazionale, dato che non sta nella relazione stessoL con la sostanza che, nel mondo attuale, soddisfa effettivamente la definizione ostensiva o quella operazionale. Ma allora, quando possiamo dire che due campioni di una certa sostanza stanno tra loro nella relazione stessoL? X sta nella relazione di stessoL con y solo nel caso in cui (1) siano entrambi liquidi, e (2) x e y concordino in importanti proprietà fisiche. (…) Normalmente le proprietà “importanti” di un liquido o solido, etc., sono quelle che sono strutturalmente importanti: quelle che specificano di che cosa in ultima analisi quel liquido o solido, etc., è fatto. (…) In breve: se c’è una struttura nascosta, allora generalmente essa determina che cosa sia essere un membro di un genere naturale, non solo nel mondo attuale, ma in tutti i mondi possibili. In altre parole, essa determina che cosa noi possiamo e non 4 possiamo controfattualmente supporre circa i generi naturali (“l’acqua avrebbe potuto essere vapore?” sì / “l’acqua avrebbe potuto esser stata XYZ” no). (Putnam 1975: 239-241) Quindi: qualcosa cadrà sotto l’estensione del termine “acqua” se e solo se intratterrà la relazione stessoL con un campione di ciò che viene tipicamente chiamato “acqua” nel mondo attuale. E due campioni di una certa sostanza intrattengono la relazione stessoL, e quindi sono campioni della medesima sostanza, se e solo se6 condividono una certa “natura nascosta” che definisce, appunto, l’estensione del genere naturale. Tutto questo può essere riformulato ricorrendo alla distinzione tra quella che Locke chiamava “essenza reale” (che rende conto della natura caratteristica delle cose di un certo genere) e l’ “essenza nominale” (l’insieme di caratteristiche che usiamo per distinguere gli oggetti appartenenti a un certo genere). La condivisione della prima fornisce le condizioni necessarie e sufficienti per l’appartenenza allo stesso genere (fissando così l’estensione del termine di genere naturale) e – già per Locke – veniva individuata in qualche caratteristica microstrutturale, causa delle proprietà fenomeniche, mentre la seconda corrisponde allo stereotipo putnamiano, vale a dire a quell’insieme di caratteristiche che devono essere conosciute da ogni parlante competente del linguaggio, benché esse non costituiscano una guida affidabile per l’estensione del termine. Arriviamo così a (T6): abbiamo visto che la teoria del riferimento diretto ci dice che l’estensione di un termine di genere naturale non è determinata dalle descrizioni che associamo al termine (essenza nominale) bensì dalla “essenza reale” e lo scoprire quale sia l’essenza dell’acqua (e cioè che l’acqua sia H2O) è compito della scienza, cioè è “epistemicamente contingente”. E sempre alla scienza spetterà sia di stabilire la natura della relazione “stessoL” (e cioè di dirci che due campioni saranno campioni della stessa sostanza se e solo se condivideranno la stessa natura nascosta7, “la stessa ‘essenza’, per così dire” (Putnam 1975: 235)) sia di stabilire se tale relazione di fatto intercorre. Pertanto, afferma Putnam, l’asserzione che deriva dalla teoria del riferimento diretto ed è metafisicamente necessaria e a posteriori. §3. Come si genera “acqua = H2O”? Donnellan (Donnellan: 1973) ricostruisce il “meccanismo” per generare – partendo da definizioni ostensive – verità necessarie e a posteriori concernenti i generi naturali. La verità in questione è l’enunciato di identità “acqua = H2O” che, secondo (T6) deriva meramente dalla teoria del riferimento diretto ed è epistemicamente contingente – dato che spetta alla scienza determinarlo – e metafisicamente necessario poiché i termini di genere naturale sarebbero, come i nomi propri, designatori rigidi e, pertanto, enunciati che 6 In realtà – come vedremo più approfonditamente in seguito – questa sembra talvolta essere condizione sufficiente ma non necessaria. Per il momento, assumeremo che sia condizione sufficiente e necessaria. 7 Più precisamente: “se c’è una certa natura nascosta”. 5 li contengono, se veri, lo saranno in tutti i mondi possibili8. Il meccanismo richiede, in aggiunta alla definizione ostensiva (che fa sì che l’intensione semantica del termine coincida con l’intensione metafisica di una certa sostanza) necessariamente altre due informazioni: l’effettiva natura nascosta del paradigma menzionato nella definizione (nel caso dell’acqua, H2O) e la condizione di “co-genericità”, dobbiamo cioè sapere in che cosa consiste l’essere “dello stesso genere” di qualcos’altro. Ora, secondo Donnellan9, sia il determinare la “natura” di un certo oggetto, sia determinare la co-genericità è una questione di scienza empirica: così come c’è stato un tempo in cui non si conosceva che la struttura chimica dell’acqua fosse H2O, allo stesso modo “c’è stato un tempo in cui non si sapeva o non si credeva o, forse dovrei dire, non faceva parte della concezione che gli uomini avevano dei liquidi, che la stessa struttura chimica fosse una necessità [per la co-genericità]” (Donnellan 1973). È pertanto dalla a posteriorità di queste due informazioni aggiuntive che le verità metafisicamente necessarie concernenti i generi naturali “ereditano” la loro a posteriorità. Donnellan sembra pertanto suggerire il seguente argomento modale10 (Aa): (i) Si dà necessariamente il caso che: qualcosa è un campione di acqua sse è un campione della stessa sostanza di cui questo è un campione; (ii) Questo (campione di liquido) ha la struttura chimica H2O; (iii) Essere un campione della stessa sostanza di qualcosa consiste nell’avere la stessa struttura chimica; quindi (iv) Si dà necessariamente il caso che: ogni campione di acqua ha la struttura chimica H2O . §4. … e “tigre = DNAt”? A questo punto vediamo come questa analisi si applica a un sottoinsieme particolare di nomi di genere naturale, vale a dire i nomi di specie. In realtà, Putnam non parla esplicitamente di “nomi di specie” ma, più ampiamente di “termini di generi naturali” [natural-kind terms]. Tuttavia, dal momento che usa come esempio tipico il nome “tigre” (il corrispettivo nel linguaggio ordinario di Panthera tigris), e cioè un nome di specie, possiamo ragionevolmente inferire che Putnam intende le specie come generi naturali e che le sue considerazioni si applicano anche ai nomi di specie. Proviamo ad applicare, mutatis mutandis, l’argomento modale al nome di specie che lo stesso Putnam sceglie come esempio e otterremo (At): 8 Si consideri un enunciato di identità della forma “A = B”: se è vero, allora è anche necessariamente vero, dal momento che ad “A” e “B” viene assegnato, rispettivamente, lo stesso genere naturale in tutti i mondi possibili. 9 Anche Putnam, se si accetta la tesi della divisione del lavoro linguistico, sembra pensarla nello stesso modo: “ the relation sameL is a theoretical relation: wheter something is or is not the same liquid as this may take an indeterminate amount of scientific investigation to determine”. (Putnam 1975: 225) 10 Salmon 2005: 166-167. 6 (a) (b) (c) Si dà necessariamente il caso che: qualcosa è un membro della specie tigre sse è un membro della stessa specie di cui questo è un membro; Questo (animale) ha il codice genetico DNAt; Essere un membro della stessa specie di qualcosa consiste nell’avere lo stesso codice genetico; quindi (d) Si dà necessariamente il caso che: ogni membro della specie tigre ha il codice genetico DNAt. Prima di proseguire, vediamo quali cambiamenti ha comportato il passaggio da (Aa) a (At) e se essi sarebbero tutti legittimi secondo la teoria di Putnam. In primo luogo, abbiamo sostituito “campione” con “membro”, basandoci sulla concezione metafisica delle specie naturali come classi o insiemi di organismi propria di una visione essenzialista alla Putnam (vicina a quella di Aristotele e di Linneo). Se le specie sono insiemi di organismi, gli appartenenti a una certa specie saranno i “membri” di quella specie11. Per quanto riguarda la seconda premessa, Putnam parla di “campione di liquido” e non dà informazioni ulteriori, ci dice soltanto che “ ‘liquido’ è esso stesso un termine di genere naturale che non tenterò di analizzare qui” (Putnam 1975: 239). Noi faremo la stessa cosa, e sostituiremo “liquido” con “animale”, cioè con un altro termine di genere naturale che ci sembra intuitivamente rappresentare il corrispettivo di “liquido” per un membro di specie animale. Lo stesso Putnam dà questa indicazione quando, come esempi di definizioni ostensive suggerisce: “ ‘questo (liquido) è acqua’; ‘questo (animale) è una tigre’; questo ‘frutto’ è un limone” (Putnam 1975:229). Passiamo ora alla sostituzione di “ha la struttura chimica H2O” con “ha il codice genetico DNAt”. Putnam – seguendo Locke – ci dice che le “proprietà fisicamente importanti” sono in genere le proprietà strutturali, quelle che specificano in ultima analisi di che cosa è costituito l’oggetto in questione. E aggiunge: “Per essere un limone qualcosa deve avere il codice genetico di un limone” (Putnam 1975: 240). Immaginando che qualcosa di analogo possa valere anche per le tigri, diremo che “per essere una tigre qualcosa deve avere il codice genetico di una tigre”, e lo chiameremo convenzionalmente DNAt, intendendo quel “tipo” di codice genetico che tutte e solo le tigri devono possedere per poter essere classificate come tigri. La sostituzione in (iii) segue pianamente dalle sostituzioni operate: se la proprietà “fisicamente importante” delle tigri è il codice genetico, allora tutti i membri della specie tigre avranno lo stesso codice genetico, esattamente come tutti i campioni di acqua avranno la stessa struttura chimica. Se quanto abbiamo detto fin qui è giusto, arriviamo a una conclusione che supporta l’essenzialismo genetico in merito alle specie, e cioè alla conclusione (d) Si dà 11 Una alternativa a questa posizione – in merito allo status metafisico delle specie – sarebbe quella avanzata da Hull (1976) e Ghiselin (1974) che vede le specie come individui, e più precisamente interi mereologici le cui parti sono gli organismi. In questo caso, alla relazione “essere membro di” si sostituisce quella di “esser parte”. Il considerare le specie biologiche come individui, se da un lato sarebbe decisamente compatibile con la teoria del riferimento diretto (i nomi di specie diventano, difatti, “nomi propri” a pieno titolo), permetterebbe di evitare proprio la conclusione cui Putnam vuole giungere, vale a dire l’essenzialismo dei generi naturali. Gli organismi, difatti, apparterrebbero a una stessa specie non per condivisione di una essenza ma per il fatto di esserne delle parti, proprio come un’isola è parte di un arcipelago o un organo è parte di un organismo. Quindi riteniamo improbabile che Putnam sottoscriverebbe questa posizione. 7 necessariamente il caso che: ogni membro della specie tigre ha il codice genetico DNAt, che dovrebbe essere, se Putnam ha ragione, una verità metafisicamente necessaria e a posteriori. §5. Presupposti essenzialisti Riassumendo, il programma di Putnam – contenuto in (T6) – è quello di derivare conclusioni “metafisicamente profonde” da una teoria il cui primo interesse è il linguaggio, e cioè di derivare l’essenzialismo dei generi naturali dalla sola teoria del riferimento diretto. Nella ricostruzione di Donnellan, abbiamo visto come questo avvenga per mezzo di un certo meccanismo che prevede tre elementi: una definizione ostensiva più due informazioni aggiuntive: l’effettiva “essenza nascosta” dei campioni paradigmatici indicati dalla definizione ostensiva e un criterio che abbiamo chiamato di “co-genericità” che ci dice quando due campioni appartengono alla stessa sostanza (e allora sarà un criterio di “co-sustanzialità”), o due membri alla stessa specie (“co-specificità”). Nel caso che ci interessa, l’argomento modale (At) consente di derivare la verità metafisicamente necessaria (e concettualmente contingente) che ogni membro della specie delle tigri ha il codice genetico DNAt. Perché (T6) sia vera – almeno per quanto riguarda i nomi di specie naturale – e cioè per poter dire che l’essenzialismo segue in maniera genuina dalla teoria del riferimento diretto, bisogna poter dimostrare che (d) deriva esclusivamente dalla teoria del riferimento diretto della designazione dei termini di specie o, comunque, dalla teoria del riferimento diretto con l’aggiunta di premesse che siano prive di assunzioni essenzialiste12. In altre parole, occorre dimostrare che (a-c) sono asserzioni proprie della teoria del riferimento diretto o, in alternativa, che sono prive di assunzioni essenzialiste. (a) “Si dà necessariamente il caso che: qualcosa è un membro della specie tigre sse è un membro della stessa specie di cui questo è un membro”; sembra derivare esclusivamente dalla teoria del riferimento diretto e, pertanto, soddisfare i requisiti richiesti. In realtà – ad uno sguardo più approfondito – (a) non tiene se non presupponendo una qualche correlazione tra essenza nominale e essenza reale cioè, nel nostro caso, tra genotipo e fenotipo (quella correlazione causale tra essenza reale e essenza nominale di cui parlava Locke). Difatti, nell’usare la definizione ostensiva o quella operazionale, uso il fenotipo per riferirmi al genotipo. Ora, come precisa Putnam, il genotipo può anche non essere conosciuto (perché un parlante sia competente è richiesto che conosca solo lo stereotipo e cioè abbia una conoscenza “grossolana” del fenotipo), tuttavia, se non si ammette che vi sia una qualche relazione tra i due, la teoria linguistica diventerebbe poco plausibile. Poniamo che non vi sia alcuna relazione: userei una definizione (ostensiva o operazionale) per riferirmi a qualcosa che non ha nulla a che vedere con la definizione stessa, e questo renderebbe la definizione completamente inutile. Putnam sembra accorgersi di questo quando afferma che: “Noi usiamo il nome rigidamente per riferirci a tutte quelle cose che condividono la natura che le cose che soddisfano la descrizione normalmente possiedono” (Putnam 1975: 238). Quindi (a) – contrariamente a quanto sostenuto (da Donnellan, per esempio) deriva dalla teoria del riferimento diretto solo se si assume una correlazione tra 12 Vedi Salmon 2005: cap. 4, parte I. 8 “natura e descrizione”. Che tale correlazione sussista – e in quale grado – è determinabile solo empiricamente Di per sé, la presenza di un presupposto empirico non significa che (a) contenga una assunzione essenzialista, quindi (a) potrebbe ancora soddisfare i requisiti richiesti. Nel caso in cui, però, tale presupposto si riveli empiricamente infondato, esso non sarebbe altro che il riflesso di un assunto tipicamente essenzialista à la Locke, come abbiamo visto. E in questo caso, (a) sarebbe quantomeno sospetto. (b) “Questo (animale) ha il codice genetico DNAt”. Come l’informazione contenuta in (a), anche quella contenuta in (b) sembra, in sé, libera da presupposti essenzialisti. Anche in questo caso, però, riteniamo cha uno sguardo più approfondito ci riveli qualcosa di diverso: mentre è una mera informazione empirica il fatto che un organismo possieda un certo codice genetico (token), non lo è che esista un DNAt, vale a dire un qualche DNA (type), o tratto di DNA(type), che tutti e soli i membri di una specie condividerebbero. Difatti, mentre l’esistenza di organismi individuali sembra difficilmente contestabile, quella di oggetti come le specie biologiche è oggetto di controversia. Kitcher (1984) riconosce nove concetti di specie e Mayden (1997) addirittura ventidue. Ogni concetto di specie si basa su un diverso criterio producendo differenti divisioni degli organismi in specie, che talvolta si sovrappongono e talvolta sono incompatibili. Comunque, posto che si assuma quale concezione delle specie quella suggerita da Putnam, cioè quella di una classe di organismi che condividono una essenza, una “struttura genetica”, resta da vedere se tale assunzione sia empiricamente fondata, se cioè la biologia contemporanea riconosca l’esistenza, all’interno di una certa classe di organismi di un codice genetico comune. In caso contrario – se la biologia mostra che, dati i codici genetici (token) dei vari organismi membri di una stessa (supposta) specie, non esiste nessun codice genetico “tipo” di cui i token sarebbero istanze – allora (b) non è una informazione empirica, bensì – come (a) – un presupposto basato su una posizione metafisica essenzialista. E pertanto non soddisfa i nostri requisiti. Infine, per quanto riguarda (c) (“Essere un membro della stessa specie di qualcosa consiste nell’avere lo stesso codice genetico”), bisogna notare che la biologia contemporanea riconosce l’esistenza di diversi criteri per la co-specificità, a seconda del “concetto” di specie che si decida di adottare (ogni definizione di “specie” fa appello a un differente criterio per la co-specificità). Quindi, che il criterio della co-specificità risieda nel codice genetico è una possibilità tra molte, di certo non l’unica. Anche in questo caso, quindi, la scelta del criterio per la co-specificità sembra già essere conseguente a una scelta metafisica ben precisa: solo assumendo che le specie siano classi di organismi definite da una qualche essenza genetica si riconoscerà un certo criterio come criterio per la co-specificità. Tipicamente poi, un essenzialista sosterrà che quello in questione è il criterio per la co-specificità sulla base di una posizione realista (le specie sono entità reali, mente-indipendenti) secondo cui il criterio per la co-specificità viene scoperto e non stabilito convenzionalmente. E, ancora, nel caso in cui gli esperti cui la divisione del lavoro linguistico assegna il compito di individuare “la natura nascosta” ci dicano che non vi è siffatta natura, il ruolo di essenza verrà giocato dalle proprietà ostensive: in questo caso, in luogo dell’essenzialismo genetico avremo una forma di “essenzialismo fenetico”. Questo è quello che sembra sostenere Putnam quando afferma: 9 Una malcomprensione deve essere evitata: ritenere che la teoria che abbiamo esposto implichi che i membri dell’estensione di un termine di genere naturale necessariamente hanno una struttura nascosta comune. Potrebbe difatti rivelarsi che i campioni di liquido che noi chiamiamo “acqua” non hanno importanti caratteristiche fisiche comuni eccetto quelle superficiali. In quel caso, condizione necessaria e sufficiente per essere “acqua” sarebbe il possesso di un numero sufficiente di caratteristiche superficiali. (Putnam 1975: 240-41) Anche (c) quindi, e cioè la “scelta” del criterio di co-specificità è l’indizio di una posizione metafisica ben precisa, e non – come vorrebbe Donnellan – una questione meramente empirica: solo se assumo l’essenzialismo genetico in merito alle specie posso dire che l’essenza è costituita dal codice genetico, dal momento che dal punto di vista empirico non vi sono evidenze a favore di un criterio o di un altro, come dimostra il fatto che in biologia stiano sempre più prendendo strada posizioni di carattere pluralistico secondo cui diverse concettualizzazioni del mondo naturale sono ugualmente legittime. Se la nostra lettura di (b-c) è corretta, è difficile vedere come l’essenzialismo possa derivare dalla teoria del riferimento diretto in maniera genuina: tutte le premesse rivelano, a uno sguardo più attento, assunzioni essenzialiste più o meno implicite. In particolare, l’essenzialismo in questione è di tipo “genetico” anche se – come abbiamo visto – Putnam sembra lasciare aperta, nel caso in cui l’essenzialismo genetico si riveli empiricamente infondato, l’opzione alternativa dell’ “essenzialismo fenetico”. Ora, posto che il programma di Putnam in questo senso fallisca – e cioè che (T6) sia falsa, possiamo comunque chiederci se la teoria dell’essenzialismo (genetico o fenetico) in merito alle specie biologiche sia una buona teoria, cioè una teoria unanimemente accettata da quegli “esperti” cui tocca il compito di dirci come davvero stanno le cose: “In generale, la scienza cerca, investigando i tratti strutturali basilari, di trovare la natura, e quindi l’essenza (nel senso filosofico), del genere” (Kripke 1972:330). In caso contrario, la teoria del riferimento diretto dei termini di specie non solo presupporrebbe una particolare teoria metafisica (l’essenzialismo delle specie biologiche), ma anche presupporrebbe una teoria difficilmente sostenibile. §6. Essenzialismo Possiamo riassumere l’essenzialismo nella congiunzione delle seguenti tesi: (1) Le specie possiedono una “essenza reale” che occorre in tutti e soli i membri della specie. (2) L’essenza reale costituisce il criterio per la co-specificità. (3) L’essenza reale determina l’essenza nominale. Secondo questa particolare concezione, che risale in ultima analisi a Aristotele, le specie sono fissate una volta per tutte nei loro confini nettamente demarcati; sono esempi paradigmatici di generi naturali definiti da una essenza, essenza che tutti e soli i membri 10 del genere devono condividere13. Ora, che questa sia la posizione “comunemente accettata” in merito alle specie biologiche è estremamente controverso, principalmente per due ordini di obiezioni. Il primo ordine di obiezioni riguarda lo statuto metafisico delle specie così intese, che sarebbe incompatibile con la teoria dell’evoluzione. Se le specie sono generi, allora sono oggetti atemporali e non evolvono. Inoltre, l’evoluzione comporta per definizione cambiamenti reali, che gli oggetti astratti non sono in grado di esibire. Ci sono due modi per resistere a questo argomento: o negare che le specie siano i “soggetti” dell’evoluzione, o riconoscere che le essenze sono storiche. Ci sono, in effetti, posizioni che negano che le specie siano i protagonisti dell’evoluzione (individuandoli nei singoli organismi o nei geni, o nelle popolazioni o, ancora, negli avatars), ma – nel momento in cui sembra esserci un ampio accordo sul fatto che quello di “specie” sia un termine proprio della biologia evoluzionista e, inoltre, che le specie godano, rispetto agli altri taxa, di uno stato ontologico privilegiato, tali posizioni sembrano minoritarie. Quanto al riconoscimento della storicità delle essenze, è stato notato (Slater 2005) che tale manovra comporterebbe una dissoluzione dell’essenzialismo stesso. Se guardiamo poi alla posizione di Putnam, la storicità delle essenze sembra venire decisamente esclusa: che l’acqua sia H2O, è una verità tanto nel 1750 quanto nel 1950. Ciò che cambia sono le descrizioni che associamo ai termini di genere naturale, o i nomi stessi, ma non la natura dei generi cui quei termini si riferiscono. Il secondo ordine di obiezioni riguarda invece la difficoltà nell’individuazione di una essenza reale: se una essenza non viene trovata, forse è perché semplicemente non c’è. E benché informale, questo secondo argomento mi sembra piuttosto attraente. Cominciamo con l’essenzialismo fenetico (l’opzione “alternativa” di Putnam), secondo cui le specie sono entità definite da una proprietà o – più generalmente – un insieme di proprietà morfologiche “grossolane” che tutti e solo i membri di una certa specie devono possedere per essere membri di quella specie. Benché sembri esserci una “tendenza naturale e pratica nel raggruppare gli organismi sulla base delle caratteristiche osservabili”14 (si noti, per inciso, che il termine “specie” deriva dal latino “specĕre” che significa “osservare”), il concetto fenetico di specie, di fatto, non trova più sostenitori all’interno della biologia contemporanea. Anche non tenendo conto del fatto che il concetto di similarità è un concetto vago (“quanto simile è abbastanza simile?” o, come chiede ironicamente Henning (1966): “La divergenza morfologica tra un lombrico e un leone è minore o maggiore di quella tra una lumaca e uno scimpanzé?”), è comunemente riconosciuto che le specie siano politipiche, cioè che le proprietà ostensive dei loro membri siano altamente variabili. Si pensi al polimorfismo ecologico di organismi della stessa specie che vivono in ambienti dalle caratteristiche diverse o al dimorfismo sessuale, o al polimorfismo che possiamo vedere durante il ciclo vitale di uno stesso organismo. Ad esempio, se ci si basasse solo sulle caratteristiche osservabili, sarebbe difficile includere il maschio e la 13 Secondo Ereshfsky (in corso di pubblicazione), una essenza di un genere naturale deve possedere i caratteri di universalità e unicità. Come mi ha giustamente fatto notare Varzi (comunicazione personale), il solo carattere di universalità sembra essere sufficiente. 14 Mayr 1982: 252 e Atran 1990:56. 11 femmina del pavone (Pavo cristetus) all’interno della stessa specie, dal momento che variano sia la forma (il maschio presenta un lungo strascico composto da più di centocinquanta penne), sia il colore (grigio-marroncino per la femmina, blu metallico, verde, giallo, rosso e nero per il maschio) sia la grandezza (il maschio è lungo fino a 230 cm e la femmina al massimo 90). Oppure si pensi ai cervi, dove la dimensione dei maschi è decisamente maggiore di quella delle femmine e i maschi si distinguono per la presenza del palco. In più, il palco cade in inverno per poi riformarsi in pochi mesi, più ramificato e robusto (e cioè, ogni anno diverso dall’anno precedente). E questi non sono che alcuni tra gli esempi più noti. In breve, le caratteristiche osservabili sono contingenti, dipendendo dall’età dell’organismo, dall’ambiente in cui vive, dal suo sesso, dal suo ruolo sociale (negli insetti che presentano organizzazioni di tipo sociale, gli individui appartenenti a “caste” diverse presentano caratteristiche osservabili diverse) e così via. Le proprietà morfologiche mostrano variazioni intraspecifiche significative, e la gamma di variazioni all’interno di una specie spesso si sovrappone con la gamma di variazioni della stessa proprietà all’interno di altre specie (Mayr 1970: cap.2). L’essenzialismo fenetico è stato universalmente rigettato da quando la teoria dell’evoluzione ha minato la credenza nella fissità delle specie e viene, ad oggi, sostenuto solo in forma indiretta, come conseguenza di una interpretazione in senso nomico di (3), secondo cui l’essenza delle specie non sarebbe costituita dalle proprietà morfologiche, bensì dalle proprietà genetiche, che a loro volta sarebbero causalmente responsabili di quelle morfologiche. L’essenzialismo fenetico può pertanto essere ricondotto a quello genetico, a cui ora ci rivolgeremo. §7. Essenzialismo genetico Possiamo riassumere l’essenzialismo genetico nella congiunzione delle tre tesi precedenti, opportunamente declinate: (1) Le specie possiedono una “natura nascosta” che è la loro “essenza reale” e che occorre in tutti e soli i membri della specie. (2) La natura nascosta, che costituisce il criterio per la co-specificità, è costituita dal codice genetico. (3) Esiste una corrispondenza tra proprietà ostensive e natura nascosta. (1) Benché l’essenzialismo fenetico sia stato messo fuori gioco, si potrebbe ancora confidare – alla Putnam – nella presenza di una proprietà più nascosta, probabilmente microstrutturale, che sia adeguata a giocare il ruolo di essenza. Più specificamente, si può pensare che una qualche descrizione del materiale genetico possa provvedere una genuina proprietà essenziale. In questo modo, le differenze intra-specifiche sarebbero conseguenze contingenti di diverse interazioni con l’ambiente, mentre la natura nascosta rimarrebbe controfattualmente (e storicamente) stabile15. Il problema è che la variabilità tra gli individui di una stessa (supposta) specie non è riscontrabile solo a livello fenetico ma anche genetico. Anzi, sembra essere proprio la selezione naturale a generare specie con un 15 Cf. Dupré 1995:cap.I. 12 alto grado di variazione genetica, dal momento che questo può mettere in grado la specie di sopravvivere a cambiamenti delle condizioni ambientali. La negazione della fissità delle specie – tanto al livello delle caratteristiche osservabili quanto di quelle genetiche – sembra escludere che le essenze possano “occorrere in tutti e soli i membri di una specie”. Supponiamo che un certo tratto si trovi in tutti i membri di una specie. I meccanismi alla base dell’evoluzione (mutazione, ricombinazione e deriva genetica) possono far sì che quel tratto non occorra in un futuro membro della specie. E se un tratto non compare in tutti i membri della specie, allora non è essenziale. Inoltre, un certo tratto, per esser considerato essenziale, deve occorrere nei soli membri della specie: eppure specie diverse spesso vivono in habitat simili che causano l’evoluzione di tratti paralleli; e spesso individui appartenenti a specie diverse condividono antenati comuni, condividendo così parte del materiale genetico. “Perché l’essenzialismo funzioni, un tratto deve occorrere in tutti i membri della specie, per l’intera vita della specie – dall’ evento iniziale della sua speciazione alla sua estinzione. Inoltre, perché un tratto sia una proprietà essenziale di una specie, deve occorrere solo in quella specie. Cioè, il tratto in questione non deve occorrere in nessun membro di nessuna altra specie durante l’intero corso della vita su questo pianeta”16. In conclusione, non possiamo dire che (1) sia infondata. Ma, ad oggi, nessuna “natura nascosta” sembra esser stata trovata tale da soddisfare i requisiti richiesti a una essenza e, benché non sia empiricamente impossibile trovarla, sembra – dopo Darwin – quantomeno estremamente improbabile. (2) In primo luogo, occorre distinguere tra un “essenzialismo individuale” e un “essenzialismo specifico”. Secondo l’essenzialismo individuale, ogni individuo avrebbe una proprietà (o un insieme di proprietà) essenziali che permangono lungo il corso della sua esistenza. Per quanto riguarda l’essenzialismo individuale, credo che il genoma17 potrebbe – almeno in alcuni casi – svolgere il ruolo di essenza: ad esempio, fatta eccezione per i gemelli monozigoti, il genoma di un individuo umano è differente da quello di ogni altro individuo. Non potrebbe però svolgere quel ruolo causale richiesto all’essenza reale da Locke (e da Putnam), e cioè soddisfare (3), se per ruolo causale si intende una correlazione di tipo nomico. Tuttavia, anche ammessa una qualche forma di essenzialismo genetico individuale, da esso non discende automaticamente l’essenzialismo specifico presupposto dalla teoria di Putnam. L’essenzialismo individuale richiede esclusivamente che un organismo possieda un certo genoma (token), e che quel genoma (token) rimanga immutato lungo il corso della sua esistenza. Per sostenere l’essenzialismo specifico è richiesto qualcosa di diverso, e cioè esista una sorta di DNA type, proprio della specie (quello che, nel caso delle tigri, abbiamo chiamato DNAt) di cui tutti e soli i DNA token dei membri della specie siano istanze. Come abbiamo visto, però, 16 17 Ereshefsky in corso di pubblicazione. Si parla genericamente di “struttura genetica” o “corredo genetico”, ma l’espressione non vuol dire nulla, dal momento che può venire letta a diversi livelli di descrizione. In quanto segue, farò ricorso alle espressioni “genoma” o “DNA” usandole come sinonimi, intendendo l’insieme di tutti i geni che compongono una molecola di DNA. Eviterò invece di usare l’espressione “codice genetico” perché – benché sia comunemente considerata come sinonimo di “genoma” – indica in realtà il codice costituito dalle triplette di nucleotidi che servono per la formazione delle catene polipeptidiche, ed è uguale in tutti gli organismi (Ringrazio .. per avermi chiarito questo punto). 13 i DNA token sono diversi da individuo a individuo. Pertanto, il criterio per la cospecificità non può consistere nel possesso di uno stesso genoma in senso stretto. Possiamo chiederci se esista una qualche “sequenza standard” di DNA propria di tutti e soli i membri di una specie, e per fare questo dobbiamo “scendere” nell’analisi al livello dei geni che compongono la molecola di DNA. Il primo problema che incontriamo è che non c’è una definizione univocamente accettata del termine “gene”18. In secondo luogo, non c’è un singolo modo “naturale” di segmentare il DNA in unità funzionali, bensì molti (si deve anche tener conto del fatto che la funzione svolta da un gene non è determinata una volta per tutte ma dipende dal contesto cellulare esterno). Consideriamo il caso della specie Homo sapiens. “Ogni genoma umano differisce dall’altro. Il DNA che io ho ricevuto da mia madre differisce di circa un decimo dell’un per cento – ossia per tre milioni di nucleotidi – dal DNA che ho ricevuto da mio padre, e io differisco di circa quella stessa quantità da qualsiasi altro essere umano”. E, in più: “non esiste un’unica sequenza standard, “normale” di DNA, che sia comune a tutti noi” (Lewontin 2002a:122). Di conseguenza, non solo l’essenza, e quindi il criterio della cospecificità, non può consistere nel possesso dello stesso genoma, ma neppure in quello di una qualche “sequenza standard” di genoma, che tutti i membri della specie uomo possiederebbero. E neppure che i soli membri della specie uomo possiedono: condividiamo con gli scimpanzé all’incirca il 98,5% del DNA. Inoltre, al di là delle difficoltà viste sopra in merito all’estensione del termine “gene”, si ritiene che gli esseri umani abbiano circa 32.000 geni; i moscerini della frutta 13.000; il verme nematode 18.000; l’erba della senape 26000. Come osserva Lewontin, a giudicare dai nostri genomi, non siamo poi molto diversi dagli ortaggi! La reazione alla scoperta che gli esseri umani non hanno una quantità di informazione genomica molto più ricca di piante e vermi ha portato gli scienziati a passare dal “progetto genoma” a quello che potremmo chiamare “progetto proteoma” che si propone di studiare la serie completa di tutte le proteine fabbricate da un organismo19 . Quella “struttura nascosta” di cui siamo alla ricerca sembra sfuggire sempre più, forse bisognerebbe semplicemente accettare che “non c’è nulla di identificabile come assolutamente comune a tutti gli esseri umani. Secondo la biologia corrente, non c’è nessun minimo comun denominatore genetico, nessuna essenza genetica” (Robert-Baylis 2003:4). D’altra parte, neppure per gli esempi paradigmatici di generi naturali una tale essenza sembra poter essere rintracciata: la presunta identità di struttura chimica dei campioni di acqua è relativa al livello di descrizione. Senza ricorrere ai mondi possibili, è possibile 18 Tradizionalmente, si pensa a un gene come a una unità funzionale e discreta di DNA, che contribuisce alla sintesi proteica e al metabolismo della cellula; nella genetica mendeliana – invece – un gene era “l’unità discreta dell’eredità”; secondo Dawkins, ancora, un gene è una qualsiasi sequenza discreta, e non troppo lunga, di DNA. Durante lo sviluppo del progetto “Genoma Umano” (il cui scopo era quello di stabilire la completa sequenza dei nucleotidi che costituiscono tutti i geni del genoma umano) le cose si sono complicate al punto che “molti biologi molecolari preferiscono da qualche tempo adottare una definizione convenzionale di “gene”, dipendente dal singolo contesto e variabile da caso a caso” (Pievani 2005: 126). 19 I sostenitori del progetto “Genoma Umano” ritenevano che fossero i geni a fabbricare le proteine e che quindi, una volta completato l’elenco dei geni avremmo ipso facto conosciuto tutte le proteine. In realtà, i geni si limitano a specificare la sequenza degli aminoacidi che si legano insieme nella formazione di una molecola chiamata polipeptide, che deve poi ripiegarsi per formare una proteina. Ma il polipeptide può ripiegarsi in molti modi diversi, dando origine a proteine diverse. 14 vedere come l’asserzione che l’acqua è H2O non sia vera in questo mondo20 se solo si guarda alla composizione chimica dell’acqua, così come di molte altre sostanze, a un livello di descrizione più basso: l’acqua che troviamo in natura ha generalmente una composizione isotopica. Questo significa che i nostri mari, laghi e fiumi contengono un liquido la cui composizione chimica di fatto varia: l’idrogeno può essere idrogeno-1 o deuterio, l’ossigeno può essere ossigeno-16, 17 o 18. (3) Infine, tipicamente si ritiene che le essenze – oltre a determinare il “tipo” di appartenenza, determinino le altre proprietà e il comportamento degli oggetti appartenenti al genere di cui esse sono essenze. Che esista una qualche correlazione tra genotipo e fenotipo è innegabile. Che sussista una determinazione del tipo richiesto alle essenze reali, per cui dato un certo genoma necessariamente consegue un ben preciso fenotipo è decisamente meno plausibile. Il DNA di un organismo è condizione necessaria ma non sufficiente per la sua determinazione fisico-comportamentale: “in qualsiasi momento della sua vita un organismo vivente è la conseguenza unica di una storia evolutiva che risulta dall’interazione e dall’influenza reciproca di forze interne ed esterne, [le quali] sono esse stesse in parte conseguenza delle attività dell’organismo” (Lewontin 2002a: 116). Consideriamo i risultati di alcuni esperimenti21 fatti su un campione di Achillea millefolium, scelta perché da questa pianta si possono facilmente clonare individui geneticamente identici semplicemente tagliando una pianta a pezzi, ciascuno dei quali diventerà una pianta nuova e completa. La pianta di Achillea viene tagliata in tre parti: a viene fatto crescere a 30 metri sul livello del mare, b a una altitudine intermedia (1400 metri) e c in montagna, a 3050 metri. Come abbiamo detto, i tre individui sono geneticamente identici, poiché sono stati ottenuti dal medesimo esemplare iniziale, quindi se (3) fosse vera avremmo tre fenotipi indistinguibili. Invece – considerate allo stesso stadio del loro sviluppo – è possibile vedere che, mentre a è alta all’incirca 50 centimetri e presenta infiorescenze, b è alta poco più di dieci e c è alta una quarantina di centimetri. Inoltre, variano sia la forma sia la distanza tra le foglie. Un genotipo, quindi, non dà luogo a un unico tipo di sviluppo, ma a una vasta gamma di “sviluppi possibili” in ambienti diversi e, in generale, “non c’è modo di prevedere l’ordine di crescita nei vari ambienti, né è possibile stabilire una correlazione tra gli schemi di crescita nei diversi contesti” (Lewontin 2002b: 18). Infine, neppure la somma geni + ambiente è sufficiente a determinare un organismo. Ad esempio, i moscerini delle frutta hanno lunghi peli che servono da organi sensoriali. Il loro numero e la loro collocazione differiscono tra il lato destro e quello sinistro del moscerino, ma non in maniera sistematica. Eppure, i due lati del moscerino hanno gli stessi geni e nel corso dello sviluppo hanno avuto lo stesso ambiente. La variazione tra i lati è una conseguenza di movimenti cellulari e eventi molecolari casuali nelle cellule durante lo sviluppo, il cosiddetto “rumore evolutivo”. Qualcosa di analogo si può riscontrare anche negli esseri umani: ad esempio, la mia impronta digitale destra e quella sinistra sono diverse e anche i gemelli monozigoti (quindi con identico patrimonio genetico) hanno impronte digitali diverse. Al livello delle specie, è riconosciuta 20 21 Weisberg 2005. L’esperimento, in forma semplificata, è tratto da Clausen, Keck e Heisey: 1948. 15 l’esistenza di “specie gemelle” [sibling species] che, pur essendo geneticamente lontane (i loro rispettivi membri non si incrociano), presentano un fenotipo pressoché indistinguibile, vivendo in habitat analoghi. §6. Conclusione Come abbiamo visto, la teoria del riferimento diretto dei nomi di specie elaborata da Putnam, anziché avere come conseguenza l’essenzialismo delle specie, sembra piuttosto presupporlo. Le premesse empiriche della teoria del riferimento diretto dei nomi di specie naturali si sono rivelate, a uno sguardo più approfondito, presupposti propri di una particolare concezione metafisica delle specie biologiche, vale a dire la concezione delle specie come generi naturali definiti da una essenza. Ammesso questo, ho cercato di mostrare come l’essenzialismo, in particolare quello genetico, non sia sostenibile – almeno nella forma presupposta dalla teoria di Putnam – sulla base dei risultati della biologia contemporanea perché basato su tre tesi di cui una, ad oggi, non supportata da risultati empirici (1), e due invece negate da evidenze empiriche (2-3). Indicazioni bibliografiche Atran, S., 1990, Cognitive Foundation of Natural History: Towards an Anthropology of Science, Cambridge, Cambridge University Press. Clause, J.C., Keck, D.D., Heisey, W.W., 1948, Experimental Studies on the Nature of Species, vol. III, Environmental Resposnses of Climatic Races of “Achillae”, Carnegie Institution of Washington, Publication n° 581, Washington. Donnellan, K.S., 1973, “Substance and Individuals”, Unpublished commentary on Putnam, delivered at the 1973 American Philosophical Assotiation Eastern Division Symposium on Reference. Dupré, J., 1995, The Disorder of Things. Metaphysical Foundations of the Disunity of Science, Cambridge, Harward University Press. Ereshefsky, M., Systematics and Taxonomy, “The Blackwell Companion to Philosophy of Biology”, in corso di pubblicazione. Ghiselin, M.T., 1974, “A Radical Solution to the Species Problem”, Systematic Zoology, 23 (1974): 436-544. Henning, W., 1966, Phylogenetic Systematics, Urbana, University of Illinois Press. Hull, D.L., 1976, “Are Species Really Individuals?”, Systematic Zoology, 25 (1976): 174191. Kitcher, P., 1984, “Species”, Philosophy of Science, 51 (1984): 308-33. Lewontin, R.C., 2002a, It Ain't Necessarily So : The Dream of the Human Genome and Other Illusions, London, Granta books, 2001; Il sogno del genoma umano e altre illusioni della scienza, tr. it. di M. Sampaolo, Roma, Laterza, 2002. Lewontin, R.C., 2002b, Gene, organismo e ambiente. I rapporti causa-effetto in biologia, Roma-Bari, Laterza. Kripke, S.A., 1972, Naming and Necessity, Cambridge, MA: Harvard University Press. 16 Mayden, R.L., 1997, “A Hierarchy of Species Concepts: The Denouement in the Saga of the Species Problem”, in Claridge, M.F. et al. (ed.), Species: The Units of Biodiversity, London, Chapman and Hall: 381-424. Mayr, E., 1970, Population, Species, and Evolution, Cambridge, Harward University Press. Mayr, E., 1982, The Growth of Biological Thought, Cambridge, Harvard University Press. Pievani, T., 2005, Introduzione alla filosofia della biologia, Roma-Bari, Laterza. Putnam, H., 1973, “Meaning and Reference”, The Journal of Philosophy 70 (November 8): 699-711. Putnam, H., 1975, “The Meaning of ‘Meaning’ ”, in Putnam, H., 1975, Philosophical Papers II: Mind, Language and Reality. Cambridge: At the University Press. Robert, J.S.-Baylis, F., 2003, Crossing Species Boundaries, “The American Journal of Bioethics”, 3, 3 (2003) :1-13. Salmon, N.U., 2005, Reference and Essence, New York, Prometeus Book. Slater, M.H., 2005, The Metaphysics of Species and Specious Metaphysics [ tesi di dottorato, II cap., draft Agosto 2005], URL= http://matthew.visualdetail.com/research/index.html. Weisberg, M., 2005, “Water is not H2O”, in Baird, T., et.al., Philosophy of Chemistry: Sinthesis of a New Discipline, New York: Springer: 337-345. 17
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