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Phd Thesis

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TORINO Dottorato di ricerca in Scienze del Linguaggio e della Comunicazione Indirizzo in Scienze e Progetto della Comunicazione Ciclo XXII Facebook e la celebrazione della Quotidianità Semiotica del social (media) networking Tesi presentata da: Daniela GHIDOLI Matricola n. 315446 Tutor: Prof. Guido FERRARO Coordinatore di Dottorato Prof. Ugo VOLLI ANNI ACCADEMICI 2007/2010 Settore scientifico disciplinare di afferenza: M-FIL/05 2 INDICE 1  Attorno a Facebook: dalle impressioni ai dati di ricerca................................... 7  1.1  Da Facebook come racconto a raccontarsi su Facebook: narrativa e manualistica tecnico-commerciale, ovvero definizioni e proliferazioni semantiche ................... 7  1.2  Dal Marketing mediatico agli oggetti sociali quali nodi del web semantico ........ 15  1.2.1  Trend di mercato: il social graph come strategia di diffusione ................ 16  1.2.2  Memorie e perdono digitale ...................................................................... 18  1.2.3  Geolocalizzazione e Facebook Deals ........................................................ 20  1.2.4  Social Graph e capitale sociale ................................................................. 22  1.2.5  Oggetti sociali e metriche di valorizzazione.............................................. 24  1.3  Effetti mediatici e influenze tecnologiche di Facebook ........................................ 30  1.3.1  La creazione dell’uomo-macchina ............................................................ 31  1.3.2  La reinvenzione della superficialità come luogo del senso ....................... 38  1.4  Facebook e la dimensione personale ..................................................................... 42  1.4.1  La costruzione della propria identità: reale, virtuale, aspirazionale? .... 44  1.4.2  La produzione mediatica dell’ io ontico ................................................... 50  1.5  Reti sociali: variabili di misurazione e limiti delle osservazioni........................... 53  1.5.1  Lo sviluppo del capitale sociale ................................................................ 54  1.5.2  La costituzione di reti sociali secondo la prospettiva dei Social Network Analysis...................................................................................................... 58  1.5.3  Le reti come attori sociali, tra programmazione e commutazione ............ 61  2  Questioni di metodo: Semiotica e Social network sites .................................... 65  2.1  Dispositivi semiotici ed effetti di deresponsabilizzazione: la società sintetica ..... 69  2.1.1  Le interfacce come spazio di azione: mediazioni interoggettive delle relazioni intersoggettive, dove inizia l’agency? ........................................ 78  2.2  L’analisi del contenuto: scene di enunciazione e relazioni narrative .................... 88  2.2.1  Il sito da cornice di significazione dell’azione a modello enunciativo multiprospettico ......................................................................................... 92  2.3  La società sintetica .............................................................................................. 100  2.3.1  La costituzione dell’”io semiotico” in Rete e su Facebook: influenze strutturali e percorsi di oggettivazione ................................................... 102  2.3.2  Dall’io semiotico all’identità collettiva: enunciarsi ed enunciare per saldarsi ai valori in comune .................................................................... 106  2.3.3  La quotidianità enunciata come atto sanzionatorio narrativo: verso le forme di vita ............................................................................................. 109  2.4  Impianto metodologico........................................................................................ 115  3 2.4.1  Motivazione della ricerca e interrogativi di partenza ............................. 118  2.5  Ipotesi di ricerca................................................................................................... 120  2.5.1  Disegno di ricerca.................................................................................... 122  2.5.2  Corpus ...................................................................................................... 125  3  Dall’architettura di Facebook alla celebrazione della quotidianità .............. 130  3.1  Installazione di Facebook .................................................................................... 130  3.1.1  Homepage: tra mascheramenti di destinanti e suture di piani impertinenti132  3.1.2  Agenti, soggetti, destinanti, ancoraggi bio-psicologici, narrazioni: presa di posizione .............................................................................................. 144  3.2  Vivere Facebook .................................................................................................. 147  3.2.1  Punti di vista e fughe di libertà ................................................................ 153  3.2.2  Presentificazione di un’amicizia normata ............................................... 159  3.2.3  Facebook è un sistema autopoietico? ...................................................... 166  3.3  L’agency soggettiva: la messa in scena della propria identità, tra scontri e incontri narrativi ................................................................................................................ 173  3.3.1  L’io normalizzato ..................................................................................... 176  3.4  Io e la Rete: proposta di un modello attanziale .................................................... 187  3.4.1  Dal discorso sociale, al discorso attanziale ............................................ 190  3.4.2  L’agency cognitiva intersoggettiva, ovvero la razionalità strategica e la valorizzazione dell’atto collaborativo ..................................................... 196  3.4.3  Scontri di strategie enunciazionali e strategie enunciative: i quattro regimi di interazione ........................................................................................... 202  3.5  Conclusioni .......................................................................................................... 211  4  Riferimenti Bibliografici ................................................................................... 215  4.1  Bibliografia Capitolo I ......................................................................................... 215  4.2  Bibliografia Capitoli II e III ................................................................................. 225  4 Il progetto di ricerca ha dovuto affrontare una serie di tematiche complesse, dalla metodologia da adottare per l’analisi delle conversazioni online fino alle basi teoriche che la giustificano, perchè al momento non esiste una metodologia semiotica condivisa e strutturata. La tematica affronta un’ampia e particolareggiata sfera problematica, perchè di fatto rimette in discussione: le modalità di strutturazione del corpus di indagine; la separazione e integrazione tra approccio desk e field; la considerazione di un testo strutturato con delle dinamiche interazionali; la considerazione di dinamiche interazionali mediate, attraverso linguaggi, generi e canali eterogenei e difficilmente accorpabili fra loro. E ancora, la relazione tra cultura e lingua; la salienza dei discorsi online nell’osservare cultura, trend culturali, tribù, ma anche percezioni, assimilazioni, interpetazioni di comunicazioni commerciali e di consumo; la relazione tra testo, cotesto, contesto e lo sviluppo di relazioni; la differenziazione in particolare tra semiotica testuale, semiotica interpretativa e semiotica dell’esperienza, ultimo filone della semiotica tendente alle scienze sociali. Per approcciare l’analisi delle conversazione online all’interno dei social media, è stato prima di tutto necessario ristringere il campo di analisi, perchè la classificazione dei Social Media è estremamente varia e differenziata: ci sono siti di Social Networking come Facebook, Myspace; community ristrette come Zopa.it, Zoopa.com, ZZUB.it; blog e forum, siti di Content Sharing come Yotube, Flickr, Slideshare, Slide.com; microblogging come Twitter, Friendfeed e Pownce; piattaforme di collaborazione, piattaforme di online gaming, per citarne alcuni. E’ stato pertanto scelto di restringere l’osservazione a un unico sito di social networking, attaulmente quello più diffuso e popolare: Facebook. Si potrebbe obiettare che Facebook non sia il principale social media su scala mondiale, perchè Hyves nei Paesi Bassi è sicuramente più attivo, o Vkontakte in Russia, ma gli obiettivi di ricerca sono volti a individuare un protocollo di ricerca, in grado di considerare tutti i vincoli relativi all’ambiente e di depurare e filtrare i dati di ricerca tarandoli rispetto a influenze ed effetti di senso presupposti dall’ambiente stesso, dalle modalità di interazione indotte ai programmi narrativi precostituiti dalla stessa piattaforma; dal livellamento linguistico dettato dai codici preselezionati al set valoriale condivisibile perchè riconosciuto “socialmente”, ovvero riconosciuto nelle modalità e nelle specifiche che il sistema stesso ha deciso. Dunque a questo livello non ci interessa appurare quali valori culturali emergono dall’uso del social media, seppur evidenziando alcune forme di vita che si esprimono attraverso Facebook, ma tarare, depurare, scardinare ogni visione “ingenua”. Dunque il modello di analisi di taratura può essere applicato a Facebook come a qualsiasi altra piattaforma sociale, l’obiettivo è definire parametri e metodologia. E scegliamo Facebook non solo come modello ambizioso, ma perchè è attualmente l’unica piattaforma considerabile come “generalista”, scelta dagli utenti stessi per facilità e semplificazione e probabilmente per gli effetti di senso che sottende, e che desideriamo far emergere. L’analisi che andremo a fare è semiotica e, come la disciplina stessa ci impone, l’oggetto di studio è il Senso, mediato, fruito, generato o percepito sarà via via messo in chiaro secondo quanto il nostro protocollo metodologico andrà a osservare, ma sicuramente non sarà immediato. Questo però non ci pone dei vincoli nell’osservare come le altre metodologie hanno affrontanto l’oggetto di studio, e come lo hanno adottato come strumento stesso di ricerca. 5 6 1 ATTORNO A FACEBOOK: DALLE IMPRESSIONI AI DATI DI RICERCA Si potrebbe fare un’analisi semiotica di Facebook solo attraverso la letteratura fiorita in questi ultimi anni: si contano 70.600 libri che lo citano, 12.200 titoli che comprendono la parola Facebook, 171 dei quali in italiano1. Solo tre di questi sono saggi umanistici2, uno filosofico, uno sociologico, uno di stampo giornalistico nichilista. Un ultimo è politico, ma ha rilevanza scientifica quanto l’apertura di una casa editrice atta all’autopubblicazione (edizioni Marsilio). E ancora uno, di parte, che camuffa la politica con l’amore (prefazione di Walter Veltroni). Per non contare poi tutta la narrativa nata dal social network più diffuso al mondo, oltre che i video e i commenti lasciati in rete: inquantificabile, ma una vasta coda lunga che ha decretato l’egemonia cinematografica di The Social Network. E in effetti la storia di Facebook, le sue controversie e i personaggi che l’hanno fatta vivere, sviluppano soprattutto ora una energica esplosione creativa: dopo la trasformazione, la creazione del mito3. 1.1 Da Facebook come racconto a raccontarsi su Facebook: narrativa e manualistica tecnico-commerciale, ovvero definizioni e proliferazioni semantiche Oltre a utilizzare Facebook come protagonista delle proprie creatività, il che ha interessanti risvolti semioticamente parlando, in quanto strumento-attante, in quanto oggetto soggettivato, in quanto oggetto-antropomorfizzato, molti autori ne hanno a lungo sviluppato l’impatto nella vita sociale, nei concetti di identità/privacy, livellamento psicologico, trasformazione del reale, modificazione delle pratiche di relazioni sociali, o detta alla Palfrey e Gasser4, grazie anche all’introduzione di Luca Sofri, come spazio elettivo in cui i born digital possono essere avvicinati dagli Internettiani rimasti all’1.0, ovvero i tardivi digitali, ancora ben radicati nel mondo cartaceo, analogico, e a quello delle e-mail e feedreaders. Facebook è il McDonald’s di Riyadh, l’inaspettato “normalizzante”, l’accogliente familiarità, il semplificato accessibile. Il luogo dove generazioni opposte si frequentano, si ascoltano, si parlano, si relazionano. Il divario tra nativi e tardivi trova un punto di contatto in Facebook, che è diventato per molti un sinonimo di Internet, alla stessa stregua di Telegiornale e Fonte Google Books. Antenore M. (2009), Da Decatur a Facebook. L'influenza personale in campagna elettorale, Aracne; Chiusi F. (2009), Ti odio su Facebook. Come sconfiggere il mito dei «brigatisti» da social network prima che imbavagli la rete, Mimesis; Mapelli M., (2010) Per una genealogia del virtuale. Dallo specchio a Facebook, Mimesis, Milano. 3 Facebook viene fondato nel 2004 da Mark Zuckemberg dalle ceneri di Facemash e TheFacebook, per una colorita e puntuale storia si veda Wikipedia e l’infografica di Catepol http://www.catepol.net/wpcontent/uploads/2010/09/facebook-controversies.jpg. Avremmo potuto citare almeno dieci pubblicazioni e un centinaio di articoli che raccontano della stessa, per cui vi rimandiamo tra l’altro alla bibliografia, preferiamo però tra tutti citare Wikipedia, date che grazie al fenomeno di Crowdsourcing, questa fonte rimarrà aggiornata anche quando questo libro sarà consunto. 4 Palfrey J., Gasser U. (2008), Born Digital, trad. It. (2009), Nati con la Rete, RCS Libri. 2 1 7 Giornalismo. Luca Sofri evidenzia il pericolo di un ritorno al passato, di riadattamento di Internet all’ascesa della borghesia5, anacronismo generalista che soffoca l’innovazione stessa del canale digitale, l’arrivo aggiungo io dall’oltretomba dei nonmorti alla Romero. Gli stessi autori6 parlano di Facebook anche in quanto medium, nei risvolti legati alla dipendenza, all’abbassamento della soglia d’attenzione, all’inalzamento della superficialità, si sono scritti romanzi sulla difficoltà a riconoscere la vita reale rispetto a quella facebookiana, video in rete raccontano il nuovo percepito della realtà grazie a effetti di Realtà Aumentata, il multitasking come modalità di strutturazione del proprio pensiero: - Lo sai che i cinesi con il quoziente intellettivo da genio sono più che la popolazione totale degli Stati Uniti? - No, non è possibile! - E’ vero. - E come si spiega? - In Cina vive una marea di gente. La mia domanda è: come ci si distingue in un gruppo in cui tutti prendono 1600 al test di ammissione universitario? - Non sapevo che in Cina facessero il test... - Non lo fanno, non parlavo più della Cina stavo parlando di me. - Hai preso il massimo? - Sì, potrei entrare in un gruppo a cappella ma non so cantare... - Cioè non hai fatto neache un errore? - ...al canottaggio o inventare un pc da 25$... - O entrare in una final club. - O entrare in un final club. - Non cantare in un gruppo a cappella per una ragazza può essere un punto a favore. - E’ un discorso serio - Invece chi fa canottaggio mi piace - Beh io non sono capace - Scherzavo! - E sì, non ho fatto errori al test - Ci hai mai provato? - Ci sto provando adesso - A fare canottaggio? - A entrare in un final club. Canottaggio? Non è che sei, malata per caso? - Magari certe volte parli di due cose in una e io non so a quale devo puntare? - Ma li hai visti quelli che fanno cannottaggio? - Uhm, no.. 5 Sofri L. (2009), Introduzione in Palfrey J., Gasser U. (2009), Nati con la rete, RCS Libri, edisponibile anche in foram sintetica in http://www.wittgenstein.it/2009/05/20/lera-dei-tardivi-digitali/ 6 Sono stati considerati i principali testi, italiani e non, che hanno come oggetto i Social Media e lo sviluppo di relazioni in Rete. Segnaliamo alcuni in particolare di quelli italiani: Bini, Annarita, Ed è subito blog. Identità e narrazioni nella rete, Chieti, Solfanelli, 2008; Cavallo, Marino, I social network. Come Internet cambia la comunicazione, Milano, Franco Angeli, 2010; Borgato R., Capelli F., Ferraresi M., (2009) Facebook come. Le nuove relazioni virtuali, a cura di Milano, Franco Angeli.; Ciravegna N. et al. (2008), Milano Il fenomeno facebook. La più grande comunità in rete e il successo dei social network, a cura di, Il Sole 24 Ore.; De Benedettis M. (2003), Comunità in rete. Relazioni sociali e comunicazione mediata da computer, Milano, FrancoAngeli; Fiorini L. (a cura di) Cittadinanzadigitale., Junior, Azzano S. Paolo (BG) 2009, Maistrello S., La parte abitata della rete, Tecniche Nuove, Milano 2007; Granieri, Giuseppe, Blog generation, Roma-Bari, GLF editori Laterza, 2005; Guerrini, Federico, Twitter, facebook e youtube. Sicurezza e privacy, Milano, Acacia, 2010; Manzoli L. (2009), Network effect. Quando la rete diventa pop, Codice; Mapelli M., Margiotta U., (2009), Dai blog ai social network. Arti della connessione nel virtuale, Milano, Mimesis, 2009. 8 - Sono molto più grossi di me, atleti di alto livello, hai detto che ti piace chi fa canottaggio credevo che ne conoscessi uno. - Mi riferivo all’idea che ho di loro: sai come quelle ragazze a cui piacciono i cowboy - Okei - Ordiniamo da mangiare? - Preferisci parlare di qualcos’altro? - no! Abbiamo parlato così tanto dei final club che mi sembra di aver saltato un compleanno. Ci sono davvero delle persone in Cina.. - Il Phoenix è il club più eterogeneo, il [...]. Questo è l’incipt di The Social Network (2010), la vicenda si svolge in un pub rumoroso e i due protagonisti proseguono per 5 minuti e 37 secondi in un dialogo deframmentato e totalmente disconnesso, sia a livello di strutturazione della frase, sia rispetto a voluti salti enunciativi, sia a livello di temi affrontati e assi di valorizzazioni. Si osserva un’alternanza delle scelte verbali con una predominanza di tempi passati che diventano presenti nell’interlocutore 2, e di presenti che vorrebbero diventare condizionali e futuri dell’interlocutore 1, senza riuscirci per via della decellerazione dell’interlocutore 1, che isotopicamente si riversa anche nelle sue scelte semantiche esondando nella penultima battuata con il ritorno forzato al primo tema affrontato, quasi a decretare la faticosa e logorante sconfitta intellettuale. Colui che inizia il dialogo è l’attante enunciatore predominante: nell’assertività delle informazioni date, nel dirigere il ritmo della conversazione, nel selezionare e direzionare le tematiche da affrontare e nel ribaltare attraverso l’uso di diversi anacoluti (dal greco anakólothos, "che non segue", o in latino nominativus pendens) i collegamenti sintattici cambiando di proposito soggetto nel corpo dell'enunciato. Il non collegamento sintattico tra due strutture ha la sua ragion d’essere nello svolgersi di un discorso che non è pianificato e definito sintatticamente ma è già costruito dal punto di vista semantico. Queste condizioni sono tipiche della comunicazione parlata e rispondono alla necessità di procedere più speditamente nella manifestazione e concatenazione delle idee. Ma è anche un’ulteriore conferma isotopica dei diversi riferimenti valoriali dei due personaggi rispetto al loro modo di vivere: da un lato un personaggio ecclettico, in grado di sviluppare veloci richiami intertestuali, diretto nei modi e focalizzato nella puntuale pianificazione strategica della vita sulla base di scelte sintagmatiche ponderate, impertinente rispetto al quadro concettuale del secondo, incapace di argomentare sulla base del senso comune ma bisognoso di conferme concrete (“li hai mai visti?”). Dall’altro lato notiamo invece uno stile prosaico (si vedrà soprattutto nella continuità del dialogo), lineare, indiretto, decellerato, che ha necessità di sviluppare una continuità tematica per poter seguire il discorso, con richiami tematici appartenenti a un immaginario condiviso e rassicurante (come il canottaggio o l’idea dei cowboy). Il dialogo sembrerebbe rappresentare uno scontro tra due modelli mentali e stili comunicativi diversi e quasi incompatibili, quello tra analogico e digitale. E questa ipotesi viene confermata in tutto il film, dove la tematica di Facebook in realtà risulta essere un pretesto per raccontare un mondo in cui gli strumenti di comunicazione e di creazione sono cambiati a tal punto e a una tale velocità da essere letteralmente incomprensibili per la maggior parte delle persone e nello stesso tempo perfettamente naturali per molte altre, creando un dislivello di linguaggio e di comprensione che non è solo generazionale. 9 Nel film i livelli sono tre: il mondo della carta (gli avvocati, i contratti, le cause), quello del software (che crea mondi) e il resto del mondo (quelli le cui vite, tra ragazze, feste e regate, riempiono oggi Facebook e Internet). La forza con cui Zuckerberg identifica la proprietà intellettuale con il codice da lui scritto è tipica di una realtà in cui il digitale ha definitivamente smesso di essere virtuale, anzi: virtuali sono le idee, reali i software che le rendono possibili.7 L’unico momento di totale equilibrio tra i due protagonisti, in cui l’adattamento dialogico del 1° interlocutore ha luogo, è nella ripetizione della frase “O entrare in un final club”. Voce verbale all’infinito, introdotta da una congiunzione disgiuntiva che ne sottolinea il valore connotativo di esclusività, sottolinea la centralità della tematica e la dilatazione del concetto stesso di final club come unico punto di contatto tra i due ragazzi, dunque unico punto di contatto tra mondo digitale e mondo analogico. Il final club è metafora della rete sociale di appartenenza, indipendente dal supporto su cui si sviluppa, perchè da un lato la rete è consuetudine sociale da sempre, dall’altro è la struttura stessa su cui si fonda il mondo digitale. Su queste premesse Facebook nasce, il virtuale si realizza nella quotidianità, si aprono filoni narrativi sull’impatto della presenza rispetto alla proiezione nel futuro, e la dilatazione spaziotemporale dell’istante diventa dipendenza digitale, almeno secondo alcuni dei principali romanzi italiani come Facebook. Il sogno, Domani smetto, L’amore ai tempi di Faceebook e Lovebook8. Il saggio Ti odio su Facebook9 ritorna sull’opposizione nevralgica analogico/digitale mettendo in discussione la concezione banalizzante e allarmistica dell’odio politico che si salda su scarsa dimestichezza e pura incompetenza da parte del giornalismo e dei legislatori italiani, come hanno dimostrato il ddl Lauro (aggravante, per l'istigazione e l'apologia dei delitti contro la persona, per chi li attua attraverso internet e social network) e l'emendamento D'Alia (oscuramento di un blog se dotato di commenti diffamatori o incitazioni alla violenza, oggi soppresso)10. Queste incompetenze non affrontano il problema delal formazione delle opinioni, come sottolinea Giuseppe Granieri11, osservando la tensione che ogni individuo affronta tra “avere troppe e tutte le informazioni possibili” e “non avere le informazioni giuste”12. La formazione delle opinioni è strettamente correlata con la costruzione dei mondi, degli immaginari a essi connessi e alla capacità di una società di gestire le informazioni: l’efficacia di una democrazia è sempre proporzionale alla sua capacità di gestire informazioni. [...] La complessità, che si traduce sempre in un problema di gestione dell’informazione, è il primo nemico della democrazia.13 Mafe de Baggis, No Logo, Lamore ai tempi di Facebook, http://puntoinformatico.it/3035208/PI/Commenti/nologo-amore-ai-tempi-facebook.aspx 8 Cetroni, F. (2009), Facebook. Il sogno, Pragmata; Alessandro Q. Ferrari, Facebook - domani smetto, Castelvecchi; Carzaniga M., Civati G., L’amore ai tempi di Facebook; Sparaco S., (2009), Lovebook, Newton Compton. 9 Chiusi F., (2010) Ti odio su Facebook, Mimesis 10 Altre letture che coniugano Facebook e la politica: Da Empoli, G. (2008), Obama. La politica nell'era di Facebook, Tempi, Marsilio; Carzaniga M., Civati G., Veltroni W., (2009), L'amore ai tempi di Facebook, Zelig. 11 Granieri G. (2005), Blog generation, Roma-Bari, GLF editori Laterza. 12 Granieri G. (2005), p.12 e seguenti. 13 Granieri G. (2005), p.14. 10 7 E’ pertanto chiaro come l’“information overload” crei uno status di panico generalizzato che porta a sviluppare provvedimenti incauti e poco funzionali, in grado di oscurare il problema più che affrontarlo. Anche M. Montemagno14 e M Ruggeri sottolineano il divario tra coloro che vivono la Rete con le modalità relazionali che tipicamente la differenziano dal mondo analogico, tanto da iniziare il loro libro citando Philip Meyer, il quale dichiarava che l’ultima copia cartacea del New York Times sarà prevista nel 2043. Per Montemagno, Internet è un “noi” inteso come “un enorme organismo di memorie”, human centered oriented fondato sulla “socialità dell’azione”. Per i due autori, “Internet è vivo”, le sue parti sono vive e continuano a cambiare e rinnovarsi. Il paragone con le Sinapsi già adottato da Kevin Kelly15 è qui ripreso per indicare quanto internet assomigli a un nuovo organismo, come “dna di una nuova specie”, visto che il dna non è altro che un organismo di memorie, in questo caso le nostre memorie. Già la bibbia ante litteram del Web 2.0, il Cluetrain Manifesto16 del 1999, dichiarava che “i mercati sono conversazioni”, “sono fatti di essere umani e non di segmenti demografici”. Il concetto cardine del Clutrain Manifesto è quello di spostare l’attenzione sulle persone, tra loro intrecciate in dense catene di relazioni che, come profetizzava lo scrittore ungherese Frigyes Karinthy in Catene già nel 192917, sono limitate e permettono di creare del senso per il semplice fatto di essere tra loro interconnesse e ristrette, e dunque osservabili da un punto di vista qualitativo, oltre che quantitativo come attualmente procede la Social Network Analysis di stampo Montemagno M., Ruggeri M, (2009), Alla conquista del web. Come e perchè Google, Facebook, You Tube e tutti gli altri hanno influenzato la politica, l'economia, la società e le vite di un miliardo e mezzo di persone,Milano, Mursia 15 Kevin Kelly è un esperto di cybercultura, tra i suoi ultimi libri Kelly K. (2010) What Technology Wants (2010), per avere un’idea del suo pensiero, questa è una delle sue ultimi presentazioni al TED: http://www.ted.com/ talks/lang/ita/kevin_kelly_on_the_next_5_000_days_of_the_web.html 16 Riprendiamo la definizione che appare su Wikipedia: “Il Cluetrain Manifesto è un insieme di 95 tesi organizzato e presentato come un manifesto, o invito all'azione, per tutte le imprese che operano all'interno di ciò che si propone di essere un nuovo mercato interconnesso. Le idee presentate, con l'obiettivo esplicito di esaminare l'impatto di Internet sia sui mercati (i consumatori) sia sulle organizzazioni. Inoltre, mentre i consumatori e le organizzazioni sono in grado di utilizzare Internet e Intranet per stabilire un livello di comunicazione precedentemente non disponibile tra questi due gruppi ed all'interno di essi, il manifesto suggerisce i cambiamenti che saranno richiesti da parte delle organizzazioni per rispondere all'ambiente del nuovo mercato. Il manifesto è stato scritto nel 1999 da Rick Levine, Christopher Locke, Doc Searls e David Weinberger. Un libro stampato basato sul manifesto è stata pubblicato nel 2000 da Perseus Books (ISBN 0-7382-0431-5) sotto lo stesso nome. Gli autori affermano che Internet è diversa dai media tradizionali utilizzati per il marketing di massa in quanto consente alle persone di avere delle conversazioni di tipo "uomo a uomo", e potenzialmente queste possono trasformare in modo radicale le pratiche commerciali tradizionali. Il libro e il sito web dedicati al Manifesto mettono in dubbio ciò che il manifesto definisce "fuori moda", il pensiero del ventesimo secolo circa il business, alla luce della nascita del Web, ed elenca in modo chiaro "95 tesi", analogamente al manifesto di Martin Lutero che ha segnato l'inizio della Riforma protestante. Il termine "Cluetrain" deriva da questa citazione: "The clue train stopped there four times a day for ten years and they never took delivery". -Veterano di una società ormai in caduta libera fuori dalla Fortune 500. E’ possibile leggere l’intero libro gratuitametne qui: http://cluetrain.com/book/index.html 17 Si veda Montemagno M., Ruggeri M, (2009), Alla conquista del web. Come e perchè Google, Facebook, You Tube e tutti gli altri hanno influenzato la politica, l'economia, la società e le vite di un miliardo e mezzo di persone,Milano, Mursia, pag. 71, a cui ha seguito Stanley Milgram nel 1967 con la teoria del mondo piccolo e John Guare nel 1990 con il suo Sei gradi di separazione, ispirando un film del 1993 intperpretato da Will Smith e riferito a una storia vera. Secondo inoltre una ricerca commissionata dalal compagnia telefonica britannica, sembra che di passaggi ne bastino addirittura solo tre. 11 14 sociologico. Lo stesso David Weinberger, coautore del Cluetrain Manifesto, dichiarava che Internet è un medium solo a livello di bit. A livello umano è una conversazione che, grazie alla persistenza dei link e delle pagine, ha tutti gli elementi di un mondo.18 Questa definizione va di pari passo a quello che De Kerkhove affermava poco dopo il 1997, quando Dave Winger coniò il termine blog in “Scripting News”, definendoli “la parte abitata della rete”19 e “the big conversation”. De Kerkhove affermava appunto che il blog è la prima creatura della rete che dimostra la vera maturità del mezzo. Non credo sia un’esibizione dell’io, ma piuttosto del rapporto con gli altri.20 Infatti dietro ogni blog c’è un individuo e il suo punto di vista sul mondo: ma la dinamica di comunicazione tra blogger di fatto è una lunga catena di conversazioni che tra loro si riprendono e arricchiscono. Già nel blog dunque la ramificazione delle relazioni, il contatto e la conoscenza diretta tra blogger è perno su cui si svolge la dinamica comunicativa21: Facebook, Twitter e tutti i servizi di social network hanno in definitiva semplificato il passaggio dei commenti sviluppando un unico luogo di raccolta e osservazione, che ha risolto il problema della contemporaneità delle discussioni e ha reso accessibile la catena di connessioni tra blogger, spesso celata e velata da reti chiuse e difficilmente comprensibile da tutti. Determinante il concetto di Comunità Virtuali e Community, su cui si inizia a scrivere a proposito dal 1993 con Stone Allucquére R.22, sottolineando il processo di autorappresentazione che porta i partecipanti di una comunità virtuale a percepirsi come comunità, sulla base delle narrazioni, in particolare per lui “sono collezioni di credenze e pratiche che [uniscono] persone fisicamente separate”. Sulla scia di questa definizione, le comunità virtuali nel cyberspazio sarebbero semplicemente l’ultimo stadio di un percorso evolutivo, che parte dalle comunità testuali che si formarono a partire dalla fine del XVII secolo attorno a documenti scientifici e passa per i “discorsi al caminetto” tenuti alla radio da Roosvelt23. Nel 1994 Giddens24 le definisce: Granieri G. (2005), Blog generation, Roma-Bari, GLF editori Laterza, pag. 19. Si veda anche Maistrello S. (2007), La parte abitata della Rete, Tecniche Nuove, Milano, per un approccio manualistico-commerciale. Attraverso la metafora dell’abitare, l’autore mostra che “c’è vita dentro il computer”. In particolare lo spazio internet è un altrove, ma è un ovunque 20 D. De Kerckhove, Lectio Magistralis: Quanto è messaggio. Conferimento della Laurea ad honorem in sociologia a Derrick de Kerckhove, Urbino 29 Novembre 2004. 21 Per il dettaglio della dinamica di commento e scrittura dei blogger, si veda Granieri (2005) pag. 35. In sostanza, ogni post si lega a un commento fatto di un altro blogger, sviluppando una lunga catena di conversazioni fatta di rimandi e citazioni. Semplificando, il blogger A commenta il blogger B che viene a sua volta commentato dal blogger C. Il blogger D commenterà dunque sia A, che B che C, sviluppando uno scambio di link che è linfa vitale per i blogger, in quanto permette di migliorare la propria posizione rispetto alla logica di visibilità del PageRank. 22 Stone Allucquére R. (1993), A proposito del corpo reale: storie di frontiera sulle culture virtuali, in BenediktM., pp-87-125. 23 Si veda De Benedittis M. (2003), Comunità in rete. Relazioni sociali e comunicazione mediata da computer, Franco Angeli, Milano, pag.19. 24 Citazione ripresa da De Benedittis M. (2003), Comunità in rete. Relazioni sociali e comunicazione mediata da computer, Franco Angeli, Milano, pag. 9. 19 18 12 contribuendo al processo di distanzializzazione spazio-temporale tipico della società contemporanea, sono una delle fonti di quel senso di sradicamento, di molteplicazione delle opportunità di contatto e di conseguente incertezza dalla quale deriva il bisogno di trovare un luogo sicuro, stabile e accogliente, che conferisca a chi lo frequenta un certo senso di controllo sulla realtà: appunto una comunità.25 Il concetto di disembedding di Giddens sottolinea l’essere inseriti in ambienti culturali e informativi globalizzati, trascura però il concetto di intimità approfondito invece da diversi altri autori26. C’è da dire che la definizione subisce un percorso di proliferazione semantica fino a constatare che le comunità sono “niente più che un insieme di relazioni personali, caratterizzate da qualche identità in comune, e forse da un po’ di calore emotivo”27. Ricalcando la definizione di Web 2.0 coniata da Dale Doughery (vicepresidente della O’ Reilly Media) nel 2004, durante la Web 2.0 Conference, la descrizione di social network sembra invece mantenere e sviluppare lo spostamento dall’io alla relazione con l’altro anticipata da De Kerkhove e dal Clutrain Manifesto: strumento condiviso che abilita e facilita relazioni, giudicato sulla base della coesione delle relazioni (frequenza, continuità, ricchezza, intensità) e quindi ben diverso dalle comunità 1.0 che tendono invece aggregare le persone intorno a un interesse comune e sono giudicate in base alla quantità di partecipanti. Il focus di un social network risiende nella molteplicità e versatilità degli strumenti offerti per interagire e relazionarsi.28 Il termine è diventato di fatto un’ideologia, caratterizzato da promesse quali maggiore democrazia, la fine delle gerarchie, l’apertura alla moltitudine delle voci, il potere di molti, servizi gratuiti, l’aumento dei professionisti amatoriali, e una ricca e soprattuto conveniente esperienza da parte dell’utente29. Molti concetti sono usati proprio nella direzione di promuovere questa impostazione, tra cui folksonomia (Vander Wal, 2007), wisdom of crowds, ovvero la saggezza della folla (Surowiecki 2004), crowdsourcing (Howe, 2006; Shirky, 2008), remix culture (Lessig, 2008), e produsagebased journalism (Bruns, 2008)30. Ma, oltre a elogiare positività e caratterizzazioni euforiche, è necessario considerare anche gli aspetti più critici della dimensione Giddens A. (1994) Le conseguenze della modernità. Fiducia e rischio, sicurezza e pericolo, Il Mulino. Si vedano: Rheinghold H. (1994) , A Slice of life in my virtual community, in Harasim L.M. Global Networks: computers and international communivation, pp.57-80, Cambrdge, MIT Pres, da cui nasce l’idea di comunità virtuali; in Italia i primi a scrivere di Comunità virtuali sono stati: Carbone, Ferri (1999), Le comunità virtuali, Mimesis, Milno; Dell’Aquila (1999), Tribù telematiche, Tecnolosialità e associazioni virtuali, Guaraldi, Rimini; Formenti C. (2000), Incanti dalla rete, Cortina, Milano; Paccagnella L. (2000), La comunicazione al computer, Il Mulino, Bologna. 27 Bagnasco (1999) Tracce di comunità, Temi derivati da un concetto ingombrante, Il Mulino, Bologna: pag.18, ripreso in De Benedittis M. (2003), Comunità in rete. Relazioni sociali e comunicazione mediata da computer, Franco Angeli, Milano, pag.. 20 28 Montemagno M., Ruggeri M. (2009) pag. 72. 29 Scholtz T., (2007), The Web 2.0 Ideology, Collectivate.net. Published,. Luglio 2010, http://www.collectivate.net/journalisms/2007/10/3/the-web-20-ideology.html 30 Vander Wal T. (2007), Folksonomy Coinage and Definitionǁ, http://vanderwal.net/folksonomy.html, accesso Luglio 28, 2010; Surowiecki J. (2004). The Wisdom of Crowds: Why the Many Are Smarter Than the Few and How Collective Wisdom Shapes Business, Economies, Societies and Nations. Doubleday Books; Howe, J. (2008) Crowdsourcing: Why the Power of the Crowd Is Driving the Future of Business. Crown Business; Shirky, C. (2008). Here Comes Everybody: The Power of Organizing Without Organizations. Penguin Press; Lessig, L. (2008), Remix. The Penguin Press; Bruns A. (2008), Blogs, Wikipedia, Second Life, and Beyond: From Production to Produsage. New York: Peter Lang. 26 25 13 culturale, economica e sociale del Web 2.0. Non è solo miglioramento, infatti, bisogna dunque dissipare strategie comunicative e osservare la complessità del fenomeno sia nelle qualità, sia negli aspetti più inadeguati. I social network sites possiamo dire nascano nel 1995 con Classmates.com., attraverso cui avviene la prima separazione tra reti di relazioni professionali (circle to trust) e reti di relazioni amicali (circle to friends). Si possono suddividere in: - social browsing: se collezionano indirizzi web significativi, come Del.icio.us - reti di interesse: se si strutturano intorno a un oggetto sociale comune, come CarDomain, Flickr - reti di azione: MoveON.com è il primo network di democrazia diretta, o meetup - personal social network: dove si mette letteralmente “la faccia”, come Facebook, MySpace, Ning o Xiaonei, l’equivalente cinese di Facebook - personal social network per bambini: Totspot, odadeo, lil’grams, kidmondo, babyspot - aggregatori di social network: come Flock Facebook è dunque in particolare un personal social network sites, ma è anche secondo Borgato, Capelli e Ferraresi31 un “fatto sociale totale, inteso alla Marcel Mauss, cioè un avvenimento che accade in un particolare momento della società e che la coinvolge a ogni livello”32. Per questo motivo affrontarlo come oggetto di studio richiede un’osservazione multidisciplinare, capace di coglierne la densa complessità. 31 Borgato R., Capelli F., Ferraresi M. (2009), Facebook come. Le nuove relazioni virtuali, Franco Angeli, Hubert H., Mauss M. (1965) Sacrifice: its nature and function, University of Chicago Press, p. 134 14 Milano. 32 1.2 Dal Marketing mediatico agli oggetti sociali quali nodi del web semantico Is social media a fad? Forse non è proprio mania, alcuni parlano di rivoluzione, sicuramente del 50% della popolazione mondiale, che è ad oggi al di sotto dei trentanni, il 96% è inscritto a un social network. Il segmento femminile tra i 55 e i 65 anni è quello che attualmente evidenzia una crescita di utilizzo più veloce, il che attesta quanto non sia solo un fenomeno legato alla cultura giovanile. Facebook ha superato per traffico settimanale quello di Google, e anche quello relativo ai contenuti pornografici, dunque al di là del risvolto ludico, le dinamiche da lui innestate rispondono a esigenze concrete di comunicazione, ed è essenziale e fondamentale comprendere quali esse siano e come sono strutturate. In un solo anno, 200 milioni di persone si sono iscritte a Facebook: la radio ha impiegato 38 anni per raggiungere 50 milioni di individui, cioè un quarto, la televisione 13 anni e Internet 4. Questa è la velocità di espansione della piattaforma e, dopo un breve calo di iscrizioni che si è notato a partire da settembre 2010, in realtà più legato a una pulitura del database degli iscritti che da una concreta decrescita, Facebook ha mantenuto una costante continuità nell’avvicinare nuovi iscritti. Ciò siginfica che Facebook non è solo un fenomeno momentaneo ma ha la possibilità di permeare al di là della moda. Ha già modificato modalità di relazione e interazione tra gli individui, oltre che influenzato e influenzare da un punto di vista mediatico 600 milioni di persone33. Gli usi che se ne fanno sono molteplici, ma è decisivo osservare come un unico player di riferimento possa determinare non più le tematiche e i 33 Dicembre 2010, fonte Facebook, Alexa, Nielsen. 15 contenuti fruiti, ma le modalità stesse di fruizione, generazione e condivisione di questi contenuti. Un’unica piattaforma che controlla azioni e informazioni degli individui. Si è passati da un controllo mediatico inteso come manipolazione dell’informazione e della valorizzazione culturale, a un controllo inteso come gestione delle relazioni tra gli individui e gestione delle stesse identità sociali. Un passaggio importante e determinante rispetto ai media tradizionali. E’ chiaro, ognuno di essi ha a sua volta incorporato nuove forme di comunicazione sociale e nuovi adattamenti comportamentali (il cinema e i raduni in piazza, la televisione e i ritrovi al bar e poi nel salotto di casa, il computer e la fruizione solitaria) ma nessuno di essi aveva ancora incorporato all’interno del media stesso l’individuo nel suo essere attore sociale. Se solo fosse uno Stato, Facebook risulterebbe essere il quarto Paese al mondo, dopo gli Stati Uniti, la Cina e l’India. E sono 115 i Paesi che su 13234 hanno scelto Facebook come principale piattaforma di social networking. In Italia in particolare ci sono 17.8 milioni di iscritti, pari al 79% della popolazione online, di cui il 50% accede ormai in mobilità35. Dunque non è tantomeno un fenomeno prettamente occidentale, nè le regole e gli schemi comportamentali sono corrispondenti a una cultura specifica, perchè la sua espansione và al di là dei confini geografici, e anzi man mano che si attesta a essere il monopolista unico di questo genere mediatico, si osserva quanto le reti sociali manifeste sono tra loro strette e interconnesse e quanto le differenti culture facilmente si adattino alle regole imposte. Ogni giorno sono generati 60 milioni di aggiornamenti di status, in tutte le lingue, da ogni parte del mondo. Anche se in Russia il primato dei social network sites (SNS) spetta a Vkontakte, in Cina a Qzone, Orkut per il Brasile e Cllob in Iran, questo non toglie che il linguaggio e le modalità di interazione mediata da questi strumenti siano ormai accettati e attivati a livello globale. Se poi si analizzano i modelli di interazione e le scelte stilistiche che anche queste piattaforme adottano, si notano forti sovrapposizioni con quelle di Facebook, fino alla clonazione quasi assoluta effettuata da Vkontakte36. 1.2.1 Trend di mercato: il social graph come strategia di diffusione Le strategie di Facebook per incrementare traffico e popolarità sono in continua evoluzione, chiaramente l’Open Graph lanciato quest’anno è stata la più incisiva. L’Open Graph è un protocollo che consente a qualsiasi pagina web (sito web, blog, ecommerce, quotidiano online) di essere rappresentata e interconnessa socialmente, ed essere parte di un Grafico Sociale, un Social Graph. Dunque, qualsiasi contenuto, indipendentemente dal tema trattato, dallo stile, dal formato, viene riconosciuto da Facebook come un Oggetto Sociale (Social Object) e interconnesso agli individui che tra loro lo scambiano e lo commentano. Ogni sviluppatore ne indica la tipologia, un descrittivo del contenuto, la categoria semantica a cui appartiene il sito e la singola di quelli che offrono la possibilità di rilevare statistiche. Fonti: Census.gov, Huffington Post, McKinsey Study, Facebook Stats, Tech Crunch, Inside Facebook Blog, Mashable, Google Trends, Alexa, Nielsen NetView, Nova, aggiornati al 31 dicembre 2010. E’ possibile seguire gli aggiornamenti dal video semestralmetne pubblicato su YouTube dal Socialnomics09 Channel: http://www.youtube.com/watch?v=lFZ0z5Fm-Ng&feature=player_embedded 36 Un maggior approfondimento nel capitolo relativo all’architettura di Facebook. 35 34 16 pagina, la categoria semantica a cui appartiene il singolo contenuto (es: video musicale dell’artista X appartenennte al’album Y) fino al dettaglio della localizzazione e della genealogia di chi lo ha prodotto o pubblicato37. L’Open Graph Protocol ha aperto Facebook al web e viceversa, permettendo di dilagarne l’esperienza al di fuori della sua piattaforma. Attraverso PlugIn che permettono a chi fruisce dei contenuti web di esprimerne l’apprezzamento (pulsante Like), seguire gli aggiornamenti di chi è connesso al sito e alla propria rete (Activity Feeds), dare suggerimenti (Recommandations), e in generale tutte le attività attuabili attraverso un normale profilo pubblico (come commentare, condividere e seguire lo streaming del proprio network38), Facebook Open Graph permette di rendere “l’utente portatile” attraverso i tre tipi di dati che questi lascia disponibile: la sua identità, la sua rete di relazioni, i contenuti39. Una persona dunque interagisce tramite un Facebook Social Plugin con un elemento di un sito Internet, questa interazione viene trasmessa in tempo reale nel profilo Facebook e nel newsfeed dei suoi amici, e catalogata nella scheda Info attraverso la comprensione semantica di quell’elemento resa possibile da una serie di metatag che contribuiranno a descrivere con maggiore precisione ogni singolo oggetto. In questo modo qualsiasi interazione potrà comporre l’identità dell’individuo e comunicarla alla sua rete di connessioni. L’Open Graph Protocol connette informazioni e individui attraverso metatag da aggiungere alle pagine esterne che permettono di qualificare le pagine in questione attraverso categorie semantiche predefinite e l’associazione a un utente Facebook amministratore. Attraverso questo protocollo, l’idea di Web Semantico ipotizzato da Tim Barthes Lee sotto l’etichetta di Giant Global Graph sembra essere più imminente: Its not the Social Network Sites that are interesting, […] it is the Social Network itself. The Social Graph. The way I am connected, not the way my Web pages are connected. La differenza tra il Social Graph pensato da Tim Barthes Lee e quello che sta attuando Facebook, è che il proprietario dei dati sarebbe dovuto essere l’individuo, non appunto un’azienda. Diventando invece la principale piattaforma di riferimento per l’autentificazione in Rete, Facebook potrebbe anche riuscire a soffocare i tentativi di strutturare ontologie semantiche aperte, cioè che non richiedono un database centralizzato per la condivisione delle informazioni. Un esempio di questo tipo è l’ontologia detta FOAF (acronimo di Friend of a Friend Amico di un amico) atta a descrivere persone, con le loro attività e le relazioni con altre persone e oggetti. Per ogni dettaglio relativo alle tassonomie semantiche utilizabili si veda: http://ogp.me/ e http://developers.facebook.com/docs/opengraph/ 38 Si veda per maggiori dettagli http://developers.facebook.com/plugins/ 39 http://wearesocial.it/blog/2010/04/facebook-open-graph-web-social/ 17 37 La peculiarità che avvicina Facebook al Web Semantico è la sua capacità di aver reso accessibile e semplice un qualcosa che attualmente era adottato solo da pochi, perchè complesso. Allo stesso tempo però questa eccessiva semplificazione non permette di regolare ambiguità, soprattutto polisemiche, nè di identificare oggetti diversi all’interno della stessa pagina. E’ ancora presto per poter considerare il Social Graph come la nuova piattaforma di Web Semantico, al momento sembrerebbe solo una nuova modalità per aggiungere ulteriori informazioni ai profili utenti. Se si considerano però i precedenti di Beacon del 200740, sembra che l’Open Graph abbia semplicemente ribaltato l’approccio ma non la sostanza del precedente sistema pubblicitario: prima, la targetizzazione avveniva all’interno dle profilo utente, ora il profilo utente è lo strumento attraverso cui l’inserzionista targetizza il suo contenuto all’interno del suo stesso sito. 1.2.2 Memorie e perdono digitale Come suggeriva l’articolo sul New York Times di Jeffrey Rosen, “Il web non dimentica mai”41, tutto quello che è stato pubblicato su Facebook sarà ora visibile attraverso la nuova sezione Memorie, in cui sarà visibile l’archivio di tutte le attività dell’utente divise per anno. Dopo la sezione Vedi dettagli amicizia da poco attiva, in cui l’utente ha la possibilità di vedere i dettagli in comune con un’altra persona, sembra che la tendenza della piattaforma sia quella di rendere sempre più pervasiva l’esperienza di immersione nelle identità altrui attraverso le tracce che il soggetto lascia. In questo modo l’esperienza soggettiva diventa “catena di segni e interpetanti”42 in grado di mettere in luce ed evidenziare la modellazione della sua identità rispetto al dialogo scaturito con l’alterità, intesa come attante collettivo dei soggetti altri. Siti come Lol Facebook Moments avranno maggiore facilità a ritrovare storie imbarazzanti e foto compromettenti, se poi si considera che a breve Facebook metterà a disposizione un sistema di riconoscimento facciale che velocizzerà il tagging compulsivo, anche il 70% dei responsabili risorse umane che dichiara di utilizzare Facebook e la rete per determinare il grado di affidabilità di un candidato43, esaminerà le domande di assunzione potendo agevolarsi proprio di questa prassi di iscrizione che sancisce una marchiatura cumulativa e identitaria determinante. Beacon fu un progetto di advertising di Facebook che prevedeva di inserire all’interno dello streaming della pagina utente le sue attività sulle pagine degli inserzionisti (es. Levis, McDonald’s), in modo da rendere la comunicazione pubblicitaria parte dell’esperienza sociale dell’individuo. Così facendo nella colonna dei feed risultano anche acquisti su Blockbuster o Amazon, al pari dei cambi di status. In questo modo, oltre a creare traffico sui siti esterni degli inserzionisti, si stimola soprattutto la generazione di conversioni, catturando l’attenzione dell’audience mentre osserva i propri amici intenti a pratiche di consumo. Grazie a una petizione promossa da MoveOn.org,, un’associazione di attivisti per la privacy in rete, Facebook ha dovuto chiudere questo sistema di advertising destinando 9,5 milioni di dollari per soddisfare le persone che ne avevano avviato contro una causa collettiva perché avevano sentito la loro privacy minacciata da quel sistema. 41 Rosen J. , Il web non dimentica mai, New York Times Magazines, Stati Uniti, trad. itl in Internazionale 864, 17 settembre 2010. 42 Tarasti E. (2009), Fondamenti di Semiotica Esistenziale, Edizioni Giuseppe Laterza, Collana Nel Segno, Bari, pag. 9, presentazione di Susan Petrilli e Augusto Ponzio. 43 Dati Microsoft, settembre 2010 18 40 I risvolti sono quasi esistenziali: come afferma Viktor Mayer-Schonberger, l’importanza dell’oblio sociale è fondamentale per poter reinventare la propria identità ed evolversi nel tempo: una società che conserva la memoria di tutto ci tiene sempre legati alle nostre azioni passate e, in pratica, ci impedisce di liberarcene. E senza l’oblio, il perdono diventa difficile44 Venendo meno la concezione del ricordo come deposito di tracce, metafora della traccia, la memoria, in quanto rammemorazione, smette di essere riconoscimento, o meglio una rilettura delle tracce e diventa puro giudizio. Come afferma Demaria, entra in gioco un duplice aspetto delle procedure di testualizzazione della memoria: da un lato, si configura un’idea di memoria fondata sull’oggettivazione, l’estrinsecazione e l’attualizzazione dei ricordi; dall’altra emerge la possibilità dei diversi strumenti mediali di costituirsi come mediatori del ricordo, ovvero supporti materiali, capaci di diventare archivi esterni atti a conservare la memoria culturale nelle sue molteplici forme.45 Se oggetto della memoria è senza alcun dubbio il passato, i modi con cui le tracce si riallacciano ad esso sono diversi: la terminatività di ciò che è accaduto e la duratività di qualcosa che è terminato, ma che persiste nel tempo, comporta una sorta di “crisi d’identità collettiva”46. Invece di acquisire maggiore libertà espressiva, attraverso l’io proteiforme47 degli albori di Internet, Facebook di fatto confina il controllo sulle identità e sulle reputazioni, amplificando l’effetto zucchero filato di Goffman, ovvero l’idea della memoria come una sostanza appiccicosa a cui i “fatti” della propria biografia via via vanno aderendo48. Durante il periodo di Second Life e in generale delle chat e i nick name, le personalità erano multiple, sfaccettate, ambiguità e stravolgimenti erano possibili, la creazione del sè avveniva attraverso la proliferazione delle identità. Con l’introduzione dei social network, la nostra identità ha iniziato a essere tracciata, riconosciuta, dunque storicizzata. E questo pone dei problemi di riconfigurazione della storia del nostro io, in quanto non c’è differenziazione tra percezione diacronica e sincronica, le identità in rete divengono appiattite in fatti e oggetti, foto e filmati, testimonianze e giudizi, che tracciano le identità in confini realmente delimitati, tangibili, analizzabili. E’ possibile ancora il parallelismo e l’io multiplo in altri luoghi, ma integrazione tra i social network e la diramazione dei propri contatti in un’unica ed esteta meta-comunità che straborda dalle piattaforme in cui è nata, richiede un autocontrollo rigido e altamente sofisticato, attuabile solo se sono state acquisite competenze e ci si appropria delle regole sociali in rete. Sono diversi gli studi di psicologia comportamentale che stanno analizzando l’influenza di questa ipermemorizzazione, in particolare da uno studio del Pew Center e Viktor Mayer-Schonberger, (2010), Delete. Il diritto all’oblio nell’era digitale, Egea C. Demaria, Semiotica e memoria. Analisi del post-conflitto, Carocci, Roma 2006. Il concetto di “mediatore del ricordo” trova un fondamento teorico nei principi della Memoria culturale, delinenati nella nota ricerca: A. Assmann , Erinnerungsräume. Formen und Wandlungen des kulturellen Gedächtnisses, C. H. Beck’sche Verlagsbuchhandlung, München 1999; trad. it. Ricordare. Forme e mutamenti della memoria culturale, il Mulino, Bologna 2002 46 Rosen J. , Il web non dimentica mai, New York Times Magazines, Stati Uniti, trad. itl in Internazionale 864, 17 settembre 2010. 47 Termine definito dallo psichiattra Robert Jay Lifton in (1993) The Protean Self, Basic Books, New York. 48 Goffman, (1963) Stigma, London: Penguin p. 57 45 44 19 da uno dell’università della California a Berkey49, è stato osservato che i giovani sono preoccupati del loro profilo online, più di quanto non lo siano le persone anziane. Per questo motivo cancellano i post indesiderati, tolgono il loro nome dalle foto e quando condividono informazioni personali, si autocensurano. Alessandro Acquisti, un ricercatore della Carnegie Mellon University50, studiando i calcoli mentali che facciamo quando dobbiamo svelare o tenere nascoste certe informazioni, ha osservato che il “tempo di decadimento” delle informazioni negative, ovvero quanto tempo le persone impiegano a dimenticare fatti reputati negativamente, è decisamente più lungo di quello delle informazioni positive. Come dire che le buone azioni perdono subito importanza. Il paradosso estremo della fine della privacy è determinato dal profilo cosidetto commemorativo: come poter gestire un profilo di qualcuno venuto a mancare? Lo stesso Max Kelly, responsabile della sicurezza di Facebook, ha dovuto affrontare l’annosa problematica e la soluzione emersa è stata quella di rendere appunto commemorativo il profilo in questione, accessibile dunque alla sola rete di connessioni avute in vita per poter mantenere vivi i ricordi e le interazioni avute nel passato51. In questo senso il profilo diventa uno spazio dove le amicizie e le persone ancora legate possono continuare a sentirsi uniti l’un l’altro, sul Muro del ricordo. 1.2.3 Geolocalizzazione e Facebook Deals Le strategie di diffusione di Facebook sono amplificate dall’introduzione dei Facebook Deals legati alle logiche della geolocalizzazione. Dopo aver inseguito i successi di Foursquare, è sceso in campo abbinando il richiamo ludico di comunicare presenza e spostamenti dell’utente alla propria rete e l’interesse commerciale delle aziende che vogliono promuovere un bene o un servizio. In questo modo ogni movimento di un individuo si trasforma in un’offerta commerciale, tramite ormai l’abituale check-in. Si possono selezionare quattro tipologie di promozioni diverse: Individuale, Lealtà, Amico, Solidarietà. La prima permette di usufruire tramite cellulare una proposta riservata. La seconda è per chi dimostra fedeltà collezionando un alto numero di check-in (esattamente come qualsiasi carta fedeltà, solo che digitale). La terza sprona la viralità e la logica dell’acquisto di gruppo, permette di ricevere sconti e omaggi per chi tagga un certo numero di amici all’interno del locale o negozio. Solidarietà, l’ultima tipologia, permette invece di accedere a deal funzionali a progetti di responsabilità sociale, dove i brand devolvono una cifra a ogni check-in acquisito. Quattro tipologie diverse che premiano l’individuo rispetto a bisogni differenti, da quelli più pragmatici legati a sconti e agevolazioni, a quelli di sicurezza e appartenenza legati alla propria sfera sociale, fino a quelli di autorealizzazione e di affermazione che Rosen J. (2010), Il web non dimentica mai, New York Times Magazines, Stati Uniti, trad. it. in Internazionale 864, 17 settembre 2010. 50 Rosen J. (2010) ibidem. 51 Questo è il testo riportato nel modulo di segnalazione di decesso: “IMPORTANTE: Pena una multa per falsa testimonianza, questo modulo è da usarsi unicamente per rendere conto di una persona deceduta: per rendere commemorativo o rimuovere l'account della persona in questione. Nel rendere il profilo commemorativo, l'account rimuove alcune informazioni riservate e regola la privacy in modo tale che solo gli amici accettati possano vedere il profilo o trovarlo in una ricerca. La bacheca rimane affinché gli amici e i familiari possano lasciare messaggi in ricordo. Per favore nota che domande non pertinenti poste attraverso questo modulo potrebbero non ricevere una risposta.” 20 49 premiano ego e identità. Non è più dunque uno strumento prettamente ludico, secondo la categorizzazione semiotica di Floch, ma un canale che permette di richiamare target di comunicazione differenti attraverso le call to action a loro più affini. Inoltre la dinamica accontenta sia le persone sia le aziende, non è pervasiva se non per interesse stesso dell’individuo che accetta di parteciparvi, per i brand è gratuita e immediata e crea visibilità sulla bacheca di ogni utente acquisito. E’ interessante osservare che una ricerca di Facebook presentata alla World Wide Web Conference 201052 ha già dimostrato come possa essere possibile identificare gli spostamenti dell’individuo in funzione della composizione geografica del suo network, e dunque anticipare e prevedere i suoi movimenti in base agli interessi da lui stesso dichiarati nel profilo. Grazie a questo particolare algoritmo, è facile intuire come sarà possibile per le aziende e brand arrivare a combinare le previsioni con i deals, anticipando la propria presenza attraverso l’advertising poco prima che l’individuo possa recarsi in loco, grazie all’interpretazione delle sue interazioni. Guido Ferraro in un articolo del 200253 parlava già di “preminenza dei rapporti interoggettivi sull’istanza soggettiva” anticipando di fatto un controllo che si strutturava proprio sull’interazione tra oggetti o bot intelligenti digitali. La lettura delle identità sociali attraverso indicatori predefiniti rischia però di ricalcare modelli comportamentali o di acquisto che seguono una logica fissa e dunque reiterare una “perversa ostinazione a favore delle abitudini, se non a una vera e propria coalizione a ripetere”54. Questo eccesso di ridondanza non rischia forse di andare contro agli stessi interessi del sistema di Facebook, che ha fatto della proprietà e dell’analisi dei dati degli utenti il suo principale asset commerciale? Come già sta accadendo con il Behavioural Targeting e il Retargeting, spesso gli annunci pubblicitari a cui gli utenti sono sottoposti risultano una persecuzione e manifestano una classificazione che i soggetti subiscono e percepiscono come inadeguata oltre che impropria. Come conferma Ferraro invece: la dimensione sociale moltiplica evidentemente le possibilità di composizione relazionale tra i progetti indivuali, aggrovigliandole in una serie complessa di modellizzazioni, di incapsulamenti, ma anche di virtualità edificate l’una sulla base dell’altra.55 Sembrerebbe che la geolocalizzazione, così come le concentrazioni di indicatori di identità siano sempre più indirizzati nella costituzione di soggetti “oggettivati”, dunque interpretabili e per questo governabili, anche attraverso forme di estensione tra soggetti che appartengono a modelli simili ma non identici, dunque aperti a suggerimenti vicini alle loro selezioni e ai loro gusti, seppur innovativi e in grado di apparire imprevedibili piuttosto che di ispirazione. Dopo il panopticon auditivo determinato dall’uso del cellulare in ogni luogo, in cui “da un lato si è sempre in ascolto, dall’altro si è sempre ascoltati”56, ora il controllo sociale, che come definisce Duranti nel suo Dizionario, altro non è che 52 Lars Backstrom L., Sun E., Marlow C. (2010), Find Me If You Can: Improving Geographical Prediction with Social and Spatial Proximity, Facebook 53 Ferraro G. (2002), Macchine dell’Immaginario, in Landowski E. (2002), La società deegli oggetti, Meltemi, Roma. 54 Ferraro G. (2002), p 110. 55 Ferraro G. (2002), p. 112. 56 Marrone G. (2004) C’era una volta il telefonino, Meltemi Editore, p.16. 21 un modo per indurre le persone a fare cose che non sceglierebbero di fare se fossero del tutto libere di decidere, o di non fare cose che probabilmente farebbero se fossero libere di scegliere57 diventa totalitario, segue l’individuo in ogni sua azione attraverso una sorveglianza virtuale e costante. Come progettò Jeremy Bentham nel XVIII, “il potere doveva essere visibile e inverificabile”58. 1.2.4 Social Graph e capitale sociale Le conseguenze dell’Open Graph Protocol sono ancora più esondanti se si considera non solo l’espansione di Facebook al di fuori del suo Wallen Garden recintato, ma soprattutto le modalità attraverso cui questi confini si stanno abbattendo, pur mantenendo il controllo e la proprietà dei dati. Il Social Graph59 segue il modello sociologico dei social network studies, secondo cui un individuo/soggetto sociale è un nodo interdipendente ad altri nodi rispetto a legami interpersonali di varia natura. Come osserva Massimo Leone (2011), gran parte del percorso epistemologico della teoria delle reti sociali è infatti consistito nello svuotar progressivamente l’individuo umano della sua individualità e nel trasformarl altrettanto progressivamente in un nodo, legato ad altri individui-nodi attraverso diversi tipi di legami.60 Di fatto la social network analysis sposta il fulcro d’attenzione da una concezione della realtà come costituita da monadi in un certo senso incomparabili, anche se comunicanti, a una in cui la qualità del reale non risiede tanto nei suoi enti individuali, quanto nella posizione che essi assumono reciprocamente e rispetto ad altri enti.61 L’individuo, inteso come ente sociale dotato di agentività propria, nella concezione sociologica di nodo si svuota di questa agentività, o meglio l’unica agentività che si possa legittimamente attribuire a un nodo è quella — invero assai poco attiva — di annodare, vale a dire, ancora una volta, un’agentività limitata al solo fatto di essere immerso, invischiato, intrecciato con una rete (Wellman e Berkowitz 1988).62 Storicamente questa posizione, parafrasando le osservazioni di Leone, coincide con la considerazione dei fenomeni sociali sempre più determinati come “di massa” (Freeman 2004). Questa operazione di riduzione dell’individuo a numero, lo spoglia delle sue caratteristiche essenziali, in primis l’agentività, trasformandolo appunto in un nodo, vale a dire in un “uomo senza qualità”, dunque in un elemento quantitativo. Non c’è nulla di male in questo approccio se però lo si considera come modello in grado di dar conto delle tendenze che riguardano la produzione e riproduzione di capitale, non Duranti, A. (2001), Culture e discorso. Un lessico per le scienze umane, 2001, Meltemi Editore, Roma Wikipedia, Panopticon 59 Termine coniato da Zuckemberg già nel 2007, per indicare la rete di relazioni sociali all’interno di Facebook, è diventato in seguito il termine usato più in generale per indicare le reti sociali su Internet. 60 Leone M. (2011), Reti di nodi e reti di segni, E/C, in corso di pubblicazione. 61 Leone M. (2011) ibidem. 62 Leone M. (2011) ibidem. 58 57 22 certo per rappresentare le modalità comunicative tra gli individui e ancora meno per caratterizzare gli individui stessi. Il rischio è quello che: Riducendo l’agentività degli individui, trasformandoli in nodi, la teoria sociologica delle reti sociali di fatto ne svuota il potenziale semiotico. Ciò che comunicano, ciò che significano, non è importante, in quanto si spiega, nel quadro epistemologico tipico di questa disciplina sociale, in termini di relazioni sociali.63 In questo senso come semiologi, è necessario interessarsi “al modo in cui le agentività semiosiche individuali costruiscono le reti sociali”, e non solo “al modo in cui le agentività semiosiche individuali sono costruite dalle reti sociali”, che è l’approccio riduzionista sociologico. C’è dunque un problema a monte che risulterebbe insoluto, ovvero quello di restituire l’agentività all’individuo, agentività intesa come ciò che costituisce i legami fra gli individui, che secondo lo stesso Niklas Luhmann64, uno dei padri fondatori della social network analysis, è oltretutto elemento costituente della comunicazione, a sua volta elemento unitario che costituisce il sistema sociale (Luhmann 1990). La stessa definizione di capitale sociale65 differenzia due approcci di analisi distinti, uno “individualistico”, l’altro “collettivistico”. Il primo ha per protagonisti i singoli individui e le loro competenze e capacità relazionali, in questo senso il capitale sociale è interpretato come una variabile da esaminare a partire dall’analisi dei comportamenti dei singoli agenti che utilizzano i legami sociali per conseguire fini individuali altrimenti realizzabili a costi superiori. Il secondo viene interpretato come fattore definibile ed operabile a livello di comunità. In questo modello interpretativo, il capitale sociale deve essere analizzato rispetto alla collettività nel suo complesso, per desumerne origini storico-istituzionali ed effetti prodotti a livello della struttura sociale dell’ambito sistemico in cui opera. Il capitale sociale si configura quindi come una risorsa della collettività ed è identificato con le caratteristiche della vita sociale – reti, norme, fiducia – che consentono agli attori di agire in modo più efficace nel perseguire obiettivi condivisi. Su questa linea di pensiero, è chiaro che l’agentività e la capacità comunicativa dell’individuo viene surclassata da quella che dovrebbe essere una delle tante variabili da esaminare. Questa dimenticanza del ruolo investito dalla comunicazione nella formalizzazione del modello sociologico, rende evidente quanto sia necessaria la sua 63 64 Leone M. (2011) ibidem. Luhmann N. (1990) Sistemi sociali. Fondamenti di una teoria generale,, il Mulino, Bologna, p. 90 (Ed or. 1984) Il concetto di capitale sociale trae origine in America da un saggio del 1920 di Lyda Hanifan, una riformatrice scolastica della Virginia occidentale, secondo cui "il capitale sociale si riferisce a quei beni intangibili che hanno valore più di ogni altro nella vita quotidiana delle persone: precisamente, la buona volontà, l'appartenenza ad organizzazioni, la solidarietà e i rapporti sociali tra individui e famiglie che compongono un'unità sociale". Il sociologo James Coleman ha utilizzato il concetto di capitale sociale nella sua costruzione di una teoria sociale generale imperniata sull'assunto della fondamentale razionalità degli esseri umani, che si discostava dall’individualismo della teoria economica classica e lo considerava come l'insieme delle risorse di tipo relazionale durature che un attore sociale (individuo, gruppo ecc. ) può utilizzare, insieme ad altre risorse, per perseguire i propri fini. Il concetto sottende dunque una visione maggiormetne concentrata sugli obiettivi razionali umani e sulle interazioni sociali come mezzo per poterli raggiungere. Da questa radice, ha poi inglobato nella sua definizione le differenti tipologie di relazione sociale e le motivazioni che esse sottendono (fiducia, confidenza, comprensione recirpoca, condivisione di valori) e in generale qualsiasi atteggiamento in grado di creare coesione tra i membri di una rete o di una comunità, rendendone possibile la cooperazione. 23 65 integrazione. L’approccio del social graph si fa carico di questa omissione, rischiando di ridurre l’esperienza del web a una mera esperienza basata sul calcolo e sulla quantificazione del capitale sociale. In questo senso, lo scenario che si sta delineando risulta inadeguato a rappresentare l’imprevisto ma sottende la logica monoprospettica delineata da Ferraro a proposito delle “Macchine dell’Immaginario”66 da lui descritte. Questa logica monoprospettica è quella su cui si basano, come abbiamo già evidenziato poc’anzi, gli attuali logaritmi che regolano l’advertising online, e daranno l’opportunità agli editori web aderenti al Social Graph di Facebook di personalizzare l’esperienza on site a seconda degli interessi espressi dal singolo individuo e dalla rete dei suoi amici. Facebook diventa così un ecosistema, o meglio "the global mapping of everybody and how they're related"67, e ogni azione svolta su pagine web aderenti entrerà a far parte della sua grande rete (dei risultati di ricerca, del profilo dell’utente, del suo stream). Questo comporterà una naturale evoluzione di Facebook stesso fino a sviluppare una vera e propria Social Search, grazie all’integrazione con Bing, in modo da posizionare i contenuti web in base alla loro popolarità rispetto al Social Circle di ogni utente. Il che significa che l’intera esperienza web sarà basata sulle dinamiche di valutazione delle interazione degli individui, e Facebook ne sarà il proprietario. 1.2.5 Oggetti sociali e metriche di valorizzazione Non solo i post e le pagine web, ma anche gli “utente portatili” diventano dunque social object, termine che ha iniziato a delineare i principi del web 2.0 nel 2007 a opera di Hugh MacLeod e in particolare di Jyri Engestrom (fondatore di Jaiku) che ne parlò la prima volta all’interno del suo blog68, diventandone per questo promotore. Il social object 2.0 è stato da loro definito: The Social Object, in a nutshell, is the reason two people are talking to each other, as opposed to talking to somebody else. Human beings are social animals. We like to socialize. But if think about it, there needs to be a reason for it to happen in the first place. That reason, that “node” in the social network, is what we call the Social Object.69 Questa definizione considera i “nodi” della rete i contenuti che motivano l’interazione sociale, il che si scontra con i presupposti del social graph che invece definisce l’utente in questa posizione. Chi ha ragione? In realtà non è una questione di ragione, ma una questione di punti di vista. L’architettura di Facebook mette infatti in relazione una serie di interessi differenti e di soggetti che attuano programmi (narrativi) tra loro interconnessi per poter raggiungere i Ferraro G. (2002), Macchine dell’Immaginario, in Landowski E. (2002), La società deegli oggetti, Meltemi, Roma. 67 "Facebook: One Social Graph to Rule Them All?". CBS News. Retrieved July 11, 2010. 68 Jyri ne parlò per la prima volta in relazione al vino: http://www.zengestrom.com/blog/2007/09/wine-as-asocial-object.html. Qua il video dove Jyri condivise i principi del social objects: http://www.blip.tv/file/264795. Questo suo termine venne poi ripreso da Hugh MacLeod che ne delimitò la definizione dopo aver sviluppato un paio di riflessioni nei mesi successivi: si vedano http://gapingvoid.com/2007/06/15/hallam-foe-and-kula/ ; http://gapingvoid.com/2007/06/17/but-what-if-i-fail/ ; http://gapingvoid.com/2007/10/24/more-thoughts-on-socialobjects/ ; e infine il post più citato che ne sancisce la definizione: http://gapingvoid.com/2007/12/31/social-objectsfor-beginners/ 69 http://gapingvoid.com/2007/12/31/social-objects-for-beginners/ 24 66 propri obiettivi. Il primo livello di interazione, quella che soggiace a tutta la dinamica della piattaforma, ha motivazioni economiche, e mette in relazione Facebook inteso come azienda e dunque quelli che per lei sono i clienti, ovvero gli inserzionisti pubblicitari. Il secondo livello di interazione costruito nell’architettura del social network, è chiaramente la relazione tra l’utente e la piattaforma stessa. Il terzo livello, è quello strutturato tra utente e utenti, l’unico rapporto alla pari. Infine, chiudendo il cerchio, l’ultimo livello è quello che relaziona Facebook con gli editori al di fuori del network e in generale con i player esterni, tra cui suoi competitors. E’ chiaro che in questo quadro, ciò che è considerato “oggetto sociale” può essere più cose contemporaneamente e spesso lo stesso termine indica sovrapposizioni semantiche tra loro anche in opposizione. Se consideriamo l’origine del termine, dobbiamo fare riferimento in particolare a John Searle, Barry Smith, Wynona Smutz Garretson e ultimamente alla rielaborazione di Maurizio Ferraris70, cui è possibile arricchirne la definizione attraverso i concetti in particolare di accordo collettivo (Searle) e documentalità di Ferraris. Secondo Searle infatti, gli oggetti sociali sono: oggetti di ordine superiore rispetto a oggetti fisici, d’accordo con la regola “X conta come Y in C”, vale a dire che l’oggetto fisico X, per esempio un pezzo di carta colorato, conta come Y, una banconota da 10 euro, in C, l’Europa del 2006.71 Attraverso questa formula, Searle intende determinare la differenza tra fatti bruti e fatti istituzionali, che si fondano sulla base dell’intenzionalità collettiva: Facts on the lower level - which he calls brute facts - can exist independently of human beings and their institutions. Facts on the upper level, which he calls institutional facts, depend on human institutions and above all on an associated 'collective intentionality'. E sulla base di un atto sociale che presuppone nell’oggetto sociale stesso la possibilità di continuare una forma di attività: Social objects are always … constituted by social acts; and, in a sense, the object is just the continuous possibility of the activity. 70 Si vedano: Garretson W. S. (1962), The Consensual Definition of Social Objects, The Sociological Quarterly, Vol. 3, No. 2 (Apr., 1962), pp. 107-113; Searle, J. R. (1969) Speech Acts. An Essay in the Philosophy of Language, CambridgeCambridge University Press; Searle, J. R. (1969) "How to Derive 'Ought' from 'Is'", in W. D. Hudson, ed., The Is/Ought Question, LondonMacmillan, 120-134; Searle J. R. (2006), La costruzione della realtà sociale - Giulio Einaudi Editore Torino, (edizione originale 1995); Barry S. (1993) "An Essay on Material Necessity", P. Hanson and B. Hunter, eds., Return of the A Priori (Canadian Journal of Philosophy, Supplementary Volume 18), (1993), 301-322; SMITH B. (1997), «Social Objects», in corso di pubblicazione in K. MULLIGAN (a cura di), Austrian Philosophy, atti del convegno omonimo a Cerisy-la-Salle, Settembre 1997 (http://wings.buffalo.edu/philosophy/ontology/ socobj.htm);.Maurizio Ferraris -Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce - Laterza Editore, 2009. Per un approfondimento circa la tesi di Maurizio Ferraris, si vedano anche: http://www2.units.it/~etica/ - Maurizio Ferraris - Documentalità: ontologia del mondo sociale Etica & Politica / Ethics & Politics, IX, 2007, 2, pp. 240-329; http://lgxserve.ciseca.uniba.it/lei/ai/ networks/06/Ferraris.pdf - Maurizio Ferraris – Ontologia sociale e documentalità. Infine per una rilettura critica della tematica relativa agli oggetti sociali, si veda l’introduzione di Ferraris in http://www.labont.com/public/ papers/ferraris/ferraris_oggetti_sociali.pdf 71 Searle J. (996), The Construction of Social Reality, New York, Free Press, 1995; tr. it. a cura di A. Bosco, La costruzione della realtà sociale, Edizioni di Comunità, Milano, 1996. In particolare il recente: John Searle J. (2010), Making the Social World: The Structure of Human Civilization, Oxford University Press, Oxford, 2010; tr. it. a cura di G. Feis, Creare il mondo sociale. La struttura della civiltà umana, Cortina, Milano, 2010 25 Maurizio Ferraris ritorna sul pensiero di Searle e, nel definire gli oggetti sociali, adotta un passaggio dai Speech Acts ai Document Acts72, gli oggetti sociali sono atti sociali (tali che avvengano almeno tra due persone) caratterizzati dal fatto di essere iscritti, su un documento, in un file di computer, o anche semplicemente nella testa delle persone. [...] Da questo punto di vista, si può asserire che “nulla di sociale esiste fuori del testo”. [...] Gli oggetti sociali sono costituiti da atti iscritti, ma non ogni iscrizione è un oggetto sociale. Non tutte le iscrizioni sono dei documenti, ma non c’è iscrizione che, in una certa condizione e acquisito un determinato potere sociale, non possa diventarlo.73 Senza voler sminuire il pensiero di Searle nè la raffinata osservazione di Ferraris che comporterebbe un dettaglio descrittivo di maggior approfondimento74, date queste premesse risulta fondamentale nella definizione di oggetto sociale l’importanza della scrittura, dell’atto, dell’intenzionalità collettiva e del potere sociale. Sebbene sia possibile confermare che qualsiasi contenuto e dato presente online sia risultato di un atto e tra l’altro di un atto documentato, e che sia stato in qualche modo determinato da un accordo tra almeno due soggetti, questo non presuppone però nessun potere sociale, se non inteso come il potere di esercitare una selezione, condivisione e valutazione del contenuto proposto. Dunque, non tutti i contenuti che circolano in rete e sviluppano interesse sono oggetti sociali, seppur potenzialmente possano diventarlo. Anzi, osservandoli più attentamente, gli oggetti sociali 2.0 scambiati tra gli utenti si avvicinano più al Kula studiato da Malinoski o al potlach di Boas, che non a una banconota dei giorni nostri. L’economia del dono di Mauss75 ha in effetti molto in comune con la dinamica relazionale su cui Facebook ha fondato il suo successo e lo scambio di opinioni, video, musica, immagini sembra più legato a un concetto di scambio di oggetti bruti che non a una circolazione di oggetti sociali, in cui è l’atto stesso implicato nello scambio ad acquistare valore. Uno scambio che implica una continuità, o come osserva meglio Marsciani76, “gli scambi di oggetti tra gli uomini sono sempre narrazioni, racconti”, nel senso che questo agire articola più entita tra loro e le colloca in posizioni significanti, ovvero da a ciascuno dei partecipanti un ruolo specifico che presuppone un programma d’azione prestabilito (io do a te, tu darai a me). Uno scambio che implica una forte dose di libertà, ma allo stesso tempo presuppone l’obbligo a restituire, per mantenere il legame sociale, anche se non formalizza nè modi nè tempi. Ogni scambio racconta dunque una storia, i contenuti oggetto dello scambio intervengono nella costruzione della relazione e il soggetto si qualifica proprio attraverso l’oggetto scambiato, soggettività che viene messa in discorso per essere valutata socialmente. Non si scambiano dunque cose, ci si scambiano immagini reciproche di sè. E degli altri, perchè nello scambio, ovvero nel dare e ricevere, avviene Si veda l’articolo di Barry Smith del 1995 presentato al workshop sull’Ontologia dei documenti a Buffalo: http://ontology.buffalo.edu/document_ontology/ 73 http://lgxserve.ciseca.uniba.it/lei/ai/networks/06/Ferraris.pdf 74 Per cui imandiamo alla bibliografia già citata nelle note precedenti (40, 41, 42). 75 Mauss M. (1925), Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, (titolo originale Essai sur le don. Forme et raison de l'échange dans les sociétés archaïques, 1ª ed. 1925), Einaudi, 2002 76 Marsciani F., (1995), Intersoggettività e oggetti. Accenni a una grammatica del dono" in L'oggetto dell'equilibrio (a cura di F. La Cecla), Milano, Electa/Alessi. 26 72 una mediazione, una comunicazione, attualizzando reciprocamente alcuni aspetti e traformandone altri. Facebook dunque mette in scena una pratica di comunicazione collettiva, che ha molto in comune con la definizione di pettegolezzo data da Volli77: una modalità socialmente strutturata di produzione e di trasmissione di senso, una motivazione della comunicazione, un tipo di discorso, la cui premessa necessaria è di essere socialmente distribuito, reticolare, bisognoso di collaborazione collettiva e dunque di interesse diffuso per funzionare. Il pettegolezzo è una comunicazione che permette di strutturare e mantenere forme di socialità, di coesione, attraverso il “requisito dell’interesse diffuso”: infatti, un pettegolezzo che non interessa e non incuriosisce, si blocca. Ma cosa scatena l’interesse? Ecco ritornare la prima definizione di Social Object, “the reason two people are talking to each other”. Sono fatti, notizie, avvenimenti, che ruotano intorno a un ambito tematico comune. Ma per essere interessanti devono rispondere a determinati requisiti, siano essi pratici, critici, ludici o utopici come definirebbe Floch. Sono requisiti semiotici, corrispondono a strategie enunciative precise e attivano meccanismi narrativi complessi. Dunque, sembrerebbe che nel definire i social objects, la “Rete” intesa come attante collettivo, attraverso la voce di un blogger, abbia circoscritto l’importanza della relazione proprio attorno a questi requisiti semiotici, alla capacità comunicativa individuale in grado di sviluppare interesse dunque viralità dunque coesione sociale. Ma Facebook è una scatola complessa, e questo livello di pertinenza ha poco a che vedere con gli obiettivi aziendali del social network. Non è un caso infatti che le metriche di marketing relative ai Social Media siano particolarmente attente al Risk Of Inaction più che al Return Of Investment. Non c’è bisogno di calcolare il costo delle iniziative effettuate infatti se la benzina che fa muovere ogni ingranaggio del sistema è l’azione delle persone. Gli strumenti di monitoraggio di Facebook78 infatti valorizzano le interazioni, intese come somma risultante dal numero di apprezzamenti, dal numero di commenti lasciati per ogni post e dal numero di citazioni (Mentions) del post stesso. Inoltre rileva gli individui più attivi e con maggiori capacità di influenzare le opinioni altrui. Dunque, un riconoscimento in termini quantitativi della capacità di determinati individui di sviluppare opinioni e generare viralità. Ogni post qualifica un soggetto numericamente, esattamente come Massimo Leone sottolineava nella critica alla social network analysis. Per questo motivo gli individui, o meglio, gli “utenti portatili” in questo caso sono letteralmente “social object”, ovvero moneta di scambio che permette di incrementare gli interessi economici di Facebook. E lo diventano proprio grazie al loro agire attraverso lo scambio, liberamente e senza obblighi di alcun tipo, e la trasformazione di quei contenuti da loro scelti, condivisi e valutati più popolari da oggetti bruti a oggetti sociali, perchè generatori di traffico e visibilità, altri due indicatori della performance commerciale. 77 Volli U. (2005) Piacere e forme della maldicenza. in Livolsi M., Volli U. (2005) Rumor e pettegolezzi. L'importanza della comunicazione informale, FrancoAngeli. 78 Si chiama Facebook Insights ed è un sistema statistico in grado di rilevare le attività sia all’interno delle varie pagine o gruppi di facebook, sia all’esterno tramite i social Plugin nel web. 27 Ma allora dove va a finire la dimensione narrativa dello scambio? Dove si pesa la mediazione determinata dalla prassi enunciativa? Stiamo dicendo che la dimensione interattiva e sociale, online, non ha di fatto alcuna importanza? L’interazione costruisce qualcosa, eppure assume la forma contraddittoria di una cornice (che consente di circoscrivere) e d’una rete (che smembra la simultaneità, la prossimità, le personalità) affermerebbe Latour79. Questo per dire che non ha senso sviluppare un’ontologia in grado di definire medium, messaggio, utente, contenuto, oggetto sociale, nè esiste un livello micro o macro di analisi esclusivo per osservare il fenomeno nella sua complessità. Perchè si rischierebbe di farne una causa politica, filosofica o ideologica sul libero arbitrio dell’uomo ma non si darebbe una spiegazione completa circa il funzionamento di una macchina che si compone di una serie di variabili discrete. Ha senso osservarlo come fatto sociale e districarne le dinamiche seguendone via via gli incassi enunciativi, le strutture narrative e il sistema di valorizzazione che ne permette il funzionamento. Nel discorso commerciale tra Facebook e inserzionisti pubblicitari, sarà dunque ragionevole pensare come Derrick De Kerckhove "posto che il medium sia il messaggio, allora l’utente è il contenuto". Nel discorso sociale tra utenti, sarà altrettanto ragionevole accogliere la proposta di Massimo Leone per cui “the message is the medium”. Questo ci permetterà di accettare la misurazione del valore di una relazione perchè fatto sociale indagando su quali sono state le considerazioni per schematizzarne le variabili di valorizzazione, e allo stesso tempo pensare i soggetti come entità stratificate, intese come intreccio di qualificazioni che acquistano la loro funzione significativa all’interno delle relazioni oggettuali e intersoggettive nel contesto di una narratività che è quella che ne determina il senso.80 Pensare agli individui come soggetti stratificati, intesi come soggetti narrativi, soggetti enunciativi e soggetti empirici, ci permetterà di avanzare alcune ipotesi sulla dinamica di creazione di relazioni sociali e sull’investimento di senso che queste relazioni sottendono. Per fare ciò, sarà necessario analizzare i contenuti scambiati in particolare nelle loro strategie enunciative, per osservare ricorrenze ed individuare tratti caratterizzanti. Soprattutto quel tipo di contenuto considerato come conversazione, ovvero commenti, osservazioni, post lasciati in prima persona e che celano nella loro manifestazione proprio scelte enunciative e narrative in grado di mettere in scena, dunque in discorso, opposizioni in termini di ruoli attanziali di coloro che partecipano alla conversazione, un po’ attori, un po’ persone. Sarà l’analisi delle strategie “testuali” della piattaforma infine che permetterà di filtrare queste osservazioni considerando tutti i vincoli relativi all’ambiente rispetto a influenze ed effetti di senso presupposti, modalità di interazione indotte e programmi narrativi precostituiti; dal livellamento linguistico dettato dai codici preselezionati, al set Latour B. (2002), Una sociologia senza oggetto? Note sull’interoggettività, in Landowski E., Marrone G. (2002), La società degli oggetti, Meltemi, Roma, p. 207 80 Marsciani F., in L'oggetto dell'equilibrio (a cura di F. La Cecla), Milano, Electa/Alessi 1995. 28 79 valoriale condivisibile perchè riconosciuto “socialmente”, ovvero riconosciuto nelle modalità e nelle specifiche che il sistema stesso ha deciso. Nonostante metodi etnosemiotici e sociosemiotici abbiano manifestato l’intenzione di superare il testualismo81, di fatto per le analisi dei discorsi in rete solo Giovanna Cosenza e Patrick Coppock con Patrizia Violi adottano una metodologia definita osservazione semiotica partecipante82 o più semplicemente etnografia della conversazione83. Cosenza (2008) mette a confronto i meccanismi semiotici dell’interfaccia di Meetic che creano dei ruoli tematici femminili e il grado di aderenza a questi ruoli tematici da parte delle donne che popolano la piattaforma. Un esempio di metodo comparativo che permette di evidenziare gli effetti di senso generati da meccanismi o strategie comunicative interattive e testarne il grado di influenza direttamente sui discorsi effettuati da chi la piattaforma l’ha usata. Coppock e Violi invece strutturano uno schema dei ruoli comunicativi rielaborando il modello di Goffman (1981)84. Oltre che da appassionati e da uomini di marketing, Facebook è già stato oggetto di studio di ricercatori soprattutto in ambito sociologico, antropologico e psicologico. La semiotica in questo senso si sta iniziando a muovere, soprattutto nell’analisi delle interfacce e architetture dei social network come veicolatori di effetti di senso e strumenti di marketing mediatico85. Non si nota tuttavia un evidente superamento del testualismo e dunque uno sviluppo dell’applicazione del metodo semiotico non solo su strutture comunicative stabili e chiuse (i “testi”86), ma anche sui discorsi che queste piattaforme permettono agli individui di realizzare. La tematica è complessa in quanto chiama in causa il dibattito attuale sui concetti di pratica e di esperienza, oltre che mettere in discussione la celebre frase di Greimas hors du texte, pas de salut87. Prima di addentrarci nelle questioni di metodo, preferiamo fornirci e fornire una rilettura analitica della letteratura critica su Facebook e i social network sites. Oltre ad evidenziare un’ampia selezione di saggistica, dobbiamo sottolineare la capacità di sociologi, antropologi e psicologi di mettere in discussione alcune osservazioni ingenue attraverso riprove e verifiche sul campo effettuate con metodologie differenti e spesso tra loro integrate. Questo interessante e già ampio lavoro (grazie soprattutto all’attività oltreoceano americana) ci permette di sfatare alcune generalizzazioni da un lato e, dall’altro, di circoscrivere tre filoni tematici principali che a nostro avviso permettono di: 81 Anche su questo tema torneremo nel capitolo successivo, un’introduzione è rintracciabile in Marsciani (2007), Del Ninno (2007) per quanto concerne l’etnosemiotica, Ceriani (2001) per quanto concerne la semioetnografia, in Landowski (2007, 2010) invece per la Sociosemiotica. 82 Cosenza G. (2008), Stereotipi femminili nel dating online. Le donne italiane su Meetic, in Demaria C., Violi P. (2008) Tecnologie di genere, Bonomi University Press, Bologna. 83 Coppock P., Violi P. (1999) Conversazioni telematiche, in Galatolo R., Pallotti G. (1999) La conversazione, Raffaello Cortina Editore. 84 Goffman E. (1981) Forme del parlare, trad. it. Il Mulino, Bologna, 1987. 85 Si veda Cosenza G. (2008) Semiotica dei nuovi media, Editori Laterza, da pag. 140 e seguenti, capitolo “Il Web 2.0”. 86 Non vogliamo qua aprire il dibattito sulla definizione di testo e tutto quello che gli concerne, per cui rimandiamo al capitolo successivo. 87 Greimas A. J. ( 1983), Greimas in discussione, in Miti e figure, Bologna, Esculapio (ed. italiana 1995). 29 - motivare la scelta dell’oggetto di studio mettere in discussione la semiotica in quanto disciplina spesso autoriferita osservare i limiti delle altre discipline (sociologia, antropologia e psicologia) costringere ad analizzare questo oggetto di studio attraverso un concreta e costosa integrazione metodologica. Osserveremo dunque Facebook come fatto sociale totale evidenziando di volta in volta le diverse prospettive di ricerca, nei risvolti di: - cartina tornasole delle influenze che la tecnologia ha avuto nei mutamenti sociantropologici rispetto ai suoi obiettivi di marketing mediatico; - strumento di costruzione della propria identità; - laboratorio delle dinamiche relazionali sociali. 1.3 Effetti mediatici e influenze tecnologiche di Facebook Facebook rientra nelle dinamiche studiate dalla CMC, comunicazione mediata al computer (Trentin 2004, Anolli 2002, Pravettoni 2002), e dunque al di là del fatto che richieda l’autentificazione e sviluppi una forte connessione con la realtà, non si esime da fenomeni di opportunismo elettronico (Rocco e Warlglien, 1995), nè di comunicazioni disfunzionali (Galimberti, Riva 1997), come la creazione d’identità fittizie (spoofing), il disinvestimento dei principi di cooperazione (specie asincrona), la violazione della privacy (lurking), oltre che l’invio di messaggi non desiderati (spamming) e forme di ostruzionismo (bombing)88. La piattaforma di per sè permette di superare le barriere spaziali ed economiche, motiva all’interazione e come altre comunità è definibile su una comune cultura di appartenenza. Permette ai soggetti di selezionare gradualmente le caratteristiche di personalità da presentare, riducendo il rischio di rottura, ma allo stesso tempo facilita il meccanismo di avarizia cognitiva (Fiske, Taylor, 1991)89 e il risparmio di energie cognitive, grazie all’organizzazione dell’interfaccia utente e gli strumenti offerti. Diversi sono gli studi sugli effetti di Facebook: definito come media persuasivo e manipolatorio, la maggior parte della letteratura critica e delle ricerche effettuate in tale ambito evidenziano approfonditamente le conseguenze di questa persuasione, ma praticamente nessuno ne mette in evidenza le strategie e tattiche persuasive, se non uno studio di stampo psicologico e non ancora pubblicato di BJ Fogg. A seguire offriamo ua panoramica delle tematiche più osservate. Si veda per un dettaglio completo anche Di Bari R. (2010), L'era della web communication. Il futuro è adesso, Tangram Edizioni Scientifiche. 89 Trentin G. (2004), Apprendimento in rete e condivisione delel conoscenze, Franco Angeli, Milano; Anolli L. M. (2002), Psicologia della comunicazione, Il Mulino, Bologna; G. Pravettoni (2002), Web Psychology, Guerini e Associati; 30 88 1.3.1 La creazione dell’uomo-macchina Un aspetto essenziale dei social media, dove si esercita il primo livello di controllo delle interazioni tra gli utenti, è proprio l’interfaccia utente. E’ risaputo quanto i social media cerchino di facilitare la dinamica degli user generated content, sviluppando un’interattività ricca di funzionalità, attraverso un design user friendly che ne opacizza le architetture complesse90. Le nuove tecniche per pubblicare e produrre contenuti sono adottate con facilità dagli utenti grazie alle symbolic handles91che facilitano i processi tecnici e si legano alla filosofia della Semplicity di John Maeda92. Pulsanti, schede, barre di scorrimento e molti altri accorgimenti permettono all’utente di interagire direttamente sul software a livello di interfaccia utente93. Tuttavia non bisogna confondere l’interfaccia utente con l’interfaccia che si manifesta al momento d’uso, “interface term”, che secondo i teorici Florian Cramer e Matthew Fuller (Fuller 2008) si riferisce al modo di “link software and hardware to each other and to their human users or other sources of data”94. Quindi, l’interfaccia è qui considerata come una distinta area di controllo, in cui i cambiamenti verso il software e l’hardware possono essere fatte senza apportare alcuna modifica evidente sul frontale che si manifesta lato utente. Come sottolinea Stumpel (2010)95, “the front end, visible to the user, is indiscreetly affected by the back end, which Galloway refers to as the internal face96”. Ispirandosi al concetto di remediation97, Galloway (2010) sostiene che un’interfaccia contiene al suo interno sempre un’altra interfaccia, che spesso si mantiene invisibile all’utente, ma è sempre in movimento trasversale all’interno del medium stesso, influenzandone l’esperienza. Parte di questa internal face è rivelata attraverso le API, l’Application Programming Interface, che Facebook in particolare incoraggia ad usare per sviluppare applicazioni esterne o semplicemente per inserire il proprio blog all’interno del social graph. Queste permettono attività di creazione e manipolazione del social network, istituendo un finzionale rapporto paritetico con l’utente in grado di Hagemann, Vossen (2007), Unleashing Web 2.0 : from concepts to creativity. Morgan Kauffman. LangloisG.. McKelvey F., Elmer G., Werbin K. (2009), Mapping Commercial Web 2.0 Worlds: Towards a New Critical Ontogenesis, Fibrcultue, Infoscape Research Lab, Ryerson University., Issue 14, 2009; http://journal.fibreculture.org/issue14/issue14_langlois_et_al_print.html, accesso Giugno 21, 2010. 92 Maeda J. (2006), The Laws of Simplicity, MIT Press. 93 Fuller M., (2008). Software Studies. A Lexicon. The MIT Press, pag. 149. 94 Fuller M., (2008). Software Studies. A Lexicon. The MIT Press, pag. 149. 95 Stumpler, M. (2010), The Politics of Social Media Facebook: Control and Resistance, Thesis of University of Amsterdam 96 Galloway A. R. (2010), Symposium: A Wedge Between Private and Public, April 22, 2010. TrouwAmsterdam, Amsterdam. Session 2 – Interface. Skype conference call. Galloway, R. Alexander and Thacker, Eugene. (2007). The Exploit. MIT Press. 97 Bolter, Jay D., Grusin R. (1999) Remediation: Understanding New Media. Cambridge: MIT Press, rielaborando McLuhan, Bolter afferma che “all mediation is remediation. We are not claiming this as an a priori truth, but rather arguing that at this extended historical moment, all current media function as remediators and that remediation offers us a means of interpreting the work of earlier media as well. Our culture conceives of each medium or constellation of media as it responds to, redeploys, competes with, and reforms other media. In the first instance, we may think of something like a historical progression, of newer media remediating older ones and in particular of digital media remediating their predecessors. But ours is a genealogy of affiliations, not a linear history, and in this genealogy, older media can also remediate newer ones”, pag. 55. 91 90 31 utilizzarle. Ma allo stesso tempo consentono una libertà controllata, una libertà gerarchicamente strutturata (Fuller 2008)98. Una prima indagine sulle strutture discorsive dell’interfaccia di Facebook la troviamo in Mapelli e Margiotta (2009)99, che analizzano gli effetti di presenza attuati attraverso le metafore proposte (invito a cena, il ricordo del compleanno) e il formato grafico adottato, che ricorda molto quello descritto da Di Fraia (2007)100 a proposito dei blog: il format grafico non è neutro: lo spazio disponibile che impone di non superare un certo numero di caratteri per riga, la necesità di evitare lo scrolling ecessivo, il fatto che la lettura avvenga tramite pc o mobile [...] risulta essere una sorta di metronomo in grado di dare il proprio ritmo alla testualità blog, [...] una testualità caratterizzata da enunciati brevi che nella brevità trovano insieme il proprio limite e il fondamento della propria efficacia comunicativa. Una testualità discontinua, che dalla frammentazione trova il proprio ordinatore logico e la propria estetica. La sequenzialità temporale, per quanto sia un tratto caratterizzante e visibile del format, non si traduce quasi mai in consequenzialità contenutistica e tematica. [...] Testualità e soggettività si danno come frammenti, mentre coerenza e unitarietà si configurano come compiti psicologici ed epistemologici demandati al soggetto. Il formato grafico incentiva la natural multiautoriale, è la possibilità del commento che costruisce e trasforma l’energia motivazionale della scrittura e dunque le intenzionalità non solo di chi legge ma anche di chi si racconta. Il carattere di incompiutezza, proprio del blog ma anche di Facebook, ne determina la vitalità, esattamente come “un blog finito è un non-blog, un blog morto appeso nella rete”101. Sherry Turkle (1997)102 parla di seduzione dell’interfaccia perchè: oggi più di ieri l’interfaccia seduce, ma non nell’apparenza, nell’ambiguità, nella caratterizzazione e nella forte personalità e personalizzazione, ma nella sua trasparenza, nella sua emulazione e adeguamento alla socialità e al generalismo. Turkle evita il discorso della dipendenza, più corretto secondo lei per tematiche relative a oggetti reali, come la droga, mentre la seduzione mette in luce proprio il rapporto tra due soggetti, inclusi o includibili, che si rapportano attraverso le stesse regole sociali. E’ in questo senso che lei intende seduzione dell’interfaccia, come un riconoscimento reciproco tra sistema e utente che richiede un rapporto di subalterità, in quanto “presuppone una volontà di un soggetto di manipolazione rispetto l’altro”. Fintanto che non diventa reciproca, ma questa reciprocità non è presupposta nel sistema, dunque è una forma di potere costantemente mantenuta e stimolata. Bj Fogg lo analizza come strumento persuasivo, all’interno della sua più vasta teoria definita Captology, attraverso cui esplora il grado di persuasione dei software e in Fuller M. (2008), Software Studies. A Lexicon. The MIT Press. pp.. 219-220; Neervens A. (2009) Reconstructing Social Networking Sites: Examining Software Relations and its Influence on Users, Dissertation, University of Amsterdam, p. 28. 99 Mapelli M. M., Margiotta U. (2009) Dai blog ai social Network, Arti della Connessinoe nel virtuale, Ibridamenti, Mimesis, Milano 100 Di Fraia G. (2007), Blog-grafie. Identità narrative in rete, in Marrone G., Dusi N., Lo Feudo G., (2007), Narrazione ed Esperienza, Meltemi, Roma, pag.161 101 Di Fraia (2007), pag 162. 102 Turkle S. (1997), La vita sullo schermo, Apogeo 32 98 generale dei sistemi digitali. Il suo studio103 ha evidenziato quanto Facebook faccia uso dei cosiddetti “reinforcement” che, in psicologia comportamentale, definiscono l'uso di una ricompensa per aumentare comportamenti associati a tale ricompensa. Il News Feed in particolare può essere visto come un sistema di amplificazione, in cui il comportamento desiderato è far visita su facebook.com e la ricompensa è la visualizzazione di una storia interessante circa il proprio amico. Visto da questa prospettiva, il News Feed può essere pensato come un sistema di pianificazione a “intervallo variabile”, aggiornato periodicamente con nuove informazioni, senza però scandire un ritmo costante di questi aggiornamenti. Il suo meccanismo permette di riconoscere quali elementi sono più interessanti di altri per l’utente e inserirli nel flusso delle notizie casualmente, in modo da indurre regolarmente l’utente a controllarne gli aggiornamenti. Il fatto di essere a intervalli variabili è molto più “Addictive” rispetto ad appuntamenti fissi, che permettono di gestire il tempo incluso all’interno dell’intervallo. Se invece il “premio” si attiva casualmente (in questo caso si attiva nel momento in cui un amico compie un’azione), si mantiene sempre costante una tensione, dunque una forma di assuefazione104. Un altro meccanismo che secondo BJ Fogg alimenta la dipendenza è l’”Information Scarcity”, ovvero la capacità di Facebook di dare poche informazioni e metterle a disposizione per un lasso di tempo breve, in modo da mantenere sempre attivo un dovuto tasso di allerta105. Se si lega questo meccanismo alla necessità di conformare le proprie opinioni attraverso quelle chiamate da Cialdini (1998)106 social proof, ovvero prove sociali che attestano l’appartenenza e il grado di aderenza a ciò che è riconosciuto come “normale” e corretto, allora la gestione del proprio profilo e la creazione di opinioni corrette diventa un dovere costante e quotidiano, non più un gioco per passare il tempo. 103 Le ricerchedi BJ Fogg partono da un corso tenutosi nel 2007 presso la Staford University, attraverso cui aveva condotto i suoi studenti a convincere, tramite tecniche persuasive psicologiche e metriche di valutazione dei SMM, 16 milioni di persone a installare le applicazioni da loro sviluppate. Il corso ha dato origine a una ricerca più strutturata, sfociata in un secondo corso interattivo che ha usato lo stesso Facebook come strumento di e-learning (attraverso le pagine Psychology of Facebook, Stanford Course 2008) e che ha indagato i singoli strumenti della piattaforma (Foto del profilo, gli Stautus Updates, i Poke, Commenti, Chat, Sharing, Posting, le News Feeds e in generale la struttura delle Pagine di Profilo) per rintracciarne le dinamiche persuasive. La captologia di Bj Fogg parte dall’assunto che “la persuasione ad opera delle tecnologie avviene in base ad un'intenzione persuasiva in fase di progettazione della tecnologia stessa” (Wikipedia). Dunque ne studia gli aspetti osservandole come strumenti, come media e come attori sociali. Per un approfondimento, si veda Fogg B.J. (2003) Persuasive Technology, Morgan Kaufmann Publishers. Lo studio su Facebook sarà pubblicato nel saggio di prossima pubblicazione The Psychology of Facebook. Alcune anticipazioni si trovano qui: Fogg B.J. (2008) Mass Interpersonal Persuasion:An Early View of a New Phenomenon, In: Proc. Third International Conference on Persuasive Technology, Persuasive 2008. Berlin: Springer, http://www.bjfogg.com/mip.pdf 104 Un’illustrazione di questo fenomeno è osservabile qui: http://www.youtube.com/watch?v=AepqpTtKbwo, che è poi il meccanismo che regola le slot machine e in generale tutti quegli strumenti che promettono una ricompensa, ma senza continuità. E’ stato dimostrato inoltre che questo tipo di strategia di rinforzo permette di mantenere costante il tasso di risposta anche quando non viene più elargito il premio, a differenza invece della strategia di rinforzo a schema fisso, come ad esempio il pagamento “a commissione” dei commercianti che, raggiunto l’obiettivo, perdono interesse e fermano la loro attività per un paio di giorni. 105 Per un approfondimento, si veda http://en.wikipedia.org/wiki/Artificial_scarcity 106 Cialdini R. (1998) Influence: The Psychology of Persuasion, Collins 33 La dimensione del tempo creata su Facebook è in effetti un elemento centrale nella dinamica persuasiva, Tursi (2007) la descrive come dis-persione nella realtà107, che ne muta la percezione e crea un presente onnipresente, ovvero “un presente” secondo Ferraresi “dilatato che assorbe tutti gli altri tempi, un presente che si mangia il passato”108. Mazzucato (2009)109 parla dell’esperienza del tempo-non tempo su Facebook in questi termini: immerese nel tempo-non tempo come in un acquario, le persone agiscono vellutate con ancheggiamenti dialettici. Ti colleghi e ritrovi quello che hai lasciato. Sbriciolato magari. [...] Eterna matassa composita. [...] Il corpo che si è lasciato invadere dal contatto e compenetrare dall’altro, percepisce una mutilazione. Deprivazione. Un tempo dunque plasmato, che si intreccia in uno spazio “privo di un luogo reale”, come le utopie di Foucault110, che hanno lo spazio reale della società, un rapporto generale di analogia diretta o rovesciata, ma sono essenzialmente degli spazi irreali. E allo stesso tempo uno spazio effettivo, una specie di contro-spazio, predisposto nella società, come le eterotipie descritte da Foucalt, che Mapelli (2010) riprende su AutAut111 per osservare lo spazio di Facebook, inteso come specchio, ovvero metafora di un’esperienza: mista, esperienza promiscua […] tra le utopie e questi spazi assolutamente altri, queste eterotopie. [...] Lo specchio è utopia ed eterotopia: è vetro, manufatto, luogo esistente, prodotto tecnologico, che posso vedere, toccare, che, in quanto tale entra in relazione con me, e con tutto ciò che lo circonda. Al tempo stesso, tuttavia, lo specchio genera, attraverso la riflessione, luoghi che sono, rispetto a me che ne faccio esperienza, non-luoghi: si tratta di riflessi, di immagini virtuali, che si collocano, rispetto alla mia fisicità, in una dimensione altra, in un non-luogo. La peculiarità di questa piattaforma è quella di creare delle dinamiche che inducono alla ripetizione, alle reiterazione di determinate attività, in modo a tratti compulsivo, ma comunque “addictive”. Secondo Duranti (2001)112, la ripetizione è fondamentale per definire qualunque oggetto culturale, sia un fonema, sia un’azione, all’arte o alla recitazione. La ripetizione pervade di fatto ogni aspetto della vita sociale permettendo di apprendere, di assimilare esperienze che diventano parte della memoria e dunque in grado di strutturare forme predittive. La conversazione si basa su un insieme di formule prosodiche ripetute, le abitudini, i rituali sociali, fino alle dimensioni temporali del ciclo dell’anno e della vita si basano sulla ripetizione. Se non ci fosse questa dinamica di costante ripetizione, ritorno, continuità, che permette di costruire uno spazio “addomesticato”, certo, sicuro, che va contro a quella “vertigine dell’infinito” Tursi A. (2007) Estetica dei nuovi media. Forme espressive e network society, Costa & Novelan, Genova, 2007, p. 18 e pag. 64 108 Ferraresi M. (2009) Facebook come moltitudine solitaria, in Borgato R., Capelli F., Ferraresi M. (2009), Facebook come, Franco Angeli 109 Mazzucato F. (2009), Il tempo-non tempo dei social network in Mapelli M. M., Margiotta U. (2009) Dai blog ai social Network, Arti della Connessinoe nel virtuale, Ibridamenti, Mimesis, Milano, p. 177 110 Foucault M. (2006), Utopie, eterotipie, Cronopio 111 Mapelli M. M. (2010), Web 2.0. Un nuovo racconto e i suoi dispositivi, Aut Aut, n. 347,luglio-settembre 2010. 112 Duranti, A. (2001), Culture e discorso. Un lessico per le scienze umane, Meltemi Editore, Roma 34 107 descritta da Jedlowski (2007)113 come “ciò che il senso comune è chiamato a fugare”, non ci sarebbe “sospensione del dubbio” nel senso che: l’esistenza umana è costitutivamente “dubbiosa” – incerta cioè avvolta nell’inquietudine – sia per la vulnerabilità che la caratterizza che per la precarietà di ogni padroneggiamento della realtà, sia e soprattutto per l’infinito a cui si rapporta. Tale infinità è propriamente l’infinità dei significati che il mondo e la vita possono assumere. La “vertigine dell’infinito” è allora quella sensazione che si prova quando non si è compresi e non se ne comprende il motivo, perchè manca il codice comune da adottare in quella determinata circostanza. Avviene quando si cambia lavoro, città, si frequenta un nuovo gruppo di amici o ci si trasferisce in un’altra nazione. Non dipende solo dalla lingua o dalla capacità linguistica, è una costruzione, seppur si dia come implicito, mentre è attraverso l’intenzione di uniformarsi, conformare la propria posizione rispetto a quella altrui che viene creato presupponendo quali debbano essere i suoi contenuti. Il senso comune è allora, come viene descritto da Schutz (1971)114: l’insieme dei modi di interpetare la realtà (e conseguentemente agire al suo interno) che sono condivisi entro determinate cerchie sociali e vengono dati per scontati Il senso comune è conseguenza della familiarità e consuetudine, “un gioco interminabile fra l’inquietudine e rassicurazione” (Bégout, 2005)115 che permette di sviluppare dei modi di selezionare e di connettere tra loro gli elementi della realtà. La pratica che presuppone questa costruzione può essere più o meno conflittuale, può esporsi a negoziazioni, compromessi e rimozioni (Jedlowski, 2007)116: è un tessere e ritessere i contorni della realtà accordandosi con gli altri su versioni plausibili, riconducendo ogni cosa a dei tipi di accadimenti, di personaggi e di trame per la cui comporensione si pensa ci sia un comune accordo. C’è dunque sottesa una continua elaborazione e rielaborazione del senso da un lato e di occultamento e rimozione dell’ambiguità dall’altro. In apparenza questo meccanismo appare statico, quasi cristallizzato, si cela dietro il “discreto addomesticamento del mondo” (Jedlowski 2007)117. Ciò che pare insensato viene riadattato al consueto, l’individuo è immerso in questo continum del quotidiano ma allo stesso tempo se ne distoglie attraverso lo scarto del vissuto, mettendolo in discussione. Riadattamento plausibile solo appunto all’interno di uno “spazio addomesticato”, spazio dunque rassicurante e in grado di forgiare esperienze che ricordano la quotidianità ma ne sono solo una proiezione; allo stesso tempo agiscono all’interno di essa, diventando reali. Uno spazio facilmente accessibile e riconoscibile, standardizzato, non personalizzabile, rassicurante nel senso di mantenere la stessa struttura in ogni sua sezione ma anche nel senso di essere rigido e non manipolabile. Uno spazio di fruizione Jedlowski P. (2007) L’importanza del destinatario. Pratiche narrative, vita quotidiana, espereinza: uno sguardo sociologico, in Marrone G., Dusi N. (2007) Narrazinoe ed Esperienza, Meltemi, p.81. 114 Schutz, 1971, Collected Papers, The Hague, Martinus Nijhoff; trad it 1979 Saggi sociologici, Torino,Utet 115 Bégout (2005), La décounverte du quotidian”, Paris, Allia 116 Jedlowski P. (2007) L’importanza del destinatario. Pratiche narrative, vita quotidiana, espereinza: uno sguardo sociologico, in Marrone G., Dusi N. (2007) Narrazinoe ed Esperienza, Meltemi, p.81. 117 Jedlowski P. (2007) L’importanza del destinatario. Pratiche narrative, vita quotidiana, espereinza: uno sguardo sociologico, in Marrone G., Dusi N. (2007) Narrazinoe ed Esperienza, Meltemi, p.81. 35 113 in grado di consentire un uso sia strutturale che relazionale del mezzo (Lull 1980)118, esattamente come fece la televisione a suo tempo. Un uso strutturale perchè crea un ambiente generale caratterizzato da rumore di sottofondo che tiene compagnia, struttura il flusso del tempo, stabilisce modelli di conversazione e costituisce una fonte di divertimento per un insieme di persone tra loro interconnesse, che per la televisione era la famiglia imegnata nelle faccende domestiche, per Facebook è l’insieme degli “Amici” connessi. Allo stesso tempo permette un uso relazionale, visto che si situa all’interno della routine delle pratiche quotidiane, e i suoi contenuti facilitano le conversazioni su aspetti diversi della vita degli individui, creano un’occassione per stare insieme (virtualmente) ma anche per evitare il contatto con altre persone (realmente). Inoltre è uno strumento di apprendimento e di dimostrazione di competenza rispetto al proprio status quo e rispetto agli altri. Mentre l’uso di Internet prima era uno strappo alla convenzione mediatica (Jensen 1999)119, ora ne conferma le basi. Spazio e tempo inoltre non sono relegati alla sola fruizione statica, davanti al computer, ma anzi la tendenza è quella sempre più di accedervi in mobilità, assicurandosi una forma di immediatezza, di libertà, di spontaneità e anche nuove forme di mediazione, di costrizioni di obblighi e divieti (Vattimo 1996)120. In quest’ottica, il recupero dei tempi morti e dei non luoghi (Marrone, 2004)121 avvera la possibilità di rendere il tempo libero individuale una risorsa globale condivisa, come Clay Shirky teorizza parlando di surplus cognitivo (Shirkly 2010)122, tempo libero di nuovi soggetti semiotici uomini-macchina, ma allo stesso tempo di corpi in movimento, corpi che funzionano come punti di riferimento e definiscono la loro posizione all’interno dell’enunciazione (Fontanille, 2004)123, corpi-macchina intesi non solo come modello stilistico, ma proprio come nuova forma di vita. Un corpo dunque segnalatore, più che materia, un corpo che Fontanille definisce corpo-deissi e compartecipa all’”addomesticamento del mondo” del senso comune. Facebook crea dunque una nuova forma di vita che assomiglia sempre di più a un formante, parte della catena del piano dell’espressione corrispondente a un’unità del piano del contenuto che sappiamo, proprio come la vita stessa, dipende dall’uso e non dalal struttura.124 La definizione di Greimas, ripresa da Ceriani (2007)125, investe un contenuto schematico che è scelta di regime comportamentale, a cavallo tra sistema simbolico e uso antropologicamente connotato. Detto altrimenti, è una pratica che viene istituzionalizzata nella vita quotidiana espandendosi in essa e andando a ridefinirne Lull (1980), The socail use of television, “Human Communication Research”, 6, 197-209 Jensen (1999), Semiotica dei media, Meltemi Editore, pag. 245 120 Vattimo G. (1996), Credere di credere, Garzanti. 121 Marrone G. (2004), C’era una volta il telefonino, Meltemi, Roma 122 Shirkly C. (2010), Cognitive Surplus: Creativity and Generosity in a Connected Age, Penguin Press HC. 123 Fontanille J. (2004), Figure del corpo, Meltemi, Roma 124 Greimas A. J., Courtes J. (1979) Semiotica. Dizionario ragionato della teoria del linguaggio, Bruno Mondadori, pag. 150 125 Ceriani G. (2007) Hot spots e sfere di cristallo. Semiotica della tendenza e ricerca strategica, Franco Angeli pag. 16 119 118 36 spazi e tempi. Da un lato è una strategia di valori semantici (Basso 2007)126, dall’altro un’estetica dell’esistenza che informa le pratiche. Ma la forma di vita indica anche un gruppo omogeneo di persone che partecipano potenzialmente o realmente ad un determinato gioco linguistico (Wittgenstein 1953)127, inteso come modo o pratica di usare dei segni, ma soprattutto come modello, cioè come strumento in grado di aiutare l’individuo a stabilire confronti tra situazioni differenti e stabilire così nuovi orizzonti di senso. L’uomo-macchina postulato da Facebook, indotto alla circolarità seriale dell’azione, è una posizione narrativa ben definita dal sistema, come osserva anche Mapelli affermando che: Su Facebook si è più soggetti costituiti, che soggetti costituenti [...] La gabbia che impone all’utente, nella risposta, l’uso della terza persona singolare perché in modo automatico fa iniziare la frase sempre con l’iterazione del proprio nome-cognome: la mia risposta, non appena pubblicata, oltre che comparire sul mio profilo, viene immeditamente resa pubblica nella bacheca in cui tutti i miei “amici” possono leggere che “Maddalena Mapelli in questo momento sta scrivendo un articolo su Facebook. [...] Se seguissi in modo puntuale le prescrizioni e le ingiunzioni del dispositivo, mi limiterei quindi, a produrre brevi narrazioni standardizzate, all’interno di una “casa comune” accogliente e per tutti uguale anche dal punto di vista grafico, in cui i miei contenuti vengono condivisi con i miei amici: in cui la mia identità viene ulteriormente rafforzata dalle appartenenze che scelgo attraverso l’iscrizione a gruppi con cui condivido interessi o a pagine di personaggi famosi di cui voglio diventare fan. Un semiautomatismo, simile a quello che regola i videogiochi quando la pratica del gioco permette di non avere più coscienza delle regole e delle azioni che servono ad attivarne i comandi (Turkle 2007)128. La natura ludica che caratterizza Facebook ricorda molto quella di SimLife piuttosto che quella dei primi giochi digitiali, in cui Sherry Turkle trovava una chiusura e autoconsacrazione proprio determinata dalla “comprensione dell’etica di chi l’aveva progettato e il raggiungimento di una comunione mentrale con il programma stesso”129. Una comprensione che richiedeva uno sforzo cognitivo che non tutti erano disposti a sostenere e dunque un codice di riconoscimento in grado di costruire un senso di appartenenza. La dinamica di gioco di SimLife invece non prevedeva nessuna vittoria, tantomeno strutturava regole precise, come dichiarava Jeremiah, di undici anni, intervistato dall’autrice: “In SimLife bisogna sviluppare forme di vita e giocare all’evoluzione, ma non si è mai davvero in grado di vincere. Mentre si gioca, non c’è nessuno che puà vincere. Al massimo puà riuscirci solo qualche tipo di vita. Ma soltanto per poco” Quello che si doveva fare dentro SimLife era costruire una comunità o ecosistema, oppure organizzare politiche sociali, attraverso simulazioni modellate sul reale. La meta consisteva nell’ottenere un insieme funzionante composto da parti tra loro interelate e complesse. Obiettivo che ricorda il concetto di habitus di Bourdieu (2006)130, inteso come insieme di disposizioni che guidano l’intenzionalità degli attori Basso Fossali P. (2007) Pattern emotivi e narrativizzazione dell’esperienza: per una semiotica del destino, in Marrone G., Dusi N., Lo Feudo (2007) Narrazione ed Esperienza, Meltemi, Roma 127 Wittgenstein L. (1953) edizione a cura di Trinchero M. (2009) Ricerche filosofiche, Einaudi 128 Turkle S. (1997) La vita sullo schermo, Edizioni Parrella, p. 72. 129 Turkle S. (1997) La vita sullo schermo, Edizioni Parrella, p. 72. 130 Bourdieu P. (2006) La riproduzione, Guaraldi Editore, p. 96. 37 126 sociali impegnati in attività di routine. Sicuramente è un dispositivo inteso alla Deleuze come macchina per far vedere e per far parlare (Mapelli 2010)131. 1.3.2 La reinvenzione della superficialità come luogo del senso Abbiamo visto che Facebook è un sistema in grado di strutturare uno “spazio addomesticato” che contrasta la “vertigine dell’infinito” definita da Jedlowski (2007). Questa operazione risponde anche all’esigenza di dissipare il sospetto di una radicale indeterminatezza dell’esistenza, di un suo eccesso costituitivo rispetto alla nostra capacità di attribuirvi significato.132 Una risemantizzazione continuativa, incalzante, del senso che circonda è un costo cognitivo elevato, una torre di Babele ingestibile e poco performante. La cultura per questo è un serie di valori e pratiche condivise che regolano attività e relazioni tra i membri, ed è anche il collante che permette di delimitarne territori di appartenenza nel corso della routine quotidiana. Un individuo può accettare alcuni cambiamenti se la situazione in cui è inserito lo rassicura sulla bontà della scelta e ne mantiene viva la motivazione a farlo, il che lo porta a vedere la realtà prima sconosciuta sotto una nuova luce, molti degli oggetti che la compongono hanno preso significato e la loro importanza si dimostra solo apparente. Altri che conservano il loro significante si rinnovano nel contenuto133 Bisogna però osservare che l’angoscia dell’esperienza del nulla (Tarasti 2009)134 viene meno solo quando l’individuo trova conferma di questa pratica di costruzione, nella ripetizione e nella continuità di condivisione di contenuti che permettono di costruire intepretazioni condivise di realtà135. Questo processo di costruzione della realtà è intessuto di pratiche comunicative (Jedlowski 2007) 136. Come scriveva Ricoeur (1983)137 il racconto è “rappresentazione che connette: la sua funzione elementare, sul piano cognitivo, è quella di permettere l’elaborazione di schemi di trame”. Gran parte dei racconti quotidiani sono esattamente il modo in cui questa costruzione viene realizzata: Immersi nella vita quotidiana, gran parte dei racconti e narrazioni servono dunque a costruire e preservare qusto senso comune. Raccontare quel che è successo spesso è necesario per permettere alla routine di continuare a svolgersi. Le cose che raccontiamo su 131 Mapelli M. M. (2010), Web 2.0. Un nuovo racconto e i suoi dispositivi, Aut Aut, n. 347,luglio-settembre Tarasti E. (2009), Fondamenti di Semiotica Esistenziale, Edizioni Giuseppe Laterza, Collana Nel Segno, 2010. 132 Bari. Tarasti E. (2009), ibidem. Tarasti E. (2009), ibidem. 135 Jedlowski ricorda chel’idea secondo cui la realtà sia interpetata in comune è ciò a cui i sociologi alludono quando parlano della realtà come costruzione sociale (Berger, Luckmann, 1966, The social Construction of Reality: a treatise its the sociology of knowledge, grande city,( N.Y.), Anchor Books, trad it. 1969, La realtà come costruzione sociale, Bologna, Il Mulino). 136 Jedlowski P. (2007) L’importanza del destinatario. Pratiche narrative, vita quotidiana, espereinza: uno sguardo sociologico, in Marrone G., Dusi N. (2007) Narrazinoe ed Esperienza, Meltemi. 137 Ricoeur (1983), trad it. 1994, Tempo e racconto, Milano, Jaca Book 134 133 38 di noi o su chi ci circonda confermano in gran parte identità quotidiane e regole che condividiamo con altri senza farcene alcun problema. 138 Ciò che si ripete pari pari ogni giorno viene narrativizzato, rinsaldando e preservando il senso comune condiviso tra gli altri appartenenti al proprio network. Certo se qualcosa viene raccontato su Facebook è perchè in qualche modo non è esattamente o sempre routine, è necessaria una sia pur minima dissonanza dalle aspettative per generare l’attenzione che spinge a raccontare, attraverso lo status, lo sharing o partecipando al racconto altrui. Ma in gran parte i racconti che si fanno quotidianamente sono il modo con cui “ogni novità è ricondotta nell’alveo della familiarità” (Jedlowski 2007) 139. Le storie raccontate più di frequente inoltre sono quelle più di facciata, servono a mantenere legami e riconoscere le identità140, convenienze e motivazioni. Le altre storie, quelle più legate a esperienze forti, diverse, che devono essere normalizzate e inserite all’interno del proprio frame culturale, sono invece narrate di rado, e di solito a qualcuno che si sente più vicino. La differenza tra destinatario nudo e destinatario amico (Jedlowski 2007)141 con la commistione dei gruppi sociali e la costruzione di una vetrina di visibilità in comune, potrebbe aver subito un livellamento ed essere stata ridotta negli spazi in comune. Il News Feed diventerebbe un luogo fertile dove le narrazioni dell’esperienza da un lato, e quelle del senso comune dall’altro potrebbero confluire, commistionandosi l’un l’altra. Non ci sono ancora dati di ricerca osservabili, ma è probabile che il processo di deproblematizzazione dell’esperienza, l’esigenza di comunicare l’esperienza nella sua singolarità ed enigmaticità e allo stesso tempo ricondurla alla normalità, avvenga in diretta all’interno di questo spazio di risemantizzazione. Come osservava Forster (1991)142, la “vita nascosta” ha necessità di emergere per rendere testimonianza della propria identità, e la struttura di Facebook incentiva proprio questa testimonianza. Da un lato, per risvegliare interesse degli altri, gli individui si trovano motivati a comunicare queste narrazioni d’esperienza. Dall’altro, sono incentivati a mantenere i legami, con comunicazioni di facciata. Questa commistione potrebbe indurre a un uso diverso delle rappresentazioni che circolano all’interno della propria rete. Come Michel de Certeau (1990)143 osservava nelle etnie indiane durante la colonizzazione spagnola: molto tempo fa si è studiato, ad esempio, quale equivoco minasse dall’interno il «successo» dei colonizzatori spagnoli fra le etnie indiane: sottomessi e persino consenzienti, spesso questi indios trasformavano le azioni rituali, le rappresentazioni o le leggi loro imposte in qualcosa di diverso da ciò che i conquistatori credevano di ottenere attraverso di esse; le sovvertivano non già respingendole o cambiandole, bensì usandole a loro modo per fini in funzione di riferimenti estranei al sistema al quale non potevano sottrarsi. 138 Jedlowski P. (2007) L’importanza del destinatario. Pratiche narrative, vita quotidiana, espereinza: uno sguardo sociologico, in Marrone G., Dusi N. (2007) Narrazinoe ed Esperienza, Meltemi. 139 Jedlowski P. (2007) L’importanza del destinatario. Pratiche narrative, vita quotidiana, espereinza: uno sguardo sociologico, in Marrone G., Dusi N. (2007) Narrazinoe ed Esperienza, Meltemi. 140 “raccontare qualcosa a qualcuno è prima ditutto un “riconoscimento di esistenza reciproco”, Jedlowski (2007), pp-86-87 141 Ibidem. 142 Forster (1991), Aspetti del Romanzo, Milano, Garzant 143 De Certeau M. (ed. or.1990) L’invenzione del quotidiano, Roma, Edizioni Lavoro, 2001. 39 Le etnie indiane sfuggivano al potere spagnolo riutilizzando i loro riti e le loro rappresentazioni attraverso una pratica di manipolazione semantica, sfuggendo al loro potere senza sottrarvisi. Anche se il sistema impone una commistone tra narrazioni di facciata e narrazioni d’esperienza, non è detto che le persone non aggirino la procedura. E’ un area problematica interessante, soprattutto se si considerano i filoni di ricerca di sentiment analysis che si concentrano sul contenuto scambiato in Rete. Infatti, se come osserva Jedlowski (2007)144: la presenza e la circolazione di una rappresentazione (imposta come codice di promozione socio-economica) non ci dice nulla di ciò che significa per i suoi utilizzatori” prima bisogna analizzare come viene manipolata da chi non l’ha creata. E solo allora si può valutare lo scarto o la somiglianza fra la produzione dell’immagine e quella secondaria che si cela nei procedimenti con cui viene utilizzata. [...] Quali procedure comunemente diffuse (anch’esse «minuscole» e quotidiane) vengano adottate per eludere i meccanismi della disciplina conformandovisi ma solo per aggirarli; e infine quali «modi di fare» costituiscano la contropartita, per i consumatori (o i «dominati»), delle tecniche silenziose utilizzate per assicurare l’ordine politico e sociale. [...] mille modi di fare o disfare il gioco dell’altro, ovvero lo spazio istituito da altri, caratterizzano l’attività, sottile, tenace, resistente, di gruppi che, non avendo un luogo proprio, devono districarsi in una rete di forze e di rappresentazioni stabilite. Se oltretutto l’esperienza mediale non fa che riprendere, prolungare ma anche modificare e adattare aspetti dell’esperienza ordinaria, per poi reimmetterli così trasformati all’interno dell’ordinarietà (Eugeni, 2010)145, Facebook è una macchina risemantizzante, in grado di elaborare nuove modalità espressive che determinano allora anche nuove modalità relazionali e rituali. Abbiamo visto che la ripetizione imposta dalla piattaforma alimenta proprio una dinamica di costruzione sociale, attraverso lo sviluppo di contenuti che possono sembrare spesso banali, intesi secondo Borrelli (2008)146 che ne riprende la radice etimologica “bannum positium, abbandonato e allontanato”, dunque poco interessante e poco rilevante, spesso sciocco o inopportuno. Ma che potrebbero invece nascondere nuove collocazioni e norme morali, come il pettegolezzo inteso da Volli, che spostava l’attenzione sulla valenza semiotica degli scambi comunicativi147. In che modo allora si rielabora il significato delle rappresentazioni in circolo? Fino a che punto si è programmati in quanto uominimacchina dal sistema? Quando interviene l’agentività soggettiva (Leone 2010) e dunque la libera intenzionalità dell’individuo nel creare rapporti intersoggettivi e utilizzare la piattaforam in senso strategico? E ancora, questo regime del banale, quanto è superficiale? In un articolo di Wired Italia, Baricco elogia la superficialità in opposizione all’illusione ottica della profondità148. Collocandosi in un futuristico 2026, si descrive come appartenente a qualla orda barbarica che, non disponendo del concetto di Jedlowski P. (2007) L’importanza del destinatario. Pratiche narrative, vita quotidiana, espereinza: uno sguardo sociologico, in Marrone G., Dusi N. (2007) Narrazinoe ed Esperienza, Meltemi, pp. 7-8, 48-49. 145 Eugeni R. (2010), Semiotica dei media. Le forme dell’espereinza, Carocci. 146 Borrelli D. (2008) Il mondo che siamo. Per una sociologia dei media e dei linguaggi digitali, Liguori, Napoli, 147 Si veda paragrafo 1.2.5. 148 Baricco A. (2010), I nuovi Barbari, Wired Italia, 26 agosto 2010, è possibile leggerlo online all’indirizzo: http://www.wired.it/magazine/archivio/2010/09/storie/i-nuovi-barbari.aspx?page=2 40 144 profondità, stava ridisponendo il mondo nell'unica residua dimensione di cui era capace, la superficialità: Non era lì per una ragione sconcertante che la mutazione avvenuta negli ultimi trent'anni ci ha buttato in faccia, emanando uno dei suoi verdetti più affascinanti e dolorosi: la profondità non esiste, è un'illusione ottica. È l'infantile traduzione in termini spaziali e morali di un desiderio legittimo: collocare ciò che abbiamo di più prezioso (il senso) in un luogo stabile, al riparo dalle contingenze, accessibile solo a sguardi selezionati, attingibile solo attraverso un cammino selettivo. Così si nascondono i tesori. [...] uno dei traumi cui la mutazione ci ha sottoposto è proprio il trovarsi a vivere in un mondo privo di una dimensione a cui eravamo abituati, quella della profondità. [...] le menti più avvedute avevano interpretato questa curiosa condizione come un sintomo di decadenza: registravano, non a torto, la sparizione improvvisa di una buona metà del mondo che conoscevano: oltretutto, quella che veramente contava, che conteneva il tesoro. Da qui l'istintiva inclinazione a interpretare gli eventi in termini apocalittici: [...] Non era un modo idiota di leggere le cose, ma ora sappiamo con una certa esattezza che era un modo miope: scambiava l'abolizione della profondità con l'abolizione del senso. Ma in realtà quello che stava accadendo, tra mille difficoltà e incertezze, era che, abolita la profondità, il senso si stava spostando ad abitare la superficie delle evidenze e delle cose. Non spariva, si spostava. [...] La reinvenzione della superficialità come luogo del senso è una delle imprese che abbiamo compiuto: un lavoretto d'artigianato spirituale che passerà alla storia. Dove molti vedevano una semplice resa alla superficialità, molti altri hanno intuito uno scenario ben differente: il tesoro del senso, che era relegato in una cripta segreta e riservata, ora si distribuiva sulla superficie del mondo, dove la possibilità di ricomporlo non coincideva più con una discesa ascetica nel sottosuolo, regolata da un'élite di sacerdoti, ma da una collettiva abilità nel registrare e collegare tessere del reale. Perdiamo capacità di concentrazione, non riusciamo a fare un gesto alla volta, scegliamo sempre la velocità a discapito dell'approfondimento: l'incrocio di questi difetti genera una tecnica di percezione del reale che cerca sistematicamente la simultaneità e la sovrapposizione degli stimoli: è ciò che noi chiamiamo fare esperienza. tutto questo andare senza radici e senza peso genera tuttavia una vita che ci deve apparire estremamente sensata e bella se con tanta urgenza e passione ci preoccupiamo, come mai nessuno prima di noi nella storia del genere umano, di salvare il pianeta, di coltivare la pace, di preservare i monumenti, di conservare la memoria, di allungare la vita, di tutelare i più deboli e di difendere il lardo di Colonnata. In tempi che ci piace immaginare civili, bruciavano le biblioteche o le streghe, usavano il Partenone come deposito di esplosivi, schiacciavano vite come mosche nella follia delle guerre, e spazzavano via popoli interi per farsi un po' di spazio. Erano spesso persone che adoravano la profondità. Un manifesto che inneggia a una trasformazione radicale delle modalità di strutturare il senso e di veicolarlo. Le osservazioni di Baricco accolgono dunque quello che già osservava Turkle (2006)149, indicando il paradosso tra la quantità di informazione accessibile e il tempo dedicato ad assorbirne la complessità. La connessione globale di cui si dispone porta in realtà a diffondere comunicazioni locali, attraverso check-in e aggiornamenti di status, e la costruzione di opinioni individuali che si formano solo dopo la lettura di pareri che incoraggiano polarità piuttosto che indurre alla riflessione. Turkle parla di ritorno al processo adolescenziale, in cui la validazione sociale è centrale e determina emozioni e opinioni. 149 Turkle S. (2006) Living online: I’ll have to ask my friends, New ScientistTech. 41 1.4 Facebook e la dimensione personale Facebook attiva dunque il potere di contenere l’individuo, ne richiede l’autentificazione e lo induce a produrre una rappresentazione della sua identità. Molte delle indagini relative a Facebook riflettono proprio su quanto sia attendibile l’identità espressa sulla piattaforma. Abbiamo osservato con Turkle (1995) che la rete era il territorio dell’ego autonomo, del sè decentrato, multiplo e fluido, costituito dall’interazione dei collegamenti con la macchina, costruito e trasformato dal linguaggio, e la comprensione delle regole sociali arrivava attraveros la pratica. Sebbene non permettesse di correlare quotidianamente la prassi online con quella offline, questa fluidità permetteva di sviluppare identità multiple e allo stesso tempo salvaguardava aspetti sensibili del proprio essere. Ora invece con l’uso del proprio nome e cognome si riversano caratteri e informazioni spesso privati e sensibili all’interno della piattaforma. Anche se i social media hanno consentito agli utenti di interagire in modo nuovo, divertente e utile, sono anche ampiamente criticati per i loro problemi di privacy, i vincoli del loro software, e lo sfruttamento dei contenuti generati dagli utenti (Boyd, 2008; Neervens, 2009; Fuller, 2008; Petersen, 2008; Lovink e Rossiter, 2010, Fuchs, 2010; Pasquinelli, 2010)150. Secondo uno studio psicologico redatto in collaborazione con Microsoft151, Facebook è considerato, oltre che un media molto più assuefativo della televisione, anche un media particolarmente personale, ma solo a livello inconscio perchè a livello cosciente152 il campione dichiarava che lo è meno di un libro. Tipicamente una raccolta individaule di libri o la lista dei preferiti manifesta scelte consapevoli e altamente personali dell’individuo, il chè le caratterizza come artigianali, Boyd D. (2008), Facebook‘s Privacy Trainwreck: Exposure, Invasion and Social Convergenceǁ, http://www.danah.org/papers/FacebookPrivacyTrainwreck.pdf, accesso giugno 21, 2010; Neervens, A.. (2009), Reconstructing Social Networking Sites: Examining Software Relations and its Influence on Users, Dissertation University of Amsterdam; Fuller M. (2001), It looks like you're writing a letterǁ. Berlin: Telopolis,, http://www.heise.de/tp/r4/artikel/7/7073/1.html, accesso giugno 21, 2010; Petersen, S. M. (2008), Loser Generated Content: From Participation to Exploitationǁ in: First Monday. 13, http://www.uic.edu/htbin/cgiwrap/bin/ojs/index.php/fm/article/view/2141/1948, accesso Giugno 21, 2010; Lovink, Geert, Rossiter (2005), Dawn of the Organised Networksǁ, Fibreculture Journal 5 (2005), http://journal.fibreculture.org/issue5/lovink_rossiter.html, accesso Giugno 24, 2010; Fuchs C. (2010), Google Buzz: Economic Surveillance – Buzz Off! The Problem of Online Surveillance and the Need for an Alternative Internet.ǁ Fuchs.uti.at, posted on February 14, 2010, http://fuchs.uti.at/313/, accesso Giugno 2010; Pasquinelli M. (2010), The Ideology of Free Culture and the Grammar of Sabotageǁ. Education in the Creative Economy: Knowledge and Learning in the Age of Innovation. Eds. D. Araya, and M.A. Peters, New York: Peter Lang.. 151 secondo uno studio psicologico sulle associazioni mentali tra stimolazione visive attinenti a Facebook e altri media e stimolazioni semantiche. Lo studio, condotto in collaborazione con Microsoft, ha misurato le associazioni attraverso elettroencefalogramma (EEG) e un questionario, in modo da considerare anche il grado di coscienza delle risposte rispetto a quelle inconsce. Per una panoramica dettagliata della tecnica ERP e dell’effetto N400 si vedano in particoalre Luck, S. (2005). An Introduction to the Event Related. Potential Technique, MIT Press.Luck (2005); Sitnikova, T., Holcomb, P., Kiyonaga, K., & Kuperberg, G. (2008). Two neurocognitive mechanisms of semantic integreation during the comprehension of visual real-world events. J. Cog. Neuro., 20, 20372057; Niedeggen, M., & Rösler, F. (1999). N400 effects reflect activation spread during retrieval of arithmetic facts. Psych. Science, 10, 271-276. Lo studio è stato pubblicato: Fisher K., Counts S. (2010), Your Brain on Facebook: Neuropsychological Associations with Social Versus oth er Media, 1University of Washington, Department of Psychology, Microsoft Research, One Microsoft Way, ed è possible consultarlo anche online: http://www.aaai.org/ocs/index.php/ICWSM/ICWSM10/paper/view/1486/1909 152 Il dato scaturisce dalla differenze dei risultati emersi con la tecnica EEG e le risposte date dai partecipanti tramite questionario. 42 150 dunque personalizzate, dunque consegue un alto grado di auto-identificazione con il media. Invece su Facebook il processo di costruzione della propria rete sociale non è spesso intenzionale e anzi richiede una bassa soglia di attenzione. Questo in particolare grazie agli strumenti di Raccomandazione e le tecniche che alimentano la crescita virale della Rete. Inoltre, anche se diverse ricerche dimostrano che le numerose connessioni online derivano dal mondo reale153, spesso molti “Amici” sono conoscenze nuove o superficiali. Infine, se consideriamo anche l’impossibilità di personalizzare la propria pagina e l’intagibilità del supporto, è chiaro che un libro risulta essere decisamente più personale e privato che il proprio spazio su Facebook. Anche se in realtà le informazioni in esso contenuto dicono molto di più della personalità di un individuo piuttosto che un libro consunto. Già lo studio di Jones e Soltren (2005)154 manifestava questa incongruenza negli effetti, osservando che il 74% degli utenti intervistati erano consapevoli delle opzioni di privacy di Facebook, ma solo il 62% le utilizzava. Inoltre, nonostante ciò, rilevava che la maggior parte pubblicava grandi quantità di informazioni, il 70% inserendo dati demografici come età, sesso, città, interessi, seppur dimostrando allo stesso tempo il proprio disprezzo per la politica di Facebook sulla privacy e i suoi termini di servizio. Anche se poi 89% dichiarava di non aver mai letto l’informativa e il 91% non era a conoscenza dei termini di servizio. Questo grado di trascuratezza è molto diffusa155, il meccanismo più evidente e facilmente disponibile per controllare la visibilità delle informazioni di profilo è limitare agli amici. Tuttavia, Ellison, Steinfield, e Lampe (2007) ha scoperto che solo il 13 per cento dei profili venivano limitati ai soli amici, e Jones e Soltren (2005) hanno scoperto inoltre che un terzo degli utenti da loro registrati dichiarava di essere disponibile ad accettare tra gli amici anche dei perfetti sconosciuti. Dat oconfermato da Jump (2005) e da una ricerca effettuata da Sophos156, società di sicurezza informatica, la quale costruiva identità finte, contattava persone e osservava quante persone rivelavano inforamzioni personali o aggiungevano subito il profilo falso tra le amicizie (41%). Il furto di identità sembra dunque facile e a portata di molti, tanto che in California si è appena varata una legge per punire questa pratica online157. L’equilibrio tra privacy e benefici dimostra una tensione negoziata e gestita continuamente dagli utenti158. Il beneficio più importante delle reti online è 153 Tra cui Lampe, C., Ellison, N., & Steinfield, C., (2006). A Face(book) in the crowd: Social searching vs. social browsing. Proc. of the CSCW ‘06, ACM Press. 154 Jones, H., & Soltren, J. H. (2005). Facebook: Threats to privacy. December 14, 2005; http://wwwswiss.ai.mit.edu/6805/student-papers/fall05-papers/facebook.pdf 155 Acquisti, Gross (2006), Govani, Pashley (2005); Gross, Acquisti (2005), Dwyer, Hiltz, Passerini (2007); Livingstone (2008); Tufekci (2008) 156 ''Facebook Sophos ID, 2007 157 http://techcrunch.com/2011/01/01/california-bill-criminalizing-online-impersonations-in-effect-startingtoday/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+Techcrunch+%28TechCrunch%29 158 Ibrahim, Y. (2008), The new risk communities: Social networking sites and risk. International Journal of Media & Cultural Politics, 4(2), 245–253; Tufekci, Z. (2008). Can you see me now? Audience and disclosure regulation in online social network sites. Bulletin of Science, Technology & Society, 28(1), 20–36; Tyma, A. (2007). Rules of Interchange: Privacy in online social communities: A rhetorical critique of MySpace.com. Journal of the Communication, Speech & Theatre Association of North Dakota, 20, 31–39. 43 probabilmente, come Ellison, Steinfield, Lampe (2007) hanno dimostrato159, il capitale sociale derivante dalla creazione e dal mantenimento delle relazioni interpersonali e delle amicizie. Dopo la creazione, la conservazione di questo capitale sociale viene sistematicamente costruita sulla comunicazione volontaria di informazioni private date a un pubblico virtualmente illimitato160. Queste informazioni private vengono a far parte del capitale sociale attraverso una commercializzazione degli scambi e gli individui sono maggiormente esposti ad assumersi questo rischio rispetto a quanto farebbero di fronte a persone offline161. Si potrebbe dunque presumere che la gratificazione attesa motivi a tal punto gli utenti da indurre loro a fornire e aggiornare frequentemente dati particolari altamente personali, rivelazioni che sarebbero impossibile da immaginare in altri contesti, ad esempio in un sondaggio telefonico. Inoltre l’esperienza su Facebook soddisferebbe tra l’altro tutti i bisogni descritti dalla ormai consueta piramide di Maslow (Borgato, Capelli e Ferraresi, 2009)162: il sentirsi inserito in una rete visibile e solida pur nella sua immaterailità rassicura e gratifica (soddisfa il bisogno di appartenenza), la facilità con cui i contatti si ampliano, il vedersi accettati e ricercati dà conferma del proprio valore (bisogno di stima), e facilita l’acquisizione di un’alta considerazione di sè (autorealizzazione). Da questo punto di vista questo tipo di ambiente acquisirebbe un potenziale commerciale notevole, soprattuto perchè sarebbe in grado di mercificare uno spettro di dati ampio e diversificato, colto in tre momenti fondamentali dell’espereinza in Rete: durante la diversione e lo svago, durante la costruzione dell’identità e delle proprie connessioni sociali163. Ma quanto è privato ciò che rendiamo pubblico? E quanto è reale ciò che proponiamo come privato? 1.4.1 La costruzione della propria identità: reale, virtuale, aspirazionale? Nel saggio psicologico di Back, Stopfer, Vazire ed altri164 riguardante la relazione tra il profile Facebook e la propria personalità, gli autori dimostrano che i social network sono un’efficace strumento di espressione del reale sè, confutando la idealized Ellison, N., Steinfield, C., & Lampe, C. (2007). The benefits of Facebook ‘‘friends’’: Exploring the relationship between college students’ use of online social networks and social capital. Journal of ComputerMediated Communication, 12(4); http://jcmc.indiana.edu/vol12/issue4/ellison.html 160 Ibrahim, Y. (2008). The new risk communities: Social networking sites and risk. International Journal of Media & Cultural Politics, 4(2), 245–253. 161 Fogel, J., & Nehmad, E. (2009). Internet social network communities: Risk taking, trust, and privacy concerns. Computers in Human Behavior, 25, 153–160. 162 Borgato R., Capelli F., Ferraresi M. (2009), Facebook come. Le nuove relazioni virtuali, Franco Angeli, Milano. 163 Blumler J. G., & Katz, E. (Eds.). (1974). The uses of mass communication: Current perspectives on gratifications research. Newbury Park, CA: Sage; Rosengren, K. E., Palmgreen, P., &Wenner, L. A. (Eds.). (1985). Media gratification research: Current perspectives. Beverly Hills, CA: Sage; LaRose, R., Mastro, D., & Eastin, M. S. (2001). Understanding internet usage: A social-cognitive approach to uses and gratifications. Social Science Computer Review, 19(4), 395–413. 164 Back, M. D., Stopfer, J. M., Vazire, S., Gaddis, S., Schmukle, S. C., Egloff, B., and Gosling, S. D. (2010). Facebook profiles reflect actual personality, not self-idealization.. Psychological Science, 21, 372-374. 44 159 virtual-identity hypothesis165, secondo cui i profili presentano personalità idealizzate che non rispecchiano le personalità reali. Boyd D. sostiene che tutto ciò che è condiviso su Facebook non è ritenuto nè ritenibile privato e segreto, per l’essenza stessa della condivisione e della creazione del network166. Quindi le problematiche legate alla privacy sono problematiche rispetto alla commercializzazione delle personalità, piuttosto che alla privazione delle retroscene psicologiche degli individui che adottano la piattaforma per mantenere legami sociali attivi. Attraverso l’osservazione partecipante di diversi utilizzatori di social network, e la rilevazione delle loro conversazioni durante l’utilizzo, Boid D. in None of this is Real (2008)167 analizza l’uso di Friendster168, che ha la stessa peculiarità di Facebook di mantenere le relazioni della quotidianità. E’ interessante che l’autrice riveli: Not surprisingly, participants responded to the lack of differentiating texture and shared reference points in Friendster’s flattened social networks by negotiating new social norms and rules of conduct, communicable through the existing features of the system. This articulation of identity and relationships was a new challenge for most participants, and accompanied by uncertainty about how to formalize or broadcast their social judgments without rupturing trust or destroying relationships.169 Il social network determina dunque una ricalibrazione delle relazioni in termini di nuove regole sociali volte al mantenimento degli equilibri offline con la formalizzazione proprio di quelle che un tempo erano regolamentazioni acquisite e non dette. Boyd denuncia inoltre l’appiattimento di alcune modalità relazionali causato dalla sovrapposizione e la collimazione di relazioni esistenti ma tra loro differenti, come quelle di tipo amicale con quelle familiari o di lavoro: Partially flattened social structures are a fact of everyday life (e.g., when friends and family and colleagues come together), but experiences with them are often uncomfortable, particularly when the collision of separate networks is unexpected. Digital worlds increase the likelihood and frequency of collapses and require participants to determine how to manage their own performance and the interactions between disparate groups.170 Questa collissione mette di fronte al problema della gestione delle relazioni, visto che la visibilità tra le reti ormai è stata sviluppata. Ecco allora il perchè dell’importanza del gioco: è proprio attraverso esso infatti che i bambini imparano i limiti e i segnali sociali, dunque è proprio la componente ludica che permette agli adulti, in un ambiente altro rispetto alla loro quotidianità ma che si alimenta della loro quotidianità, di mettersi alla prova e individuare nuove norme comportamentali. Il riconoscimento dei nuovi “social cues”, come cita Boyd, diventano così gli elementi portanti del sistema di interazione sviluppato attraverso la piattaforma. E’ così che si propone di studiare “the flattened representations of social worlds characteristic of online communities”, 165 Manago, Graham, Greenfield, & Salimkhan (2008), Self-presentation and gender on MySpace. Journal of Applied Developmental Psychology, 29, 446–458. 166 Boyd, D.. (2008). Facebook's Privacy Trainwreck: Exposure, Invasion, and Social Convergence. Convergence, 14(1). 167 Boyd, D. (2008). None of this is Real. In Joe Karaganis (Eds.), Structures of Participation.New York 168 Social Network lanciato nel 2002, predecessore di Facebook, che divenne famoso tra individui di 20-30 anni soprattutto nella zona di San Francisco e New York, 169 Boyd, D.. (2008). None of this is Real. In Joe Karaganis (Eds.), Structures of Participation.New York, p. 3. 170 Boyd, D. (2008). None of this is Real. In Joe Karaganis (Eds.), Structures of Participation.New York, p. 4 45 rilevando quanto è un oggetto di studio difficilmente afferrabile per un serie di ragioni. Priam di tutto perchè il quadro limitato dei network da un lato condensa e dall’altro oscura la complessità delle dinamiche sociali mappate al loro interno. Dopo aver sviluppato un disegno di ricerca che unisce l’osservazione etnografica, focus group e interviste face to face, i principali risultati di ricerca possono essere riassunti in: 1. la strutturazione della propria identità all’interno del social network è direttamente influenzata dalle caratteristiche riportate dagli altri membri del proprio network, fino quasi a una forma simbiotica di strutturazione del sè (“I change my profile if I see something on someone else's that I might have forgotten - oh yeah! I love that movie, too! - or if I get a sense from scanning others' profiles that mine is too detailed, notwitty enough, leaves out parts of my personality I hadn't thought to cover, etc.” — Alie); il che trova teorizzazione nella funzione materna di rispecchiamento (D. Winnicott, 1967)171 e nella sintonizzazione affettiva (D.N. Stern, 1987)172. 2. Non avendo uno storico comportamentale condiviso, le persone nel momento in cui approdano sul social network devono sviluppare collettivamente le norme e costruire il quadro contestuale più adatto attraverso la pratica stessa: il gioco facilita la selezione e la conferma delle norme proposte, l’analisi dello storico di queste interazioni permette di ricostruire a ritroso la formazione del contesto semiotico e lo sviluppo della significazione sulla base della selezione dei segni sociali e la condivisa conferma dei relativi significati; 3. Si osserva una convergenza in termini di stile di presentazione, senza ricorrere a pressioni o esortazioni dirette, ma spontaneamente e senza l’ausilio di ruoli di controllo (in particolare nelle scelte delle foto, ma non solo). Inoltre man mano che la piattaforma acquisisce visibilità e nuovi membri, e dunque gli sviluppatori manifestano maggiore persenza normativa, i sottogruppi sviluppano in modo ancora più radicato una modalità di presentare sè stessi rispetto a regole e strutture innovative e autoriferite; 4. L’autrice ha notato che l’“impression management is an “inescapably collective process”. Questo significa che il network è chiuso, nonostante l’apertura e la frammentazione dei suoi confine, e mantiene attivo una sorta di Panopticon riconosciuto e funzionale all’evoluzione dello stesso network: Conventional understandings of how identity is performed often assume a high degree of individual: People convey impressions, and these are usually deliberate. Sociological accounts have generally emphasized the interpersonal context of such meaning. Tra l’altro è interessante osservare come anche il citato Ervin Goffman (1956)173 rilevi proprio nell’ “impression management” l’elemento principale di relazione e collaborazione (conscia o inconscia) tra lettore e attore; 5. Quando le reti iniziano a sovrapporsi, gli utenti prediligono un uso professionale dello strumento. La normalizzazione delle informazioni di carattere 171 Winnicott, D.W. (1967). Mirror-role of Mother and Family in Child Development. In D.W. Winnicott (1971), Playing and Reality. London: Tavistock , trad. it. La funzione di specchio della madre e della famiglia nello sviluppo infantile. In Gioco e realtà (1974), Armando, Roma 172 Stern D.N. (1987) Il mondo interpersonale del bambino, Bollati Boringhieri, Torino. 173 Goffman E. (1956), The Presentation of Self in Everyday Life, trad. it (1969) La vita quotidiana come rappresentazione, collana «Biblioteca», traduzione di Margherita Ciacci, Il Mulino 46 privato diminuisce però la forza della mediazione e della contrattazione sociale, basata proprio sull’ambiguità e su quelle forme di accordo che si attivano sulla non chiarezza. 6. “Unlike everyday embodiment, there is no digital corporeality without articulation” (p.18): essere online non basta, è necessario dimostrare la propria identità in azioni esplicite e universalemnte interpetabili, e questo è possibile perchè il sistema permette di usare pochi strumenti espressivi predefiniti. 7. L’interazione sociale attraverso Freindster è un’interazione autistica: l’insieme ristretto di regole che permettono la negoziazione dell’interazione non permettono di articolare la totalità delle sfumature dei rapporti tipici di altri contesti. Dunque si usano formule strutturate per la negoziazione. Questo da un lato assimila la modalità di creazione delle relazioni a quella infantile, in cui si utilizzano formule dirette e una bassa soglia di ambiguità, perchè non si ha l’esperienza interpretativa necessaria per cogliere la complessità sociale. 8. Il rifiuto e il rigetto di richieste di amicizie viola la regola sociale del “salvare la faccia” e spesso è un alto costo sociale che molti evitano di pagare, accettando loro amicizie non volute. Questa stessa vocazione alla “trasparenza” permette però di rendere esprimibile ciò che normalmente è riconosciuto come socialmente goffo e imbarazzante. 9. La cementificazione delle regole sociali all’interno del sistema ha creato una nuova architettura entro cui sviluppare le interazioni sociali, e non ha semplicemente agevolato quelle naturali. Per questo motivo gli individui hanno cercato nuove modalità di riappropriazione delle loro consuetudini sociali, sino all’implosione del sistema in Fakesters. Questo dimostra che Friendster e in generale un social media will never merely map the social, but inevitably develop their own dynamics through which they become the social. Digital social structures disrupt the boundaries that define social communities, but the reassessment of context and performance that accompanies it is endlessly generative. Continuando la nostra disgressione all’interno della letteratura critica in tema di identità e social network, risulta importante l’ottimizzazione delle connessioni tra i propri amici in modo da ridurre i costi di transizione, in accordo con la teoria economica del transaction cost e di quella bologica studiata da Donath et al. (2004)174 secondo cui è più costoso produrre segnali ingannevoli piuttosto che attendibili, e che quest’ultimi facilitano la relazione tra individui e quindi il mutuo soccorso, lavorando sulla costruzione della sicurezza piuttosto che quella del rischio e dell’incertezza (Landowski, 2011)175. Le persone prediligono coloro che inseriscono nei loro profili elementi/segnali, che permettono di verificarne l’attendibilità e la veridicità del profilo (Lampe et al. 2007)176: questo a sua volta agevola le relazioni e amplifica la possibilità di costruire Donath, J.S. Identity and Deception in the Virtual Community. in Kollock, P. and Smith, M. eds. Communities in Cyberspace, Routledge, London, 1998. Donath, J.S. Signals, Cues and Meaning, unpublished. Donath, J.S. and boyd, d. (2004) Public displays of connection. BT Technology Journal, 22 (4). 71. 175 Landowski E. (2011) Rischiare nelle interazioni, Franco Angeli, Milano. 176 Lampe C., Ellison N., Steinfield C. (2007) A Familiar Face(book): Profile Elements as Signals in an Online Social Network, Dept. of Telecommunication, Information Studies, and Media Michigan State University, East Lansing, MI, Submitted to CHI 2007 – September, 2006. 47 174 una rete più voluminosa in termini non solo di contatti ma anche di scambi interattivi tra gli appartenenti al network. Per questo motivo è più facile che i profili siano reali, come dimostrano anche Sherri Grasmuck e Jason Martin nel loro Identity construction on Facebook: Digital empowerment in anchored relationships177, osservando sostanziali differenze tra la costruzione della propria identità pre-Facebook e quella attuale, dove la trasparenza viene socialmente sanzionata. E’ chiaro che risulta ancora difficile determinare con certezza matematica se le relazioni costruite online o mantenute attraverso Facebook possono in qualche modo scaturire cattiva influenza sulle relazioni offline, al punto da renderle più superficiali e meno stabili, fino alla totale disintegrazione e friabilità. E’ quello che cerca di dimostrare Vitak J. M. (2008) osservando che le relazioni tra individui sono importanti prima di tutto per lo sviluppo della propria identità: humans are fundamentally motivated to develop and maintain relationships with others (Cialdini & Goldstein, 2004, p. 598), and people will modify their identities based on their ability to respond to their environment (Gratz & Salem, 1984, p. 99). At the same time, there is a strong motivation to behave consistently with self-ascribed traits, beliefs and actions (Cialdini & Goldstein, 2004, p. 607). Taken together, these factors amount to a type of balancing act within the individual as he attempts to retain (and often enhance) his sense of self. 178 Questo senso del sè subisce indubbiamente delle influenze dall’uso di Facebook, in particolare nei casi di “collective representation”179 di questa identità: Facebook infatti agevola quello che è l’istituzionalizzazinoe sul lungo periodo delle identità maggiormente stereotipate, come accade per coloro che rivestono ruoli sociali rilevanti e dunque soggetti all’osservazione e al giudizio sociale. In questo caso infatti, per poter ottenere successo, questi individui sono costretti a sviluppare e mantenere un’identità socialmente positiva, consona ai valori da loro promossi (Goffman, 1959)180, in grado di sedimentare e strutturare nell’individuo stesso un modello di riferimento che esemplifica i tratti comportamentali e sintetizza schemi mentali accettati. Questo risulta normale fintanto esistano una ribalta e retroscena separate e distinte, ma con Facebook questo viene meno perchè si sovrappongono molti degli ambienti sociali e dunque ruoli dell’individuo, compreso quello privato. Dunque l’orchestralizzazione delle differenti identità sociali, che sviluppano il senso del sè, su Facebook richiedono una mediazione decisamente più radicata, che rischia però di stereotipare appunto, normalizzare il sè mostrato per mantenere coerenza identitaria in gruppi sociali tra loro differenti. La gestione delle rappresentazioni dell’io è attualmente un tema di ricerca, visto che non si è ancora trovato uno schema interpretativo adeguato per comprendere i conflitti che la visibilità trasversale dei diversi sè sviluppa. Zhao S., Grasmuck S., Martin J. (2008) Identity construction on Facebook: Digital empowerment in anchored relationships, Department of Sociology, Temple University, United States, http://astro.temple.edu/~bzhao001/Identity%20Construction%20on%20Facebook.pdf 178 Vitak J. M. (2008), Facebook “friends”: how online identities impact offline relationships, thesis of Faculty of the Graduate School of Arts and Sciences of Georgetown University 179 Goffman (1956) The Presentation of Self in Everyday Life , trad. it (1969) La vita quotidiana come rappresentazione, collana «Biblioteca», traduzione di Margherita Ciacci, Il Mulino 180 Goffman (1956) The Presentation of Self in Everyday Life , trad. it (1969) La vita quotidiana come rappresentazione, collana «Biblioteca», traduzione di Margherita Ciacci, Il Mulino, pag. 27. 48 177 Sicuramente la trasparenza della piattaforma rispetto all’azione sociale agevola quella che Lombard & Ditton (1997)181chiamano illusion of non mediation, ovvero la situazione in cui un individuo, di fronte a un medium talmente trasparente da diventare una “social entity”, si dimentica di essere osservato e di essere in compresenza con altri individui, comportandosi come se fosse nel suo privato, dunque prestando minor controllo nelle sue azioni. Ricerche effettuate sulla costruzione di identità attraverso il dating online (Ellison et al., 2006182; Gibbs et al., 2006183; Yurchisin et al., 2005184) hanno dimostrato che le persone “‘‘stretch the truth a bit” (Yurchisin et al., 2005)185 la loro identità, per apparire con meno difetti. Ma allo stesso tempo i descrittivi che forniscono, soprattutto quelli indiretti che si legano alla selezione di interessi, risultano realistici, più del descrittivo autobiografico. In particolare Zhao, Gramsuck e Martin (2008)186 hanno osservato che le persone usano diverse strategie di costruzione della propria identità. Separando l’identità implicita da quella esplicita, secondo questo schema: Attraverso le interviste hanno evidenziato che la maggior parte preferisce descriversi manifestando visivamente la profondità e la portata dei loro legami sociali, prediligendo dunque foto e immagini di gruppo. Attraverso la scelta stilistica delle immagini (più patinata rispetto a quella più rozza e amatoriale), il descrittivo degli hobby e lo stile narrativo, gli autori hanno iniziato ad evidenziare tipologie diverse di persone. Quelli che cercano di essere popolari attraverso FB si sforzano per costruire un’identità orientata al gruppo, descrivono attività a tuttotondo, sia individuali che collettive, e spesso usano le virgolette per citare frasi famose, dimostrando riflessività, completezza, empatia. Sembrerebbe che Facebook sia strumento per generare l’identità desiderata, piuttosto che quella reale. 181 Lombard M., Ditton T. (1997), At the heart of it all: The concept of presence, Journal of Computer Mediated-Communication [On-line] 3 (1997) Online: http://www.ascusc.org/jcmc/vol3/issue2/lombard.html. 182 Ellison, N., Heino, R., & Gibbs, J. (2006). Managing impressions online: Self-presentation processes in the online dating environment. Journal of Computer-Mediated Communication, 11(2) (article 2). 183 Gibbs, J. L., Ellison, N. B., & Heino, R. D. (2006). Self-presentation in online personals: The role of anticipated future interaction, self-disclosure, and perceived success in Internet dating. Communication Research, 33(2), 152–177. 184 Yurchisin, J., Watchravesringkan, K., & McCabe, D. B. (2005). An exploration of identity re-creation in the context of Internet dating. Social Behavior and Personality, 33(8), 735–750. 185 Yurchisin, J., Watchravesringkan, K., & McCabe, D. B. (2005). An exploration of identity re-creation in the context of Internet dating. Social Behavior and Personality, 33(8), 735–750, p. 742. 186 Zhao S., Gramsuck S., Martin J. (2008), Identity Construction on Facebook: Digital Empowerment in Anchored Relationship”, Computer in Human Behavior, n°24, pp.1816-1836,http://astro.temple.edu/~bzhao001/ Identity%20Construction%20on%20Facebook.pdf 49 Gli autori evidenziano anche identità di tipo “deviato”, in accordo con l’idea che la mediazione tecnologica permette di sentirsi maggiormente liberi di manifestare anche dei “sè” nascosti (Suler, 2002)187, esattamente come succede negli ambienti in Rete anonimi. Anche se questi tipi di indentità rivelano uno stile più ludico che deviato, dunque mostrerebbero nuovamente un desiderio di apparire “cool”, quindi in controtendenza e un po’ “spacconi”. Non è consueto trovare invece dichiarazioni di bisessualità e omossesualità, come se il tratto che orienta la propria sessualità fosse poco performante in termine di popolarità e accettazione sociale, esattamente come nella realtà. Quello che si è osservato dunque, è che su Facebook la prsentazione del sè è diversa rispetto agli altri canali. Non si presenta il “vero sè” così come si fa in ambienti anonimi, in MUD o chat, nè quello “reale”, inteso quello dell’interazione faccia-faccia. Su Facebook la tendenza è quella di presentare un “sè socialmente desiderabile”, di tipo aspirazionale, non ancora di fatto incarnato per un motivo o un altro. O comunque “normconfirming”. Inoltre è una costruzione del sè mediata attraverso la rappresentazinoe visiva più che la descrizione narrativa, che crea una triangolatura tra utente, amici dell’utente, audience in target, come analizzzava Girard (1961)188 attraverso il concetto di “mimetic desire.” L’affermazione di Castells (2008)189 “tutte le identità sono costruite. Il vero problema è stabilire come, a partire da cosa, da chi e perchè” pare dunque confermata. Si tratta di vedere attraverso quali strategie comunicative queste identità prendono forma e quali conflitti si creano nella gestione della stessa rispetto alla propria audience. 1.4.2 La produzione mediatica dell’ io ontico E’ risultato evidente come Facebook sia un sito di produzione d’identità “Multiaudience”. Attraverso il controllo del privacy setting ogni utente può strutturare ribalte e retroscena (Goffman, 1959)190, mostrando differenti identità rispetto a differenti audience. Borgato, Capelli e Ferraresi (2009)191 definiscono Facebook come strumento di autopromozione: si presta a usi diversi (lavoro, divertimento, amicizia, ...) anche se allo stesso tempo induce a una visione monolitica e coesa dell’identità (Mapelli 2010)192. L’io ontico di Illouz sembra essere la definizione più opportuna per le identità su Facebook, un io “nè nucleare nè molteplice, ma un unico io rappresentabile molteplicitamente” (Illouz, 2007)193. Un io che corrisponde all’individualismo reticolare 187 Suler, J. R. (2002). Identity management in cyberspace. Journal of Applied Psychoanalytic Studies, 4(4), 455–459. Girard, R. (1961). Deceit, desire, and the novel: Self and other in literary structure. Baltimore: Johns Hopkins Press. 189 Castells M. (2008), vol.2 pag. 7, LA nascita delal società in Rete, Università Bocconi Editori, Milano 190 Goffman, E. (1959). The presentation of self in everyday life. New York: Doubleday. 191 Borgato R., Capelli F., Ferraresi M. (2009), Facebook come. Le nuove relazioni virtuali, Franco Angeli, Milano. 192 Mapelli M.M. (2010), Web 2.0. Un nuovo racconto e i suoi dispositivi, Aut-Aut, luglio-setetmbre 2010. 193 Illouz E. (2007) Intimità fredde. Le emozioni nella società dei consumi, Feltrinelli, Milano, pag. 74 50 188 di Wellmann (2001)194 in particolare se gli si riconosce un ruolo focale e ruoli di alters subalterni, in grado di far fronte a reti di relazioni diverse, piò o meno compatte, più o meno permeabili. In questo senso la costruzione dell’io secondo Illouz (2007) si sviluppa nella duplice condizione di operare un’analisi introspettiva e solitaria da un lato ed essere messo in mostra al pubblico del network dall’altro. Questa frammentazione dell’io postmoderno permette così di essere manipolato a proprio piacimento e reso dunque più flessibile, capace di spaziare con facilità tra realtà e finzione. E Facebook agevola questa libertà, perchè non dispone alcun ripiegamento interno dell’identità, anzi ne dispone una potenzialità rizomatica discorsiva nella sola consequenzialità degli interventi. Questa linearità permette una sintagmatica che fotografa l’identità e la rende accessibile a chiunque, ma solo il seguire costantemente l’individuo ne sviluppa una paradigmatica semantica, attraverso il ricordo e il percepito, che fonda quell’io focale. Lo sviluppo rizomatico è in senso sintagmatico, tramite la contaminazione delle altrui identità nella potenzialità del commento. Facebook è una fotografia dell’attuale, senza un percorso di ricercabilità l’identità che viene messa in scena è deframmentata e non ha unità storica. E’ una fotografia della stratificazione identitaria, accentuata ancor di più ora nell’inserimento dei commenti dell’individuo sulle pagine altrui nella sua pagina. Non c’è dunque sinteticità quanto rizomatica presenza, diramazione focalizzata, che prende vita dalla conferma dell’attenzione altrui. In quanto tecnologia dell’individualizzazione (Willson 1997)195, Facebook funziona come è già stato osservato come un Panopticon, dunque contribuisce, come osserva Focault in Sorvegliare e Punire196, a istigare pratiche di normalizzazione attraverso cui un soggetto si autoimpone e interiorizza determinate norme di comportamento per essere conforme a una comprensione auto-percepita (ma costruita socialmente) della normalità. Non potendo svolazzare in comunità diverse per sviluppare diversi personaggi, l’individuo presuppone un unico attore schizofrenico, e Facebook diventa spazio dove l’“impression management” risulta centrale per l’efficacia comunicativa e la strutturazione di una rete in grado di apportare benefici. Collins, Smith, Waggoner (2009)197 hanno osservato 147 studenti universitari statunitensi mentre visitavano profili Facebook di vari sconosciuti per farsi un’idea di quelle persone e registrando che parti del profilo venivano esaminate. I risultati hanno indicato come parti più importanti del profilo, nell’ordine: 1. La sezione About Me (“Su di me” nella versione italiana di Facebook): esaminata dall’87,4% dei visitatori e tipicamente per prima. 194 Wellmann B. (2001) Physical Place and Cyberplace: The Rise of Personalized Networking, International Journal of Urban and Regional Research, Volume 25, Issue 2, pages 227–252, June 2001 195 Wilson B.G. (1997), Reflections on Constructivism and Instructional Design, in Dills C.R., Romiszowski A.A. (Eds.), Instructional Development Paradigms, Educational Technology Publications, Englewood Cliffs NJ. p. 137 196 Foucault (1975) Discipline & Punish, the birth of the prison, Pantheon, New York. 197 Collins E. C., Smith E. R., Waggoner A. S., C. (2009) Person perception by active versus passive perceivers, Journal of Experimental Social Psychology, Volume 45, Issue 4, July 2009, Pages 1028-1031 51 2. La sezione Pictures ("Foto", nella versione italiana di Facebook): 83,5% dei visitatori. 3. La sezione Interests ("Interessi", nella versione italiana di Facebook): 69,6% dei visitatori. 4. La sezione Activities ("Attività", nella versione italiana di Facebook): 68% dei visitatori. Diversi studi psicologici hanno analizzato invece l’importanza della presenza sociale, ovvero la capacità dei membri di una comunità di percepire se stessi sul piano sociale su quello emotivo come persone reali a dispetto del contesto virtuale in cui sono immersi. Di recente definita come “la capacità dei membri di una comunità di apprendimento di proiettare se stessi socialmente ed emotivamente, come persone “reali”, attraverso il medium comunicativo in uso” (Garrison et al. 1999)198, la presenza sociale sta ad indicare la capacità di presentare se stessi agli altri membri del gruppo come soggetti dotati di personalità, emozioni, aspettative e motivazioni, attraverso la comunicazione mediata dal computer. Allo stesso tempo la presenza sociale sembra essere in grado di supportare gli obiettivi affettivi rendendo le interazioni interne al gruppo coinvolgenti e quindi intrinsecamente gratificanti (Rourke et al. 2001)199, di assicurare la soddisfazione generale (Gunawardena et al. 1997; Richardson et al. 2003)200, di garantire il successo e la qualità di un‟esperienza di apprendimento in rete (Stacey 2002; Shin 2003)201. Gli studi sulla presenza sociale, che viene definita come «l‟intensità dei propri sentimenti e delle proprie percezioni e reazioni quando si è collegati, attraverso la CMC, con un‟altra entità intellettuale» (Tu e McIsaac, 2002)202, oppure, secondo Garrison et al. (1999)203, come “l’abilità dei partecipanti di una comunità di ricerca di trasmettere un‟immagine sociale ed emotiva di sé, proiettandosi come persone “reali”, sono particolarmente utili per una migliore comprensione degli aspetti socio-affettivi legati alle dinamiche in rete. Garrison D. R., Anderson T., Archer W. (2000), “Critical inquiry in a text-based environment: computer conferencing in higher education”, Internet and Higher Education, 2 (2-3), pp. 94. 199 Rourke L., Anderson T, Garrison D. R., Archer W. (2001), “Methodological Issues in the Content Analysis of Computer Conference Transcripts”, International Journal of Artificial Intelligence in Education, 12, pp. 8-22. 200 Guanawardena C., Zittle F.(1 997), “Social presence as a predictor of satisfaction within a computer mediated conferencing”, American Journal of Distance Education, vol. 11, n. 3, pp. 8-26 Gunawardena C. N., Lowe C. A., Anderson T (1997), “Analysis of a global online debate and the development of an interaction analysis model for examining social construction of knowledge in computer conferencing”, Journal of Educational Computing Research 17(4), pp. 397-431; Richardson J.K., Swan K., (2003), Examining social presence in online courses in relation to students‟ perceived learning and satisfaction, Journal of Asynchronous Learning Networks, 7(1). 201 Stacey E., (2002), Social presence online: networking learners at a distance, Education and Information Technologies, 7 (4); Shin N. (2003), “Transactional Presence as a Critical Predictor of Success in Distance Learning”, Distance Education, 24 (1), pp. 69-86. 202 Tu C., Mc Isaac M. (2002), “The relationship of social presence and interaction in online classes”, The American Journal of Distance Education, vol. 16, n. 3, pp. 131 -1 50. 203 Garrison D. R., Anderson T., Archer W. (2000), “Critical inquiry in a text-based environment: computer conferencing in higher education”, Internet and Higher Education, 2 (2-3), pp. 94. 52 198 Alcuni strumenti per sviluppare una presenza di tipo empatico è quella di usare immaginari condivisi e strutturare il proprio profilo e il flusso dei link attraverso citazioni e uso di immagini riconoscibili. L’esperienza di sè avviene nell’interazione, immagini che vivono grazie allo sguardo degli altri (Zanini 2009)204, ma è un’esperienza costantemente costruita, e in rete in particolare, essendo “always-on”, diventa valore di per sè. Inizia però a essere preoccupante quando l’espressione del sè diventa più importante dell’azione sociale. 1.5 Reti sociali: variabili di misurazione e limiti delle osservazioni Se gli attori hanno il tempo necessario per svilupparla, è stato dimostrato che la CMC in generale può veicolare la stessa socialità di una comunicazione faccia-a-faccia. Indipendentemente dal mezzo di comunicazione utilizzato, gli esseri umani avvertono i medesimi bisogni di riduzione dell’incertezza e di ricerca delle affinità con gli altri. Gli utenti della CMC, quindi, tendono a soddisfare tali bisogni adattando le proprie strategie comunicative al medium utilizzato. Rispetto alla comunicazione ordinaria, ciò che serve loro è semplicemente una maggiore quantità di tempo: la CMC dunque non è meno efficace, dal punto di vista dell‟interazione sociale, rispetto alla comunicazione facciaa-faccia, ma è soltanto meno efficiente. Va aggiunto che si tende per lo più a non comunicare esclusivamente per mezzo del computer. Anche all‟interno delle comunità virtuali, non appena le relazioni sociali si consolidano e divengono significative, i membri tendono ad integrare la comunicazione attraverso altri mezzi, quali ad esempio il telefono o la posta205. Premesso questo, è evidente quanto Facebook sia un laboratorio delle dinamiche sociali. Un microcosmo, modello molto evoluto e vicino della realtà, vivente e in evoluzione. Come osserva Depangher (2009)206il suo limite più forte è che si tratta di un modello talmente complesso e articolato da esporre chi si propone di analizzarlo ai rischi del Paradosso di Bonini, dunque un modello che, rappresentando una realtà, più è dettagliato e perfezionato più diventa illegibile come la realtà stessa. Risulta comunque utile per investigare dinamiche della nostra vita relazionale nel mondo cosidetto reale, se lo si deframmenta in componenti più elementari in grado di essere leggibili. Facebook ha permesso di passare “dal computer che fa compagnia senza impegnare in un’amicizia” (Turkle 1997)207, a un amico che fa compagnia attraverso il computer senza impegnare in un’amicizia. Risponde a bisogni di relazione diversi (a volte più stretti altre più superficiali), seppur considera tutti amici. Per Cicerone, l’amico è un “riflesso della propria immagine ideale”208, per Derrida “l’amico è al Zanini I. (2009) Le interazioni nei commenti ai post, in Mapelli M. M., Margiotta U. (2009) Dai blog ai social Network, Arti della Connessione nel virtuale, Ibridamenti, Mimesis, Milano, p. 63. 205 Parks M.R., Floyd K., Making friends in cyberspace, in Journal of Computer-Mediated Communication, vol. 1, n. 4, 1996; Jacobson, Impression formation in cyberspace: Online expectation and offline experiences in textbased virtual communities, in Journal of Computer-Mediated Communication, vol. 5, n. 1, 1999. 206 Depangher M. (2009) Facebook come luogo di una diversa intimità, in Borgato R. , Capelli F. , Ferraresi M. (2009) Facebook come. Le nuove relazioni virtuali, FrancoAngeli, Milano, p. 23. 207 Turkle S. (1999) La vita sullo schermo, Apogeo. 208 Platone, Liside, ed. Mursia, Rusconi, Milano, 1991 53 204 contempo un territorio e un alloggio caro a cui si ritorna” (Derrida 1994)209. L’amicizia sembra radicarsi in un luogo e in un tempo, dispiega un percorso ed esibisce un suo habitat. Si è disponibili verso un amico perchè gli amici sono disponibili per sè. Su Facebook questa particolare relazione affettiva diventa metafora di tutte le relazioni, sviluppando effetti connotativi e proponendo una risemantizzazione dello stesso concetto di amicizia. In primo luogo, essere amici riflette spesso essere conoscenti nella realtà, anche se la ricerca etnografia di Boyd ha a sua volta dimostrato che spesso sono considerati amici persone che si conoscono appena, accettati nel proprio cerchio di amicizie solo perchè si avevano amici in comune. Sebbene il rifiuto mediato è un rifiuto indiretto, quindi individaulmente viene vissuto con meno impatto, si è visto come per i contatti che hanno un riscontro nella realtà rifiutare l’amicizia non è socialmente ben accettato. La creazione di legame (bonding) su Facebook si avvicina più a una conferma delle norme sociali più che a un interesse personale. Eppure molti studi dimostrano che, nonostante questo appiattimento delle relazioni e questa “Ikea” dell’amicizia, Facebook riesce ad alimentare la qualità del capitale sociale dell’individuo e a determinare effetti positivi su di esso. 1.5.1 Lo sviluppo del capitale sociale Il capitale sociale può essere definito come l’insieme di risorse attuali o virtuali accumulate attraverso le relazioni fra persone. Secondo alcune ricerche le diverse forme di capitale sociale, compresi i legami con amici e vicini, sono in relazione con indice di benessere psicologico, come l’autostima e la soddisfazione dalla vita (Ellison, Steinfield e Lampe 2007)210. L’uso di Facebook presuppone un percepito diverso del proprio capitale sociale. Burkle, Marlow e Lento (2010)211 hanno dimostrato l’influenza dell’uso di FB sulla costituzione del proprio capitale sociale e sul percepito di solitudine su individui con caratteristiche sociodemografiche trasversali. Differenziano la “direct communication” dal “consumption”, dove per direct communication si intende l’interazione diretta tra l’individuo focale e un amico che si identifica in questa amicizia (attraverso commenti sul wall, chat, tag su foto), e per consumption il monitoraggio delle comunicazioni e conversazioni senza interazione diversa, sia di utenti amici che di individui meno vicini. Con questa differenziazione, hanno dimostrato che maggiore è l’attività di “direct communication”, più è l’adesione al capitale sociale e minore e la sensazione di solitudine; più invece si misura attività di “consumption”, maggiore è la destrutturazione e lo sfaldamento del capitale sociale e maggiore la sensazione di solitudine. Gli stessi autori in un’altro studio hanno analizzato quanto la condivisione di contenuti sia necessaria per mantenere i legami e quali siano le motivazioni che Derrida (1994) Politiche dell’amiciza, Cortina, Milano, pag.209 trad.it. Ellison Steinfield e Lampe (2007), The Benefits of Facebook Friends: Social Capital and Collefa Students Use of On-line Social Network Sites”, Journal of Computer-Mediated Communication, Vol. 12, n°4, pp.1143-1168. 211 Burke M., Marlow C., Lento T. (2010), Social Network Activity and Social Well-Being, Carnegie Mellon University and Facebook Team, Pittsburgh 210 209 54 inducono le persone a condividere materiale attraverso i Social Networking Sites (SNS)212. In questo studio gli autori osservano il campione rispetto a tre parametri: il social learning, ovvero quanto un utente impara e imita dal comportamento altrui; i feedback, ovvero gli effetti che altri utenti hanno sul nuovo arrivato; la distribuzione dei contenuti, ovverro la struttura e l’esposizione generale dei contenuti raggiunta grazie alla partecipazione dell’utente. In accordo con i risultati osservati da Boyd (2008)213, anche loro evidenziano la stretta relazione e il regime di influenza reciproca tra i singoli membri di un network, influenza che determina non solo il tipo di contenuto scambiato, ma anche la stessa costruzione del sè e i modelli comportamentali da seguire, soprattutto quelli adottati dal “first-step degree”, ovvero dalla cerchia più ristretta di amici e amici degli amici. In particolare identificano quattro tappe necessarie per il social learning: 1. Attenzione: ovvero le persone hanno bisogno di osservare il comportamneto altrui senza distrazione; 2. Retention, ovvero devono ricordare e memorizzare il comportamento e come ci si comporta; 3. Riproduzione, ovvero “the ability to perform the action”; 4. Motivazione, ovvero ciò che influenza e rinforza la riproduzione di ciò che è stato imparato, incluse azioni passate o promesse fatte. Un altro parametro importante è quello dei feedback: è stato dimostrato che più un individuo riceve feedback, più è motivato a produrre contenuto, il che dimostra inoltre che la motivazione a contribuire non dipende tanto dal tono, dalla lunghezza o dalla tipologia di feedback, quanto dalla numerosità214 (seppur in accordo con la teoria della reciprocità215, del rinforzo216 e del bisogno di appartenenza217), sempre che il feedback sia di tipo positivo. Questo studio è stato replicato per un campione con parametri anagrafici e geografici diversi218, riportando le medesime conclusioni, dunque permette di affermare che Facebook è un ciclo di feedback positivi, il che permette di mantenere attivi legami geograficamente distanti e sviluppare una maggiore gratificazione sociale. La metodologia adottata in entrambi i casi è di tipo quantitativo con strutturazione di survey e scale di valore compilate sulla base di un’autopercezione, il che permette sicuramente di sviluppare nuove ipotesi e fondare successivi sviluppi analitici, soprattutto di tipo comparativo volti a evidenziare la genericità e la trasversalità dei risultati su differenti campioni, ma sono poco utili nel momento in cui si cerca di analizzare come si formano le reti, quali le motivazioni che spingono gli individui a 212 Burke M., Marlow C., Lento T. (2009), Feed Me: Motivating Newcomer Contribution in Social Network Sites, Carnegie Mellon University and Facebook Team, Pittsburgh, ACM CHI 2009: Conference on Human Factors in Computing Systems. 213 Boyd, D.. (2008). None of this is Real. In Joe Karaganis (Eds.), Structures of Participation.New York, p. 3. 214 Joyce, E. and Kraut, R. (2006) Predicting continued participation in newsgroups. Journal of Computer Mediated Communication 11. 215 Cialdini, R. B. Influence. New York: William Morrow and Company, 1984; Gouldner, A. The norm of reciprocity: A preliminary statement.American Sociological Review 25, 2 (1960), 161–178. 216 Ferster, C., and Skinner, B. Schedules of Reinforcement.Appleton-Century-Crofts, 1957. 217 Baumeister, R., and Leary, M. The need to belong: desire for interpersonal attachments as a fundamental human motivation. Psychological Bulletin 117, 3 (1995), 497–529. 218 Burke M., Marlow C., Lento T. (2010), Social Network Activity and Social Well-Being, Carnegie Mellon University and Facebook Team, ACM CHI 2010: Conference on Human Factors in Computing Systems. 55 mantenerle e con quali modalità comunicative, al di là della normalizzazione data degli strumenti. Questi tipi di studi sono di solito commissionati dai progettisti (Microsoft, Facebook) che hanno necessità di strutturare delle giudelines di progettazione per migliorare e amplificare gli effetti di viralità e dunque la continua crescita delle loro piattaforme in termini di utenti unici. In quanto progettisti, però, non facilitano l’osservazione a livello di schema comportamentale, ovvero evidenziano azioni di dettaglio e specifiche legate all’esperienza diretta senza porre approfondimenti su lungo periodo atti a specificarne le correlazioni e le reciproche corrispondenze. Anche Ellison, Steinfield e Lampe (2006)219 hanno approfondito la relazione tra Facebook e la formazione e mantenimento del capitale sociale. In particolare, hanno osservato gli effetti sul capitale sociale pre-esistente, quello cioè già attivo prima dell’utilizzo della piattaforma. Dal loro studio emerge che gli utenti utilizzano Facebook per cristallizzare i rapporti che altrimenti potrebbero rimanere effimeri, e rende più facile la conversione di questi ultimi in legami deboli, grazie alle informazioni personali che vengono fornite e ai sistemi che inducono senza sforzo aggiuntivo a interagire (per esempio l’avviso del compleanno). Lampe et al. (2006)220 traccia una distinzione tra l’uso di Facebook per il “social search”, cioè trovare informazioni sui contatti stabiliti realmente ma non ancora connessi sulla piattaforma – e il “social browsing” – l’uso del sito per sviluppare nuove connessioni a volte con l’obiettivo di interazioni offline. Un sondaggio su un campione di 2.000 individui ha provato che l’uso primario è quello del social search, soprattutto per avere più informazioni sulle persone incontrate offline e i conoscenti. Ma la social search serve anche per tracciare azioni e opinioni dei gruppi frequentati, per aver maggior controllo su sè stessi e sugli altri. Emerge inoltre l’impegno implicito nella sorveglianza reciproca degli altri, come se la social search fosse un bene pubblico, tanto che anche Gross e Acquisti (2005)221 osservano che solo un 1,2% del loro campione si cela nei risultati di ricerca. Golder at al. (2007)222, in accordo con la teoria di Granovetter (1973)223 che misura la forza di una relazione nel tempo e nello sforzo investito a mantenerla, hanno paragonato l’interazione attraverso messaggi rispetto a quella per seguire i news feed dei contatti. Questo comparativo non ha permesso però di osservare la natura diversa delle relazioni perchè i messaggi di Facebook vengono mandati indipendentemente dallla tipologia dell’amicizia, nè è stato possibile identificare un parametro come lunghezza dei messaggi o frequenza e continuità dell’invio che potesse essere usato Ellison, N., Steinfield, C. and Lampe, C. (2006) The benefits of Facebook "friends:" Social capital and college students' use of online social network sites. Journal of Computer Mediated Communication, 12 (4). article 1, http://jcmc.indiana.edu/vol12/issue4/ellison.html 220 Lampe, C., Ellison, N. and Steinfield, C. A Face(book) in the Crowd: Social Searching vs. Social Browsing. In proceedings of ACM Special Interest Group on Computer-Supported Cooperative Work, ACM Press (2006), 167 – 170. 221 Gross, R, Acquisti (2005) A. Information Revelation and Privacy in Online Social Networks.The Facebook Case, in Workshop on Privacy in the Electronic Society, ACM Press (2005); http://www.heinz.cmu.edu/~acquisti/papers/privacy-facebook-gross-acquisti.pdf 222 Golder, S., Wilkinson, D. and Huberman, B.A., (2007) Rhythms of Social Interaction: Messaging within a Massive Online Network. in 3rd International Conference on Communities and Technologies; http://arxiv.org/PS_cache/cs/pdf/0611/0611137v1.pdf 223 Granovetter M. (1973) The strength of weak ties. Amer. J. Sociology, 78(6):1360–1380, 1973. 56 219 come variabile discriminante. Ha dimostrato però che la forza mediatica di Facebook alimenta le dinamiche sociali a tal punto che lo sforzo richiesto nell’invio dei messaggi risulta continuativo oltre che quotidiano, dimostrando quanto l’impegno in termini di tempo e di produzione di messaggi non sia percepito come tale. Per osservare gli effetti delle relazioni online rispetto all’offline, è stato affrontato uno studio (Vitak 2008)224 in cui è è stato intervistato un campione di studenti che usa quotidianamente Facebook insieme ai più abituali sistemi di comunicazione come telefono, mail, sms, faccia-a-faccia. Prima di tutto, si è osservato come i giovani usino questo sistema in modo più pervasivo rispetto ai senior, il 25% di questi infatti lo usa come principale strumento di comunicazione. Inoltre, si è notata una manipolazione delle informazioni date, il 20% dichiara di scrivere qualcosa di non vero, ma principalmente per humor. Per quanto concerne gli effetti negativi delle relazioni offline per causa dell’uso di fb, solo il 13% dichiara di aver avuto qualche problema, soprattutto per via di qualcosa scritto sul proprio wall, il che dimostra una continuità tra l’uso della comunicazione su Facebook rispetto a quella offline. Mentre la ricerca precedente ha esaminato informazioni autogenerate, quella di Langwell et al. (2008)225 si è concentrata sulle informazioni fornite dagli amici del campione. Lo studio si basava sull’ipotesi che molte informazioni relative alle persona sono veicolate dagli indizi lasciati dalla propria rete sociale. E’ emerso che gli individui con troppi amici su Facebook vengono percepiti più disperati che popolari, perchè si presuppone spendano molto tempo a crearea amicizie virtuali davanti al pc piuttosto che svilupparle in contesti concreti. Purtoppo basandosi su una metodologia quantitativa, i parametri osservabili risultano limitati e poco argomentativi rispetto a ricerche etnografiche che partono da presupposti simili (cfr. Boyd). Nonostante queste ricerche, sia di stampo psicologico che sociologico, partano dalla considerazione della rete in quanto strumento di composizione della propria identità, dalla dinamica di consegna alla rete del proprio sè goffmaniano e del concetto stesso di Castells di Internet come “trama delle nostre vite”226, toccando anche le tematiche relative alla distribuzione della conoscenza e del potere (Castells 2006)227, la maggior parte di questi studi si limita poi a metodologie quantitative che poco approfondiscono questi aspetti e analizzano maggiormente le tipologie di relazioni e le forme delle reti stesse. 224 Vitak J. M. (2008) Facebook “friends”: how online identities impact offline relationships, Thesis submitted to the Faculty of the Graduate School of Arts and Sciences of Georgetown University, Master of Arts in Communication, Culture and Technology 225 Lindsey Langwell L., Tong T. S., Van Der Heide B. (2008) Too Much of a Good Thing? The Relationship Between Number of Friends and Interpersonal Impressions on Facebook, Journal of Computer-Mediated Communication, 13 (2008), pag. 531–549, http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/j.1083-6101.2008.00409.x/pdf 226 Castells M. (2006), Galassia Internet, p. 13, ( ed. Or. 2001) 227 Si veda: Bianco M. L. (1996) Classi e reti sociali. Risorse e strategie degli attori nella riproduzione delle diseguaglianze, il Mulino; Cavallo M., Spadoni F. (2010) I social network. Come Internet cambia la comunicazione, Franco Angeli, Milano; Donati P. (1991), p.68, Teoria relazionale della società, Franco Angeli Freeman, Linton C., The development of social network analysis. A study in the sociology of science, Vancouver, Empirical Press, 2004 (trad. it. Lo sviluppo dell'analisi delle reti sociali. Uno studio di sociologia della scienza, Milano, Franco Angeli, 2007); Luhmann N. (1990) p-92-93, Sistemi sociali. Fondamenti di una teoria generale,, il Mulino, Bologna, 1990. Ed or. 1984; Salvini a. (2007), Analisi delle reti sociali. Teorie, metodi, applicazioni, Franco Angeli, Milano ;Scott J. (2002), L’analisi delle reti sociali, Carocci; 57 In particolare il capitale sociale viene infatti espresso sulla numerosità dei contatti, frequenza di interazione, continuità dell’interazione, crescita e decrescita dei contatti, che rientrano nelle variabili che Marsella e Synder (1981)228 usano per la misurazione delle reti sociali: - struttura: ampiezza, frequenza interazioni, posizione dell’individuo nella rete - interazione: reciprocità, direzione, molteplicità di relazioni, simmetria - qualità: intimità, vicinanza affettiva, conoscenza - funzione: informazione, feedback, sostegno emotivo Il capitale sociale, come intuiva in particolare la ricerca di Langwell er al. (2008), è dato da un insieme di indizi di varia natura in grado di determinare e qualificare l’attrattività, l’intensità, lo spettro culturale, la sovrapposizione e divergenza tra appartenenze in gruppi diversi. Inoltre si sviluppa e mantiene grazie alla capacità di relazione e comunicazione dell’individuo, non solo nel suo essere presente o costante ma anche nel suo essere attendibile, interessante, accogliente, motivante. Nella capacità di rendersi desiderato e desiderabile, nella densità dei suoi interventi piuttosto che nella profondità delle sue conoscenze. Un’analisi che si basi solo su variabili quantitative non può cogliere queste osservazioni, perchè non sono quantificabili nè possono ridursi a variabili da monitorare. Fanno parte di uno stile personale ma anche della sfera culturale in cui l’individuo è immerso, e sebbene la crescita esponenziale di Facebook abbia chiaramente posto l’attenzione sui grandi numeri, si è anche osservato che oltre i 300 contatti a persona la soglia di interesse ad estendere la propria rete diminuisce e si assesta (in condizioni d’uso normali). Ciò comporterà una saturazione e una ridondanza tra le informazioni quantitative che si potranno osservare sotto questa forma, risulteranno sempre meno significative e richiederanno un approfondimento differente. Prima di affrontare la tematica legate alle metodologie, chiudiamo la rassegna della letteratura critica su Facebook affrontando l’ultimo filone di ricerca su cui si è sviluppato ampio dibattito, quello relativo alla costituzione della rete sociale. 1.5.2 La costituzione di reti sociali secondo la prospettiva dei Social Network Analysis La SNA (Social Network Analysis), raccoglie contributi appartenenti a tradizioni diverse (dalla teoria dei grafi dei sociometrici statunitensi degli anni 30, alle analisi strutturali di Harvard anni 30, e poi riprese negli anni 70229). Parte dalla tesi che la società può essere analizzata utilizzando specifiche procedure tecniche che la scompongono e ne classificano le parti costituenti, ovvero gli attori e le relazioni che li mettono in contatto. La società viene vista come “un network di network”230, ovvero un un “sistema di relazioni sociali tra posizioni sociali”231. Marsella, Synder (1981), Stress, Social Support and Schizophrenic Disorders: Towards Interactional Model, Schizophrenia Bulletin, n.7, pp.152-163 229 Per una prospettiva storica, si si veda Scott J. (2002), L’analisi delle reti sociali, Carocci 230 Cavallo M., Spadoni F. (2010) I social network. Come Internet cambia la comunicazione, Franco Angeli, Milano, p. 15 231 Salvini A. (2007) Analisi delle reti sociali. Teorie, metodi, applicazioni, Franco Angeli, Milano, p. 18 58 228 La SNA si è sviluppata in particolare in due filoni di ricerca: lo strutturalfunzionalismo fonda le radici sull’antropologia anglosassone nel quadro di una interpretazione analitica situazionale e processuale; l’analisi strutturale americana, invece, afferma i principi dello strutturalismo sulle basi di rigorose rappresentazioni matematiche, in netta opposizione con la prima corrente, analizzando le relazioni fra i diversi membri di un sistema su base prettamente quantitativa. Per l’analisi applicata a Facebook, i principali filoni di ricerca seguono la teoria del grafi e dunque l’approccio americano, secondo cui: L'analisi delle reti sociali, ovvero la mappatura e la misurazione delle reti sociali, può essere condotta con un formalismo matematico usando la teoria dei grafi. In generale, il corpus teorico ed i modelli usati per lo studio delle reti sociali sono compresi nella cosiddetta social network analysis. La ricerca condotta nell'ambito di diversi approcci disciplinari ha evidenziato come le reti sociali operino a più livelli (dalle famiglie alle comunità nazionali) e svolgano un ruolo cruciale nel determinare le modalità di risoluzione di problemi e i sistemi di gestione delle organizzazioni, nonché le possibilità dei singoli individui di raggiungere i propri obiettivi.232 Vettori di risorse, mappabili e misurabili, che svolgono un ruolo cruciale nel risolvere problemi oltre che essere la possibilità per i singoli individui di raggiungere i propri obiettivi: secondo questa prospettiva, le reti sociali emergono nella loro capacità di sviluppare mutuo soccorso, necessarie per la sopravvivenza e analizzabili secondo la loro ampiezza, potenzialità in essere, struttura e densità. Una rete sociale (in inglese social network) consiste di un qualsiasi gruppo di persone connesse tra loro da diversi legami sociali, che vanno dalla conoscenza casuale, ai rapporti di lavoro, ai vincoli familiari. Le reti sociali sono spesso usate come base di studi interculturali in sociologia e in antropologia. Questa definizione sembra in un certo modo avvicinarsi al progressivo svuotamento del concetto di comunità che astrae sempre più dal contesto spaziotemporale, e si slega dalla relazione con i propri contenuti, fino a essere considerata, rielaborando alcuni concetti di Appadurai (2001)233: “possiamo dire che le comunità virtuali, che a questo punto intendiamo come luoghi tecnosociali nei quali la comunicazione mediata dal computer favorisce processi di interazione, integrazione e immaginazione degli agenti – si configurano al tempo stesso come vettori e risorse dei processi di deterritorializzazione e disgiunzione che avvengono – per usare un termine di Appadurai (2001) – grazie ai flussi globali di etnorami, tecnorami, finanziarami, mediorami e ideorami”.234 Facebook struttura reti sociali quanto comunità virtuali, attraverso la SNA però si osservano principalmente le variabili che determinano composizione e distribuzione delle reti sociali, piuttosto che i fattori. Barabàsi (2004)235 osserva infatti al correlazione tra la numerosità dei nodi e quella dei link che li congiungono per dimostrare una legge di potenza che regola la rete rispetto alla formazione delle reti casuali. Secondo tale Wikipedia. Appadurai A. (2001) Modernità in polvere, 2001 234 De Benedittis M. (2003), Comunità in rete. Relazioni sociali e comunicazione mediata da computer, Franco Angeli, Milano, pag.. 24 235 Barabàsi A.L. (2004), Link. La sceinza delle reti, Einaudi, pag. 76 233 232 59 legge di potenza, una rete con molti nodi e pochi link è una rete con più accentramento e compattezza rispetto a una con lo stesso numero di nodi e maggior numero di link. Il secondo caso infatti dimostra minore efficienza nelle connessioni e una dispersione delle connessioni che non agevola nè comunicazione nè processi decisionali. Mitchell (1973)236 attraverso al teoria su base matematica dei grafi, che è uno dei principali strumenti di analisi della SNA, individua tre tipologie di relazioni utili a differenziare un netowrk da un gruppo: - le relazioni strutturali: ceh si basano sull’appartenenza a strutture istituzionali - le relazioni categoriali: che si basano sull’appartenenza a categorie sociali - le relazioni personali: che si basano su legami personali In questo modo Mitchell cerca di integrare la ricerca di categorie di ordine universale all’approccio antropologico, presupponendo però una foramlizzazione statica delle relazioni. Il focus della ricerca si concentra sull’analisi dei processi che permettono la costruzione delle relazioni, ignorando i fattori incidentali che possono rendere opaco il dato di ricerca a causa dell’arbitrarietà delle scelte individuali. Su queste basi Catanese, De Meo e Ferrara (2010)237 hanno analizzato il Social Graph di Facebook per osservare le somiglianze tra questa struttura di rete e quelle nella vita reale, nelle sue caratteristiche topologiche e di correlazione tra nodi e link. Attraverso lo sviluppo di un agente, hanno estratto le relazioni di amicizia attraverso l’analisi delle pagine profilo pubbliche. Il loro obiettivo era quello di scoprire il ruolo svolto dagli attori attraverso l’emergere dei nodi più importanti e il grado di coesione delle reti, anche se hanno evidenziato un costo computazionale notevole per poter filtrare i dati in modo da renderli significativi. I loro risultati sono stati riassunti in mappature grafiche che hanno dimostrato la possibilità di utilizzare questa procedura senza però al momento far emergere dati di ricerca significativi, se non nella capacità di segnalare quali nodi possono essere considerati più centrali rispetto ad altri, dunque più influenti. Nell’analisi di Gilbert e Karahalios (2009) 238 si parte dal presupposto che non tutte le relazioni sono create nello stesso modo, e a differenti relazione, comportano differenti ruoli. Considerando il concetto di forza delle relazioni di Mark Granovetter (1973)239: The strength of a tie is a (probably linear) combination of the amount of time, the emotional intensity, the intimacy (mutual confiding), and the reciprocal services which characterize the tie. gli autori hanno costruito un modello in grado di prevedere il tipo di relazione tra due persone, presupponendo una serie di parametri numerici da loro designati sulla base di queste variabili. Il modello si è basato anche sugli studi di Ronald Burt delle variabili 236 Mitchell J. C. (1973) Networks, Norms & Institutions, in Boissevain J., Mitchell J.C. (1973) Network Analysis, Studies In Human Interaction , Monton, The Hague 237 Catanese S., De Meo P., Ferrara E. (2010) Analyzing the Facebook Friendship Graph, University of Messina, University of Amsterdam 238 Gilbert, Karahalios (2009), Predicting Tie Strength With Social Media, University of Illinois at UrbanaChampaign, http://social.cs.uiuc.edu/people/gilbert/pub/chi09-tie-gilbert.pdf 239 Granovetter, M. S. 1973. The Strength of Weak Ties. The American Journal of Sociology, 78(6), 1360– 1380. 60 della topologia della rete e dei circuiti informali (Burt )240, su quelli di Wellman e Wortley (1990)241 sul supporto emotivo e infine su quelli di Nan Lin (2001)242 e le variabili legate alla distanza sociale: stato socioeconomico, livello istruzione, corrente politica, razza e genere. In particolare, hanno usato il dizionario Linguistic Inquiry and Word Count (LIWC)243 per analizzare anche la parte di contenuti scambiati, secondo l’ipotesi che differenti legami presuppongono differenti tipi di parole usate nella comunicazione, e questa ipotesi ha dato positivi riscontri, tanto da essere stata formalizzata in una serie di variabili. Hanno osservato che maggiore è il numero di scambi mail all’interno di uno stesso argomento, minore è stretto il legame, il che già dimostra quanto le correlazioni tra le variabili spesso induce a conclusioni poco realistiche, come dimostravano già studi precedenti. Al di là del fatto che il modello aveva dei limiti dichiarati, tra cui il disegno stesso incentrato sull’individuo, gli autori dichiarano che il tipo di ricerca ha rivelato quanto è complessa la struttura delle relazioni nella vita reale e la qualificazione della stessa attraverso il percepito e il dichiarato del campione. In alcuni casi infatti si dichiarava un legame più stretto del reale per la speranza di rinsaldare l’amicizia, altre volte per dimostrare stima (è il caso di un individuo rispetto a un suo professore). Inoltre le amicizie più strette spesso si diramano su diverse media digitali, dunque spesso le conversazioni sono frammentate, se osservate solo attraverso una piattaforma. I risultati più ambigui sono stati approfonditi con interviste faccia-faccia a posteriori, attraverso cui è risultato evidente quanto “relationships like these have powerful emotions and histories at play”. Dopo le dovute considerazioni, l’introduzione di una gerarchia tra le relazioni e l’individuazione di chi ha chiesto l’amicizia sono state indicate come variabili in grado di far performare meglio il modello. All’interno dei miglioramenti che intendono adottare, si evidenzia inoltre la necessità di indagare il differenziale tra ribalta e retroscena e trovare quelli che possono essere considerati come “social media novel indicators”, ovvero indicatori in grado di determinare la narrazione della relazione. 1.5.3 Le reti come attori sociali, tra programmazione e commutazione Attraverso il punto di vista delle network analysis utilizzata dagli studi osservati viene meno la prospettiva che analizza invece le implicazioni sociali e politiche determinate dall’esercizio della comunicazione attraverso la Rete, come abbiamo già osservato attraverso il saggio di Massimo Leone244 a proposito dell’accostamento di Burt R. (1983) I legami di cooptazione nell’industria americana, in Burt R. (1983) Applied Network Analysis, Sage, Beverly Hills. 241 Wellman, B., & Wortley, S. (1990). Different strokes from different folks: Community ties and social support [Electronic Version]. The American Journal of Sociology, 96, 558-588. Retrieved April 13, 2007 from JSTOR database. 242 Lin, Nan, Ronald S. Burt e cuoco del Karen, eds. (2001). Capitale sociale: Teoria e ricerca. New York: Aldine de Gruyter. Mullins, Nicholas 243 Pennebaker, J. W. and Francis, M. E. Linguistic Inquiry and Word Count. Lawrence Erlbaum, 1999. 244 Leone M. (2011) Reti di nodi, reti di segni, E/C 2011. 61 240 questi studi con la semiotica. Teorici diversi hanno affrontato questa problematica245, in particolare Manuel Castells nel suo ultimo saggio Communication Power246. Castells sostiene che le reti di comunicazione sono i settori chiave del potere nella società in rete247. La società di rete è considerata una società in cui una combinazione di reti sociali e dei media è la modalità principale di organizzazione a livello individuale, sociale e organizzativo248. Diversi autori249 assumono che le reti siano controllate principalmente attraverso il discorso. Castells in particolare osserva che i “discourses frame the options of what networks can or cannot do”, e dunque che il potere delle reti è il potere della comunicazione250. Castells definisce le reti come: insieme di nodi interconnessi [...] che sono [...] strutture complesse di comunicazione, costruito intorno ad una serie di obiettivi che, contemporaneamente, assicurano unità di intenti, flessibilità di esecuzione e adattabilità al contesto operativo251 Egli parla di due meccanismi – di programmazione e di manovra – come principali sistemi di controllo e potere delle reti. Per meccanismo di programmazione intende l’insieme di processi di comunicazione che determinano obiettivi e logica di funzionamento della rete. In questo senso la programmazione è emanata da attori che si impegnano nel processo decisionale per creare, gestire e influenzare le reti, regolamentandone appunto obiettivi e regole della performance. Il secondo meccanismo con cui la struttura di una rete viene modificato, è il meccanismo di manovra secondo cui attraverso un processo di “switching” (commutazione) sancito dagli “switchers”, si (dis)connettono, in una doppia valenza distruttuva e costruttiva, le varie reti formando allenze e respingendo la concorrenza attraverso la cooperazione252. Dunque da un lato un meccanismo a priori, di strutturazione, dall’altro un meccanismo in divenire, dettato dall’occorrenza e necessità. In entrambi i casi, le modifiche delle reti sono risultato dell’azione umana, a sua volta incorniciata nel discorso, ovvero “framed by discourse”253. Questi discorsi sono generati, passionalizzati e diffusi attraverso la rete di comunicazione, che influenza il comportamento individuale e collettivo attraverso la generazione di una “public mind”. Ciò che rende possibile e attualizza i due meccanismi è il “network making power”, esercitata dai “programmers” e dagli “switchers”, che determinano con le loro azioni i 245 Marres N., Rogers R. (2005), Recipe for Tracing the Fate of Issues and Their Publics on the Webǁ, Making Things Public: Atmospheres of Democracy. Eds. Bruno Latour, and Peter Weibel. London: The MIT Press; Baringhorst S. et al. (2009). Political Campaigning on the Web. Eds. Bielefeld: transcript. Verlag; Van de Donk, Wim et. al. (2004). Cyberprotest: New Media, Citizens and Social Movements; Arquilla J. , Ronfeldt D. (2001). Networks and Netwars: The Future of Terror, Crime, and Militancy. RAND; Castells M.(2009) Communication power. Oxford University Press; Galloway, R. A., Thacker E. (2007). The Exploit. MIT Press. 246 Il testo è disponibile come anteprima anche in google Books: http://books.google.it/books?id=5tEu8qAqn8C&printsec=frontcover&dq=castells+2009&source=bl&ots=vkbwd0w-q&sig=6TEiXCbIozgvvzwGV6yaXF8mg5Y&hl=en&ei=qVEoTfHmFYeWswbTmPWiAg&sa=X&oi=book_result& ct=result&resnum=5&ved=0CDAQ6AEwBA#v=onepage&q=castells%202009&f=false 247 Castell M. (2009), p. 46. 248 Van Dijk, 2001; Wellman, 2000; Castells, 2000, 2009. 249 (Arquilla e Ronfeldt, 2001;. Van de Donk et al, 2004; Castells , 2009; Baringhorst et al, 2009).. 250 Castells M. (2009), p. 53. 251 Castells M. (2009) pp 19-21. 252 Castells M. (2009), pp. 45-46. 253 Castell M. (2009), p. 53. 62 rapporti di forza specifici di una rete. Detto altrimenti, questi due decisori, che possono essere individui ma anche a loro volta reti, sono posizionati all’interno della rete in quanto nodo: i programmatori determinano obiettivi e regole delle prestazioni, i commutatori controllano i punti di connessione tra le varie reti. La relazione tra le loro azioni determina i rapporti di forza all’interno della rete; la loro influenza rispetto ad altre reti determina la forza stessa della rete254. Un esempio di programmazione è la messa in rete di attivisti ambientalisti e scienziati che hanno programmato l’obiettivo di agire collettivamente con coscienza ambientale sul riscaldamento globale, utilizzando reti di media per cambiare l’opinione pubblica e influenzare imprese e decisori255. Un esempio di commutazione è il collegamento delle reti scientifiche con quelle militari, a opera del Massachusetts Institute of Technology256, il commutatore. I due ruoli spesso sono incarnati da un unico attore sociale, come per esempio Rupert Murdoch - sia programmatore che commutatore – il quale commuta strategicamente le connessioni tra reti culturali, media, finanziarie e politiche per implementare e migliorare i propri programmi257. La teoria di Castells risulta interessante perchè prima di tutto mette in discorso le reti, quali attori sociali, li dota di un potere, quello di agire in termini di programmazione e commutazione, e ne osserva le relazioni e le dinamiche. D’altro lato, nonostante il suo discorso parta dall’egemonia della comunicazione e del discorso come unico strumento di controllo in grado di determinare di fatto queste dinamiche, fondamentalmente la comunicazione intesa come processo strategico di manipolazione viene sviluppato solo nei concetti di framing, agenda setting e reprogramming. Per framing egli intende “the promotion of a particular interpretation, evaluation and/or solution”258. Pur ampiandolo secondo la concezione di Entamn “by selecting particular words to describe connected events and/or issues”259, concezione ripresa dallo stesso Castells rifacendosi agli studi dell’influenza mediatica nei contesti politici e pubblici260, non si evidenziano tuttavia i meccanismi che producono effetti di senso, o meglio questi vengono sintetizzati nella semplicistica selezione di particolari parole e nella facoltà stessa dell’agenda setting di organizzare percorsi di senso secondo un flusso logico. Nemmeno la concezione di reprogramming sembrerebbe sviluppare un approfondimento a riguardo, nonostante la sua definizione si riveli pragmatica: The reprogramming is the capacity of […] social actors to challenge and eventually change the power relations institutionalized in society. […] in terms of their cultural codes and in terms of the implicit social and politic values and interest than they convey […] blocking Castells M. (2009), pp. 45-47. Castell M. (2009), pp.305-306. 256 Castell M. (2009), pp.428-429. 257 Castells M. (200), pp. 428-429 258 Castells M. (2009), p. 157. 259 Entman R. M. (2004), Projections of power: framing news, public opinion and U.S foreign policy. The University of Chicago press. 260 Cohen B. C. (1963). The Press and Foreign Policy. Princeton, NJ: Princeton University Press.; McCombs, M, Shaw, D.L. (1972). ―The Agenda-setting Function of the Mass Mediaǁ, Public Opinion Quarterly, 73; Entman R. M. (2004), Projections of power: framing news, public opinion and U.S foreign policy. The University of Chicago press. 255 254 63 the switches of connection between networks that allow the networks to be controlled by the metaprogram of values that express structural domination261 Quali questi codici culturali e impliciti valori sociali e culturali siano non è dato saperlo, risulta però che la capacità di riprogrammare parta dalla capacità in divenire degli attori sociali di cambiare the switches of connection. Quello che resta in dubbio è: come? 261 Castell M. (2009), p. 302. 64 2 QUESTIONI DI METODO: SEMIOTICA E SOCIAL NETWORK SITES Prima di affrontare le problematiche emerse dalla revisione della letteratura attuale su Facebook e cercare in alcuni casi di risolverle attraverso l’applicazione semiotica, ci proponiamo due domande di base su un problema di forma, per stabilire in che senso affronteremo l’oggetto di studio: alla semiotica262 interessa studiare i social media? In quanto cosa? Come ha osservato Volli (2003)263, i media: si situano all’incrocio fra canali materiali (supporti) e grandi convenzioni culturali. Il loro statuto è strutturalmente ambiguo [...] e l’impresa semiotica si esercita meglio su fatti di senso relativamente concreti, [...] si applica a testi particolari o sistemi grammaticali piuttosto che alle grandi strutture tecniche che hanno affascinato gli storici della comunicazione alla McLuhan. Volli sostiene che la curiosità sul medium in quanto supporto si propone quando non ha ancora stabilito una sua grammatica, dunque è nuovo. In questo senso si sarebbe anche potuta tentare una “semiotica del libro” per analizzare la struttura di questo nuovo media durante la rivoluzione nel tardo Medioevo, studiandone la complessa usabilità degli apparati oggi banali degli indici, sommari, capitoli e titoli. Per quanto concerne Internet e la Rete, è corretto posizionare il punto di vista semiotico sui testi caratteristici veicolati dal supporto, come per esempio i siti. Infatti la semiotica, dopo essersi occupata negli anni Ottanta di computer graphics, interazione uomo-macchina e interfacce, negli anni Novanta è passata all’analisi dei siti intesi come genere. Riprendendo Bacthin (1986) 264, parlare di genere 262 Il termine “semiotica” deriva dal greco semeîon, segno: la riflessione sulla significazione è infatti legata nella tradizione del pensiero occidentale principalmente con tale concetto. Il concetto di segno nasce nell’ambito delle “arti del fare” della Grecia del IV secolo a. C. (medicina, divinazione del futuro, fisiognomica), riferito alla teoria della interpretazione degli indizi di vario genere (ancora oggi la branca della medicina che studia l’interpretazione dei sintomi si chiama semeiotica). Esso viene recuperato in ambito filosofico dalla filosofia stoica ed epicurea (in particolare da Filodemo di Gadara, nel I sec. a. C.) e conosce quindi una alterna fortuna nella filosofia antica e medioevale. Un punto cruciale è costituito dalla riflessione di Agostino di Ippona che nel IV secolo d.C. unifica in un’unica teoria i segni linguistici e quelli naturali (cfr. Giovanni Manetti, Le teorie del segno nell’antichità classica, Bompiani, Milano 1987) Nell’ambito della filosofia moderna John Locke, alla fine del Seicento, applica il temine semeiotichè a una dottrina generale dei segni. Da qui lo riprende probabilmente Charles Sanders Peirce (il quale parla comunque di semeiotica e ha ben presente anche la riflessione antica e medioevale, soprattutto Scolastica, sul segno). Comunque è grazie a Peirce che il termine entra nella cultura contemporanea; esso rinvia perciò primariamente alla tradizione anglosassone, filosofica e orientata pragmaticamente. Il termine “semiologia” è invece un neologismo saussuriano e rinvia alla tradizione francese, linguistica e strutturalista. Nel 1969 il primo Congresso Internazionale di Studi Semiotici decideva di usare il termine semiotica per indicare l’intero campo di studi in questione; tuttavia ancora oggi alcuni studiosi che si collocano sulla scia della semiotica strutturalista preferiscono il termine francofono. Per una panoramica su altre accezioni dei due termini cfr. Winfred Noth, Handbook of Semiotics, Indiana University Press, Bloomington 1990, pp. 13-14; per una storia del termine "semiotics" cr. John Deely, «The word ‘semiotics’: formation and origins», in Semiotica, vol. 146, n. 1/4, 2003, pp. 1-49. La semiotica può essere attualmetne definita come la disciplina che studia le condizioni che rendono possibile la produzione, l’apparizione, la trasformazione e la trasmissione del senso; l’insieme di tali fenomeni è chiamato anche significazione. Per un’ulteriore introduzione alla semiotica rimandiamo al manuale di Volli U. (2000) Manuale di semiotica, Laterza. 263 Volli U. (2003), Azioni e tipologie di siti, Versus, Quaderni di studi semiotici 94/95/96, gennaio-dicembre 2003 264 Bachtin Mikhail M. 1986, The problem of Speech Genres, in Id. Speech Genres and Other Late Essays, a cura di Caryl Emerson e Michel Holquist, Austin, University of Texas Press, pp.60-102, trad. It parz. 1988 L’autore e L’eroe: teoria letteraria e sceinze umane, Torino, Einaudi 65 significa concentrarsi sul principio organizzativo alla base della composizione degli enunciati. Bauman (2001)265 lo definisce come: ordine stilistico unitario del discorso: si tratta di una costellazione di tratti formali e strutture, compresenti e sistematicamente connessi gli uni con gli altri, che svolgono il ruolo di quadro orientativo convenzionale ai fini della creazione e ricezione di un discorso dato. Più in particolare, un genere è uno stile di discorso concepito in vista della produzione e ricezione di un particolare tipo di testo. Perciò quando un enunciato è ricondotto ad un dato genere, il processo mediante il quale viene prodotto ed interpetato passa attraverso il suo rapporto intertestuale con testi precedenti; Dunque far ricorso a un genere presuppone attivare meccanismi di cornice, in grado di evocare aspettative di fruizione e allo stesso tempo determinare modalità di produzione e testualizzazione, ovvero l’attività mediante la quale al testo sono assegnate determinate proprietà: chiusura, coesione interna, coerenza, possibilità di decontestualizzazione e ricontestualizzazione e così via. Orientando l’esperienza in codici strutturati, anche il genere diventa costituito, fissa delle grammatiche precise, regola le istruzioni convenzionali per far fronte ad esigenze comunicative ricorrenti (Bauman, 2001)266. Come il supporto prima, anche il sito e le sue semiotiche diventano “strutture generiche e già date del piano dell’espressione” (Volli, 2003)267. Attraverso le evoluzioni della stessa dottrina semiotica, sia come filosofia, sia come scienza sociale (o secondo queste due identità tra loro imprescindibili) possiamo osservare Facebook come un fenomeno sociale totale, ma prima di tutto come una metacommunity entro cui si sono generate e poi sviluppate, fino speriamo non già alla loro totale maturazione, community e micro-community, intese come spazi in cui interagiscono Soggetti con obiettivi in comune. Ma si sono installate e poi sviluppate anche identità individuali attraverso la creazione di simulacri soggettivi, che costituiscono e alimentano identità collettive rizomatiche e difficilmente contenibili, dentro la piattaforma e in generale dentro qualsiasi contenitore. La nostra analisi parte dalla considerazione che la semiotica odierna abbia abbastanza strumenti analitici da penetrare una mole di dati primari piuttosto estesa per astrarre i modelli narrativi che sono alla base della vitalità di queste identità collettive. Ritenute e considerabili come vere e proprie forme di vita, intese come abbiamo già avuto modo di osservare (cap. I) come strategie esistenziali che investono contenuti schematizzati in quanto scelta di regime comportamentale. Pratiche che diventano condivise e istituzionalizzate nella vita quotidiana espandendosi in essa e andando a ridefinirne le dinamiche. Forma di vita che presuppone un gruppo omogeneo di persone che partecipano potenzialmente o realmente a un gioco non solo linguistico, ma semiotico. Un modello che permette di fare confronti e stabilire nuovi orizzonti di senso. Per poter affrontare la complessità dell’oggetto e strutturare un disegno di ricerca corretto, ci serve prima di tutto proporci le domande opportune che permettano da un lato di non limitare la strutturazione del corpus rispetto a obiettivi predefiniti, come 265 Bauman R. (2001) Genere, in Duranti, A. (2001), Culture e discorso. Un lessico per le scienze umane, 2001, Meltemi Editore, Roma 266 Bauman R. (2001) Genere, in Duranti, A. (2001), Culture e discorso. Un lessico per le scienze umane, 2001, Meltemi Editore, Roma 267 Volli U. (2003), Azioni e tipologie di siti, Versus, Quaderni di studi semiotici 94/95/96, gennaio-dicembre 2003 66 insegna l’etnografia suggerendo di non fissare preliminariamente degli obiettivi di ricerca. Questi infatti, soprattutto se proposti in modo inadeguato, limiterebbero la gamma di dati selezionati in base a opinioni preconcette su che cosa sia rilevante, mentre occorre che i dati parlino per così dire da soli, e che le nostre analisi e teorizzazioni emergano dai dati stessi e non da ciò che crediamo, a priori, sia importante o interessante. D’altra parte, questa strategia rischia di esser dispersiva, dunque cercheremo di fissare degli obiettivi di ricerca, ma non limitati dai preconcetti semiotici. Per questo motivo abbiamo fino ad ora affrontato l’oggetto di ricerca secondo prospettive diverse (psicologiche, sociologiche, etnografiche) e ora osserviamo come la semiotica si è comportata rispetto a tematiche simili e attinenti, ovvero oggetti di ricerca Web 1.0 e Web 2.0. Una veloce considerazione sui metodi semiotici attuali onde evitare fraintendimenti e anticipare il punto di vista adottato e le eventuali implicazioni, sarà propedeutico per rileggere le ricerche semiotiche 2.0 attuali e indagare quali opportunità rimangono ancora da cogliere. Seguendo il percorso adottato da Eugeni (2010)268, è a partire dagli anni 70 all’interno della Scuola di Parigi che vengono adottati come oggetti d’analisi discorsi di tipo sociale, nella loro declinazione testuale. Si ripercorre il percorso generativo seccondo una prospettiva strategica, osservando in particolare un fare e un essere narrativo di particolari attanti quali enunciatore ed enunciatario269, durante il loro scambio comunicativo. Eugeni sottolinea che questi tipo di studi si avvicinano alla pragmatica enunciazionale del testo, dimostrando dunque l’applicabilità degli strumenti semiotici allo studio delle interazioni e delle pratiche sociali, e in particolare “la loro crucialità nel richiamare, articolare ed eventualmente trasformare un “senso comune” e un “senso di realtà” la cui condivisione fonda la socialità” (Eugeni 2010)270. Da questo punto di osservazione si applica la sociosemiotica allos tudio delle strategie relazionali, studio che però ad oggi non ha contemplato analisi sulle dinamiche relazional iin Rete, come si noterà nel paragrafo 3, principalmente osservati invece secondo la più classica impronta testualista, come approfondiremo nei paragrafi 1 e 2 di questo capitolo. Più che parlare di sociosemiotica, molti studiosi hanno adottato la denominazione Semiotica dell’Esperienza271 intendendo con essa “il luogo di svolgimento dei fenomeni di significazione” che si basa su tre postulati fondamentali (riformuliamo direttamente da Eugeni (2010272): ogni esperienza è condizionata culturalmente e quindi è relativa a un certo ambiente sociale e storico; è un fenomeno relazionale, nel senso che incrocia le esperienze di altri soggetti; è dinamica, costituita cioè da una costante modulazione di stati. Partendo da questo punto di vista, la semiotica sta cercando di scardinarsi dai testi in quanto oggetti epistemologici e analizzare il processo di significazione a partire da soggetti reali. Ci sono ovviamente opinioni contrastanti e non c’è ad oggi una Eugeni R. (2010) Semiotica dei media. Carocci Editore. Algirdas Julien Greimas - Eric Landowski, Introduction. Les parcours du savoir, in Eid. (a cura di), Introduction à l’analyse du discours en sciences sociales, Hachette, Paris 1979. 270 Eugeni R. (2010) Semiotica dei media. Carocci Editore. 271 Per un inquadramento delle ragioni per cui il tema dell’esperienza sta divenendo centrale nelle scienze umane cfr. P. Ortoleva, L’esperienza dell’esperienza, in «Fata Morgana», 4, pp. 117-133. Per un approfondimento semiotico si veda: Marrone G., Dusi N., Lo Feudo G. (2007) Narrazione ed esperienza, Meltemi. 272 Eugeni R. (2010) Semiotica dei media. Carocci Editore. 269 268 67 metodologia unificata. I due filoni principali di pensiero partono uno sulla considerazione del sensibile e dunque dal concetto di immanenza del senso a partire dalla corporeità (si veda Fontanille e Basso in particolare), l’altro considera invece l’esperienza un processo di intima interpetazione del proprio io, sia dato nell’immediato sia discorso narrativo legato al passato, ma comunque oggettivabile e analizzabile secondo gli strumenti analitici più classici (si vedano gli ultimi lavori di Volli, Ferraro e Landowski in particolare) della narrazione e dell’enunciazione. La semiotica dell’esperienza eleva l’osservazione della quotidianità come oggetto privilegiato di analisi, narrativizzata oltre che narrabile, dunque veicolo di significazione oltre che luogo di produzione del senso. Il fulcro centrale di questo processo deriva dall’oggettivazione, processo facilitato e sanzionato nella condivisione e nella comunicazione, nella sua primaria accezione di mettere in comune, ma anche di scoprire di avere in comune e dunque essere o agire in modo identico ad altri soggetti. Questa presa sulla quotidianità richiama l’attenzione ai metodi etnografici, perchè non è la quotidianità narrata quella in oggetto, in quanto secondo Landowski “l’esperienza non è raccontabile, posto che per definizione raccontarla vuol dire per definzione snaturarla”. Volli dichiara che è possibile una semiotica del’esperienza come: studio delle strutture linguistiche e semiotiche che la definiscono in ogni determinato contesto linguistico e culturale”, imparando da antropologi (Mauss – teoria del dono – e Levis Strauss) e linguisti (Benveniste) E allora, riprendendo le parole di Claude Lévi-Strauss, possiamo considerare entonologia ed etnografia in questi termini: l’etnografia consiste nell’osservazione e nell’analisi di gruppi umani considerati nella loro particolaritàe mira a rendere, nel modo più fedele possibile, la vita di ognuno di essi; mentre l’etnologia utilizza in modo comparativo i documenti presentati dall’etnografo. Con queste definizioni, l’etnografia assume lo stesso senso in tutti i paesi; e l’etnologia, corrisponde approssimativamente a quel che si intende, nei paesi anglosassoni, per antropologia sociale e culturale273 Claude Lévi-Strauss, ci regala anche la definizione di antropologia sociale e antropologia culturale, che qua citiamo per evitare sovrapposizioni e fraintendimenti: antropologia sociale e culturale, di cui la prima si dedica in particolare allo studio delle istituzioni considerate come sistemi di rappresentazioni, mentre l’antropologia culturale si dedica allo studio delle tecniche al servizio della vita sociale274 Da una parte l’etnografia, che come è in seno al suo significato, traccia una ricostruzione di quel che osserva; dall’altro lato, l’antropologia, che cerca di inferire leggi universali da un insieme di fatti storicamente dati, sia attraverso l’approccio diffusionista, sia attraverso quello evoluzionista. Come osserva ancora Lévi-Strauss, manca ancora il tassello in grado di spiegare e teorizzare i processi, razionali o irrazionali, che si traducono in esperienze in situazione concrete, siano esse individuali che collettive, Lévi-Strauss C. (1964), Anthropologie Structurale, Librairie Plon, Paris, trad. it. (2009), Antropologia Strutturale, il Saggiatore, Milano, p.14. 274 Op.cit. p.14. 68 273 attraverso i quali uomini non dotati di un’itsituzione sono giunti ad acquisirla, sia inventandola, sia trasformando istituzioni anteriori, sia ricevendola dal di fuori275 Sembrerebbe che il lavoro attualmente sviluppato dall’etnosemiotica o sociosemiotica abbia di fatto evidenti parallelismi con queste discipline, e con i limiti delle stesse. E risulta ancora più evidente se consideriamo quanto Boas dichiarava nel 1920 in The methodos of Ethnology276, ovvero che “le prove del cambiamento possono essere ottenute solo con metodi indiretti”, cioè, stando al commento di Lévi-Strauss, “come in filologia comparata, con un’analisi dei fenomeni statici”277, un po’ come avviene con il testualismo semiotico odierno. Lo stesso Boas dichiarava che queste esperienze sociali, queste interazioni costanti dell’individuo sul gruppo e del gruppo sull’individuo, non possono mai essere dedotte, devono essere osservate: o come ha detto testualmente una volta, “per capire la storia, non basta sapere come stanno le cose, ma come sono giunte a stare così”278. L’etnografia ci permette di cogliere il processo di significazione in situazione, anche se la semiotica deve proporsi un ulteriore sforzo analitico nel riuscire a penetrare il particolare ma allo stesso tempo dominarlo, dunque ponendosi sempre con una doppia valenza analitica, quella che si accorda alla visione locale e globale che Ferraro descrive a proposito delle produzioni finzionali rispetto allo schema proppiano, quella che qui possiamo chiamare osservazione partecipante (field) connessa e regolata da una più distaccata osservazione oggettiva (desk). Approcciare un solo punto di vista significa guardare per definizione da un solo occhio, non riuscendo a contemplare la totalità degli effetti di senso generati, a partire dalla produzione, a partire dalla struttura. Questo perchè una situazione è inserita in un flusso di senso, e in una rizomatica catena di interpretazioni e interazioni. Forse difficile da cogliere nelle sua continuità, a meno che non si trovino dei limiti determinati da isotopie e forme ricorrenti che ne tracciano i confini. 2.1 Dispositivi semiotici ed effetti di deresponsabilizzazione: la società sintetica Cosenza definisce la semiotica dei nuovi media come “una semiotica specifica che studia i nuovi media come testi” (Cosenza 2004)279. In questo senso indaga “le regole, convenzioni e forme organizzative che le persone seguono quando comunicano con le tecnologie”280, osservando il media come forma di comunicazione. Esattamente come descriveva Volli (2003)281, quelle strutture che attualmente rientrano nel piano dell’espressione e sono ormai date, ma che concorrono alla struturazione del senso. Op. Cit. p. 18. Boas F. (1920), The methods of Ethnology, American Anthropologist, n. s., vol. XXII, pp. 311-322, citato in Lévi-Strauss C. (1964). 277 Lèvi-Strauss C. (1964), Anthropologie Structurale, Librairie Plon, Paris, trad. it. (2009), Antropologia Strutturale, il Saggiatore, Milano, p.20. 278 Ibidem, Boas F. (1920). 279 Cosenza G. (2004) Semiotica dei nuovi media, Laterza, p. 7. 280 Ibidem p. 10 281 Volli (2003), Azione e tipologie di siti, in Versus - quaderni di studi semiotici 94/95/96, gennaio-dicembre 2003 (ma in realtà 2004 276 275 69 Come Bettetini suggeriva già nel 1993282, le nuove tecnologie non hanno nulla di nuovo da non poter essere considerate massmedia come gli altri, Facebook ne è la conferma. Non è detto che l’interattività e l’azione diretta dell’utente consentano creatività e maggiore libertà e svincolino dal sistema di controllo mediatico. Potrebbero invece essere dispositivi talmente evoluti da essere ancora più persuasivi di tutti gli altri, trovato il modo di esserlo. L’iPhone in questo senso assomiglia sempre di più a quello che Norman (1988, 1992)283 individuava come il prossimo alter ego mnemonico, in grado di seguire l’individuo nel quotidiano e crescere insieme a lui. Il Teddy, così veniva chiamato, ripreso da Deni (2004)284, sarebbe dovuto essere un piccolo computer portatile in grado contenere innumerevoli dati, con un carattere quasi umano da renderlo più assistente che macchina e in grado di mutare durante la crescita dell’individuo per essere sempre adeguato alle proprie esigenze. Di certo il cellulare ad oggi già “abita il corpo di milioni di persone” (Pintori 2007)285. Nelle loro funzionalità rappresentative, comunicative e conoscitive (Bettetini 2003)286, i supporti mediatici che si collegano alla Rete si propongono come oggetti di scrittura “a montaggio” secondo la definizione di Zinna (2004). L’intentio auctoris nella produzione del contenuto è messa in discussione e la generazione di realtà (Bricken 1991)287 avviene da una produzione collettiva attraverso una continua e multiprospettica ricomposizione e manipolazione. Realtà generata e dunque rappresentazione in senso imitativo e semiotico. Qualsiasi dispositivo opacizza gli incassamenti enunciazionali attraverso la naturalizzazione delle interfacce e qualsiasi effetto di realtà comportamentale (Vittadini 1993)288 e di libertà (Lippman 1988)289 che determinano il contenuto finale. La libertà dell’utente infatti è una liberta di carattere combinatorio (Vittadini 2003)290, che da origini a interazioni sempre differenti ma nell’ambito delle possibilità e potenzialità stabilite dal sistema. Più i dispositivi “abitano” il corpo e la mente delle persone, più la percezione di aver prodotto qualcosa personalmente è indiscutibile. Per fortuna le foto che vengono scattate sul cellulare e poi subito postate sulla bacheca di Facebook sono una prova della libertà del nostro arbitrio. Ma quelle foto per quale motivo sono state scattate? L’inquadratura è stata scelta da noi o dai limiti dello zoom? Quel preciso momento è stato fissato in un supporto perchè era indimenticabile o perchè riempiva adeguatamente Bettetini G. Colombo G. (1993) Le nuove tecnologie della comunicazione, Bompiani, p.16 Norman D. A. (1988) The psychology of Everyday Things, New York, Basic Books, tr. It. (1990), La caffettiera del masochista. Psicopatologia degli oggetti quotidiani, Giunti, Firenze. Norman D. A. (1992), Turn signals are the facial expression of automobiles, New York, London, W.W. Norton & Company; tr. It (1995) Lo sguardo delle machine. Per una tecnologia dal volto umano, Giunti, Firenze. 284 Deni M. (2004) Memoria: compressione, localizzazione e supporti immateriali, in Zinna A., Del Tutto L., Deni M. (2004) Gli oggetti di scrittura I, n° 333-334.335/F, Urbino: Centro Internazionale di Semiotica e Linguistica. 285 Pintori E. (2007) Design delel interfacce, Ocula 286 Bettetini G. Colombo G. (1993) Le nuove tecnologie della comunicazione, Bompiani, pp.30-41 287 Bricken W. (1991) Virtual reality: direction of Growth, in Virtual Reality, 1991, Proceeding of the first annual conference on Virtual Reality: impact and applications, Londra, giugno, pp. 1-6. 288 Vittadini (1993), Comunicare con i new media, in Bettetini G. Colombo G. (1993) Le nuove tecnologie della comunicazione, Bompiani, pp.185 289 Lipmann A. (1988) Lippman on interactivity, in The Media Lab, New York, Penguin Books 290 Vittadini (1993), Comunicare con i new media, in Bettetini G. Colombo G. (1993) Le nuove tecnologie della comunicazione, Bompiani, pp.196 283 282 70 un tempo morto o un non luogo, come li definisce Marrone (2000)291? I tag che attestano lo scatto effettuato in quel preciso luogo non alimentano la sensazione di essere inclusi dentro il non-spazio del dispositivo? Sapere che quelle foto sono o potrebbero essere sulle bacheche di ogni nostro contatto non ci ha per caso indotto a produrle? Aver condiviso proprio quelle foto e non altre dipende dalla nostra intenzionalità o dal fatto che l’interfaccia ci induce a farlo? Averle condivise immediateamente non ha sanzionato la nostra valenza sociale? E’certo dunque che abbiamo scelto di effettuare tali immagini perchè era davvero una nostra personale scelta? L’unica certezza di libertà sembrerebbe essere quella per cui almeno: l’esito finale dell’interazione, il testo della comunicazione ricostruibile a posteriori, che reca le tracce dell’attività dei soggetti simulacrali coinvolti non è completamente prevedibile a priori.292 Vattimo (1996)293 sostenendo che le forme di immediatezza, di libertà, di spontaneità producono forme di mediazioni, di costrizioni, di obblighi e divieti risponde adeguatamente a questi interrogativi e conferma l’idea di Marrone (2000)294 di un nuovo soggetto semiotico, risultante dall’essere tutt’uno con un dispositivo mediatico. Non solo protesi, intesa come prolungamento, ma un ibrido tra uomo e macchina inscindibile. Al di là della congiunzione fisica, i dispositivi mediatici “vestono” prima di tutto la mente degli individui, nella possibilità di fare qualcosa. Le regole dell’interazione non solo con il sistema ma tra gli individui sono maggiormente predefinite dai sistemi mediatici in Rete, portare avanti una sola conversazione con una sola persona su un unico tema in un preciso momento risulta quasi giurassico o un atto intenzionale volto a dimostrare l’estremo interesse per quella persona, nel suo ruolo sociale, nella sua peculiarità affettiva. Il dialogo iniziale de “The Social Network” come abbiamo visto lo ha rappresentato con precisione. A tal punto che Minore (1996) 295, parla di “iperftrofia delle forme” che “si riverbera sulla pochezza dei contenuti” e Marrone (2000)296 di “intensificazione della quantità dei messaggi a scapito della qualità”. Ma avviene anche un’ipertrofia delle forme che allena a impersonare l’altro nella mancanza della sua corrispondenza fisica e grazie ai tempi differiti, ad anticiparne pensieri, risposte, pre-producendo il dialogo potenziale, o le diramazioni di questo dialogo. Un’ipertrofia strategica, in grado di gestire maggiori quantità di informazioni perchè presupposte, già visualizzate, seppur ancora potenziali. Vittadini parla dell’emergenza dell’interazione (Vittadini 1993)297 anche se oggi si dovrebbe parlare di più di “emergenza interazione”, nel senso che l’individuo emerge sempre più spesso solo nell’interazione mediata. E nel senso che c’è una vera e propria Marrone G. (2000) C’era una volta il telefonino, Meltemi, p. 16 Vittadini (1993), Comunicare con i new media, in Bettetini G. Colombo G. (1993) Le nuove tecnologie della comunicazione, Bompiani, pp.182 293 Vattimo (1996) Credere di credere, Garzanti, Milano, in M arrone G. (2000) C’era una volta il telefonino, Meltemi, p. 16 294 Marrone G. (2000) C’era una volta il telefonino, Meltemi 295 Cfr Minore 1996, 1997, 1999. In Conti 1999 si ripercorre invece il dibattito sociologico sulle comunicazioni mobile e la delocalizzazione 296 Marrone G. (2000), ibidem, pag. 15. 297 Vittadini (1993), Comunicare con i new media, in Bettetini G. Colombo G. (1993) Le nuove tecnologie della comunicazione, Bompiani, pp.170 292 291 71 emergenza, perchè l’interazione faccia-faccia è sempre meno ovvia e perchè le comunicazioni online stanno lentamente influenzando la decrescita di quella effettuate in altre modalità (soprattutto telefonica e personale). E’ un emergenza perchè: il fatto che l’individuo interagisca con rappresentazioni iconiche del proprio interlocutore oppure lo percepisca esclusivamente come l’emittente empirico di un messaggio scritto che gli giunge nell’ambito di un dialogo con il sistema, sono stati individuati come cause o di un aperdita della referenzialità della comunicazione o di una diminuzione della consapevolezza dell’interlocutore.298 La perdita di referente veniva già individuata nel 1989 da Baudrillard analizzando i primi media interattivi: “Non si sa più chi sia all’origine e alla fine della comunicazione” (Baudrillard 1989) 299. E il sistema della Rete e in particolare dei social media site permette che qualsiasi produzione di contenuto diventi atto di un’agency collettiva300. Una vera e propria “catena di montaggio” infinita, dove l’utente si configura come un “terminale attivo della rete” (Couchot 1988)301 Mantovani (1991)302 parla di comportamenti disinvolti, da cui deriva l’atteggiamento di deresponsabilizzazione da parte dell’utente di Facebook nel confronto del suo sè, nei dati manifestati della sua privacy nonostante la percezione del problema della sua tutela: Le possibilità dei sistemi interattivi in termini di velocità e gestione di un gran numero di dati, e le modalità di interazione (sulla selezione e sul contenuto), indurrebbero l’utente a una disattenzione verso di sè e verso il proprio ruolo che ha come conseguenza la messa in atto di comportamenti meno responsabili, più vicini a una dimensione ludica e liberatoria.303 Vittadini (1993), Comunicare con i new media, in Bettetini G. Colombo G. (1993) Le nuove tecnologie della comunicazione, Bompiani, pp.197 299 Baudrillard J. (1989) La difficulté de parler de la communication, in L’ordre communicationaael, Parigi, La Documentation Française, pag. 39. 300 Tratteremo più avanti il problema dell’agency e l’agentività. Riprendendo le osservazioni di Bazzanella e Leone, al momento osserviamo che “il termine agentività è stato finora riservato ai fenomeni linguistici concernenti l’agency, il termine agency ha invece assunto un significato più generale, per quanto diverso rispetto a quello dell’inglese di uso corrente. Così, mentre nella specifica riflessione linguistica di agentività si è parlato soprattutto con riferimento ad aspetti sostanzialmente semantico/ sintattici, quali i ruoli tematici, la transitività, la modalità, etc., nel dibattito filosofico generale la nozione di agency è stata esaminata in relazione alla capacità di un agente di agire in un mondo, coinvolgendo problemi correlati tra l’altro all’intenzionalità, al determinismo, al senso (Bazzanella 2009). Nelle scienze sociali, poi, questa accezione si è ulteriormente allargata, sino ad abbracciare considerazioni di vario tipo su creatività, scelta, intenzionalità, resistenza e autonomia, ma anche, specie in ambito antropologico, la relazione tra cultura, linguaggio e società nella prospettiva dell’interazione umana tanto come prodotto di varie forme d’intenzionalità, quanto come frutto dei limiti sociali e culturali entro cui tale intenzionalità può attuarsi (Bazzanella C., 2009, Agency e interazione: quando l’agency altrui è negata o assunta nella conversazione, in Leone M. , a cura di, Attanti, Attori, Agenti. Senso dell’azione e azione del senso. Dalle teorie ai territori I vari punti di vista sull’agentività, Lexia, 03/04, 2009, Aracrne, Rimini). Il tema dell’agentività è trattato in particoalre “rispetto a un’epistemologia del senso e dell’azione in qualche modo legata al concetto di costruzione narrativa dell’uno e dell’altra”. lo stesso tema è anche studiato “con riferimento specifico al passaggio da un’agentività per così dire astratta e come disincarnata a una in cui risulta invece preminente l’ancoraggio a un sostrato più concreto, sia esso costituito da soggetti, da oggetti, o da forme intermedie fra i primi e i secondi.” (Leone 2009, ibidem). 301 Couchot E. (Images. De l’optique au numeérique. Les arts visuels et l’évolution des technologies, Parigi, Hermes, pag. 204, cit in Vittadini (2003) pag. 199. 302 Mantovani G. (1991), La qualità dell’interazione uomo-computer, Bologna, Il Mulino 303 Mantovani G. (1991) in Vittadini (1993), Comunicare con i new media, in Bettetini G. Colombo G. (1993) Le nuove tecnologie della comunicazione, Bompiani, pp.198 72 298 Anche la mobilità, sia dei dati che dei dispositivi, semplifica la sensazione di libertà. Lo spazio percepito come condensato e il tempo contratto creano la sensazione di partecipare a una società sintetica (Colombo 1993)304 che vive in un qui ed ora naturale, che presuppone l’immersione dei soggetti in uno stesso flusso comunicativo. Questa società sintetica risulta percepita naturalmente, ma in realtà è qualificata (Volli 2003) dal supporto materiale, dalla logica rizomatica e dalla struttura produttiva della Rete. Ma anche qualificata dai dispositivi stessi, e dalle interfacce attraverso cui si usano e che determinano un’inscrizione percettiva dell’individuo. Qualificata nel senso di essere stabilita e concretizzata attraverso le condizioni formali (di tipo qualitativo), non naturali ma progettuali in questo interspazio (Bettetini 1991)305. Queste condizioni formali sono le proprietà di configurazione stessa del non-luogo in cui la società sintetica si attualizza. Uno non-luogo che è spazio di iscrizione (Volli 2003) dell’individuo attraverso il suo simulacro, secondo logiche ben precise. In questo senso desideriamo superare la focalizzazione sulle caratteristiche spaziali del non-luogo, per analizzarne le ricadute sul soggetto e sulle sue relazioni con gli altri. Le deissi spaziali comunemente usate per descrivere la posizione dei locutori nella fisicità dei tre assi vestibolari (orizzontale, frontale e sagittale) e rispetto alle opposizioni come davanti/dietro, destra/sinistra, sopra/sotto, bisogna considerarle secondo una prospettiva sintetica, un livello di démbrayage che innesta l’individuo al suo interno e dove “l’integrazione sensoriale permette di suturarsi virtalmente e di agire” (Volli 2003)306. Allo stesso modo sarà necessario analizzare le deissi temporali, nei marcatori di cronodeissi (prima, dopo, adesso) così come nei morfemi verbali del presente/passato/futuro, che si addensano di semi contestuali di natura sintetica, più che osservarli come semplici deittici testuali. Non per sminuire l’elevazione del cotesto in contesto, ma proprio per caratterizzarne una specifica autonomia. Infatti nella società sintetica essere all’interno del flusso comunicativo significa percepire la propria presenza al suo interno e modulare i propri programmi narrativi in funzione di quel nonluogo vissuto. Non è dunque modulazione di pratiche comunicative, ma alterazione e costruzione della propria identità in presenza. Questo non dipende solo dalle tecnologie di ultimo genere, anche un normale “scusi è qui Johnny?” al telefono fisso, come sottolinea Colombo (1993): non parla della percezione dello spazio, ma dell’idea di comunità telematica. Il bambino vive di fatto una contiguità, fondata sull’aggregazione, con il suo amico. Per essere qui, nel medesimo spazio rappresentato, basta essere “in rete” o meglio immersi “in quel momento” nel medesimo flusso comunicativo. Chi chiama qualcuno sul suo numero cellurare non chiede “c’è il tale?” ma “dove sei?”. L’identità del parlante è configurata dalla personalizzazione tecnologica. Nel 1993 le identità si sviluppavano in parallelo e le realtà, quella fisica e quella sintetica, si mantenevano distinte. Con il nuovo millenio ci si è domandato principalmente quali potessero essere gli effetti della loro integrazione nel soggetto 304 Colombo F. (1993)Lacomunicazione sintetica, in Bettetini G. Colombo G. (1993) Le nuove tecnologie della comunicazione, Bompiani, pp.292 305 Bettetini G. 81991) La simulazione visiva. Inganno, finzione, computer graphics, Bompiani, Milano, pag.123 e seguenti. 306 Volli U. (2003), La spazialità di Internet, in Antonucci R., Pademonte O. (eds) Il tao del web, Il melangolo, Genova 73 semiotico sintetico, sia esso definito come oggetto-soggetto (Dusi, Marrone, Montanari (2002)307, sia come soggetto-rete (secondo la sociologia delle reti seguita da Latour 1992, Callon 1989, Stengers 1996)308, soprattutto nei loro ruoli enunciativi e narrativi. Si osserva in particolare la strutturazione delle concrete dinamiche degli individui che vengono presupposte da queste relazioni attanziali. Marrone (2000)309 introduce il terzo attante enunciativo, per definire le motivazioni che ridefiniscono la soglia tra pubblico e privato nelle situazioni di utilizzo del cellulare, in una “sorta di effetto-piazza” in cui tutti parlano al telefono di temi privati sapendo di essere ascoltati da una massa di sconosciuti. In tal senso, questo ascoltatore collettivo: non è definibile in senso stretto nè come enunciatore (simulacro del parlante) nè come enunciatario, figura che si trova inevitabilmente dotata della modalità del “non-poter-nonascoltare” (legata magari a qeulla del “voler-non-ascoltare”). Così l’assetto comunicativo si riverbera immediatamente sulle relazioni sociali.310 Essere al cellulare inserisce nel flusso comunicativo sè stessi e chi gravita intorno, in un atto sociale che trasforma i rapporti intersoggettivi (Landowski 1989)311 tra enunciatore ed enuciatario e tra enunciatore e il terzo attante enunciativo, l’ascoltatore collettivo. Quest’ultima relazione, in particolare, si svolge come una “messa in scena” di una rappresentazione normativa della propria percezione di esistenza sociale rispetto a determinate sfere di riferimento (che si parli di lavoro o di amore). Rappresentazione che manipola a sua volta la relazione instaurata con l’enunciatario diretto. Senza mobilità e senza deresponsabilizzazione determinata dalle caratteristiche tecniche del dispositivo, questa manipolazione della manipolazione non avverrebbe312. Con l’introduzione dei social network site si è superato il confine della compresenza fisica per attivare lo stesso meccanismo, ma il risultato è identico se non più deresponsabilizzante. La mobilità diventa strumentale per alimentare le sfere tematiche (i vari check-in di Facebook e Foursquare sono un modo per dire qualcosa), ma perde la sua essenzialità funzionale nell’attivare questa particolare dinamica sociale. La fisicità viene meno e con essa la presa che esercitava sul flusso comunicativo. Seppur bassa, la minima soglia di pudore parlando al telefono rimane garantita, perchè si è esposti fisicamente al giudizio collettivo, dunque si esperisce la sensazione di controllo anche attraverso i sensi. In Rete, la catena di debrayage/embrayage attivata permette un’attualizzazione simulacrale che non richiede alcuna presa sensoriale sulle 307 Dusi N., Marrone G., Montanari F. (2002), Il telefonino: avventure di un corpo tecnologico, in Landowski E. Marrone G. (2003) LA socieltà degli oggetti, Meltemi, pag.167 a seguire. Definizione già presente in Marrone G. (2000) C’era una volta il telefonino, Meltemi, come segnalato in precedenza. 308 Latour B. (1992) Aramis, ou l’amour des techniques, Paris, La Découverte; Callon M. (1989) La science et ses réseaux. Genèse et circulation des faits scientiques, Paris, La Découverte; Stengers I. (1996) CosmopolitiquesI. La guerre des sciences, Paris, Les empecheurs de penser en rond. 309 Marrone G. (2000) C’era una votla il telefonino, Meltemi, seconda ristampa, p.12 310 Stiamo qui dentro quello che Goffman 1981 chiamava “struttura partecipativa” della conversazione. Lui propone la distinzione “ascoltatori ratificati” e “astanti che origliano” suddividento l’ufficialit dalla non ufficialit. 311 Landowski E. (1989) La società riflessa, Meltemi, p. 9. 312 Se si analizzano i fenomeni di interzione faccia a faccia, come osserva anche Goffman (1969), nei vincoli ambientali si mantiene un confine separato tra ribalta e retroscena. Con il cellulare si sconfina. Affronteremo più avanti la tematica dei regimi di visibilità direttamente in fase di analisi, in particolare secondo le considerazioni di Landowski (1999) Società riflessa, Meltemi e Landowski E. (2010), Rischiare nelle inteazioni, Franco Angeli. 74 attività dentro la società sintetica, se non quelle legate alla digitazione e alla fruizione del dispostivo. E’ inoltre una delegazione di responsabilità legata ai livelli enunciazionali, il nostro simulacro è il risultato di una combinazione di azioni effettuate da noi insieme al dispositivo e a tutte le interfacce che ci permettono di rappresentarci. Quindi siamo co-autori della nostra stessa rappresentazione, il che contribuisce a strutturare una sensazione di co-responsabilità delle proprie azioni. Inoltre il meccanismo del Panopticon che si attiva, come abbiamo già osservato, in Rete e in particolare su Facebook, mette sullo stesso piano l’ascoltatore collettivo casuale e sconosciuto della telefonata sull’autobus e l’intera società sintetica connessa all’individuo. Se prima la manipolazione sociale era determinata nello spazio e nel tempo poteva esercitarsi su un enunciatario esclusivo (l’amica), ora questo meccanismo si rende determinante da ogni punto di osservazione, grazie alla tracciabilità della propria identità sintetica, e continuamente, grazie alla tracciabilità anche delle proprie azioni. Queste dinamiche interazionali diventano fonte di conoscenza per la progettazione dei dispositivi stessi. Non solo da un punto di vista ergonomico, ma soprattutto nella creazione di sistemi intelligenti in grado di gestire sovrapposizioni di interfacce tra loro in continuo dialogo. La naturalizzazione e massificazione del loro utilizzo ha reso infatti reale la comprensione di modelli comportamentali dei soggetti, attraverso un continuo monitoraggio delle loro abitudini di relazione, di produzione, d’uso. Una semiotica dei nuovi media che studia allora non solo le convenzioni ma soprattutto le implicazioni dei media nella realtà sociale, per applicare migliorie ai sistemi stessi, porta a due filoni di ricerca legati ai nuovi media intesi come dispositivi, nella reciproca relazione che essi hanno con i soggetti. Il primo è quello legato alla semiotica del progetto313, e si occupa della relazione dei soggetti con i dispositivi, in particolare attraverso l’ottimizzazione della loro forma, funzionalità ed ergonomia. Montanari (2010)314 distingue i prodotti tecnologici con un alto grado di programmazione progettuale, che dunque non offrono libertà e spazio creativo nel loro modo d’uso; e prodotti tecnologici a bassa programmazione. Adottando una metodologia etnosemiotica, secondo la definizione di Marsciani (2007)315, Montanari scompone il dispositivo nel suo livello di enunciato (i programmi d’azione inscritti nell’oggetto); livello di enunciazione (quello proprio dell’oggetto specifico); livello delle pratiche (effettive, dal punto di vista dell’utilizzatore- La semiotica del progetto è una semiotica specifica e applicata per definire a priori le strategie di progettazione di un manufatto comunicativo, qualsiasi esso sia (da una campagna pubblicitaria, al packaging, all’ergonomia di un cellulare, alla strutturazione di un giardino). Esempi concreti si trovano in Bianchi C., Montanari F., Zingale S. (2010), La semiotica e il progetto 1 e 2, Franco Angeli. 314 Montanari (2010) “C’era una volta il telefonino”, ten years after. Ovvero: la progettazione inscritta e la telefonia mobile, in Bianchi C., Montanari F., Zingale S. (2010), La Semiotica e il progetto 2. Spai, oggetti, interfacce, Franco Angeli. 315 Marsciani “parla di etnosemiotica come indagine che cerchi di esplicitare I legami fra istanza, sguardo dell’osservatore e situazione (oggetti e pratiche osservate); l’intenzione è quella di reperire quegli elementi di articolazione formale (di natura semiotica) che farebbero da punti di aggancio e riferimento alle stesse pratiche e atti vissuti”, Montanari (2010) “C’era una volta il telefonino”, ten years after. Ovvero: la progettazione inscritta e la telefonia mobile, in Bianchi C., Montanari F., Zingale S. (2010), La Semiotica e il progetto 2. Spai, oggetti, interfacce, Franco Angeli. Per un approfondiemnto della metodologia etnografia, si veda Marsciani F. (2007), Tracciati di etnosemiotica, Franco Angeli, Milano; Per una visione più storica si veda anche Del Ninno M. (2007) Etnosemiotica. Questioni di metodo, Maltemi, Roma. 75 313 enunciatario)316. Al di là delle problematiche di metodo, l’analisi degli sconfinamenti tra campi prasseologici, percettivi-estici sia visivi che tattili (come nel caso dell’iPhone) vengono pertinizzati secondo le modalità di utilizzo del dispositivo stesso da parte di individui empirici e si strutturato le tipologie di comportamento corrispondenti (in questo caso specifico le tipologie vengono tratte dai descrittivi proposti da Floch sugli utilizzatori della metro di Parigi del 1980)317. Queste tipologie permettono di evidenziare le grammatiche d’azione e della gestualità, situazioni d’uso e scelte di design strategiche che influenzano la percezione dell’informazione semantica da fruire attaverso il dispositivo (Vandi, Bacino, Tijus 2010)318. Come osserva Mattozzi (2006)319, questo filone di ricerca si adopera in una collaborazione diretta con gli studi socio-antropologici (Latour 1994, Duranti 2001, Goodwin 2003)320 e attinge a ricerche semiotiche parallele sugli oggetti in termini di gestualità presupposta (Deni 2002)321 e prasseologia (Zinna 2004)322. Respinge invece la visione di una corrente dell’etnometodologia (Heath, Hindmarsh 2000, e Ueno 316 Montanari osserva che quest tripartizione è stata proposta a partire dai lavori di Greimas, Floch, da Semprini (1995) ed elaborata anche da Deni (2002) e Marrone (2002), a cui si rimanda per l’approfondimento. La tematica della metodologia etnografica verrà inoltre approfondita più avanti, durante la trattazione dell’impianto metodologico dell’analisi. 317 Floch rilevava quttro cluster/tipologie di utilizzatori della metro second il loro “essere” e il loro “fare” osservato sul campo. Le attitudini venivano ricavate dall’analisi degli oggetti nel loro darsi ai soggetti e dall’osservazione dell’effettivo comportametno adottato in situazione. Questo confronto che chiameremo tra la comunicazione generata e quella percepita, dunque utilizzando una metodologia desk e una metodologia field in oppposizione, permette di osservare gli slittamenti di senso tra quanto è stato progettato e quanto è effettivamente percepito. Siamo d’accordo nel sostenere che le tipologie di Floch, corrsipondenti alle assiologie di consumo da lui strutturate (rimandiamo a Floch, 1990, SemioticaMArketing Comunicazione, Franco Angeli, pag. 72-73) possano essere un punto di partenza corretto per basare l’analisi e formalizzare le nuove tipologie in funzione dell’oggetto di ricerca (vedremo più avanti il perchè), appoggiamo meno l’utilizzo delle stesse su oggetti di studio diversi, come la navigazione in Rete (Ferraro 1999, De Scisciolo 2008). Per esempio, riprendendo De Scisciolo (2008), che a sua volta riprende (Ferraro 2003), gli Esploratori sono descritti come “gli utenti che valorizzano il percorso tanto quanto i contenuti della Rete, cercando di trarne il massimo anche per quanto riguarda la possibilità di passare da un medium all’altro”; i Professionisti “al contrario degli Esploratori, si muovono ottimizzando le risorse e il temo a disposizione, per raggiungere la pagina – la meta – prestabilita); i Sonnambuli “analogamente ai Professionisti mirano solo a determinati punti di interesse, secondo tragitti ricorrenti e automatici. Il percorso ha quindi solo valore strumentale ma non offre nulla per incrementare l’utilità attesa”; i Bighelloni “si associano agl iesploratori nel lasciarsi condurre dai percorsi man mano dischiusi dai link incontrati, dai contenuti multimediali e dall’interattività, ma hanno un atteggiaemtn oludico, alvolta casuale e aperto alle possibilità di intrattenimento”. L’analisi di De Scisciolo si focalizza sulla maggiore o minore ottimizzazione del tempo e della risorsa, in relazione a un regime motivazionale più razionale o più ludico, da passatempo. In realtà la navigazione in Rete dipende da una serie di fattori che vanno dal livello di Competenza acquisita, alla motivazione all’Azione, a seconda del tipo di Contratto l’utente decida di stipulare con il dispositivo e le pagine fruite e il tipo di Sanzione che si desidera attivare. Dipende dalla situazione ma anche da un atteggiemnto, inteso nell’accezione di continuità. Nuove prospettive di indagine dell’usabilità, Tesi di laurea Discipline Semiotiche, Università di Bologna, relatore Montanari, Gianelli. Approccio che ricorda molto quello sociologico di Sfardini A., Tosoni S. (2004), Navigare in Rete, in Pasquali F., Scifo B. (2004), Consumare la rete: la fruizione di Internet e la navigazione del web, pag. 133 e seguenti. 318 Vandi, Bacino, Tijus (2010) Codifica spaziale e habits d’azione nelle interfacce grafiche, in Bianchi C., Montanari F., Zingale S. (2010), La Semiotica e il progetto 2. Spai, oggetti, interfacce, Franco Angeli. 319 Mattozzi A. (2006) Il senso degli oggetti tecnici, Meltemi, Roma. pag. 13. 320 Latour B. (1994) Une sociologie sans objet? Note théorique sur l'interobjectivité" » in Sociologie du travail pp.587-607; Duranti A., a cura di, (2001)Culture e discorso. Un lessico per le scienze umane. Meltemi, Roma; Goodwin C. (2003) Il senso del vedere, Meltemi Editore, ROma 321 Deni M. (2002) Oggetti in azione. Semiotica degli oggetti: dalla teoria all’analisi,Milano: FrancoAngeli. 322 Zinna A. (2004) Le interfacce degli oggetti di scrittura. Teoria del linguaggio e ipertesti, Roma: Meltemi. 76 2000)323 che non adotta una totale simmetria tra oggetto e soggetto conferendo all’umano un ruolo trascendente. Questo atteggiamento risulta limitante perchè rischia di constatare che c’è del senso e che viene articolato, ma ridimensiona la struttura dell’articolazione stessa e il grado di agency che il dispositivo possiede. In questa direzione si configura il secondo filone di ricerca evidenziato, che si sintetizza in quella corrente chiamata semiotica engineering324 e che riguarda la relazione tra gli individui e i dispositivi, ma in senso opposto. Dusi, Marrone e Montanari (2002)325 osservano: Al di là dell’incarnarsi - e mai verbo poteva essere più adeguato - di programmi di azione326 in specifici oggetti concreti, possono essere ipotizzati diversi tipi di relazioni di manipolazione fra soggetto e oggetto327. Possiamo, pensando a Landowski328, pensare in primo luogo a un “fare tecnologico” (“manovrare le cose”), a un “fare politico” (“manipolare gli uomini”), a un “fare tecnocratico” (“manipolare gli uomini come fossero cose”), e a un “fare magico” (“manovrare le cose, come uomini”). Ed è chiaramente quest’ultimo caso ad interessarci. I tre autori continuano sottolineano un aspetto ancor più nuovo da considerare, soprattutto in ottica degli oggetti tecnologici: Solo che secondo la nostra valutazione, oggi le cose sono cambiate, o perlomeno sono più complesse: reciprocamente, e allo stesso tempo, sono gli uomini, spesso, ad essere manipolati dalle cose (“come se esse fossero uomini”). La metodologia semiotica viene adottata cioè dalla prospettiva del dispositivo e si estremizza in particolare nell’osservare il software in grado di far agire l’individuo al suo interno, adottando la prospettiva dei (ro)bot intelligenti, intesi come: Un bot consente l’esecuzione di operazioni ripetitive e noiose oppure non altrimenti possibili, o quanto meno praticamente inaccessibili alla lentezza e all’irregolarità dell’azione umana. [...] Potrebbe valere qui l’idea che si tratti di prolungamenti, o di protesi di taluni aspetti del pensiero e dell’attività umana - e forse, anche, come vedremo, di prolungamenti della stessa personalità umana. [...][Il problema dell’interoggettività contempla proprio questa autonomia degli oggetti nell’interagire, che porta a considerarli Heath C., Hindmarsh J. (2000) Configuring Action in Objects. From Mutual Space to Media Space, Mind Culture and Activity, 7 (1-2), pp. 81-104; Ueno, N. (2000), Ecologies of Inscription: Technologies of Making the Social Or - ganization of Work and the Mass Production of Machine Parts Visible in Collaboractive Activity, “Mind Culture and Activity”, n°7 (1-2) pp. 59-80 324 Principali esponenti di questa corrente rientrano nel filone di ricerca brasiliano di Godwin e Sousa 325 Dusi N., Marrone G., Montanari F. , “Il telefonino: avventure di un corpo tecnologico”, ibidem, p.167. 326 Per programma di azione consideriamo la definizione fornita da Ugo Volli, secondo cui un programma narrativo o di azione indica per ogni soggetto che concorre all’azione narrativa i suoi scopi e le sue azioni nel racconto, secondo le diverse modalità (contratto - competenza - performanza - sanzione). Per una trattazione esauriente si veda il U. Volli, Manuale di semiotica, Editori Laterza, Roma, 2000, pp.122-127. 327 Tenendo conto che da qui in avanti, il termine Soggetto e Oggetto verrà utilizzato da un punto di vista sociosemiotico, e si intenderanno “non oggetti e soggetti sostanziali e concreti, ma “attanti”, elementi definiti da relazioni sintattiche - e per questo reversibili - soggiacenti le azioni stesse: configurazioni di senso che non necessariamente corrispondono, nel concreto, al “soggetto” utilizzatore e all’”oggetto” utilizzato, ma che, anzi, possono dar luogo a differenti possibilità di inter-azione” (Nicola Dusi, Gianfranco Marrone, Federico Montanari, ibidem, p.167). 328 Landowski E. (1999) trad.it, La società riflessa, Roma, Meltemi. 77 323 sempre più come veri e propri esseri, sempre più indipendenti nelle loro funzionalità e inter-dipendenti tra di loro. Tanto da essere considerati come attori sociali.329 Nonostante non ci siano ancora esempi analitici semiotici per la costruzione di grammatiche d’azione dei bot strutturate sulla base dei modelli interpretativi del comportamento umano in Rete, questo approccio osserva i “bot” come esseri autonomi ed estremamente importanti per l’organizzazione della vita sociale e interattiva dei Soggetti. L’importanza della manipolazione che questi agenti rivestono nei confronti degli uomini è un chiaro segnale del processo di mutamento a cui l’iniziativa del Social Graph di Facebook sta andando incontro. Le analisi delle affordance nell’aspetto più fisico del dispositivo dunque non possono prescindere dallo studio delle interfacce intese nel loro carattere combinatorio, nell’indivisibilità del livello funzionale da quello simbolico dei significati. Come osserva Eugeni (2010)330 è necessario recuperare il processo di co-creazione di un ulteriore senso grazie all’interazione tra oggetti (artefatti) e soggetti (le persone). Gli oggetti che costituiscono la cultura materiale devono essere intesi in quanto corpi sociali, capaci di produrre nuovi significati rispetto al loro stato di immersione nella vita sociale e quotidiana (embodied meaning). Prima di analizzarne le potenzialità soprattutto nella correlazione con le strategie di marketing e comunicazione che il Social Graph comporta, facciamo un passo in dietro per osservare come la semiotica ha strutturato la sua cassetta degli attrezzi per lo studio delle interfacce, dagli approcci della computational semiotics fino all’analisi puntuale delle architetture dei manufatti comunicativi digitali. 2.1.1 Le interfacce come spazio di azione: mediazioni interoggettive delle relazioni intersoggettive, dove inizia l’agency? Recuperiamo la separazione tra “internal face”331 e “user face” già precedentemente utilizzata (1.3.1), per segnalare le ricerche semiotiche che si occupano della progettazione dei livelli che compongono la struttura finale dell’interfaccia; e quelle invece focalizzate sulla progettazione della parte più manifesta usata dall’individuo empirico. Nel primo filone rientrano tutti gli studi che applicano la semiotica ai sistemi intelligenti che regolano le interfacce, avvicinando la semiotica alle ricerche di Intelligenza Artificiale e Vita Artificiale. Nel secondo filone invece vi rientrano gli studiosi che osservano l’interfaccia da un punto di vista dell’organizzazione dello spazio di azione. La maggior parte di quest’ultimi studi sfociano nell’analisi di quelle che definiremo interfacce in senso stretto, utilizzate per gestire sistemi operativi e programmi. Entrambe le correnti rientrano in quella che si sta 329 Guido Ferraro G. (2002) , “Macchine dell’immaginario”, in Landowski E., Marrone G. (2002) La società degli oggetti, Meltemi, Roma, , p.96 e seguenti. 330 Bettetini G. (2010) Storia della Semiotica. Dai percorsi sotterranei alla disciplina fomalizzata. Carocci Editore 331 Fuller M., (2008). Software Studies. A Lexicon. The MIT Press, pag. 149; Stumpler, M. (2010), The Politics of Social Media Facebook: Control and Resistance, Thesis of University of Amsterdam; Galloway A. R. (2010), Symposium: A Wedge Between Private and Public, April 22, 2010. TrouwAmsterdam, Amsterdam. Session 2 – Interface. Skype conference call. Galloway, R. Alexander and Thacker, Eugene. (2007). The Exploit. MIT Press. 78 definendo semionic engineering, secondo l’accezione che ci perviene de Sousa (2005)332: L’ingegneria semiotica è una teoria semiotica dell’interazione uomo-computer, che parte dall’assunto che gli artefatti software sono prodotti dell’intelletto e dell’interazione tra più individui, tra cui progettisti, designer e utenti. In particolare si occupa di trovare supporti teorici per l’osservazione e l’esplorazione di nuove possibilità di design e progettazione e colmare lacune di altre teorie e approcci legati all’HCI. Al di là della problematicità che possono emergere dall’accostamento della semiotica all’ingegneria, l’accezione è usata per nominare una branca della semiotica applicata che si occupa di tradurre alcuni assiomi della semiotica tradizionalmente data in prodotti e strumenti concreti, in particolare digitali. Tale accezione seppur criticabile da differenti punti di vista, come la radice epistologica stessa delle due discipline, può essere considerata come un tentativo per allargare l’applicazione semiotica anche a campi un tempo monopolizzati dalla filosofia della mente. Come già osservava Ferraro (2002)333, gli oggetti software che circolano nella Rete componendo programmi e interfacce si fondano su una logica di interazione reciproca, cooperante, all’interno di un “universo costruito con materiale di natura primariamente comunicativa”334, la Rete. Questi oggetti sono in grado di relazionarsi con soggetti resi testi, e testi resi oggetti software. In questo senso non c’è più differenza a livello tecnico tra l’identità simulacrale di un individuo in Rete e il bot che si occupa di clusterizzarlo, se non nell’ancoraggio bio-psicologico (Sbisà 2009)335che attribuisce intenzionalità e responsabilità al soggetto-individuo, e che sembrerebbe non attribuirla invece agli oggetti-agenti. Già Zinna, uno dei principali esponenti che si sono occupati di interfacce in quanto “user face”, affronta gli strumenti digitali accostandoli agli utensili, forse riprendendo la stessa idea di Heidegger che “tutti i testi presentano il carattere funzionale degli strumenti” (Heidegger 1927, in Volli 2003)336, considerando entrambi oggetti d’uso e osservandoli nel loro grado di interattività e nella loro potenzialità di includere del linguaggio ed essere testo, in senso di poter essere letto e scritto, e oggetto, nel senso di poter essere usato. Nel suo “Le interfacce degli oggetti di scrittura (2004)337 sviluppa una metodologia in grado di definire parametri e logiche di produzione di senso, in modo da controllare possibili deviazioni e sviluppare soluzioni opportune. 332 De Sousa C.S. (2005) Semiotic engineering: bringing designers and users together at interaction time, Elsevier B.V., Interacting with Computers 17 (2005) 317–341. Scegliamo di seguire la sua definizione perchè rispetto agli approcci semiotici applicati all’interazione uomo-computer risulta quella più completa, anche se la polemica sulla stessa accezione risulta piuttosto viva. Ci interessa approfondirla in particolare nel connubio tra semiotica e metodi di natura matematica, che approfondiremo più avanti durante la discussione dell’approccio metodologico. 333 Ferraro G. (2002) Macchine dell’immaginario, in Landowski E., Marrone G. (2002) La società degli oggetti, Meltemi, Roma, pp. 96 a seguire. 334 Ferraro G. (2002) p. 100 335 Sbisà M. (2009), Senso e Azione, in Leone M. (a cura di), Attori attanti agenti, Senso dell’azione e azione del senso. Dalle teorie ai territori, Lexia 3-4, Circe, Aracne Editore. 336 Heidegger M. (1927) Sein und Zeit, Niemeyer, Halle, trad. it (1970) Essere etempo, Longanesi, Milano, citato in Volli U., (2003) Azioni e tipologie di siti, Versus 95/95/96, Quaderni di studi semiotici, gennaio-dicembre 2003 337 Zinna A. (2004) Le interfacce degli oggetti di scrittura. Teroa del linguaggio e ipertesti, Meltemi Editore, Roma 79 Zinna (2004) non affronta direttamente il discorso relativo ai social network, ma sicuramente mette in luce alcuni aspetti sostanziali che permettono di definire questo “ipergenere”338. Facebook in questo senso è definibile come oggetto-scrittura perchè ha massimo grado di interazione e massimo utilizzo del linguaggio, nel sincretismo delle sue manifestazioni. E’ particolarmente rilevante il concetto di “tecnologizzazione del piano dell’espressione”339 per sottolineare il passaggio da una cultura del testo a una cultura dell’ipertesto. Secondo le sue osservazioni, la tecnologizzazione del piano dell’espressione ha saldato la dimensione del discorso con quella degli oggetti, sviluppando scritture che si sono appropriate di tutte le proprietà dei linguaggi aggiungendone di nuove. L’ipertesto in questo senso mantiene le proprietà dei testi e le somma alle funzionalità degli oggetti. Se risulterà lecito fare il passo successivo, potremmo aggiungere che i social network oltre a mantenere proprietà dei testi e funzionalità degli oggetti, acquisiscono anche le prassi relazionali dei soggetti. Prassi relazionali che Ferraro (2002)340 descrive a proposito dei bot, in quanto: la teoria strutturalista, cui è legata tuttora gran parte dell’impianto semiotico, asserisce che l’identità profonda dei singoli oggetti componenti il sistema dipende dalla loro posizione nella struttura generale, ovvero dipende dall’insieme delle loro connessioni con gli altri componenti di quel sistema.Più radicale e più esplicita, la posizione di Saussure si spinge fino ad asserire che la realtà dei singoli componenti è puramente relazionale, vale a dire che non vi è nella costituzione della loro identità niente altro oltre alla rete dei rapporti che in quanto tali danno vita al sistema (cfr Saussure 1916, cap.IV Il valore linguistico). Sulla base della teoria strutturalista, Ferraro osserva pertanto che: ciò che noi percepiamo come oggetti andrebbe in quanto tale in molti casi ripensato traducendo gli “oggetti” in entità meramente relazionali: relazioni tra oggetti”, o relazioni tra oggetti e soggetti. (la concezione greimasiana di Oggetto di Valore costituisce in proposito un ottimo esempio di come si percepisce quale “oggetto” indipendente quello che di fatto è una relazione intercorrente tra un’entità estranea e un soggetto valorizzante).341 Mentre in altri casi si tratterebbe di relazioni di carattere cognitivo, Ferraro afferma che in questo caso è necessario riferirsi a relazioni di carattere operativo. Come la semiotica ha cercato di rendere conto anche della dimensione operativa? Il passaggio dalla cultura di testo alla cultura di ipertesto, tematica dibattuta in particolar modo negli anni Novanta, ha portato a una concezione del sistema culturale come “spazio agito” (Bettetini, Gasparini, Vittadini 1999)342 e Zinna così come Cosenza 338 Zinna definisce ipergenere la “mutazione che serve a classificare la cultura per la loro modalità di produzione del linguaggio e per il grado di tecnologizzazinoe del discorso”. Il termine viene usato per lribadire l’importanza della dicotomia tra scritto e parlato che gl iantropologi hano attribuito all’evoluzione culturale sia sul piano cognitivo sia sul piano dell’organizzazione del contenuto delle società. Dunque mette in luce la rilevanza della modalità di produzione del linguaggio nelal determinazione stessa della cultura, e non dunque osservato come semplice trasposizione del contenuto da un supporto all’altro. Per un maggiore approfondimento rimandiamo a Zinna A. (2004) pp. 285 e seguenti. 339 Questo processo definisce la progressiva introduzione e relativa transizione delle tecniche per produrre permanenza dell’espressione di un testo, come è avvenuto tra oralità e scrittura. Per un approfondimento e una più ampia argomentazione si veda Zinna (2004) pag. 19, 91, 98 e in particoalre 285 a seguire. 340 Ferraro G. (2002), Meccaniche dell’immaginario, in Landowski E., Marrone G. (2002) La società degli oggetti, Meltemi, Roma, pag. 96 a seguire. 341 Ferraro G. (2002) ibidem. 342 Bettetini G, Gasparini B., Vittadini N. (1999) Gli spazi dell’ipertesto, Bompiani, Milano 80 (2004)343 ad analizzare il carattere operativo delle interfacce nell’interazione uomocomputer, dunque nei gradi di interattività, sistemi di puntamento, gerarchia dei contenuti. Zinna adotta una visione più progettuale, Cosenza invece, osservando i “nuovi media” attraverso al lente di ingrandimento della remediation di Bolter e Grusin (1999)344, recupera sfere analitiche e superamenti teorici dei vecchi media per affrontare l’analisi dell’attuale e sviluppare una metodologia specifica. In particolare, i suoi studi ci permettono oggi di dare per scontato i tempi di reazione della macchina alla manipolazione fisica grazie all’instantaneità del feedback, definire l’interattività al pari del dialogo prototipico, grazie alla condivisione dello stesso spazio e tempo, attraverso un dialogo paritario in grado di adattarsi a ogni scambio comunicativo, indipendentemente da formato e tipologia. L’analisi dello spazio di azione dell’interfaccia è stato un tema particolarmente florido, grazie ai giochi e agli incassi enunciativi che il sistema digitale, nelle sue attivazioni via computer o mobile e in generale attraverso ogni device, permette. Gli embrayage delle interfacce, cioè gli agganci con i soggetti empirici attraverso le marche della loro presenza che li rappresentano dentro il sistema, sono un secondo livello di attaulizzazione dell’effetto di realtà e dell’effetto di presenza implicito nell’uso dei sistemi digitali, che permette di far parte e allo stesso tempo di essere all’interno del sistema. Il che è ampiamente sfruttato dai videogiochi, che manipolano l’ambiente vituale fino alla totale immersione del soggetto, superando il confine della sensibilità tattile con quella visiva uditiva e topologica345. Spazio inteso nel suo funzionamento enunciativo di inclusione destinatario, come proiezione del soggetto nel suo agire (Volli, 2003)346, dunque spazio di azione che parte dai programmi gestuali (Greimas 1970)347 presupponendo dei veri e propri programmi narrativi. L’interfaccia da questo punto di vista: svolge dunque il ruolo attanziale di aiutante con cui le persone manipolano la macchina, cioè fanno fare cose alla macchina per realizzare percorsi narrativi diversi a seconda degli applicativi [...], per raggiungere vari obiettivi nella loro vita quotidiana.348 In quest’ottica, gli scenari di interazione sono strutturabili sulla base della teoria narrativa greimasiana, come risulta dall’affinità di quest’approccio con posizioni analoghe nelle ricerche Hci (Mantovani 1995, Carroll 1997)349 e nei Social Studies Cosenza G. (2004) Semiotica dei nuovi media, Laterza, Roma-Bari Bolter J. D., Grusin R. (1999), Remediation. Understanding new media,. MIT Press, Cambridge. 345 Per un dettaglio analitico di impronta semiotica sui videogiochi, si veda Maietti M. (2004) Semiotica dei videogiochi, Unicopli e Meneghelli A., (2007) Dentro lo schermo. Immersione e Interattività nei god games, Unicopli 346 Volli (2003), Azione e tipologie di siti, in Versus - quaderni di studi semiotici 94/95/96, gennaio-dicembre 2003 (ma in realtà 2004). U n appunto su quanto scritto: Volli pertiene che l’oggetto della semiotica siano i siti piuttosto che il supporto mediatico, ma la sua analisi di fatto parte da considerazioni sul media in quanto tale (si palra di interattività, immediatezza alla Bolter e Grusin, 1999) dunque di fatto anche la sua analisi parte dall’analisi del supporto, come luis tesso afferma parlando di grammatica dell’interfaccia di Internet, in particolare del puntatore e della sua capacità di rendere trasparente questa proiezione del soggetto, a tal punto che ci si rende conto di essere di fronte a un dispositivo di tipo semiotico solo quando non funziona. 347 Greimas A. J. (1970) Du sens, Paris, Seuil, tr. it. (1974) Del senso, Milano, Bompiani, pag. 71-94. 348 Cosenza (2004) pag. 72 349 Mantovani, G. (1995), Comunicazione e identità, Bologna, il Mulino, cap. 3 e 12; Carroll, J.M. (1997). Human-computer interaction: Psychology as a science of design. International Journal of Human-Computer Studies, 46(4), 501-522 344 343 81 (Mattozzi 2006, Latour 1999, Akrich 1987)350 dove la metafora degli scenari, dei copioni e delle sceneggiature o script vengono usate proprio per prevedere le azioni degli utenti con il dispositivo e progettarne le logiche. Ma come osserva Ferraro (2002)351, “i modi in cui vengono costruite e attivate le relazioni interstestuali sono stati fino ad ora poco studiati”. E tuttora non ci sono stati molti progressi in merito. Internet inteso come sistema di interconnessione tra oggetti (editoriali, identitari, funzionali) che sono a loro volta anche testi, connessi tra loro da logiche “intellegibili ma non dichiarate”, è un Internet ancora non approfondito dalla semiotica. Ferraro riconosce a Claude Levi-Strauss di essere stato uno dei più convinti esploratori di questa dimensione, per: la sua concezione del sistema testuale come grande rete che costruisce per le entità semiotiche delle identità relazionali. [...] La sua ricerca attribuisce ai testi in quanto tali una non trascurabile indipendenza dai soggetti che ne sono autori. Il narratore non è affatto pienamente consapevole delle azioni che sta compiendo, proprio a causa dei processi che connettono i racconti tra loro. Lo stesso fare dei soggetti può essere visto dunque come immerso nella rete dei rapporti interoggettivi.352 Ritorna la perdita di referente di Baudrillard già osservata e si arricchisce di una dimensione interoggettiva che influenza la dimensione pragmatica degli individui, e dunque “la preminenza dei rapporti interoggettivi sull’istanza soggettiva”353, o detto altrimenti, la dipendenza dell’essere del soggetto al fare collaborativo e autonomo degli oggetti, questa ambigua “forza delle cose” (Ferraro 2002)354. I lavori di Gudwin (2007)355 si sviluppano proprio in questa direzione, sforzandosi di applicare la semiotica alla progettazione dei sistemi intelligenti, per governare e gestire le relazioni tra i sistemi intelligenti e la loro capacità di leggere l’identità sociale di un soggetto anche attraverso l’osservazione del suo comportamento in Rete. L’approccio della computational semiotics è un approccio ibrido e al momento ancora “rielaborativo” a nostro avviso più che creativo. Di semiotico inoltre c’è un’ispirazione dichiarata più che una reale teorizzazione, che parte dalla strutturazione di una “mathematical definition of objects, objects systems and objects networks”356 sulla base della classificazione dei segni peirciana. Uno degli obiettivi di ricerca dichiarati dal gruppo di Gudwin è quello di strutturare una lettura dell’umano sulla base di modelli matematici. Semiotica Computazionale si riferisce “al tentativo di emulare il ciclo di semiosi all'interno di un Mattozzi A. (2006) Il senso degli oggetti tecnici, Meltemi, Roma; Latour B. (1999). Speranza del Pandora: saggi su realtà degli studi di scienza, Pressa dell'università di Harvard, massa de Cambridge., gli S.U.A; Akrich, M., 1987, Comment décrire les objets techniques?, «Technique et Cul- ture», n. 9, traed. it (2006) LA de-scrizinoe deglio ggett itecnici, in Mattozzi A. (2006) Il senso degli oggetti tecnici, Meltemi, Roma 351 Ferraro G. (2002) Macchine dell’immaginario, in Landowski E., Marrone G. (2002) La società degli oggetti, Meltemi, Roma, pp. 104. 352 Ferraro G. (2002) Macchine dell’immaginario, in Landowski E., Marrone G. (2002) La società degli oggetti, Meltemi, Roma, pp. 105. 353 Ferraro G. (2002) ibidem, pp. 105. 354 Ferraro G. (2002) ibidem, pp. 105. 355 Gudwin R., Queiroz J. (2007) Semiotics and Intelligent Systems Development, Idea Group Publishing, IGP 356 Gudwin R., Gomide F. (2007) An Approach to Computational Semiotics, DCA-FEEC-UNICAMP, Campinas – SP – Brasil. Il robot si chiama NAO ed è uno dei risultati del progetto di ricerca europeo Feelix Growin. 82 350 computer digitale”. Gudwin e il suo gruppo puntano alla costruzione di sistemi autonomi in grado di: svolgere un comportamento intelligente, inteso come in grado di comprendere la percezione, la modellizzazione del mondo, i giudizi di valore e la generazione del comportamento. Partono dall’assunto che questi sistemi dovrebbero essere sistemi semiosici, e la modellazione di tali sistemi semiosici è attualmente il loro obiettivo (matematico!), attraverso la scoperta dell’”unità minima di intelligenza e la loro relazione semiotica”(Gudwin 2010)357. Da queste unità elementari deriva tutta una tassonomia della conoscenza e tipologie di comportamenti matematicamente descritti e utilizzati come componenti atomici per i sistemi intelligenti. Componenti atomici intesi come contenitori di informazioni e agenti attivi in grado di trattare tali informazioni. Da questo punti di vista, sistemi digitali in grado di ricalcare comportamenti umani in particolare di acquisto sono già sul mercato e spesso come sottolinea Ferraro (2002): la loro perversa ostinazione a favore delle abitudini, se non una vera e propria coalizione a ripetere frena ogni forma di sperimentazione innovativa riducendo drasticamente la casualità. E ciò che accade con gli attuali strumenti di marketing come il retargeting pubblicitario (cliccato un banner una volta, inizia una persecuzione visiva in tutto il percorso di fruizione) o con i suggerimenti di Amazon, a cui ormai gli utenti più esperti cercano di sottrarsi. Questi sistemi ricorrono alla logica di scelta effettuata in una precedente selezione, che nega ogni serendipity, stabilizzando atteggiamenti e preferenze, annodando l’utente invece di favorirlo in nuovi percorsi di esplorazione (Ferraro, 2002). Sistemi che non sono in grado di comprendere l’agentività umana intesa nella sua accezione di intenzionalità e responsabilità (Sbisà, 2009, Volli 2009, Leone 2011)358, ma più prettamente nella rilettura di un’esibizione di scelte, dietro a una capacità di comprendere la relazione di causalità in una dinamica domanda-risposta senza attribuire alcuna sorta di progettualità.. E’ una procedura da un lato, che: rientra perfettamente nella nozione peirceana di interpretazione: un fare — o lo stato di cose da esso determinato — diventa azione solo se è letto come segno di qualcosa che in essa non è fisicamente presente359 Ma che legge questa azione non in riferimento a un progetto in senso narrativo. Anche a condizione che l’interpetazione del gesto sia corretta (l’individuo x nel gesto d’acquisto del libro y dimostra interesse nella tematica z), manca il passaggio successivo (l’individuo x cercava un regalo per conquistare l’individuo k), quello proprio del considerare l’individuo in quanto agente, ovvero Toro P.R. de, Gudwin R., Miskulin M. (2010) An Emotional-Evolutionary Technique for Low-Level Goal Definition in a Multi-Purpose Artificial Creature" in "Advances in Modeling Adaptive and Cognitive Systems", ISBN 978-85-7395-194-3, Feira de Santana, BA, UEFS, 2010, pp. 48-59. 358 Sbisà M. (2009), Senso e Azione, in Leone M. (a cura di), Attori attanti agenti, Senso dell’azione e azione del senso. Dalle teorie ai territori, Lexia 3-4, Circe, Aracne Editore; Leone M. (2011) Nodi di reti reti di nodi, E/C, in corso di pubblicazione; Volli U. (2009) Ordine dal caos, ovvero metafisica e semiotica dell'agentività, in Leone M. ((a cura di), Attori attanti agenti, Senso dell’azione e azione del senso. Dalle teorie ai territori, Lexia 3-4, Circe, Aracne Editore. 359 Volli U. (2009) ibidem, pag 57. 83 357 progetto, l’intenzione che l’ha determinata; ciò a sua volta comporta l’attribuzione della qualità di agente di chi la compie. (Volli 2009 pag 57) Manca dunque attribuzione di qualità di agente e dunque l’attribuzione di senso delle sue azioni, e questa attribuzione ha luogo a sua volta solo se si conduce l’azione in un progetto, che in semiotica greimasiana ha valenza di natura narrativa: Il riconoscimento di un agente si può descrivere come l’attribuzione di un senso alle sue azioni o alle opere che ne conseguono; esse non appaiono semplicemente come il fenomeno che di fatto sono, né sono pensate solamente in quanto effetto di una loro qualche causa, ma si riferiscono a (o ci riferiscono di) un progetto, un’intenzione, ecc. [...] Essere agente, o essere considerato come agente, non è una condizione empirica, [...] si tratta di un’attribuzione metafisica, dell’intervento di un altro ordine di determinazioni rispetto a quello puramente cosale. (Volli 2009 pag 56) Non è un caso che la capacità di essere “intelligenti” di alcuni sistemi tecnologici sia misurata nella loro capacità di reagire a stimoli in termini di obiettivi prefissati e conseguiti (Leone 2009, Goy e Torre 2009). In questo senso i sistemi intelligenti che gravitano attualmente in rete corrispondono perfettamente al modello rete-nodi della social network analysis criticata da Leone (2011)360 che traducono l’agentività umana in metalinguaggi che ne depotenziano tutta la valenza di intenzionalità, in quanto: Gli individui intrappolati nelle reti concepite e rappresentate diagrammaticamente dalla teoria delle reti sociali non agiscono, o per meglio dire, agiscono soltanto in quanto nodi all’interno di una struttura di rete. La loro agentività individuale è ridotta al minimo, vale a dire è ridotta al loro essere topologicamente posizionati all’interno di una certa struttura di rete. [...] E infatti la terminologia adottata dalla teoria sociologica delle reti sociali è un indizio lampante di questa impostazione filosofica, che contiene anche una precisa ideologia linguistica: gli individui non sono tali ma sono nodi. E che cosa fanno i nodi? Si può forse dire di un nodo che possegga una qualche agentività? Non lo si può dire, a meno di parlare per metafore, e bisogna riconoscere che l’unica agentività che si possa legittimamente attribuire a un nodo è quella — invero assai poco attiva — di annodare, vale a dire, ancora una volta, un’agentività limitata al solo fatto di essere immerso, invischiato, intrecciato con una rete (Wellman e Berkowitz 1988).361 Anche vero che Sbisà rileva una sorta di ingenuità nel raffigurare un modello di agentività e dunque di relazione tra soggetto e azione radicato nella nozione di intenzionalità che si basa sul riferimento al vissuto e alla percezione di sentirsi agente, più che esserlo: Il modello che chiamo ingenuo–fenomenologico corrisponde a un modo diffuso e radicato di raffigurare il soggetto e la sua azione. Si basa sulla nozione di intenzione e, per la produzione di senso, su quella di intenzione comunicativa. [...] Il senso presuppone l’azione e l’essere agente intesi secondo questo modello nelle forme più diffuse e accettate di teoria degli atti linguistici (Searle 1969, Bach e Harnish 1979) o nelle ricerche di pragmatica ispirate alla Teoria della Pertinenza di Sperber e Wilson.362 Sbisà rileva un altro modello analitico dell’agentività: Leone M. (2011) Nodi di reti reti di nodi, E/C, in corso di pubblicazione. Leone M. (2011) Nodi di reti reti di nodi, E/C, in corso di pubblicazione. 362 Sbisà M. (2009), Senso e Azione, in Leone M. (a cura di), Attori attanti agenti, Senso dell’azione e azione del senso. Dalle teorie ai territori, Lexia 3-4, Circe, Aracne Editore, pag. 37 361 360 84 Il modello fenomenologico–linguistico non si basa sul riferimento a vissuti ma sul modo in cui il mondo e la vita umana ci si presentano nel linguaggio. Esso concentra l’attenzione sul riconoscimento dell’azione, poiché identifica l’azione mediante la descrizione del suo risultato e l’attribuzione a un agente della responsabilità per averlo posto in essere. In questo modello l’agente non è un dato di partenza, ma è ricostruibile a partire dal suo operato, a partire dal testo. L’attribuzione di responsabilità avviene con modalità by default, ovvero fino a prova contraria, sulla base di connessioni manifeste e aspettative standardizzate. Circostanze non normali (registrate dalle espressioni di scusa: si veda Austin 1961, trad. it. 1993, pp. 169–195) possono ridurre l’attribuzione di responsabilità e con ciò indebolire l’essere agente del soggetto o lo stesso carattere di azione dell’evento considerato. O viceversa, il soggetto può avanzare la pretesa di essere agente o enfatizzare il proprio essere agente presentandosi o raccontandosi con espressioni linguistiche che esprimono agentività (si veda su queste procedure Duranti 2004). Più o meno chiaramente, varianti di questo modello sono presenti in una grande quantità di ricerche di analisi dell’interazione sociale, soprattutto ispirate all’analisi conversazionale e all’etnometodologia.363 In questa prospettiva l’essere-agente è primariamente effetto di senso, più che ente ancorato o meno bio-psicologicamente (Sbisà, 2009). E seguendo l’influsso degli atti linguistici (Searle 1969), essere-agente può essere analizzato sulla base delle connessioni manifeste e aspettative standardizzate, indipendentemente dalla natura empirica. Al di là dell’ancoraggio, ancora da superare e sviscerare come problema in essere, questi enti sono comunque passibili di essere considerati come “poli di comunicazione all’interno di cooperazioni multi–agente di cui importa studiare e progettare la negoziazione e la coordinazione” (Leone, 2009)364. E possono essere studiati nel loro essere-agente in quanto effetto di senso prodotto durante la loro mediazione tecnologica e collettiva. Sia in una società dei soggetti, sia in una società degli oggetti, ma soprattutto in una società dove le barriere dei due mondi sono sempre più impalpabili. Gli esperimenti di Gudwin stanno ottenendo risultati in questa direzione nella comprensione ed evoluzione dei rapporti tra i bot, dunque in quella relazione propriamente detta interoggettiva, assumendoli come poli comunicativi. In uno dei suoi ultimi lavori (Loulaa A., Gudwin R., El-Hanic C. B., Queiroz J. 2010)365, è stato simulato, in uno scenario digitale: la nascita auto-organizzata di una comunicazione basata su simboli tra creature artificiali che popolano un mondo virtuale di imprevedibili eventi predatori. Nel nostro esperimento, le creature sono agenti autonomi che imparano le relazioni simboliche senza sistemi di sorveglianza, senza regole esplicite, e sono in grado di impegnarsi in interazioni comunicative dinamiche e autonome con le altre creature, anche simultaneamente. I nostri risultati mostrano che le creature, assumendo il ruolo di utenti-segno e utenti-interpetanti, si comportano collettivamente come un sistema adattivo complesso, in cui le interazioni comunicative auto-organizzate svolgono un ruolo importante nella nascita di comunicazione basate sui simboli. 363 Sbisà M. (2009), Senso e Azione, in Leone M. (a cura di), Attori attanti agenti, Senso dell’azione e azione del senso. Dalle teorie ai territori, Lexia 3-4, Circe, Aracne Editore, pag. 37 364 Leone M. (2009) Prefazione, in Leone M. (a cura di), Attori attanti agenti, Senso dell’azione e azione del senso. Dalle teorie ai territori, Lexia 3-4, Circe, Aracne Editore. 365 Loulaa A., Gudwin R., El-Hanic C. B., Queiroz J. (2010), Emergence of self-organized symbol-based communication in artificial creatures, Cognitive Systems Research, Volume 11, Issue 2, June 2010, Pages 131-147 85 Se rapportiamo quanto detto finora al nostro oggetto di ricerca, e alle prospettive che il Social Graph, con la sua rudimentale logica semantica non solo delle tematiche editoriali ma soprattutto delle relazioni tra gli individui, sta rendendo quotidiano, non è più pensabile per la semiotica limitarsi allo studio delle interfacce in quanto “user face”. Lo spazio ad oggi agito è quello al di sotto di esso, il dietro le quinte delle interpetazioni e azioni che accadono soprattuto inconsapevolmente tra bot (agenti-oggetti) e individui (agenti-soggetti) e che determinano questo basilare effetto di senso dell’essere-agente. Lungi ancora da aver espresso la complessità della questione, ora ci limitiamo ad affermare la necessità di rivalutare il problema dei rapporti intersoggettivi che avvengono tramite questi sistemi. Non stiamo di certo affermando che la compessità dell’umano sia stata risolta e che i meccanismi di rilevazione delle dinamiche relazionali umane, per come sono impostate da Facebook, possano essere esaurienti per fare ciò, anzi. Ma il dato di fatto è che sistemi intelligenti, in questo istante, le stanno apprendendo, attraverso l’osservazione e l’emulazione, e stanno generando processi di significazione che influenzano le attività degli individui. Come direbbe Ferraro, “depravando il soggetto dalla possibilità di controllare la costruzione e il senso più profondo e definitivo del suo discorso” (Ferraro 2002)366. Sistemi in grado di schematizzare l’aggrovigliamento della dimensione sociale e accumulare quantità di informazioni indefinite a riguardo. Non c’è ancora una chiave di lettura, ma di certo, e ora riprendiamo quanto dicevamo poc’anzi, si tratta di osservarle nei loro rapporti intertestuali. Dicevamo che Internet può essere inteso come sistema di interconnessione tra oggetti (editoriali, identitari, funzionali) che sono a loro volta anche testi, connessi tra loro da logiche “intellegibili ma non dichiarate”. E’ una rete di natura però non matematica, proprio se osserviamo il meccanismo dell’intertestualità seguendo il suggerimento di Ferraro (2002)367 come “socialità percepita a livello testuale”. Ad oggi è il meccanismo di delega che ha permesso di evolvere il poter fare degli agenti-oggetti come diretta espressione di un sapere che ha per oggetto il nostro volere. Senza la nostra intenzionalità nell’esprimere le nostre identità attraverso inizialmente gesti e poi istruzioni, non saremmo stati in grado di programmare le prime tecnologie nel leggere le nostre regolarità e agevolare alcune operazioni meccaniche. Abbiamo voluto creare delle macro-classificazioni dell’azione umana per agevolarci in compiti ripetitivi. Ben consci che la nostra compessità, che si determina dal nostro essere incompleti (Ferraro 2002)368 non poteva essere in alcun modo classificata, nè definita, nè posizionata. A meno che non saremo noi stessi a posizionarci all’interno di un sistema prestabilito, e lo adottiamo come strumento di connessione e comunicazione con la nostra rete di relazioni sociali. In tal caso la defizione dell’identità del soggetto in chiave sociale si potrebbe risolvere in un rapporto interoggettivo? Rapporto interoggettivo reso pubblico (social Ferraro G. (2002) Macchine dell’immaginario, in Landowski E., Marrone G. (2002) La società degli oggetti, Meltemi, Roma 367 Ferraro G. (2002) Macchine dell’immaginario, in Landowski E., Marrone G. (2002) La società degli oggetti, Meltemi, Roma 368 La qualità prima che riconosciamo al Soggetto è quella dell’incompletezza, che lo conduce costantemente a costruire una definizione di sé spostata rispetto al suo essere attuale: una definizione possibile soltanto rispetto alalrappresetnazione di un’entità, altrove proiettata, chenon a caso siamo soliti chiamare “Oggetto”. 86 366 graph) dunque a sua volta leggibile e manipolabile? Nel nostro ancoraggio biopsicologico, noi non lo siamo, ma dentro a un sistema intelligente rischiamo dunque di esserlo? Con questo non vogliamo chiederci se la nostra agentività possa essere modellizzata matematicamente, ma mettere in discussione il fatto che una modellazione matematica della nostra presunta agentività potrebbe influenzarne gli aspetti più intenzionali senza diminuire la nostra percezione dell’essere-agente, quella percezione data dal modello ingenuo-fenomenologico criticato da Sbisà (2009). Come semiotici, situiamo la nostra analisi con la consapevolezza che l’agentività di un individuo, dentro un sistema digitale, è limitata, come è limitata in rapporto a qualsiasi artefatto (se abbiamo solo un martello e dobbiamo pitturare, non avremo alcun modo di farlo, sebbene la nostra intenzionalità sia ben chiara). Ma come semiotici, dobbiamo prendere atto che questi limiti influenzano anche il linguaggio attraverso cui ci si esprime e le stesse valorizzazioni culturali che determinano scelte empiriche sull’idea del sè e dell’Altro. Anticipiamo un esempio di analisi del contenuto effettuato da Giovanna Cosenza sugli stereotipi femminili imposti da Meetic per spiegare meglio questo punto: “Se tutto nell’interfaccia di Meetic concorre a spingere le donne verso i ruoli e le storie più trite dell’amore romantico, è probabile che poi finiscano davvero per giocare quei ruoli, almeno finchè stanno in quell’ambiente.”369 Sebbene un individuo abbia la libertà di plagiare, elaborare, rivoluzionare il sistema in cui decide di immergersi, è altrettanto vero che le forme di ribellione sono più rare di quelle di assuefazione, e spesso è più facile che il sistema determini un elaborazione dell’individuo anche nella realtà, piuttosto che ripiegarsi in un’articolazione personale del senso che questo impone. Se poi aggiungiamo che il situarsi nei social network sites ha la caratteristica di richiedere un mantenimento continuo di credibilità tra l’espressione del proprio sè all’interno e l’espressione del proprio sè all’esterno (cfr. Cap.1), oltre a dettare regole comportamentali ben precise, prima di analizzare come Facebook possa essere un nuovo strumento espressivo, è giusto chiedersi perchè Facebook e non un altro sistema sia lo strumento espressivo mondialmente scelto per esprimere le proprie relazioni, in Rete e non. Prima di “cogliere il modo in cui gli esseri umani condividono e dunque esprimono le loro intenzionalità comunicative individuali” dentro Facebook (Leone 2011)370, cogliere in che cosa e in quale modo il sistema Facebook abbia conquistato le “intenzionalità esistenziali degli individui” e le abbia tradotte nelle sue strategie comunicative risulta necessario. Per poi analizzare i meccanismi che determinano l’effetto di agentività percepito da ogni individuo empirico. 369 Cosenza G. (2008), Stereotipi femminili nel dating online. Le donne italiane su Meetic, in Demaria C., Violi P. (a cura di), Tecnologie di genere. Teoria, usi e pratiche della donna in Rete, Bononia University Press, Bologna. 370 Leone M. (2011) Reti di nodi, reti di segni, E/C in corso di pubblicazione. 87 2.2 L’analisi del contenuto: scene di enunciazione e relazioni narrative A partire dagli anni Novanta la semiotica si interroga anche sulle nuove forme di scrittura e di esperienza (Vittadini 2010)371 dell’online, lavorando su filoni eterogenei e spesso in sovrapposizione. Partendo dall’analisi del frame comunicativo entro cui si agisce e interagisce (i siti) passando alle nuove forme gergali nate grazie alla commistione tra scrittura e oralità372 che la Rete permette. Negli ultimi anni si sta sviluppando un interesse nell’analisi della pratica del tagging e di tutte le dinamiche della flocksonomia riconducibili alla semiotic dynamics373, filone di ricerca che si sta occupando del modo in cui le persone, o sistemi intelligenti, stabiliscono e condividono convenzioni segniche e linguistiche. Dopo un iniziale entusiasmo, questo filone si è però ricondotto a qualificare e poi quantificare le tag più frequentemente utilizzate osservando regolarità nell’assegnazione di alcune parole piuttosto che altre e confermando l’intuizione del senso comune su quanto l’uso quotidiano della gamma linguistica si restringe a pochi vocaboli, ridondanti e di solito generalisti: L’interessante risultato della ricerca ha mostrato che, al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare non c’è un continuo e progressivo aumento del numero di etichette ma una stabilizzazione e un’imitazione del comportamento degli altri utenti, considerati un punto di riferimento, al momento di decidere quale etichetta attribuire al proprio contenuto grazie alla funzione offerta dalla piattaforma.374 L’analisi di queste reti semantiche porta comunque a dare conferma di quanto Violi (1997)375 già descriveva a proposito del “linguaggio mentalese” e della sua struttura associativa: si è provata una maggiore co-occorrenza delle parole appartenenti allo stesso campo semantico e dunque la riconferma che un campo semantico possa essere osservato come un micro universo narrativo; che i collegamenti più consueti rientrano nei casi di coppie oppositive e tendono a essere nella stessa classe di di parole o parti del discorso (es: nomi con nomi). Ed è possibile affermare che queste ricerche abbiano ribadito la definizione di rete semantica di Violi (1997) come: mezzo per rappresentare un insieme ampio di concetti interconnessi, usati per l’intelligenza artificiale, in modo che un computer possa avere una facile accesso alle info contenute nella rete In questo senso i legami fra nodi sono tra loro in relazione in tre modi diversi: sovraordinazione (essere sovraordinato di); proprietà (essere proprietà di), inclusione (essere parte di). Il campo di ricerca attualmente più florido risulta essere quello relativo ai dialoghi tra le persone in Rete, soprattutto per l’evoluzione delle metodologie semiotiche grazie al supporto della netetnography. Attraverso infatti l’osservazione partecipante, Vittadini N. (2009) Semiotica dei nuovi media, voce in Bettetini G. (2009) Storia della semiotica, Carocci P. Calefato, Il testo interattivo: dialogo, comunicazione, “forward” in N. Vittadini (a cura di) Dialoghi in rete, Comunicazioni Sociali 1/2002. 373 Cattuto C., Loreto V., Pietronero L. (2007), Semiotic Dynamics and Collaborative Tagging, «PNAS», vol. 104, n. 5, 2007, pp. 1461-1464. Si veda anche Luc Steels: L. Steels, Semiotic Dynamics for Embodied Agents, «IEEE Intelligent Systems», 21 (3), 2006, pp. 32-38. 374 Locatelli E. (2011) Semitoica e Web 2.0, in Bettetini G. (a cura di) Storia della semiotica, Carocci, Roma 375 Violi, P. (1997), Significato ed Esperienza, Bompiani, Milano, p. 125. 372 371 88 infiltrazioni o field mimetici, è possibile analizzare cronologicamente dibattiti e commenti e l’evoluzione stessa del senso relativo a tematiche precise. Affiancando le ultime tecnologie in fatto di Sentiment Analysis, la semiotica può qualificare la produzione di senso e come questa viene articolata nell’interazione, può osservarne le tendenze fino alla nascita di risemantizzazioni. Superare la prassi della clusterizzazione adottando un punto di vista narrativo, raccogliendo e destrutturando quelle storie che orientano atteggiamenti e comportamenti, atti a definire non uno stile predefinito, ma forme di vita intese come “modi con il quale il concetto contenuto in una tendenza si espande ed entra nell’uso quotidiano andando a ridefinirne spazi e applicazioni” (Ceriani, 2007)376. In questo senso, concentrarsi sulle forme di vita “istituzionalizza nella vita quotidiana quella che potrebbe essere altrimenti confinata come pratica” (Ceriani, 2007)377 e permette di comprendere abitudini e modalità interpretative prima chiuse in circoli ristretti. Come osserva Ceriani (2007), “se c’è discorso, c’è narratività; se c’è enunciazione, c’è enunciato”378. I sistemi digitali, presupposta l’interfaccia che già implica alcuni livelli di enunciazione e dunque enunciato, e sviluppa già determinati discorsi e dunque narrazioni, permettono di renderli impercettibili per agevolare la strutturazione di nuovi discorsi, narratività, enunciazioni, enunciati. Lo studio di questi è punto di partenza per una semiotica che studia gli effetti di senso di una piattaforma digitale, specialmente se questa piattaforma si compone dalle interazioni umane, dunque crea il suo valore dallo scambio sociale che si manifesta in tutto e per tutto in scambio comunicativo. La sociologia ne quantifica le ampiezze e ne calcola le statistiche di questa rete di scambi e di connessioni, la semiotica si occupa di osservare la piattaforma e tutto il contenuto che prende forma tramite essa come discorso, dunque narrazione, enunciazione, enunciato. Come anche Leone afferma: “la socio-semiotica dei social network non sarà nodale ma testuale. Oppure non sarà” (Leone 2011), il punto di partenza è il testo, scambiato, mutato, creato, omesso, inteso come contenuto, inteso come discorso. Ma la semiotica nell’analizzare questa evidenza testuale, non abbia il timore di comprendere il sistema entro cui queste evidenze si installano, nè si nasconda nel dirottare i suoi discorsi sulle nuove modalità linguistiche quando Facebook testualizza nuove modalità di esistenza individuale, testualizza la corrispondenza tra azioni sviluppate su Facebook e proiezioni del sè rispetto alle relazioni sviluppate con l’Altro. Sia il sistema sia l’Altro tracciano dei vettori, delle direzioni da percorrere di tipo reticolare o a griglia, o lineare, o sequenziale. Se iniziamo a pensare che questa programmazione narrativa inizia già nella logica di struttura delle interfacce, il voler separare il mondo del contenuto dal mondo del contenitore risulta poco intelligente. Non esistono sistemi che adottano una struttura piuttosto che un’altra in modo esclusivo, ognuna però nel combinare programmazione 376 Ceriani, G. (2007), Hot spot e sfere di cristallo. Semiotica della tendenza e ricerca strategica, Franco Angeli, Milano 377 Ceriani, G. (2007), Hot spot e sfere di cristallo. Semiotica della tendenza e ricerca strategica, Franco Angeli, Milano 378 Ceriani, G. (2007), Hot spot e sfere di cristallo. Semiotica della tendenza e ricerca strategica, Franco Angeli, Milano 89 narrative lineare-sequenziale, a griglia, ad albero, o a rete (Cosenza 2004)379 presuppone uno schema narrativo complessivo e complesso. Se poi osserviamo che ogni struttura richiama una condivisione enciclopedica con il Destinatario diversa e, a livello enunciativo, una corrispondenza con un certo tipo di contratto di lettura con il proprio Enunciatario, riferendoci a quelli descritti da Veron (1983, 1985)380, allora vediamo non solo un discorso e la sua narratività, ma anche l’enunciazione con dentro il suo enunicato. La struttura lineare per esempio non richiede nessuna conoscenza pregressa e viene usata per guidare il lettore (l’Enunciatario) in un percorso prestabilito, durante il quale acquisisce determinate informazioni (determinate dall’Enunciatore) e allo stesso tempo si abbandona ad esso. Un modo di stabilire un contratto di lettura che Veron descriverebbe di tipo pedagogico. Quella a griglia, di tipo oggettivo, è di fatto indicata per un Destinatario che già conosce l’area semantica di appartenenza del sito o del programma e in autonomia può decidere come interagire, grazie alla totale trasparenza della struttura e nessuna strada tracciata a priori. Quella ad albero passa dal generale al particolare, presuppone una condivisione del punto di vista ma anche un’esclusività tematica, dunque un certo tipo di confidenzialità che si basa su un contratto di fiducia preposto dall’Enunciatore da parte del proprio Enunciatario, che si trova accolto nelle sue intenzionalità ma anche nei suoi interessi tematici, può scegliere seppur affidandosi. Infine quelle a rete è tra le logiche di struttura la più libera, il percorso narrativo di fruizione si mostra svincolato dall’intentio auctoris, promette di far scegliere soggettivamente e come interagire in totale autonomia. In realtà spesso un punto di osservazione esclusivo e poche indicazioni circa la totalità informativa, tipica di un contratto di lettura complice, creano la necessità di continue conferme e di messa in discussione costante, dunque una forma dialogica particolarmente intensa tra interfaccia e individuo, dunque tra Enunciatore, che si rende indispensabile e inclusivo ed Eunciatario, che accetta un contratto di fiducia fortemente vincolante. E questo è il contratto di lettura della Rete, e un patto di fiducia che si costruisce su un “noi” di base, già solo sulla base della struttura che propone. Certamente per affermare un contratto di lettura a livello di enunciazione si potrebbe obiettare che è necessario trovare marche di distanze e marche di complicità più articolate, ma l’effetto di vicinanza inizia già a essere ampliamente stabilito dall’inclusione del puntatore, dall’immediatezza e continuità dei feedback della macchina, dall’illusione di condivisione temporale e così via, tutte marche, di certo non verbali, ma che totalizzano il contratto di complicità con qualsiasi “cosa” in grado di mantenere opaca e ovvia questa macchina della significazione. E che vengono confermate o deviate da altri meccanismi che via via si instaurano nella relazione di scambio comunicativo. Cosenza G. (2004) pag. 107-111 Véron E. (1983). Quand lire, c'est faire: L'énonciation dans le discours de la presse écrite, Sémiotique II, 33-56. Paris: IREP; Veron E. (1985). L'analyse du contract de lecture: Une nouvelle méthode pour les études de positionnement des supports presse. In Les médias: Expériences, recherches actuelles, applications, 203-230. Paris: IREP. 380 379 90 Per lo studio di Facebook come fenomeno sociale totale, è necessario attraversare diversi livelli di pertinenza in grado di comprenderne sia l’architettura sia gli effetti tra le relazioni personali e le dinamiche che permettono di mantenerle. Cosenza osservava381 quanto le interfacce proponessero dei programmi narrativi costruendo delle sceneggiature comuni delle interazioni382 degli utenti con il sistema descrivendole analiticamente come storie383 e, dunque quanto in fondo: le strutture semionarrative di Greimas possono infatti essere utili a esplicitare e descrivere in modo organizzato e consequenziale i ruoli e le relazioni di persone, cose, azioni, scopi, mezzi nelle sceneggiature comuni384 In questo senso l’osservazione che più ci torna utile in questo momento è che, un’interfaccia e in generale un progetto digitale: ha tante più probabilità di essere efficace, quanto più è accurata e analitica l’esplicitazione delle storie e delel sceneggiature comuni in cui dovrà essere inserita.385 Sono assunzioni implicite dettate da variabili culturali, sociali storiche, macro e micro-contestuali complesse a tal punto che se si volesse creare un modello fedele si ritornerebbe al già citato Paradosso di Bonini, illegibile quanto la realtà stessa. Non è detto che sarebbe inutilizzabile però. L’efficacia di un sistema digitale si dimostra nel sua essere esponenzialmente adottato e utilizzato da un numero sempre più crescente di persone, finchè ovviamente non si sviluppa uno strumento più efficace, rispetto agli obiettivi che si pone. Un sistema di ricerca per esempio propone uno schema narrativo molto semplice, si potrebbe dire un Programma Narrativo elementare che si attualizza nella semplice Congiunzione di un Soggetto al suo Oggetto (di ricerca). In quanto attante aiutante, il sistema più facilita questo cambiamento di stato più risulta efficace. In termini di tempo, di coerenza, di pertinenza, e di semplificazione nella selezione del risultato ottimale. E’ chiaro dunque perchè Google è ad oggi il principale motore di ricerca riconosciuto e usato a livello mondiale. Facebook si propone invece di: Facebook ti aiuta a connetterti e rimanere in contatto con le persone della tua vita. Imposta il te come Soggetto sul piano del fare, le persone della tua vita come Oggetto a cui congiungersi, dunque presuppone un momento di Competenza che richiede prima di tutto di trovarle, e poi di Performanza nello stabilire la connessione. Ma oltre a sviluppare un Programma Narrativo elementare, va oltre e presuppone anche un Percorso Narrativo completo, sviluppando anche il piano dell’Essere. Infatti oltre a connettersi, di fatto programma d’uso, Facebook in quanto aiutante (più manfestato di così) aiuta anche a rimanere in contatto, dunque sviluppare continuità e reiterazione, attraverso quelle dinamiche che permettono di relazionarsi sul lungo periodo con le persone, in modo da riconoscer loro lo status di “persone della tua vita” ed essere a Si veda 2.1 Riprendendo la definizione di Eco U. (1979) le sceneggiature comuni sono le descrizioni di una situazione tipoca, standard, ordinaria e stereotipata, dunque condivisa in una certa cultura in un dato momento storico. 383 Cosenza (2004) pag. 74. 384 Cosenza (2004) pag. 74. 385 Cosenza (2004) pag 74. 382 381 91 propria volta riconosciuto e dunque sanzionato implicitamente come “persona della loro vita”. Uno scambio reciproco possibile solo nell’interazione e nella condivisione di un Percorso Narrativo analogo. Soffermiamoci ancora, perchè rimanere in contatto pertiene alla continuità, tratto semantico ripreso isotopicamente attraverso l’uso di vita. Dunque il programma di base è centrato su questa continuità, non parla di divertimento, non parla di informazione, non parla di come mantere questa continuità. Cosa che invece fa nella versione inglese: Facebook helps you connect and share with the people in your life. Prima di procedere, è chiaro quanto sia imprescindibile il valore aggiunto di un’osservazione che parta dallo schema narrativo nel suo complesso, e nella sua complessità, per poter integrare l’analisi testuali fino ad ora sviluppato senza alterarle, ma ampliandolo di nuova sostanza. Un insieme di effetti di senso a catena che rappresentano il macrouniverso di Facebook, selezionatore di forme di vita dapprima privilegiate e poi standardizzate. Procediamo con ordine e percorriamo gli utlimi studi sul contenuto, per poi addentrarci nella peculiarità degli strati di articolazione del senso di Facebook e delle sue implicazioni sulla realtà sociale degli individui. 2.2.1 Il sito da cornice di significazione dell’azione a modello enunciativo multiprospettico Per Volli un sito è prima di tutto un abbattimento della gerarchia metatestuale, perchè permette di inscrivere all’interno della sua cornice che detta regole di navigazione e intervento. Una sorta di “metasegno alla Barthes o di peritesto alla Genette” (Volli, 2003)386. Oltre ad essere analizzati come testi plastico/figurativi387, o come oggetti d’uso seguendo la teoria delle affordances di Eco (1997)388, Volli evidenzia che la 386 Volli U., (2003) Azioni e tipologie di siti, Versus 95/95/96, Quaderni di studi semiotici, gennaio-dicembre 2003 387 E dunque sviluppando l’analisi a partire in particolare dei codici utilizzati (cromatici, eidetici, topologici, compositivi) fino alla loro articolazione semisimbolica, e i giochi enunciativi e narrativi che si concentrano su questa dimensione. Si possono vedere alcuni esempi in Polidoro P. (2003) Teoria dei generi e siti Web, Versus 94/95/96, Quaderni di studi semiotici, gennaio-dicembre 2003, pagg 313 a seguire, che analizza il livello verbale, visivo e pragmatico; o Cosenza G. (2004, Semiotica dei nuovi media, Editori Laterza, Milano, pagg130 e seguenti), che osserva la composizionedel sito in quanto testo sincretico (codici visivi, verbali, sonori), strategie enunciative (rispetto ai contratti di lettura di Veron, le marche simulacrali fino al lettore modello nelel sue competenze enciclopediche), strategie narrative (traslate in linguaggio marketing, dove le gearchie di valori-destinante, determinano l’utente-soggetto a un obiettivo-oggetto di valore, per sconfiggere determinate difficoltà-opponenti, in cui il sito può rivelarsi d’aiuto-aiutante) e le coerenze isotopiche che tirano le fila del progetto. La prospettiva di Ferraro G. (1999, La publbicità nell’era di Internet, Meltemi, Roma, pagg. 119 e segeunti) invece, segue il filone della comunicazione in Rete, nella forma dei banner e dei siti aziendali. 388 Il termina indica le proprietà reali e percepite delle cose materiali, le proprietà fondamentali che indicano naturalmente come sia possibile verosimilmente usare l’oggetto (es.: il vetro è per guardare attraverso, una sedia invita alla seduta, una maniglia alla presa ecc..). L’affordance offre perciò forti suggerimenti sull’utilizzo di un oggetto. Si veda nel dettaglio Eco U. (1997) Kant e l’Ornitorinco, Bompiani, Milano. Già Gibsone nel 1979 ne parlava come “un affordance non è nè una proprietà soggettiva nè una proprietà oggetiva; oppure, se volete, è tutte e due le cose. Una affordance taglia di traverso la dicotomia del soggettivo e dell’oggettivo, è in egual misura un fatto dell’ambiente e un fatto del comportamento.” (Gibson, 1979 , The Ecological Approach to Visual Perception, Boston, Houghton Mifflin p.129). Bozzi ne parlaò come “carattere di invito – ma estensivametne anche di repulsione – usato da Kurt Lewin per indicare le valenze positive e negative che connotano gli oggetti dell’ambiente e guidano il comportamento” (Bozzi, 1990, p.104, Fisica Ingenua, Garzanti, Milano). Violi (1997) le descrive come “l’insieme di 92 caratteristica centrale dei siti è quella della spazialità, che implica metafora di movimento intratestuale, ma azione in termini extratestuali. E’ metafora di movimento perchè tutte le accezioni che riconducono la Rete o un sito all’idea di spazio sono metaforiche e l’unica fisicità empirica dello spazio di Internet che si osserva nei server di certo non corrispone all’idea di rete a cui siamo abituati (Volli 2003, Barone 2003)389, quella di nodi e collegamenti dai lievi rimandi sociologici. Sono effetti di senso, che insieme alle figure legate al tempo permettono di determinare accellerazioni, velocità, traiettorie, dinamiche, un prima e un dopo segnati da un durante di attese seriali390 di un mondo raccontato attraverso strategie di ripetizione e pratiche di replicabilità391. E’ un tempo che si rivela come “sincresi tra l’ordine temporale interno al mondo testuale e l’ordine temporale interno al mondo extratestuale” (Barone 2003)392, sia quello della struttura digitale, sia quello empirico dell’individuo. Che come conferma Volli, ha “la la capacità di introdurre aspettualità all’esterno del testo” (Volli 2003)393. Se riportiamo il movimento al cambiamento (Violi 1996)394 in prospettiva generativa (Barone 2003)395 e la fruizione in termini di costruzione di un percorso narrativo, i siti stabiliscono i collegamenti intermedi in senso progettuale, che ne regola le possibilità e le modalità di transizione tra un nodo e l’altro. In questo senso si può parlare di navigazione intesa come esplorazione, con movimenti continui, o come tessitura, con movimenti discontinui (Zinna 2002)396. Ma questi regimi di navigazione creano traiettorie di movimento, intese come evocazioni di movimento, più che “figure che questi punti formano in un luogo che si presume sincronico o acronico” (De Certeau 1990), che non tracciano i movimenti ma attivano le molteplicità della struttura in cui si è inscritti. Molteplicità che presuppongono posizioni enunciazionali prima ed enunciative poi dell’individuo nella sue molteplici inscrizioni attanziali. Come ci conferma Ferraro (2003): Ogni atto di enunciazione è prima di tutto un gesto di embrayage nei confronti di una realtà semiotica che per sua natura si pone in prima istanza come collocata su un piano più valenze positive e negative che emergono nell’oggetto esperitononchè nei vari elementi di cui l’ambiente si compone, costituendosi come un sistema di attrazioni e repulsioni iscritto nel mondo” Osserva che attraverso le affordnace “in questo senso le posizioni usuali di soggetto e oggetto risultano spostate e radicalmente riformulate; gli organismi non proiettano su di un modno esterno e oggettivo complessi di esperienze sensoriali o emotive private, ma piuttosto tutte le entità distribuite nel mondo sono legate da relazione e rapporti con tutti gli altri oggetti, alcuni di questi essndo portatori di affordances per altri” (Violi, P. ,1997, Significato ed esperienza, Meltemi, p. 344). 389 Volli U., (2003) ibidem; Barone C. (2003) Forme del movimento in ambienti virtuali tridimensionali, Versus 95/95/96, Quaderni di studi semiotici, gennaio-dicembre 2003. 390 M. P. Pozzato - G. Grignaffini (a cura di), Mondi seriali. Percorsi semiotici nella fiction, Link Ricerca, RTI, Milano 2008. 391 Secondo l’accezione di mberto Eco in Eco U. (1985) L’innovazione nel seriale, in Id., Sugli specchi e altri saggi, Bompiani, Milano, pp. 127-142. 392 Barone C. (2003) ibidem, pag. 38. 393 Volli U. (2003) Tempo esterno e tempo interno ai testi, in AA.VV. La realtà dell’Immaginario, Vita e Pensiero, Milano. 394 Violi P. (1996) La spazialità in moto. Per una semiotica dei verbi in movimento, in Versus 73/74, Quedrni di studio semiotici, pag. 100. 395 Barone C. (2003) ibidem. 396 Zinna A. (2002) L’invenzione dell’impertesto, in Docuemnti di lavoro, Centro internazionale di Semiotica e Linguistica, Urbino. 93 astratto e collettivo, separata dal piano dell’enunciazione, dunque in posizione di débrayage.397 Osservazioni che valgono per quanto concerne un sistema digitale ma di fatto anche nell’analisi dell’esperienza diretta, come osserva Volli (2007): Nondimeno, [nda: l’attribuzione di passioni, esperienze, volizioni] si tratta di un effetto di senso che presuppone produzione semiotica.. Ai soggetti coinvolti in varie forme di discorso, dal punto di vista semiotico, deriva evidentemente da una loro posizione narrativa, che si tratti di quel che Eco chiama “narrativa artificiale”, cioè finzione vera e propria, o di una narrativa “naturale” 398, cioè storico-giornalistica, o infine di quell’attività narrativa inconsapevole e continua con cui noi diamo senso al mondo e a noi stessi e che può essere identificata nell’attività della coscienza, come sostengono anche illustri riduzionisti come Dennet ed Edelmann. Almeno in teoria la semiotica ha capito che questi aspetti erano dipendenti da condizioni linguistiche (e dunque culturali e non antropologici nel senso fisico, innati o “naturali”) e da programmi narrativi e ruoli tematici standard (ancora una volta culturali, variabili nelle diverse società). L’esperienza da questo punto di vista [nda: semiotico] ci appare essenzialmente come una particolare forma di embrayage attanziale per definizione successiva a un débrayage, in cui la posizione della narrazione si identifica alle passioni dell’attore, non assumendo semplicemente una focalizzazione interna (per usare i termini di Genette) ma sforzandosi di farsi intima, affermando implicitamente una posizione interna al personaggio in qualche modo più o meno marcato. Pur va detto che si tratta di posizioni narrative, di effetti di senso, della costituzione di stili di enunciazione, e non di qualcosa di semplice, diretto e vero come vorrebbe la coscienza naturale. Infiniti esperimenti su illusioni ottiche, interferenze fra conoscenze previe e percezioni, riscritture dei sogni, testimonianze di eventi ecc. confermano la necessità di un’estrema cautela, fino al limite della diffidenza, nell’accettare le pretese verità esperienziali. [...] Noi dobbiamo saper veder in ogni pretesa di cogliere l’esperienza altrui (e in definitiva anche la propria) un gesto narrativo soggetto per sua natura a un debrayage, che deve essere analizzato con tutto il distacco riservato ai testi di finzione. Il che significa relativizzarla, coglierne la dimensione culturale, de-naturalizzare anch’essa.399 Si inizia a delineare uno schema dei incassi enunciazionali/enunciativi che permettono la descrizione a livello globale dell’impianto di senso messo in atto e dell’inclusione del destinatario attraverso i suoi spostamenti e le sue azioni. Continui cambiamenti che creano passaggi da un enunciato giuntivo (uno stato del prima) all’altro (uno stato del dopo) attraverso la discontinuità (azione intermedia) attuata dal fare programmato che diventa empirico se accettato dall’individuo. Il sistema crea dunque degli innesti di debrayage virtualizzanti, l’utente accoglie dunque attualizza questi innesti in un’azione di embrayage attanziale, enunciando ed enunciandosi. E percependo, dunque intimamente vivendo, in ciò una sua intenzionalità e un certo grado di responsabilità. Ferraro G. (2003) La sfida di Internet al concetto di testo, Versus 94/95/96, Quaderni di studi semiotici, gennaio-dicembre 2003, pag 102. 398 Eco riprende la nozione di narrativa naturale e atrtificiale di Van Dijk (1974) Models of Macro.Structures, Mimeo, citato da Eco U. (1979) Lector in Fabula. La cooperazione interpretativa nei testi narrativi, Studi Bompiani, Milano, pag. 69. 399 Volli U. (2007) E’ possibile una semiotica dell’esperienza?, in Marrone G., Dusi (2007) “Narrazione ed Esperienza”, Meltemi. 94 397 Ma come osserva Volli (2003), esistono degli “scontri tra programmi narrativi enunciativi ed enunciazionali”400. Queste posizioni attanziali enunciazionali ed enunciative, che diventano discorsi dunque narrazioni, si incassano in narrazioni tra loro in relazione. A volte sono parallele, spesso sono propedeutiche alle altre, altre conseguenti. Come districare questa complessità? Volli nella sua analisi (Volli 2003, Azioni e tipologie di siti) manifesta l’esigenza di strutturare una tipologia dei siti sulla base delle strategie e modalità enunciative per estrarne “delle figure che caratterizzano lo stile dell’emittente” e aggiungiamo noi dell’emissario. Rifacendosi a Culioli (quattro modalità enunciative: assertiva, modale, valutativa, relazionale) e Veron (1990, pedagogica, oggettiva, confidenziale, complice), il modello proposto da Volli, osserva i “caratteri salienti, le asperità, dei tratti di identità delle comunicazioni (Fouquier, Veron 1986)”. Tra le figure che organizzanto la rappresentazione dell’emittente e del ricevente, ovvero le “strategie testuali” di Eco, Volli seleziona sei figure differenti, che si ricostruiscono a partire dai codici espressi nella manifestazione dei siti: - figure d’allocuzione: specificano i rapporti tra emittente e ricevente costruito (relazione pedagogica, ludica, connivente, persuasiva, ...); - figure di modalizzazione: rapporti tra emittente costruito e mondo costruito: entusiasmo o distanza esibiti dal locutore nei confronti del suo oggetto; - figure di implicazione: rapporto tra il mondo costruito e il lettore costruito, rapporti determinati dal testo, che implicano degli atteggiamenti descritti nel testo per i simulacri del ricevente, come: partecipazione, commozione, applausi del pubblico; - figure d’espressione: rapporto emittente con il suo messaggio (rivendicazione autoriale, pretesa artistica, gioco delle citazioni..); - figure di percezione: rapporto messaggio ricevente ( grado di interazione, grado di libertà interpretativa, ...); - figure della reappresentazione: rapporto tra messaggio e mondo costruito (realismo, rapporto notizia/commento). Al di là che sarebbe fruttuoso poter avere una schematizzazione delle occorrenze a livello di manifestazione che permettono di individuare le diverse figure, possiamo iniziare ad aggiungere quelle previste da Marmo (2003)401 sulla relazione tra enunciatore ed enunciatario (che rileva in Rete cinque contratti di lettura sulla base delle forme interpellative di prima, seconda, terza persona, riprese da Veron, 1983, 1985)402: - distanza indefinita: terza persona dell’enunciatore e terza persona dell’enunciatario, debrayage enunciativo, si presuppongono gli attanti senza 400 Volli U., (2003) Azioni e tipologie di siti, Versus 95/95/96, Quaderni di studi semiotici, gennaio-dicembre 2003 401 Marmo C. (2003) Instabile costruzione enunciativa dell’identità aziendale in rete, in Cosenza G. (2003) Semiotica e nuovi media, Versus 94/95/96, pp. 135-147 402 Véron E. (1983). Quand lire, c'est faire: L'énonciation dans le discours de la presse écrite, Sémiotique II, 33-56. Paris: IREP; Veron E. (1985). L'analyse du contract de lecture: Une nouvelle méthode pour les études de positionnement des supports presse. In Les médias: Expériences, recherches actuelles, applications, 203-230. Paris: IREP. 95 tracce manifeste. Possibile modulazione della distanza con il ricorso di verbi soggettivi, modi verbali non indicativi, aggettivi valutativi; - distanza istituzionale: prima persona per l’enunciatore e terza persona per l’enunciatario; proiezione nell’enunciato dell’Enunciatore (presa di responsabilità) e libertà di adesione per l’Enunciatario; - ammiccamento: terza persona enunciatore e seconda persona dell’enunciatario (interpellazione informale, ovvero diretta con anonimato distanziante), rappersentazione dell’Enunciatario; - prossimità: noi esclusivo dell’enunciatore che si confronta con un “voi” per l’enunciatario, realizzazione di un débrayage enunciazionale; - complicità: prima persona plurale “noi inclusivo” che comprende sia l’enunciatore sia l’enunciatario o prima persona che rappresenta l’enunciatario, rappresentazione di un débrayage enunciazionale in cui prende parola il destinatario. Queste figure permettono di formalizzare enunciatore ed enunciatario sulla base del contratto di lettura globalmente espresso dal sito e sulle dinamiche strutturali che vedono contrapporsi l’egemonia dell’autore sull’utente o viceversa le libertà dell’utente (Bettetini, Gasparini, Vittadini, 1999). Ovviamente per un social network questo è limitante, perchè la sua peculiarità è il contenuto prodotto dagli individui con e per gli individui, non con e per il sistema. Inoltre questo modello, in grado di dare una configurazione delle relazioni di questi programmi narrativi, dimentica però che questi sono programmi narrativi per l’appunto, dunque hanno uno sviluppo narrativo, che non può essere trascurato, soprattutto per un social network che innesta queste traiettorie di senso. Riprendiamo dunque il discorso sulla parte più social dei siti, e in generale del Web. Cosenza sviluppa la relazione che si instaura tra gli individui analizzando le relazioni reciproche degli uni con i simulacri degli altri e il modello di comunicazione umana che ne emerge (Cosenza 2008)403. In questo senso richiama gli effetti di inscatolamento, sovrapposizione, rimando reciproco, trasparenza e opacità di Marin (1994) e Bolter e Grusin (1999) per descriverne le relazioni in tre livelli di analisi: utente-macchina, utente-software, utente-interlocutori. Analizzando le strategie enunciative e narrative di YouTube, Cosenza osserva un rapporto non paritario tra sito e utenti, determinato da un’asimmetrica distanza pedagogica nelle figure di: selezioni verbali imperative (“broadcast yourself”), uso di terza persona istituzionale senza personificazione attoriale del brand, ruolo attanziale di destinante nella valorizzazione della performanza tra gli utenti (vota, i più votati, i migliori) che si traduce in un programma narrativo a livello pragmatico di sfida. Flickr invece (Cosenza 2008) adotta un tono di voce colloquiale, si attiva nel ruolo di aiutante non di destinante (non giudica, permette), si antropomorfizza (uso di foto dei suoi redattori). Cosenza osserva anche le pratiche di interazione (Cosenza, 2008: 148) attingendo dal metodo etnografico dell’osservazione partecipante in Rete (Corbetta 2003), per osservare l’uso effettivo dei siti da parte degli utenti. Gli effetti perlocutori determinati dalle libertà espressive del video determinano la creazione di vere comunità di opinione 403 Cosenza G. (2008, 2nda ristampa) Semiotica dei nuovi media, Laterza, Roma, pagg. 142, 144. 96 su YouTube, a differenza di Flickr, dove i commenti sono fatici o di natura poetica (Jackobson 1963)404. Anche l’organizzazione topologica (chiamiamola) dell’agendafeeds, organizzata cronologicamente in senso discendente, simile a quella di un blog, esalta l’aggiornamento piuttosto che lo storico, stimola all’azione più che alla contemplazione. Eppure sarebbe altresì interessante avere indicazioni sui codici che permettono l’identificazione di queste relazioni, non solo del sito ma anche dei discorsi che si strutturano all’interno di esso. Inoltre, essendo Facebook un connettore di individualità (secondo le sue regole) sarebbe utile osservarne anche l’installazione dentro il canale stesso, rintracciando anche figure che osservino le relazioni con il sistema/canale e messaggio, emittente, ricevente, mondo costruito. Infine, essendo il sistema su base narrativa, e presupponendo scontri tra programmi narrativi enunciativi ed enunciazionali, di nuovo non si osservano considerazioni su questa natura narrativa dei programmi. Ricavando lo schema narrativo di base, che instaura una valorizazione in senso globale, potremmo chiederci come questi programmi narrativi sono inquadrati localmente sulla base delle occorrenze prodotte e dunque quali sono le strategie attivate anche tra gli individui. In effetti come osservava Ferraro (2003)405, il dibattito sulla teoria degli ipertesti si è concentrata soprattutto sulla contrapposizione tra l’egemonia di destinazione dell’autore contrapposta all’egemonia di destinazione del lettore, formalizzando in concreto descrittivi di stereotipi dell’utente ideale più o meno vari a seconda delle pertinenze adottate. Ma fondamentalmente ora ci interessa analizzare quali sono i gradi di agency multiprospettici che strutturano un modello a rete (Ferraro 2003), più che tematizzare figure attanziali senza caratterizzarle della loro messa in relazione. Se possiamo chiederci quali sono gli scontri tra programmi narrativi enunciazionali ed enunciativi, dobbiamo anche chiederci qual’è il loro sviluppo narrativo. E se c’è uno sviluppo narrativo, c’è una narrazione a livello di sistema che ne regola le relazioni. Di quali molteplicità attanziali si devono osservare le dinamiche all’interno dello schema narrativo di base della struttura? Perchè ogni sito, in essere, presuppone una serie di tipologie di emissari diversi, o lettori modello, una molteplicità definita ma complessa. E a sua volta può presupporre una molteplicità di emittenti, o autori modello. Come si differenziano all’interno dello stesso microuniverso narrativo? In accordo con Ferraro, visto che l’attualizzazione in locale (nella produzione e fruizione di contenuti) non è mai di tutto il sistema, ma di una sua parte, ci chiediamo: quali sono le modalità di produzione testuale in cui il soggetto enunciante non controlla che a livello locale una porzione non propriamente rappresentativa di un disegno semiotico più ampio? Si raffigura chiaramente l’idea di un impegno di enunciazione diviso tra più soggetti e non riferibile a un progetto consapevolmente unitario, che porta a richiamare esattamente un modello di enunciazione a più voci (Ferraro 2003)406. Jakobson R. (1963) Essais de linguistique générale, tr. it. ( 2002) Saggi di linguistica generale, Feltrinelli Ferraro G. (2003) La sfida di Internet al concetto di testo, Versus 94/95/96, Quaderni di studi semiotici, gennaio-dicembre 2003 406 Ferraro G. (2003) La sfida di Internet al concetto di testo, Versus 94/95/96, Quaderni di studi semiotici, gennaio-dicembre 2003. 405 404 97 Da questo punto di vista è necessario definire gli scontri narrativi che motivano un modello di enunciazione a più voci, e in particolare le relazioni sovrasistemiche tra: - gli enunciati - gli attanti delle diverse narrazioni - le stesse enunciazioni narrativizzate Seguendo il modello a rete di Ferraro (2003)407 “nessun testo è pensabile se non fondandosi sulle sue relazioni con altri testi” e allo stesso tempo “l’identità di un oggetto semiotico si risolve nella rete di relazioni in cui esso si trova inserito”. Riprendendo i lavori di Levi-Strauss e di Geertz, Ferraro afferma che: La rete testuale è correlata al sistema o codice semiotico. [...] I collegamenti riscontrati nei testi sono la presentazione esplicitata delle connessioni che reggono il sistema semiotico sottostante.408 La relazione fra i testi però nel caso di un sistema digitale come Facebok si mostra anche orientata, rispetto al rapporto tra Soggetto e suo Destinante (o suoi Destinanti), dato che di fatto non si sta parlando solo di relazioni tra testi con testi, ma di testi che si relazionano con altri testi perchè messi in enunciazione da specifiche identità a sua volta entro specifiche culture (Ferraro 2003)409. Un testo persino ripetuto uguale diventa differente in una rete di rimandi differenti, rete che si essenzializza nell’enunciazione di quel testo, enunciazione che a sua volta presuppone un enunciatore e un enunciatario, e un embrayage attanziale dell’individuo in quel ruolo attanziale di enunciatore e allo stesso modo di enunciatario. Ruoli che a loro volta sono stati imposti da un debrayage attanziale di tipo narrativo determinato dal sistema, nel caso di Facebook perchè nel suo farsi struttura impone dei percorsi di significazione che mettono in moto il senso secondo la comune concezione generativa greimasiana. E’ possibile rintracciare questi percorsi di significazione nel testo scambiato che presuppone dei ruoli attanziali degli individui coinvolti e manifesta quelli scelti dall’individuo per sè stesso in rapporto al testo e al mondo? E per la figura dell’Altro in rapporto al mondo e al testo, se seguiamo il modello di Volli delle figure dell’enunciazione? In quanto debrayage attanziale di tipo narrativo, richiede una presa di posizione enunciativa di tipo narrativa, dunque si propongono ruoli attanziali ibridi come per esempio un enunciatore che si propone destinante, o un enunciatore soggetto o enunciatore aiutante che si rivolge all’enunciatario antisoggetto od oggetto di valore o destinante o aiutante. Ruoli ibridi che presuppongono nei loro atti di enunciazione un agency determinata dal tipo di relazione attanziale narrativa in situazione. Riavvolgiamo la matassa e riprendiamo il filo del discorso. Il problema è osservare la struttura da punti di vista diversi, e proporre una denominazione specifica per ogni livello di osservazione, onde evitare sovrapposizioni, polisemie, e in fondo confusioni. Seguendo il rapporto tra lo schema proppriano e i testi nella loro organizzazione concreta, si distinguono due punti di vista opposti e presupposti, quello globale e quello locale (Ferraro 2003)410. In questo senso i testi si rifanno allo schema 407 408 Ferraro G. (2003) ibidem, pag. 103. Ferraro G. (2003) ibidem, pag. 103. 409 Ferraro G. (2003) , ibidem, pag. 104. 410 Ferraro G. (2003) , ibidem, pag. 104. 98 proppiano come se fossero proiezioni locali di un’entità di natura globale, “come se i testi si generano nona partire dal basso, ma dall’lato, dall’esterno” (Ferraro 2003)411: L’atto enunciativo ogni volta rigenera e riattualizza un modello generale [...] per cui dobbiamo essere consapevoli che la struttura essenziale di quanto viene enunciato esiste là fuori, in uno spazio sociale e viene contingentemente convocata per dar vita a un suo occorrimento parziale, incompleto, in fondo marginale. [...] L’atto di enunciazione equivale a un gesto con cui il soggetto enunciante fa proprio un modello culturale. Istituire un link dunque (Ferraro 2003), è un atto di enunciazione che riferisce a sè qualcosa che ha là fuori una sua esistenza indipendente. Non è un andare verso qualcosa, ma un tirare verso di sè un modello culturale e farlo proprio (embrayage). Dunque costruire un sito è “una strategia di attrazione di oggetti semiotici” (Ferraro 2003)412. Scambiare un contenuto su Facebook è dunque tirare a sè una porzione di senso riferita all’esterno, farla propria e renderla parte della propria identità simulacrale. Ma allo stesso tempo attivarsi su Facebook è attirare a sè anche una porzione di senso riferita al sistema stesso di Facebook. E dunque rendere parte della propria identità simulacrale anche i valori che il sistema Facebook ha imposto, e agire in funzione di questi. In questi termini si inserisce il discorso di spazio inteso come spazio di azione. Sicuramente nel poter osservare autore e lettore modello non si può omettere quanto la spazialità di fatto implica un agire nei testi (Volli 2003), e dunque non sono più cooperazioni essenzialmente logiche come per un lettore”, ma bisogna ragionare in termini di “fare”. Ci sono diverse tipologie di azione elementari nei siti quali “introdurre testo, modificarlo, fare ricerche, calcoli, inviare informazioni, ...” che si basano sulle programmazioni narrative elementari date dalle interfacce che permettono di “posizionarsi sulla pagina, selezionare, trascinare, tagliare, incollare..”, di fatto “piccoli programmi narrativi che mettono in fila i gesti” (Volli, 2003)413. Sono ormai automatismi, materia dell’esistenza dell’essere digitale. La trama che inscrive l’individuo empirico nella società digitale grazie alle prime due operazioni di debrayage/embrayage attanziali, una gestuale ed essenziale (un essere), l’altra mentale e operativo (un fare). Continua l’ordito degli incassi enunciativi dove la fatticità ha già perso la sua egemonia in funzione di un’essenzialità. Automatismi abituali ma consapevoli in un processo di reciproche conferme che installano un patto di fiducia. I siti oltre a caratterizzarsi a livello funzionale come gli strumenti (Zinna 2004, Volli 2003)414 non sono testi chiusi ma impongono un far fare in grado di produrre effetti extratestuali, sono pertanto non solo testi ma proposte testuali di pratiche (Volli 2003). Inducono a diverse tipologie di far fare attraverso la loro organizzazione interna, le caratteristiche di leggibilità e usabilità, la funzione comunicativa (Jakobson 1963) prevalente, gli effetti enunciativi messi in atto, i codici manifestatati usati, permettendo di rendersi oggetti di valore per l’utente e predefinirne le diverse tipologie in funzione delle azioni in esso presupposte. Ferraro G. (2003) ibidem, pag. 102 Ferraro G. (2003) ibidem, pag. 102 413 Volli U., (2003) Azioni e tipologie di siti, Versus 95/95/96, Quaderni di studi semiotici, gennaio-dicembre 414 Zinna A. (2004) Le interfacce degli oggetti di scrittura. Teroa del linguaggio e ipertesti, Meltemi Editore, Roma, Volli U., (2003) Azioni e tipologie di siti, Versus 95/95/96, Quaderni di studi semiotici, gennaio-dicembre 2003 412 411 99 E’ possibile ipotizzare che un sistema multiprospettico come quello di Facebook, in cui la struttura debrayata implicita (quella dietro l’interfaccia) regola i ruoli attanziali e ne alimenta le funzioni embrayanti, attivi anche dei meccanismi in grado di regolare la pratica principale del sito, ovvero quella di far “rimanere in contatto con le persone della tua vita”. Se partiamo dal modello fenomenologico-linguistico di Sbisà, possiamo analizzare gli effetti di agentività proposti dal sistema, attraverso la presa diretta sulle scelte enunciative ed enunciazionali di ogni individuo nel suo trasmettersi agli altri. Sarà però necessario osservare questi stili comunicativi consapevoli che il linguaggio utilizzato da Facebook è un linguaggio ibrido, per sua natura sviluppa le peculiarità della scrittura e quelle delle abitudini orali, sviluppando forme di dialogo differenti e con stili predefiniti 2.3 La società sintetica In questa piazza415 dal nome Facebook, dove tutto può avvenire finchè si rispettino le regole, l’io semiotico si compone nella relazionalità con l’Altrui. Una relazionalità che si basa sullo scambio comunicativo di testi (link, video, letture), e sulla produzione dei testi stessi (status, commenti, ..). Un testo inteso come “artificio sintattico-semantico-pragmatico” ma anche come “sistema di nodi o di giunti a cui è attesa e stimolata la cooperazione del Lettore Modello” (Eco 1979)416. Un testo che attualizza dunque la relazione tra gli attori coinvolti nello scambio, una relazione implicita dentro l’enunciato e l’atto di enunciazione stessa. Essendo scambio, enunciati ed enunciazioni scambiati sono in relazione tra loro, all’interno di un programma narrativo comune. Essendo un ambiente multiprospettico di natura narrativa, perchè progettato e attualizzato nelle sue valorizzazioni d’uso, i programmi narrativi attuati sono ovviamente numerosi e a loro volta in relazione. Eppure si consolidano nella vetrina/bacheca/simulacro dell’individuo in cui si attivano quei nodi o giunti in cui è attesa e stimolata la cooperazione del proprio Lettore Modello, in questo caso di tipo collettivo e fornito di varianti enciclopediche piuttosto estese. Il simulacro dell’individuo, dopo una fase di assestamento, ha la peculiarità (come già è stato osservato nel capitolo I) di sviluppare una sua competenza nel creare il giusto equilibrio tra ribalta e retroscena, in modo da saper usare Facebook in quanto strumento secondo la sua intenzionalità, sapendo di condizionare relazioni esistenti ma mai da sviluppare reazioni inattese. Attraverso questo simulacro “equilibrato”, ponderato, di fatto programmato, intrattiene le proprie relazioni e crea un’idea del proprio sè nell’Altrui. Un’idea che, di nuovo, come abbiamo visto prima (Cap. I), si suppone essere deviata rispetto alla realtà, ma comunque ancorata nei tratti fondamentali qualitativi espressi all’individuo empirico. Dunque filtrata ma comunque verosimile, una narrazione in Per una descrizione del concetto di “piazza” e della sua tradizione nella costituzione di forme di gergalità, forme di stereotipie e manipolazioni del quotidiano si veda Calefato P. (2002), Il testo interattivo: dialogo, comunicazione, “forward” in Vittadini N. (a cura di) Dialoghi in rete, Comunicazioni Sociali 1/2002. In questo momento, consideraimo piazza in quanto “contenitore aperto in cui si ibrida il concetto stesso di gergo, si mescolano oralità e scrittura, stili colloquiali e sperimentazioni linguistiche, forme di interazione che creano intimità e divertimento, oltre ad avere una funzione comunicativa d’uso fondametnale” (Calefato, 2002). 416 Eco U. (1979) Lector in Fabula. La cooperazione interpretativa nei testi narrativi, Studi Bompiani, Milano, pag. 67 100 415 tutto e per tutto del proprio sè di tipo naturale (Van Dick 1974, in Eco 1979, in Volli 2007)417: C'est dans et par le langage que l'homme se constitue comme sujet; parce que le langage seul fonde en réalité, dans sa réalité qui est celle de l'être, le concept d' 'ego'.418 Se nella sua qualità di locutore, utilizzatore di uno strumento comunicativo quale Facebook è, l'individuo può essere considerato un'entità empirica oggettiva, nel suo essere narrazione di tipo naturale, bisognerà riconoscergli la capacità di rivestire la doppia funzione di attore sociale extra-linguistico incarnato in una soggettività e allo stesso tempo quella di essere linguistico e semiotico per definizione (Marsciani 1990)419, per cui la soggettività è uno degli effetti di senso del linguaggio, non il suo presupposto. In questa ultima accezione l’”io” e il simulacro da cui prende forma rinvia a una forma vuota di un ruolo che si determina solo, di volta in volta, in relazione con l'atto di enunciazione in cui l'enunciato si attualizza. Sia che esso sia esternato (uso facebook, scrivo qualcosa, o semplicemente vi accedo e mi installo) sia che questo sia intimo (penso di avere un profilo facebook e so che altre persone stanno interagendo con esso). Posizione vuota ma assolutamante regolata e imprescindibile, proprio perchè costitutiva, insieme alle altre del suo paradigma, del quadro presupposto da qualunque enunciato prodotto in esso e per esso. Ogni enunciato, ogni testo scritto o link scambiato, allestisce delle posizioni da riempire che presuppongono un “io” che a sua volta presuppone per sua stessa installazione un “tu”. Riportiamo un aneddoto persiano del IX° secolo evidenziato da Coquet (1984) e ripreso da Marsciani (1991) che orienta l’osservazione del rapporto tra io/tu e del senso di “amicizia”, particolarmente calzante per le nostre osservazioni: "Dopo avere digiunato sette anni nella solitudine, l'Amico andò a bussare alla porta del suo Amico. Una voce chiese dall'interno: - Chi è? - Io, rispose l'Amico. E la porta restò chiusa. Dopo altri sette anni passati nel deserto, L'Amico tornò a bussare alla porta. E la voce dall'interno domandò: - Chi è? L'Amico rispose: - Tu. E la porta si aprì.420 Eco U. (1979) Lector in Fabula. La cooperazione interpretativa nei testi narrativi, Studi Bompiani, Milano, pag. 69; Van Dick (1976), Philosophy of Action and Theory of narrative”, in Poetic 5; (1977-8) Text and Context. Expolorations in the Semantics and Pragmatics of Discourse, Longman, London , tr.it. (1980) Testo e contesto, il Mulino, Bologna; Volli U. (2007) È possibile una semiotica dell’esperienza?, in N. Dusi et. al. (a cura di), Narrazione ed esperienza. Intorno a una semiotica della vita quotidiana, Meltemi, Roma 2007, pp. 17-26. 418 Benveniste E. (1958) De la subjectivité dans le langage, ripubblicato in (1966) Problèmes de linguistique générale I, Parigi: Gallimardi, p. 259. 419 Marsciani F. (1990) Ricerche intorno alla razionalità semiotica,Tesi di Dottorato di Ricerca presentata al Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica il 28 febbraio 1990 e discussa con esito positivo il 17 settembre 1990 420 Coquet J-C. (1984) Le discours et son sujet, 2 voll., Parigi: Klincksieck, p. 18. 101 417 Se riconduciamo questo aneddoto all’oggetto in esame, il tu che apre le porte implica una definizione dell’io imprescindibile sovrapponendosi quasi all’idea delle coppie adiacenti di Sacks e Schegloff (1973)421, e infatti non per altro gioca proprio sulla dinamica domanda/risposta. Secondo l’interpetazione di Marsciani, una parabola sulla vera Amicizia secondo cui quel tu sottintende un: Io, che per ragioni di turno conversazionale sono stato il tuo "tu" quando mi hai chiesto chi ero, Io ora ti dico che intendo partecipare della tua identità, che intendo confondermi con te. Ma allo stesso tempo potrebbe confermare l’ipotesi che dinanzia a un enunciato non esiste Io senza Tu, e dunque che "chi ti parla non è 'io', bensì 'tu'; è il "tu" del tuo enunciato che ti risponde; io sono prima di tutto il Tu a cui ti sei rivolto". Non è questione di turni; di fronte a un'enunciato c'è un Io e c'è un Tu, non c'è l'uno senza l'altro: io sono quel Tu e tu sei quell'Io. E' l'enunciato stesso che ci ha determinati; te, ti ha fatto Io, me, mi ha fatto Tu. Rispondere "tu" manifesterebbe allora la riuscita di un digiuno, un digiuno di soggettività, e la traccia di quattordici anni di solitudine quasi ininterrotta in cui, fuori da ogni conversazione e scambio comunicativo, si è appreso nel puro ascolto della voce del mondo a non essere altro che Tu. La rilettura del claim di Facebook: “Facebook ti aiuta a connetterti e rimanere in contatto con le persone della tua vita” acqusisce una valenza di riconoscibilità e imprescindibilità dell’Altrui che suona come un grido di autoaffermazione prima di tutto. “Le persone della tua vita”, ruoli vuoti di senso fino alla lettura, vengono riempiti dall’atto enunciativo della creazione del proprio sè su Facebook, ruoli che fintanto vivono di vacuità non permettono di essere “Io” sulla piattaforma. E’ un innesto che si propone con una forza perlocutoria invadente, forza perlocutoria esercitata da Facebook in quanto enunciatore sul suo enunciatario, l’utente, il “tu” manifesto che installa l”io” Facebook. Forza perlocutoria che presuppone una dobbia valenza illocutiva, e dunque altre due forze questa volta illocutorie che attivano le condizioni di realizzazione necessarie affinchè Io e Tu si installino nella loro imprescindibilità. Da un lato il riconoscimento del ruoli di Facebook in quanto agevolatore, ma allo stesso tempo installatore e regolatore delle dinamiche relazionali stesse (il “tu” utente è a sua volta riconosciuto come “io” nella sua relazione con “le persone delal tua vita”); dall’altro il riconoscimento dell’individuo in quanto potenzialmente meritevole di una socialità e dunque, avente diritto di “connettersi e rimanere in contatto”, a patto di riconoscere Facebook nella sua posizione di Destinante intradiegetico in quanto enunciatore, seppur enunciato in posizione di Aiutante nella narrazione messa in scena. 2.3.1 La costituzione dell’”io semiotico” in Rete e su Facebook: influenze strutturali e percorsi di oggettivazione Quello che differenzia Facebook da altre modalità di interazione in Rete, è la dinamica di costruzione di socialità quale Oggetto di Valore primo rispetto a una minore densità di atti di solipsismo, come invece Mascio evidenzia nelle community text-based Schegloff E.A., Sacks H. (1973) Opening up closings. Semiotica, 8, 4, pp. 289-327; Schegloff E.A., Sacks H. (1974) A simplest systematics for the organisation of turn taking for conversation. Language, 50. 696-735. Si veda anceh Duranti A. (2005) Antropologia del linguaggio, Meltemi Editori, Roma. 102 421 in sua analisi (Mascio 2003)422. Per attivare questo processo di costruzione di socialità, il primo valore d’uso a disposizione è la costruzione della propria identità simulacrale, una costruzione prettamente narrativa e contrattata con l’Altrui e con la piattaforma come abbiamo accennato. Questa scrittura del sè risulta essere diversa a seconda del dispositivo mediatico usato, e non è paragonabile con quella attuata attraverso un blog ad esempio. Mentre un blogger parte dal presupposto e dall’intenzione di postulare una sua concatenazione di atti enunciativi in grado di strutturare un’idea del sè che segue determinate traiettorie di senso, abitualmente senza imposizioni e pre-definizioni determinate da soggetti esterni (la piattaforma di utilizzo o il layout utilizzato). A meno che in quanto blogger non si scelga di determinare questi tracciati in architetutture prestabilite, la cui scelta però rientra nella progettualità di questo “io semiotico”. Su Facebook questo processo è comunque contenuto in progettualità esterne. Di Fraia (2007)423 osserva che un blogger è autore consapevole e agente cosciente della costruzione della sua identità a tal punto da saper rispondere a “chi e che cosa si è”. Il blog personale (non parliamo di quelli commerciali o divulgativi) è in particolare un “ambiente psico-tecnologico ad alta valenza identitaria, estroflessione digitalizzata dei processi psicologici attraverso cui ciascun essere umano produce e riproduce costantemente la propria identità”. Ciò che induce un blogger a scrivere non è primariamente sviluppare o mantenere contatti con altri individui, ma un meccanismo di desiderio che parte dalla “pratica di scrittura del sè aperta agli altri”, attraverso un dispositivo in grado di contenere questa oggettivazione e diventare strumento di rilettura del proprio sè. Anche Facebook in questo senso, al di là della formalizzazione delle identità in incasellamenti presupposti, permette di sviluppare narrazioni del proprio sè, ma un sè comunque sociale, un sè proposto in relazione prima di tutto e leggibile dagli Altri, da chiunque altro all’interno della piattaforma proprio grazie a questa formalizzazione, che non richiede sforzi di comprensione nè proiezioni e per questo non necessariamente ancorato a livello psicologico, come invece è a livello sociale. Un ulteriore settore di indagine del Web 2.0 sviluppato dalla semiotica sottopone difatti ad analisi le descrizioni personali e questa pratica di scrittura del sè, per risalire non solo a caratteristiche sociodemografiche di chi scrive, ma soprattutto per evidenziare stili di vita emergenti e modalità di strutturazione della propria individualità in funzione delle influenze mediatiche o interazionali. Un esempio sono gli studi raccolti da Patrizia Violi e Cristina Demaria (2008)424 per l’osservazione degli stereotipi femminili e l’individuazione di schemi mentali determinati dalle stesse piattaforme o dalle modalità relazionali in Rete. In effetti l’idea stessa di pubblicare qualcosa, presuppone (Di Fraia 2007) un: 422 Mascio L. (2003) Le comunità virtuali text-based, Versus 94/95/96, Quaderni di studi semiotici, gennaiodicembre 2003, pag 162. Per Mascio, la mancanza di ritmo tra gli scambi all’interno della community è un elemento di manifestazione che permette di evidenziare “la mancanza di una dinamicità sociale e di un flusso discorsivo, elementi basilari della comunità virtuale”. 423 Di Fraia G. (2007), Blog-grafie. Identità narrative in rete, in Marrone G., Dusi N., Lo Feudo G., (2007), Narrazione ed Esperienza, Meltemi, Roma, pag.160 424 Demaria C., Violi P. (2008) Tecnologie di genere. teoria, usi e pratiche di donne nella Rete, Bononia University Press, Bologna, 103 mettere fuori, mettere in mostra, dal latino exponere, in modo riflessivo “esporsi” significa rendere visibili parti della propria persona che solitamente restano celati allo sguardo altrui, spogliarsi delle proprie maschere per offrirsi al giudizio altrui.425 Ma spesso queste stesse maschere e questo lavoro di estroflessione della propria identità sono determinati e tratteggiati dalle strategie attivate dagli strumenti stessi vengono usati per parlare di sè, determinando incosciamente le proprie competenze, le proprie abilità, le proprie idee. Le metodolgie adottate, seppur con un filo conduttore semiotico in comune, spaziano da analisi desk, a osservazione partecipante, a field mimetici. Vittadini (2008)426 per esempio analizza i ruoli rivestiti dalle donne migranti in Rete, negli usi, modalità, spazi agiti, enunciati, ritmi di presenza e osserva come le donne migranti si installino come soggetti trasmissivi attivi e come soggetti ponte passivi. Nel primo caso sviluppano un percorso attanziale come Soggetti del fare in topic appartenenti alla loro competenza enciclopedica e alla competenza enciclopedica della cultura ospitante (cucina, famiglia, abbigliamento), mentre nel secondo caso si fanno Oggetti d’uso attraverso le rappresentazioni in cui sono descritte, come offerta di dono e di mediazione negli ambiti a loro esclusi. In entrambi i casi veicolatrici di una transizione, e simboli della stessa mediazione culturale nella loro funzione di “depositarie della tradizione”. Le donne attive, in particolare, definiscono la loro identità in transizione nella stessa presa tecnologica, che implica alfabetizzazione e scollamento dagli ethnic media fruendo e interagendo in spazi neutrali. E’ la loro fase di Competenza, la dimostrazione della loro re-invenzione. Vittadini ci dimostra che i livelli di analisi da prendere in considerazione per osservare questa installazione identitaria all’interno della Rete necessitano di punti di osservazione differenti ma tra loro in relazione: rapporto uomo-macchina (accesso), rapporto uomo-interfaccia (fruizione), rapporto uomo-testo (inscrizione), rapporto uomo-uomo (interazione). Violi (2008) ritorna sui blog e la pratica del blogging, nella valorizzazione della reputazione attraverso la numerosità dei link (in modo da ottenere punteggi attivi per il PageRank di Google) e sullo sbilanciamento dell’attenzione sul piano dell’enunciazione, piuttosto che quella dell’enunciato: “più che i contenuti espressi, conta la figura dell’enunciatore, la sua autorevolezza, popolarità, reputazione” (Violi 2008: 192). Pari alla pagina di Facebook, è il simulacro della soggettività autoriale a destare interesse. Ed esattamente come Facebook, il suo Lettore modello è un complesso di possibilità: si compone dell’autore stesso, di gruppi ristretti di amici, ma anche della moltitudine di contatti “amicali” di fatto poco intimi. Fino (per coloro che non si preoccupano della privacy) alla “moltitudine potenzialmente aperta di tutti gli anonimi navigatori”(Violi 2008: 193). La differenza tra Facebook e blog è nella lunghezza degli interventi, cosicchè il “tempo di scrittura”, breve e volatile, diviene pertinente al senso del testo in modo diverso: il blog sutura immanenza nel momento in cui viene scritto, la lunghezza del testo determina la permanenza dell’autore in Rete, i commenti rapidi di Facebook e dai ritmi più incalzanti materializzano una presenza Di Fraia G. (2007), Blog-grafie. Identità narrative in rete, in Marrone G., Dusi N., Lo Feudo G., (2007), Narrazione ed Esperienza, Meltemi, Roma, pag.164 426 Vittadini N. (2008) Due volte “speciali”: donne migranti e tecnologie di genere, in Demaria C., Violi P. (2008) Tecnologie di genere. teoria, usi e pratiche di donne nella Rete, Bononia University Press, Bologna, pagg.101109. 104 425 continuativa o comunque di flusso, incostante ma reiterata. Se per un blog ogni post è una continuazione di una narrazione dell’essere in atto, su Facebook potremmo dire che è più una conferma di uno stato dell’essere, attraverso un continuo fare (sul lungo periodo). Se osserviamo in particolare alcuni casi limite (che approfondiremo nel Cap. III), si potrebbe dire che le due piattaforme permettono costruzioni del sè differenti. La pratica del blogging è una pratica di scrittura del sè maggiormente dinamica, si muove di più sulla creazione di nuove isotopie narrative, in grado di stimolare il lettore continuamente secondo una logica fidelizzante (un po’ soap opera). Quella del facebooking potrebbe invece essere maggiormente definita una pratica di scrittura del sè statica: impostate obbligatoriamente le isotopie narrative del proprio sè, socialmente adeguate, ovvero tra loro negoziate a livello di isotopie enunciative in modo da mantenere equilibrate i rizomi della propria identità (periodo iniziale di installazione), si cerca di mantenerle più che stravolgerle, presupponendo un ancoraggio con la quotidianità ancora più radicato, ai limiti del banale, o all’opposto evitando totalmente di parlare del proprio sè e di mostrare la propria intima esperienza. A differenza del blog che àncora con più facilità l’autore alla sua identità più intima, grazie anche all’opacizzazioni di presudonomi o avatar, su Facebook l’identità è sociale e questo non può prescindere. E l’identità intima è celata, o dal totale silenzio, o dal totale rumore, due facce della stessa velina censoria, potrebbe confermare Eco (2010)427. Lo studio di Cosenza (2008) permette di avvicinare una piattaforma di dating e le sue implicazioni strutturali sulla installazione identitaria dei partecipanti, come abbiamo accennato qualche paragrafo fa. Attraverso l’osservazione semiotica partecipante e la sua propedeutica osservazione analitica semioticamente orientata, emergono sceneggiature precise che irrigidite nella loro reiterazione dalla stessa user interface strutturano stereotipi di donne, uomini e tipi di relazioni legati al clichè dell’amore romantico occidentale428. Ci interessa questo studio perchè più di tutti dimostra quanto queste traiettorie di senso non solo richiamino presupponendoli alcuni tratti, ma soprattutto determinino e influenzino la percezione del proprio sè, fino a far essere individui reali in quel modo e dunque far agire secondo schemi prestabiliti, almeno all’interno della piattaforma429. Da dimostrare se le logiche strutturali della piattaforma analizzate investono anche la vita reale, comunque la prima vista ingenua di questo strumento di dating in quanto appunto, oggetto d’uso, viene stravolta aprendo una struttura di Destinazione implicita eppure determinante nelal costituzione delle relazioni tra individui. Come conferma Mascio “l’architettura comunicativa [ndr: dello spazio abitato] ha il compito di guidare le discussioni” (Mascio 2003)430. Eco U. (2010) Per una semiotica del silenzio, in Montanari F. (2010) Politica 2.0, Carocci, Roma Una breve sintesi, i principali tratti manifesti risultano essere nei codici: /anima gemella/ nell’headline della home page, la stilizzzione del cuoricino all’interno del logo, i questionari /Sono romantica?/ e /Per me il matrimonio è/, oltre che tutte le rappresentazioni iconiche di stampo fotografico (sutura all’effetto di realtà) di coppie eterosessuali congiunte e sorridenti. 429 L’analisi ha considerato un campione di descrittivi di persone con parametri sociodemografici eterogenei dal punto di vista dell’istruzione, età, genere, geolocalizzazione. L’indagine non ha potuto contemplare delle interviste faccia-faccia a persone iscritte a Meetic, possibile ampliazione dello studio per osservare gli effetti di queste costruzioni di senso al di fuori della piattaforma. 430 Mascio L’ (2003) Le comunità virtuali text-based, Versus 94/95/96, Quaderni di studi semiotici, gennaiodicembre 2003, pag 161. 428 427 105 2.3.2 Dall’io semiotico all’identità collettiva: enunciarsi ed enunciare per saldarsi ai valori in comune Sia le pratiche di scrittura e produzione, sia quelle di lettura e interazione sono così costituenti di simulacri di soggettività, soprattutto di quella soggettività usata come oggetto di scambio per la costruzione di un tessuto di relazioni, attraverso il fenomeno descritto da Violi di “vetrinizzazione della vita sociale” (Violi 2008). Grazie a questo fenomeno e alla scrittura soggettivata attraverso cui si accede a una socialità, è più facile che si affermino delle identità collettive intese come cerchie limitate di individui che reiterano convinzioni e posizioni simili, piuttosto che la costituzioni di comunità eterogenee entro cui i singoli si propongono in contrasto. Questo perchè è più facile costrituire un proprio simulacro in uno spazio che si riconosce come familiare, dove le dinamiche di valorizzazione attive nelle scelte linguistiche e comportamentali vengono riconosciute perchè riconoscibili, ovvero di fatto affini ai principi e valori del soggetto. E quindi controllabili e gestibili dal singolo. Dunque la ricchezza informativa tra pari, tra uguali, potrebbe in realtà essere un processo di emarginazione del diverso, in cui lo scambio intersoggettivo è uno strumento per mantenere al di fuori chi non può entrare, perchè non riconosciuto e dunque non accettato. E cristallizzare modalità di relazioni e convinzioni comuni. Un po’ meno “big conversation”, un po’ più infinite conversazioni confinate. Lo conferma la definizione di identità collettiva di Bagnasco (1999) riportata da Mascio (2003) nella sua analisi delle comunità text-based quali costituitve di identità collettive, ovvero identità di gruppo in cui l’Oggetto di Valore di base è la “ricerca dell’identico”, la ricerca e il riconoscimento cioè di altri soggetti con cui avere in comune qualcosa e in grado di far confuire le “identicità dei singoli” (Bauman 2000). Se osserviamo la definizione di Bagnasco (1999): parlare di identità collettiva significa andare a costituire “una problematica dell’identità che sostanzialmente riguarda i modi in cui gli individui definiscono la propria situazione, e si collocano all’interno di un campo simbolico, tracciandone dei confini. [il modo in cui] essi stabiliscono modi di selezionare e ordinare le proprie preferenze, come mantengono nel tempo i confini e le differenze fra sè e il mondo, trovando il senso di continuità del proprio essere sociale431 Definizione che non fa che confermare quanto scritto da Greimas (1976) a proposito di vizi e virtù della nostra società: La nostra società moderna porva piacere non a decodificare informazioni nuove o ad acquisire sapere supplementare, ma a riconoscersi nei testi che si sviluppano davanti ai suoi occhi e che decifra senza fatica [...] dunque il piacere delle cose trovate. Questa ridondanza di contenuti, che dà piacere proprio perchè ci rinvia un’immagine valorizzata di noi stessi, viene completata dalla ricorrenza delle forme.432 Si tratta di definire quali forme ricorrono, e rispetto a quali livelli di pertinenza, in modo da delimitare queste identità collettive in quanto testi, frastagliati rizomaticamente nelle loro superficiali manifestazioni nella Rete, ma al loro interno chiusi. Trovate queste forme ricorrenti (isotopiche?), è più probabile che un’analisi delle comunità o 431 Bagnasco (1999) Tracce di comunità, Temi derivanti da un concetto ingombrante, Il Mulino, Bologna, pag Greimas A. J. (1976, trad. it. 1991) Semiotica e scienze socaili, Centro Scientifico Editore, Torino 106 30, 432 delle relazioni in Rete permetta di indagare in modalità preventiva piuttosto che descrittiva. Rilevati gli Oggetti di Valore specifici per quella specifica identità collettiva, i ruoli attanziali e le dinamiche di relazione attanziali, allora il percorso narrativo ad essi presupposto diventa vettore di previsione per l’analista, a seconda del punto in cui questa identità collettiva è arrivata ad agire. Detto altrimenti, data la rilevazione di un’identità collettiva costituita in rete da una moltitudine di individualità, se ne osservano i codici, i comportamenti, le azioni, le modalità di installazione ed enunciazione, le tematiche e i frame in cui le individaulità si inseriscono, fino ad osservare le relazioni di potere interne ai frame stessi, incarnate nelle individualità. Relazioni di potere che a loro volta distinguono ruoli attanziali precisi, con i loro programmi d’azione e di comunicazione sottesi, che permettono di evidenziare motivazioni endemiche della collettività e dunque rilevare la struttura stessa, di tipo narrativo, che ne sottende. Se le stesse forme ricorrenti si rilevano in altri ambienti della Rete, si possono preventivamente analizzare trame di azioni, intrecci interattivi presupposti e già tracciati. Secondo questo punto di vista, appartenere a un’individualità collettiva è il punto di partenza per evidenziare percorsi individuali in rete che seppur autonomi, possono essere analizzati in via preventiva secondo gli schemi dell’identità collettiva di appartenenza. Dunque la partecipazione a una community, inteso come spazio web, non è il punto di partenza ma il punto di arrivo per un’individualità in cerca della sua identità collettiva, e dunque una ricerca sanzionatoria. Da qui il fatto di avere motivazioni d’uso sociali che portano in primo piano il racconto di chi parla invece che fondarsi sul cìo di cui si parla, come dimostra Mascio (2003) e molte altre analisi di communiti text-based, è conferma di quanto detto. Arrivare cioè a raccontare sè in modo intimo e colloquiale, ricevendo risposte in forma di consigli ma anche in forma di un passivo ascolto, significa aver ottenuto il proprio riconoscimento sociale (all’interno di quella collettività), sentirsi a casa ed essere accolto come parte del gruppo (non si fa così con i propri amici?). Mentre su un forum piuttosto che una community verticale questo percorso è temporale, e di solito ha un suo graduale sviluppo e avviene senza richieste esplicite, su Facebook soprattutto per i primi contatti è immediato ed esplicito. L’accoglienza di una richiesta di amicizia (rituale ora manifestato, un po’ come quando i bambini si chiedono se sono amici) appena ci si iscrive è dato per scontato, perchè si suppone di avere già instaurato una relazione fiscia ed empirica con le persone a cui si manda l’invito. E’ un approccio interessante perchè salta qualsiasi passaggio che regola convenzioni e mediazioni dell’azione sociale (Fasulo 1999)433. Per cogliere le dinamiche e i percorsi narrativi che transitano e si condensano in una community o in una rete di relazioni (dunque nell’individuo), bisogna essere in grado di osservare con il giusto grado di astrazione gli spazi di interazione e inseguire un percorso di analisi non incentrato sulla community ma sulle individualità che ne permettono l’esistenza, attraverso la creazione, la definizione tematica, l’utilizzo, la definizione identitaria. E’ un approccio che richiede di ritornare sullo stesso oggetto di studio più e più volte, almeno quattro: 433 Fasulo A. (1999) L’acquisizione della competenza conversazionale, in Galatolo R., Pallotti G. (a cura di) La conversazione. Un’introduzione allo studio dell’interazione verbale, Raffaello Coritna Editore, Milano 107 1) una prima volta come analista-desk, per osservare senza partecipare e di fatto usare la piattaforma e la community come testo da leggere, ovvero come suggerisce Mascio (2003) essere un soggetto passivo, per cui la community è un medium di riferimento o un met-medium. In questo senso: l’insieme dei messaggi è una macro-narrazione all’interno della quale si rintracciano una serie di micro-narrazioni che si avvicinano o allontanano dal topic principale della discussione. Due regimi d’uso: l’acquisizione di informazioni: voelr sapere; il controllo sul reale e sociale: il paicere di “guardare” che corrisponde a un voelr vedere senza essere visto (lurker). 2) una seconda volta come partecipatore passivo-lurker (Duranti 1997)434, in grado di cogliere le dinamiche relazionali e le consuetudini delle comunità e delle reti di relazioni in cui ci si inserisce, approfondire il percorso di apprendimento che porta alla competenza necessaria per procedere nell’inscrizione all’interno di questa identità collettiva; 3) una terza come partecipante attivo, secondo i principi dell’etnografia435 in modo da cogliere attraverso le proprie azioni la strutturazione del senso in situazione, attraverso la gestione delle controversie, la presa di posizione come soggetto riconosciuto e riconoscibile, i cambiamenti di footing (Coppock Violi 1999)436, la rottura di regole e ricalibrazione delle proprie posizioni nel rispetto della rete relazionale di appartenenza; 4) infine una quarta e ultima come partecipante completo (Duranti 1997)437, in grado di determinare regole comportamentali e descriverle a nuovi adepti, ma allo stesso tempo osservare in prima persona come altri utenti anonimi cercando di iniziarsi a questo percorso di inscrizione, quali motivazioni oltre il piacere di esserci, di esibirsi e di condividere informazioni li muovono a partecipare, come e quali forme e formalità ridondanti vengono prese a modello ed elevate a regole comportamentali, come evidenzia Mascio (2003): quando si passa dal parlare di aspetti generali a confrontarsi su questioni personali [...] dichiarazione implicita dell’installarsi di un patto di fiducia e di credenza reciproca. [...] la difesa della comunità significa anche l’assunzione del dover essere “veritieri” da parte di Duranti A. (1997) Linguistic Anthropology. Cambridge: Cambridge University Press, p.99. * Bianco C. (1988), Dall’evento al documento. Orientamenti etnografici. CISU, Roma; Cardano, (2003), M.Tecniche di ricerca qualitativa: percorsi di ricerca nelle scienze sociali, Roma, Carocci; Clifford, J. (1993) I frutti puri impazziscono, Bollati Boringhieri ; Corbetta, P. (1999), Metodologia e tecniche della ricerca sociale, Bologna, Il Mulino; Fabietti U.,(1999) Antropologia culturale. L’esperienza e l’interpretazione, Laterza, Bari; Piasere L. (2002) L’etnografo imperfetto. Esperienza e cognizione in Antropologia, Laterza, Bari; Gobo Giampietro, Descrivere il mondo (teoria e pratica del metodo etnografico), Carocci, Roma, 2001 436 Il cambiamento di footing – da Goffman, il termine designa l’allineamento conversazionale dell'interprete nei confronti dei parlanti principali - nel discorso in un ambiente virtuale distribuito dove ogni senso di appartenenza è intersoggettivaemtne costruito e materialmente instanzato permette di trattare alcuni problemi specifici delle conversazioni e interazioni. Proprio perchè in un tipo di ambiente di questo tipo specifico mediato tecnologicamente che facilita la comunicazione, l’interazione e la gestione delle risorse umane virtualmente e allo stesso tempo facilita processi simili di comunicazione, interazione e gestione delle risorse in ambienti non virtuali, sia localmente che globalmente, questo viene avvertito come un forte momento di rottura e dunque di messa in discussione di regole tacitamente condivise. Coppock P. J., Violi P. (1999) Conversazioni Telematiche, in Galatolo R., Pallotti G. (a cura di) La conversazione. Un’introduzione allo studio dell’interazione verbale, Raffaello Coritna Editore, Milano, p. 337 437 Duranti A. (1997) Linguistic Anthropology. Cambridge: Cambridge University Press, p.99. 435 434 108 chi vi appartiene e la scoeprta o il sospetto che qualcuno utilizzi “maschere” viene vissuta con gran ramamrico da parte di tutti.438 Stiamo proponendo un approccio analitico di tipo narrativo, con le varie fasi di Contratto, Competenza, Azione e Sanzione, non per diletto speculativo ma perchè crediamo essere l’unico in grado di cogliere l’aspetto narrativo stesso di questo genere di interazioni. Al di là della manifestazione più ingenua di una serie di rituali e motivazioni di utilizzo, siamo infatti convinti che solo il partecipare e vivere incondizionatamente il percorso esperienziale necessario a ricevere il momento sanzionatorio dell’accoglienza all’identità collettiva, riconosciuto con la messa in narrazione di un “io” e la corrispondente risposta di ascolto di un “tu”, possa dare una visione completa e allo stesso tempo circostanziata dell’oggetto di analisi. Soprattutto se già precedenti analisi hanno osservato delle routine di azioni in ruoli attanziali e ruoli attoriali, ruoli che tra loro però si interscambiano secondo un’apparente casualità (Mascio 2003), ma che potrebbero invece determinare processi di significazione proprio nei loro scambi e nelle loro interazioni. Ci distanziamo inoltre dal voler osservare le community in quanto “nodi”, in accordo con Leone (2011)439 un nodo altro non può che annodarsi e attorcigliarsi sempre più su se stesso, privandosi di ogni agentività e di ogni potenzialità. E nemmeno vogliamo osservare gli individui come “nodi”, pur essendo un groviglio di senso nella circostanza e dunque nel contesto di riferimento devono essere osservati secondo i loro ruoli attoriali e attanziali, seppur mantenendo il loro ancoraggio bio-psicologico. Dunque, ci poniamo nella condizione di strutturare una ricerca a tavolino fatta sul campo, andando un po’ contro o forse semplicemente prendendo atto dei limiti dell’una e dell’altra, quasi d’accordo con l’affermazione di Marrone (2001): potremmo dire che se nelle ricerche sul campo si trova inevitabilmente un lavoro a tavolino, viceversa nelle ricerche a tavolino si ha presente tutta l’ampiezza e la ricchezza del campo da analizzare.440 2.3.3 La quotidianità enunciata come atto sanzionatorio narrativo: verso le forme di vita E seguendo proprio le indicazioni di Marrone (2001) siamo d’accordo cn il suo approccio pragmaticamente testualista secondo cui tenere: separati l’analisi linguistica con quella dei fenomeni sociali è fuorviante, perchè è come se si ragionasse come se le persone che parlano quella lingua e le persone che vivono in quella società siano individui diversi, o quanto meno scissi al loro interno. I suoi utilizzatori devono essere invece considerati nella loro interezza di soggetti sociali che, parlando, agiscono nel mondo e agendo nel mondo, producono forma di significazion (tra cui quelle linguistiche).441 438 Mascio L (2003) Voci di donne nelle comunità virtuali, in Demaria C., Violi P. (2008) Tecnologie di genere. teoria, usi e pratiche di donne nella Rete, Bononia University Press, Bologna, pagg.214-215. 439 Leone M. (2011) Reti di nodi e reti di segni, E/C, in corso di pubblicazione. 440 Marrone G. (2001) Corpi Sociali, Biblioteca Einaudi, Torino. 441 Marrone G. (2004) C’era una volta il telefonino, Meltemi, Roma, p. 24 109 Esattamente come affermava Benveniste (2009)442 sul legame tra struttura della lingua e struttura della società, in cui non c’è univoca nè reciproca determinazione, quindi lo studio linguistico non è volto a trovare delle correlazioni strutturali sociali. Ma la lingua nasce in società e la società nasce dalla lingua. Dunque è impensabile studiarle separatamente. Ma non bisogna nemmeno ricondurre le analisi a una sorta di “semantismo sociale”, perchè l’evoluzione della società non corrisponde a quella della lingua, anzi spesso prima si evolve una società, poi muta il linugaggio o comunque: lo stato della società di una determinata epoca non sempre è riflesso nelle designazioni di cui essa fa uso, poichè le designazioni spesso sussistono anche quando i referenti, le realtà ddesignate, sono cambiati443 Alcuni affermano che la lingua è “specchio della società”, riflette la struttura e le sue peculiarità, è indice di cambiamenti. Ma le parole che noi usiamo, la selezione, non sempre configurano un nostro status sociale, i gerghi e le parole in sè possono essere semplicemente indotte dagli strumenti mediatici, prima fra tutti la televisione. E’ chiaro che in Rete si assite a una migrazione linguistica che porta in effetti, come osserva Calefato (2002): a nuovi generi discorsuali, a forme della testualità pluridimensionali, [la Rete ha] moltiplicato e “ibridato” i codici e gli usi speciali della lingua, generato nuovi gerghi, costruito una nuova “piazza” dialogica e polifonica.444 E’ meno chiaro se l’analisi delle tracce di questi nuovi gerghi e modalità linguistiche possa indicare nuovi “hotspot” come li definirebbe Ceriani (2007)445, ovvero microuniversi emergenti, capaci di far convergere verso di sè atteggiamenti e comportamenti”. La lingua e le innovazioni all’interno di essa sicuramente fungono da “sistemi di allerta” nel momento in cui si assistono a cambiamenti e mutazioni, bisogna però riconoscere che spesso questi mutamenti linguistici sono solo la punta di un iceberg di forme di vita emergenti, di fatto i concreti vettori di cambiamento. E non è neppure dato per ovvio che ogni nuova “rottura rispetto alla norma” si verifichi attraverso una mutazione linguistica, visto che la mutazione linguistica può essere più semplicemente un effetto dell’”insieme di commutazioni a catena di usi o derivati” (Fontanille, Zilberberg 1998)446 determinati dagli hotspots emergenti. Gli attrattori dunque non sono i mutamenti linguistici, ma le forme di vita che possono (ma non devono) sottendere. E’ dunque naturale oltre che necessario indagare stili e sperimentazioni linguistiche, per osservare come “gerghi delle comunità virtuali, da forum telematici alle chat line, si aprono a manipolazioni nel quotidiano” come suggerisce Calefato (2002), per oltremodo “comprendere la vitalità della linguua e dei suoi usi, ma anche, d’altro canto, per evidenziarne stereotipie e incrostazioni di senso sempre in Benveniste E. (2009) Essere di parola, a cura di Fabbri P., Mondadori, Milano, p. 102 Benveniste E. (2009) Essere di parola, a cura di Fabbri P., Mondadori, Milano, p. 104-105 444 Calefato P. (2002), Il testo interattivo: dialogo, comunicazione, “forward” in Vittadini N. (a cura di) Dialoghi in rete, Comunicazioni Sociali 1/2002, in rete: http://pcalefato.xoom.it/pcalefato/forward.htm 445 Ceriani G. (2007) Hot spots e sfere di cristallo. Semiotica della tendenza e ricerca strategica, FrancoAngeli. 446 Fontanille J., Zilberberg C., (1998) Tension et Signification, Editions Mardaga, Paris, pag 158 443 442 110 agguato”447. Le ricerche di Calefato ci permettono di riconoscere gli indicatori che realizzano modalità “abbassanti” sia della lingua che delle soggettività tra di loro (riportiamo un estratto): Se prendiamo in considerazione in particolare la comunicazione scritta via Internet nelle chat line, possiamo riconoscere come in essa proprio il modo di ricorrere a indicatori di vario genere realizzi modalità “abbassanti” sia della lingua che delle soggettività in comunicazione tra di loro. Questi abbassamenti si concretizzano in molteplici strategie. Innanzi tutto, l’uso della forma colloquiale diretta, che si realizza, ad esempio, in italiano attraverso l’uso del pronome confidenziale “tu” per rivolgersi all’altro o all’altra. Vi è poi l’uso dei nickname, delle maschere e dei camuffamenti, anche di genere e di età, con i quali si “entra” nelle stanze di chat e ci si autodesigna nella conversazione. Durante il dialogo, poi, è consueto il ricorso a segni come le “faccine” o le “emoticone” per sottolineare ironia, complicità, dispiacere, sberleffo, o altro; tali segni evocano la dimensione iconica del linguaggio e la corporeità nella parola, in un singolare uso degli aspetti paralinguistici nel testo scritto che contemplano anche un uso buffonesco e parodico dell’idea di corpo. I testi ricorrono poi frequentemente alle abbreviazioni, come per esempio ‘msg’ per ‘messaggio’, ‘cmq’ per ‘comunque’, ‘u’ per ‘you’, oltre alle più canoniche trascrizioni +, x, e –, al posto delle loro corrispettive espressioni lineari alfabetiche. In italiano, inoltre, è diffusissima in rete la sostituzione del ‘ch’ con il ‘k’, abitudine che segnala spesso l’età molto giovane dello scrivente. Tutti elementi dell’enunciazione analizzati che permettono di ancorare la lingua al soggetto parlante448 indipendentemente dal tipo di azione che si sta svolgendo, per dare indicazioni sugli stili linguistici del soggetto empirico ed evidenziarne così caratteristiche salienti su comportamenti, abitudini, modi di percepire l’esistenza, fino a caratterizzare opinioni e considerazioni su tematiche specifiche, tracciando isotopie discorsive facilmente riconoscibili (dopo l’analisi) e dunque monitorabili nel tempo. E’ quello che stanno tentando di fare in modo computazionale le metodologie di Guilbourgè e Bonny (2009) da un lato e quella di Stock e Tupot (2009) dall’altro. Approcciando gli strumenti quantitativi attaulmente sul mercato, entrambi gli studi propongono una metodologia ibrida che si avvale di strumenti semiotici per sviluppare analisi di monitoraggio del percepito online, proprio sulla base del differenziale linguistico rintracciabile in un processo d’uso dinamico. Guilbourgè e Bonny (2009)449 ricavano trasformazioni culturali attraverso un’analisi desk in grado di configurare “new and foreign figures” all’interno di un contesto culturale delimitato. I confini del contesto sono determinati dalla lingua primariamente, e le opposizioni tra topic considerati come oggetto di studio (quindi possono essere tematiche come l’ecologia, ma anche la correlazione tra brand o prodotti di uno stesso mercato). Più che un protocollo semiotico formalizzato quantitativamente, è una ricerca quantitativa orientata semioticamente. Il loro modello viene riassunto nel presente schema: Calefato P. (2002), Il testo interattivo: dialogo, comunicazione, “forward” in Vittadini N. (a cura di) Dialoghi in rete, Comunicazioni Sociali 1/2002, in rete: http://pcalefato.xoom.it/pcalefato/forward.htm 448 Calefato ha in particoalre analizzato: “il tempo e lo spazio del discorso; i richiami alle istanze esterne all'enunciazione, anche di carattere non verbale, che vivono in essa come sottinteso. Nel primo gruppo sono comprese categorie verbali come quella dei pronomi e dei generi grammaticali; nel secondo gruppo rientrano elementi quali i tempi del verbo, gli avverbi e le deissi; nel terzo gruppo rientrano quegli “enunciati all'interno di altri enunciati” (Jakobson 1963: 149), come le citazioni, i rimandi intertestuali e interdiscorsuali, le “firme” e le “maschere” d’autore, e le sfumature ironiche del discorso” (Calefato, 2002, ibidem). 449 Guilborgè J., Bonny P. (2009) Internet emotional discourse analysis and innovation – A mix semiotic and text-mining method, Inevidence, Paris, France, www.inevidence.com 111 447 Dopo una propedeutica analisi desk in grado di osservare, secondo i principi della semiotica della tendenza450, in principali vettori di innovazione, si delineano quali sono concretamente gli elementi lessicali che più ricorrono e le si impartiscono al sistema di text-mining. E’ un sistema su base statistica, dunque non ha la capacità di elaborare formalizzazioni semantiche o comprendere significati complessi. Questo sistema è in grado però di processare un numero considerevole di fonti e ordinare queste fonti secondo i parametri di categorizzazione orientati semioticamente, in questo modello secondo il quadrato canonico di Floch (1990). 450 Si veda Ceriani (2007, ...). 112 In particolare il sistema è in grado di rapportare gruppi di occorrenze tra loro, e determinare il tipo di relazione in essere e dunque far emergere le associazioni definite “impossibili” o “non-canoniche”. Ha necessità di essere tarato da un analista per poter essere rilanciato più e più volte fino ad ottenere un risultato significativo. Questo protocollo si avvale della tecnologia per la costruzione e definizione del corpus, più che per una concreta analisi di esso, assorbendo i limiti di una prospettiva esclusivametne qualitativa della non riproducibilità e della non misurabilità. Inoltre rispetto a ricerche più canoniche, permette di sviluppare mappature considerevoli di dati, aggiornabili con maggiore agilità e in grado dunque di segnalare vettori di innovazione e anticiparne le dinamiche. Il limite di questa rilevazione è quella di non considerare l’enunciazione linguistica come un’azione: qualsiasi enunciazione linguistica si configura, prima ancora che come emissione di un messaggio, come un’azione, dunque come un evento che accade in un contesto sociale e che agisce su di esso, a partire da azioni che lo precedono e dando adito ad azioni ulteriori. Allo stesso modo, ogni azione compiuta nel mondo comporta delel conseguenze sociali se e solo se è innanzitutto un’enunciazione, ossia una propduzione di senso. In breve, se dire è fare, fare è significare.451 Il processo di text-mining dunque permette di estrarre e ponderare quanto e quali “enunciazioni” largamente intese sono più influenti rispetto ad altre, e quanto dunque stanno dilagando nella quotidianità dei discorsi in Rete, ma risulta poco informativo nell’argomentare le motivazioni per cui quell’enunciazione piuttosto che un’altra stanno avendo quel tipo di effetto. Riprendendo una metafora di Leone (2011), questo strumento è in grado di anticipare la tempesta provocata da una farfalla, avvicinandosi anche alla farfalla stessa, ma di certo non coglie le motivazioni dell’agency di quella farfalla. E di certo delle altre che svilupperanno la tempesta e del contesto che verrà coinvolto. Fuor di metafora, il sistema è in grado di osservare i cambiamenti in atto e misurarne la portata, ma non è in grado di comprendere perchè questi cambaiemnti 451 Marrone G. (2004) C’era una volta il telefonino, Meltemi, Roma, p. 24 a seguire. 113 avvengono in un certo contesto da un dato agente. Nonostante ci siano degli studi sulla forza di influenza di alcuni soggetti piuttosto ceh altri, questo non toglie che in un dato momento non siano le persone in prima linea a fare la rivoluzione. Per questo motivo Stock e Tupot (2006)452 adottato un approccio “human narrative” concentrandosi sulla formalizzazione dei pattern narrativi degli individui, quali elementi di identità collettive in movimento nella Rete. Da questo punto di vista, l’attenzione si sposta da tematiche prestabilite e numerosità delle occorrenze (seppur semioticamente orientate) alla comprensione del contesto (in quanto nucleo di interazioni) e sulle influenze in esso esercitate. Seppur avvalendosi di strumenti simili, e utilizzando le stesse occorrenze linguistiche, queste sono viste più come i pezzittini di pane di Hansel e Gretel piuttosto che esclusive manifestazioni di innovazione. In questo modo ci si riappropria della pragmaticità enunciazionale, sostenendosi su una solida base linguistica. Il modello concreto di analisi di Stock e Tupot ad oggi non sembra avvalersi di una reale tecnologia in grado di estrarre le dinamiche interazionali tra gli individui. Al momento la tecnologia è strumento di supporto in grado di quantificare e monitorare variazioni lessicali ma comunque questo approccio accoglie le peculiarità dell’agency già discusse, cercando un tentativo di contatto tra figure dell’enunciazione e strutture narrative “umanamente orientate”, in grado di cogliere quella migrazione culturale descritta da Coppock e Violi (1999) a proposito degli ambienti virtuali: Vi è una crescente migrazione di norme culturali e sociali relative a pratiche linguistiche e di altro tipo da ambienti del mondo reale ad ambienti virtuali, e viceversa. Alcuni aspetti di tali norme e pratiche culturali durante questi processi di migrazione si modificano a causa dei vincoli inerenti alla tecnologia. Allo stesso tempo il processo migratorio influenza la tecnologia stessa che si sviluppa in risposta a d alcuni dei bisgoni e desideri più articoalti dei differenti gruppi di cybermigranti. Credo ci sarà sempre più bisogno di capire “l’antropologia della vita quotidiana” (Hall 1992).453 L’approccio di Coppock verso questa “antropologia della vita quotidiana” in Rete, lo porta ad ipotizzare un modello attoriale/attanziale degli appartenenti a una data comunità, modello che parte da un’osservazione tassonomica delle conversazioni analizzate senza però focalizzarsi sul solo linguaggio scritto, ma anzi riconoscendo tutte le risorse semiotiche a disposizione (che per la conversazione normale sarebbero da rintraccaire in gesti, posture, .. mentre per quella virtuale sono riconducibili al medium utilizzato). Prende a modello Goffman454 e i tre aspetti fondamentali della sua analisi del contesto comunicativo: struttura partecipativa, incassamento, ritualizzazione, che corrispondono alla codifica e comprensione della risorsa semiotica complessiva, dello status e comportamento dei partecipanti, della relazione fra ciò che viene detto e chi o Stock T., Tupot M.L (2009) Common denominators:what unites global youth?, World Advertising Research Center 2006 453 Coppock P. J., Violi P. (1999) Conversazioni Telematiche, in Galatolo R., Pallotti G. (a cura di) La conversazione. Un’introduzione allo studio dell’interazione verbale, Raffaello Coritna Editore, Milano, p. 338. 454 Goffman E. (1974) Frame Analysis, An essay on the organization of experience, trad. it. (2001) Frame analysis. L'organizzazione dell'esperienza, collana «Modernità e società», Armando Editore; Goffman E. (1981) Forms of Talk, trad. it. (1987) Forme del parlare, traduzione di Franca Orletti, collana «Saggi», Il Mulino. Per un’atropologia della conversaizone si veda anche Duranti A. (1997) Linguistic Antrhopology, Cambridge University Press, Cambridge, New York, Melbourne; Duranti A., Goodwin M. (1992) Rethinking Context: Language as an Interactive Phenomenon, Studies in the social and cultural foundations of languages, 11. Cambridge UNiverstiy Press, Cambridge Mass.; Goodwin M. H. (1996)He-Said-She-Sid: talk as Social Interaction Amonog Black Children, Indiana University Press, Bloomington & Indianapolis. 114 452 che cosa è effettivamente rappresentato da ciò che viene detto, ovvero quelle forme enunciative presentate da Volli per la sua analisi di Internet di cui abbiamo già parlato. Coppock parte dall’assunto che: nel corso di una conversazione di assumono continuativamente vari ruoli sociali e interpersonali reciproci in momenti diversi, relativi anche a ogni altra attività che ha luogo nella situazione a cui si sta prendendo parte. [...] Molti fenomeni di complementarietà dell’interazione faccia a faccia vengono simulati negli ambienti virtuali: dunque, dobbiamo dar conto del flusso di fenomeni di complementarietà che riflettono i cambiamenti dei ruoli sociali e delle relazioni interpersonali negoziate dalla conversazione, così come i vari tipi di azione e parole attraverso cui i partecipanti producono questi cambiamenti di ruoli e reagiscono in essi.455 Sulla base del modello goffmaniano, viene introdotta una categoria del fare per descrivere i diversi ruoli che gli individui possono assumere durante una conversazione virtuale (in particolare in un MOO, Multi-user Object-Oriented). Fare qui inteso come: - movimento: ovvero le entrate e uscite di scena, rileggibili come inscrizione e fruizione, in cui si sviluppano effetti di presenza/assenza; - osservazione: ovvero fare partecipativo per cui l’attenzione viene diretta ad attività fatte da altri, esprimibile a nostro avvisto anche come diretto ancoraggio a sè dell’altro e dell’esterno, come ribadiva Ferraro a proprosito del portare a sè link ed elementi del contesto culturale; - esecuzione: ovvero l’eseguire qualcosa, descrivibile come presa d’azione e dunque dire qualcosa in prima persona, passare da essere collezionisti e fruitori a essere animatori. Questi ruoli aiutano a comprendere come i singoli partecipanti possano modificare l’ambiente in cui sono inseriti e la conversazione stessa, considerando che nessun ruolo o sottocategoria è mutualmente esclusivo l’uno dell’altro. Rimane incerto e ancora da sviluppare come questi ruoli si interscambiano o si sovrappongono negli ancoraggi empirici, come avviene la transizione e in che modo gli altri ne attribuiscano valore. Quali regole di fatto organizzano queste dinamiche e in particolare quali effetti di agentività ne corrispondono. Il lavoro di Coppock e Violi mette in luce l’importanza dell’azione oltre che sottolineare la necessità di un “human approach” per comprendere la situazione nel suo sviluppo, oltre che aprire una direzione di ricerca particolarmente incentrata sulla conversazione online. 2.4 Impianto metodologico Date queste premesse, possiamo ora definire l’approccio metodologico che andremo ad adottare. Del resto abbimo ripercorso la molteplicità di punti di vista allo studio dei fenomeni Web 2.0 e la scelta dell‟approccio ha conseguenze anche nella selezione dell‟oggetto dell‟indagine, nella formulazione delle ipotesi come pure nella lettura delle dimensioni della realtà osservata. La contrapposizione tra approcci quantitativi (che hanno come modello il rigore delle scienze esatte) visti nel primo 455 P. J., Violi P. (1999) Conversazioni Telematiche, in Galatolo R., Pallotti G. (a cura di) La conversazione. Un’introduzione allo studio dell’interazione verbale, Raffaello Coritna Editore, Milano, p. 358. 115 capitolo e quelli qualitativi “semioticamente orientati” viene vissuto da alcuni ricercatori in termini di appartenenza a una scuola e ogni problema viene considerato a partire dalla possibilità di analizzarlo utilizzando procedure e strumenti propri di quella scuola. Altri, in modo più flessibile, rimandano la scelta dell‟approccio metodologico più corretto ad una fase successiva all‟identificazione del problema. La nostra posizione è che sia opportuno operare su un problema con una molteplicità di approcci e che, tuttavia, questi debbono tutti potersi ricondurre a un comune metodo scientifico di conoscenza e soluzione dei problemi reali. È la realtà del problema e delle soluzioni possibili a funzionare da criterio per la scelta degli approcci. La stessa distinzione tra approcci quantitativi e qualitativi, oltre che desk piuttosto che field, che ha animato un significativo dibattito, può essere sintetizzata nell‟affermazione di una continuità tra gli approcci di ricerca e di una necessaria interdisciplinarità” (Lucisano, Salerni, 2002). Data la natura ambigua e complessa del problema indagato, è sembrato legittimo utilizzare strumenti di rilevazione diversi utilizzandoli come modalità alternative, ma integrate, per operare livelli distinti di osservazione sul fenomeno. Perchè questa lunga premessa? Per ribadire quanto Facebook sia la manifestazione di un fenomeno che non si può più ignorare, che tocca ambiti differenti e allo stesso tempo viene banalizzato e dunque semioticamente messo da parte come oggetto di ricerca, quando invece dovrebbe avere ancora più rilevanza rispetto ai fenomeni di nicchia ed esclusivi. Facebook è innanzitutto un brand, che ha imposto delle regole comportamentali che non solo sono state accolte da più di 600 milioni di persone, ma stanno determinando dei cambiamenti strutturali nel comportamento sociale, non solo per chi ne fa uso, ma anche per chi ne rimane al di fuori. Ed è interessante proprio osservare l’architettura che questo brand ha proposto nella sua piattaforma, creando un'esperienza di consumo e ponendosi come attante all'interno di un nucleo narrativo in cui gli individui si mettono in scena volutamente. Ma che si pone anche come enunciatore in un sistema di consumo (il cui enunciatario è chi acquista pubblicità, attraverso la merce di scambio "persone", o meglio visibilità, ma anche chi fa ricerche di mercato, prima di tutto Nielsen con cui è in accordo, attraverso la merce di scambio clusterizzazione, human behavior, human sentiment, ovvero percepito di marche e prodotti). In secondo luogo è uno spazio, che ha la peculiarità per sua stessa natura di memorizzare delle interazioni (ovviamente secondo le sue regole). Come un salotto di una famiglia ripresa da una telecamera 24 ore su 24; o come - ancor meglio - la cittadina creata per The Truman Show dal produttore e regista Christof, "to capture Truman's real emotion and human behavior when put in certain situations"456. Ed è proprio questo che Facebook fa: crea situazioni (semiotiche). A livello di discorsività, come semiotici in The Truman Show, per continuare il parallelismo, abbiamo studiato i debrayage/embrayage costruiti a tavolino dagli autori che sviluppavano effetti di senso ben precisi all'interno della narrazione, rispetto ai vincoli spaziali, temporali, attoriali; in Facebook vorremmo limitarci a trovare questi incassamenti enunciativi esattamente ripercorrendo le stesse strada. Unica differenza che gli attori sono persone che mettono in scena la loro esperienza (di vita, professionale, di gioco, di finzione, ...) attraverso la piattaforma. 456 Wikipedia, “The Truman Show”. 116 A livello di narrazione, possiamo osservare diversi programmi narrativi, che si intrecciano in una relazione di incassamento narrativo: per Facebook/attante soggetto, l'oggetto di valore è lo human behavior di ogni singolo individuo/Oggetto, ma per l'individuo/Soggetto? A quanto sembra ce n'è uno che è ridondante per ogni soggetto, ovvero il riconoscimento sociale in una o più comunità (qualsiasi essa/esse siano), forse proprio perchè ancorato bio-psicologicamente. Ce ne sono anche altri (in particolare fare soldi, fare sesso, fare divulgazione) ma il presupposto è quello di essere prima di tutto appartenente a una o più comunità e mantenere questo stato nel tempo (la valorizzazione del sistema in questo è piuttosto rigida). Si può decidere di abbandonarne alcune, di ignorarne altre, ma per "essere" e per "agire" bisogna essere riconosciuti almeno in una, indipendentemente da dimensione, forma, oggetto sociale. I contenuti generati sono oggetti di scambio, e non è sempre rilevante di cosa si parla, ma come lo si fa e quali sono le strategie adottate per ottenere la propria sanzione. E anche qui ci sono delle ricorrenze, analizzabili attraverso le strutture semionarrative canoniche. E' chiaro che ogni strategia tende a un valore. Sono cose ovvie? Forse sì, ma strutturano grammatiche. Diventa un po' più interessante se si osserva anche la relazione Destinante/Destinatario in tutto questo. Noi adottiamo delle strategie (enunciative e narrative, riconoscibili però anche nelle scelte superficiali, dalla costruzione della frase fino all'attinenza o meno alle regole di Grice) in funzione delle risposte che riceviamo (o meglio che stimoliamo a dare) e adattiamo la nostra comunicazione e le nostre strategie in funzione di questo ritorno. Ci viene attribuito un programma narrativo dall'Altro e, sebbene possa essere divergente dal nostro, lo dobbiamo incamerare per trovare la strategia di comunicazione più adeguata se vogliamo raggiungere il nostro Oggetto di Valore. Dunque, depurato l'ambiente facebook dalle strategie comunicative tipiche di un brand, la mia tesi vuole dimostrare che le tattiche e le strategie adottate tra individui dentro lo spazio facebook sono ricorrenti e tra l'altro riconoscibili nella struttura superficiale, in quella discorsiva, in quella narrativa e nell'Oggetto di Valore. Perchè scegliere Facebook? Perchè obbliga a tradurre queste intenzionalità in codici (verbali, visivi), in testi. L‟approccio metodologico adottato in questa ricerca è dunque di tipo misto, più precisamente parte della ricerca è stata condotta a livello di osservazione oggettiva, con una consueta desk semiotica, per rintracciare tattiche e strategie comunicative endemiche della piattaforma, nell’installazione del Soggetto, nell’istallazione dell’Altro. Una seconda parte è stata invece condotta a livello empirico secondo una prospettiva quasi sperimentale, utilizzando tecniche che raccolgono dati destrutturati e di tipo qualitativo, per mezzo di tecniche qualitative come l‟analisi del discorso, conversazionale e pragmatico che catturano aspetti non quantificabili né formalizzabili, orientati sempre semioticamente. Sulla base del modello sviluppato si sono costruiti degli strumenti di modellizzazione e si sono sviluppate delle tecniche di indagine descritte nei paragrafi conclusivi del prossimo capitolo, la cui applicazione ha consentito di ottenere dei dati che sono stati integrati e ed elaborati e i cui risultati sono descritti nelle Conclusioni. Si vede come l‟approccio adottato renda questa ricerca più osservativa che manipolativa in quanto non impone un modello dall‟esterno i cui elementi sono descritti solo a partire da un teoria astratta di riferimento, ma vengono estrapolati dal contesto dell‟analisi attraverso un procedimento induttivo basato su 117 argomentate ipotesi. La rinuncia ad inserire dall‟esterno fattori di trattamento sperimentale si è coniugata con l‟osservazione e l‟analisi minuta del decorso dei fatti, ma certamente anche attraverso il ricorso a tecniche semiotiche per analizzare in profondità tutte le variabili osservabili, sia qualitative che quantitative. In una parte ristretta della nostra ricerca il paradigma di riferimento dell‟approccio utilizzato potrebbe essere quello della “ricerca-azione”. Si è resa possibile, grazie all‟approccio utilizzato in questa ricerca, una raccolta sistematica di dati provenienti dall‟interazione dei vari attori. Questi tre anni di lavoro hanno consentito di raffinare progressivamente il modello di analisi inizialmente proposto, anche grazie ai feedback diretti forniti dagli attori coinvolti. 2.4.1 Motivazione della ricerca e interrogativi di partenza Analisi del sistema di Facebook in relazione alle strategie di comunicazione adottate del brand e in opposizione al sistema dei social network sites complessivi: 1. Quali sono gli effetti di senso insiti dentro il progetto dell’interfaccia di Facebook? 2. Quali quelli insiti nella sua User Experience? 3. Che rapporto c’è tra testi e contesto? 4. Che rapporto c’è tra contesto e creazione di interazioni? 5. Che tipo di esperienza mediatica è proposta? 6. Che tipo di esperienza sociale è progettata? 7. In che modo si inserisce la sua peculiarità di “media generalista”? Analisi dell’installazione del soggetto, nelle sue libertà simulacrali, nel percepito del suo sè all’interno della piattaforma nell’utilizzo di Facebook: 1. Come l’individuo si installa nella piattaforma? 2. Come diversifica le sue identità dentro e fuori rispetto alla sua individaulità e come ne gestisce le relazioni? 3. Rispetto a quali codici, scelte enunciative, ruoli attanziali e valorizzazioni adottate sviluppa la sua installazione? 4. Che tipo di immagine deriva del proprio sè e quali effetti sviluppa nel rapporto con l’online e con la quotidianità? 5. E’ possibile affermare una differenza in termini di narrazione intima vs sociale? 6. Come viene gestita e valorizzata la memoria nell’accezione di privacy e non? 7. Come viene percepita la sensazione di essere Contenuti in un Contenitore? 8. Come si relaziona con l’Altro? 9. Quali sono le dinamiche che motivano la scrittura del sè rispetto allo sguardo dell’altro? 10. Si osservano differenze consistenti rispetto al criterio Età identificato? Analisi dell’esperienza di fruizione e di relazione di e dentro Facebook: 1. Quali sono le motivazioni che inducono all’uso di Facebook? Quali quelle che lo respingono? 2. Quali pratiche strutturali emergono dall’osservazione del campione? 118 3. Quali pratiche relazionali? 4. Ci sono differenze rispetto alla variabile età? 5. Quali strategie comunicative insite nella piattaforma sviluppano pratiche strutturali? 6. Quali sviluppano quelle relazionale? 7. Quotidianità, tra la disattenzione e l’intimità: un modo per raggiungere un oggetto di valore cognitivo (quello della conformità della lettura del mondo?) 8. Che tipo di agentività si attiva nella pratica mediatica? 9. Scambio di contenuti, essere contenuto: quali tipologie di testi scambiati trovano riscontro nella valorizzazione sociale? Perchè? 10. Come si valorizzano opinioni indotte, spontanee e pagate? Dove si instaura il patto fiduciario? 1. Quali effetti di senso sono determinati dal contenuto e quali dall’agentività? 2. Si stanno delineando nuove modalità comunicative? Rispetto a quali codici, temi, scelte enunciative, ruoli attanziali, valori? 3. E’ possibile rintracciare un’essenza narrativa dell’intersoggettività enunciativa (ovvero la pratica come discorso in divenire)? Analisi della socialità come pratica d’uso di Facebook: 1. Quali strategie e tattiche comunicative sono adottate per guadagnare visibilità e consenso? 2. Economia del dono e intersoggettività: è possibile una rilettura attraverso una grammatica semiotica narrativa? 3. Sono rintracciabili diversi regimi dell’azione all’interno di uno struttura complessiva? 4. Dalla rete alla cultura passando dallo human narrative approach: ovvero dove si instaura la relazione intersemiotica? 5. Senso comune e la vertigine dell’infinito, cosa c’è dietro la “deproblematizzazione dell’esperienza”? 119 2.5 Ipotesi di ricerca Alla luce degli interrogativi di partenza la presente ricerca ipotizza, da un lato, che la piattaforma di Facebook consenta l’osservazione di pratiche quotidiane di socialità. In particolare che le interazioni virtuali sviluppate evidenzino processi di strutturazione o consolidamento di legami sociali narrativizzati, messi in discorso attraverso pratiche di enunciazione multidimensionali. Nel dettaglio, le operazioni che legano l’instaurarsi delle relazioni hanno una significativa base linguistica riscontrabile nell’uso di forme enunciative ed enunciazionali riconoscibili, grazie alle strategie adottate dalla piattaforma e dal brand Facebook. La scelta del modello per l’analisi dei dati ha imposto la ricerca di una cornice teorica adeguata che è stata trovata attraverso una approfondita disamina dei più aggiornati paradigmi d’indagine sulle dinamiche di comportamento e interazione attraverso i social network, e Facebook in particolare, secondo approcci sociologici, psicologici, etnografici e infine semiotici. Partendo dall’osservazione del medium Facebook come oggetto di scrittura a montaggio, la sua caratteristica di multiprospetticità nella produzione di enunciati evidenzia una strutturazione di un soggetto semiotico polivalente, strategicamente ipertrofico, inserito in una società sintetica che evidenzia addensamenti di interazioni proprio durante la pratica della quotidianità. Questa pratica si avvale di una marcata perdita di referente e un’ipertrofia delle forme, che eleva l’atto enunciativo più che l’enunciato a cardine della stabilità sociale. La tracciabilità delle azioni su Facebook realizza i singoli componenti comunicativi in un flusso relazionale che induce a un effetto di realtà e di presenza costante. Questo permette l’instaurarsi di relazioni intertestuali la cui dimensione influenza la dimensione pragmatica degli individui. La percezione di essere agente è un effetto di senso generato nell’intersoggettività che produce connessioni manifeste e aspettative standardizzate. In questo senso l’intertestualità è vissuta come socialità percepita a livello testuale. E ogni atto di enunciazione si inserisce in una struttura narrativa complessa attraverso un gesto di embrayage di una realtà semiotica presupposta su un piano più astratto e collettivo, per definizione in posizione debrayata. Ogni atto di enunciazione dipende dunque da condizioni linguistiche ma anche dai programmi narrativi formalizzati dalle identità collettive di natura semiotica che utilizzano Facebook in quanto strumento. I soggetti ancorati bio-psicologicamente rivestono ruoli tematici standardizzati e non esclusivi, che si manifestano in stili di enunciazione. Questi ruoli tematici permettono di definire scenari di interazione strutturati, in cui la ricaduta del soggetto si manifesta in ruoli attanziali in progressione. Questi ruoli attanziali dipendono dagli scontri ta programmi narrativi enunciativi ed enunciazionali, scontri che si traducono in relazioni attanziali tra i soggetti coinvolti nello scambio. Questo indirizzo di ricerca induce a pensare che ci siano livelli di pertinenza “generativi” della stessa struttura narrativa, in grado di organizzare i diversi punti di osservazione da un lato analitico, e dall’altro in grado di motivare e orientare i livelli più manifesti in senso narrativo. Detto altrimenti, risulta necessario scorporare il livello dei valori profondi su base attanziale e quello dei programmi narrativi antropomorfizzati, seppur riconoscendo una struttura narrativa di base che ne orienta le dinamiche. 120 Se questo paradigma orientativo risultasse valido, permetterebbe di convalidare l’ipotesi secondo cui, nonostante l‟assoluta assenza di interazioni sensoriali e di una semiotica fisica di tipo mimico, gestuale, prossemico e cinestesico, è possibile verificare la presenza di interazione strategica e addirittura prevedere i risvolti di relazionalità all‟interno della piattaforma di Facebook. La garanzia che questo scenario sia plausibile è data dal fatto che i simulacri dei soggetti posseggono una capacità di simulazione anche in contesti non incarnati. E che è possibile rintracciare le relazioni tra questi programmi narrativi antropomorfizzati attraverso le figure dell’enunciazione determinate dalla teoria semiotica. Questo paradigma si deve tradurre necessariamente in indicatori specifici, a livello di codici, capaci di mettere in evidenza l‟attivazione di un processo di riconoscimento orientato narrativamente tramite la consonanza intenzionale e l‟immedesimazione del soggetto nel suo simulacro ancorato bio-psicologicamente. L‟ottica dello “human narrative approach” ci consente inoltre di guardare all‟ambito delle interazioni in rete come ad una interfaccia in cui i comportamenti, anche linguistici, osservabili diacronicamente e sincronicamente, possono essere verificati e analizzati ponendosi sul livello della manifestazione simulacrale del soggetto. Rovesciando il discorso, la socializzazione intesa come discorso sociale viene espressa secondo relazioni attanziali, perseguibili solo attraverso l’osservazione completa dei soggetti in azione, inseriti nel loro contesto in Rete e attivi nei loro scambi comunicativi. La ricerca si pone pertanto l’obiettivo di verificare se, neutralizzati gli effetti della piattaforma in oggetto, sia possibile definire una struttura narrativa delle interazioni su Facebook attraverso l’analisi delle conversazioni intese come atti enunciativi, a loro volta inseriti in programmi narrativi specifici cui il soggetto fa perno (nodo), seguendo la tesi di Manetti secondo cui “la teoria greimasiana prenderebbe in considerazione solo gli elementi della situazione dell’enunciazione contenuti nell’enunciato, senza analizzare il contesto pragmatico effettivo”, avvicinando la semiotica post-greimasiana alla pragmatica e alle teorizzazioni di Benveniste, in modo da osservare il contesto pragmatico come un sistema semiotico fra gli altri, secondo le ipotesi di Landowski457. Siamo d’accordo con l’affermazione di Fontanille ()458 tale per cui: Greimas aveva buone ragioni per restringere l’approccio semiotico al discorso realizzato, chiuso e oggettivato. Adottare la prospettiva del discorso in atto, dell’enunciazione vivente e semper in divenire, è come aprire, in effetti, un vaso di Pandora. Difatti, in qualsiasi momento e in qualsiasi punto della catena discorsiva, coabitano diverse scelte possibili, diversi strati significanti, concorrenti in vista della manifestazione e dell’espressione. Tale coabitazione è tensiva, conflittuale e soprattutto efficiente. Proprio per questo motivo siamo partiti evidenziando dove e in quali situazioni semiotiche si scontravano i programmi narrativi delineati, sia nel loro essere enunciati, sia nel loro essere enunciazione, adottando così una prospettiva che considera questi due momenti co-esistenti ma allo stesso tempo analiticamente separabili. Questa disgiunzione permette di osservare la pratica enunciazionale come programma narrativo Si veda Pozzato M.P. (1999) Il contributo della semiotica strutturale” in Galatolo R., Pallotti G. (a cura di) La conversazione. Un’introduzione allo studio dell’interazione verbale, Raffaello Coritna Editore, Milano 458 Fontanille J. (2004) , Figure del Corpo. Per una semiotica dell’impronta, Meltemi p.102. 121 457 ed evidenziare ruoli attanziali che, oltre ad avere le loro peculiarità enunciazionali ampiamente teorizzate dalla semiotica odierna (prendendo ad esempio i lavori di Benveniste e Manetti a riguardo)459, sviluppando anche agentività in senso più prettamente narrativo, secondo la teoria applicata agli studi sociali di Greimas (1976)460. 2.5.1 Disegno di ricerca Prendendo come oggetto l’analisi degli effetti di senso attribuibili agli scambi comunicativi su Facebook, nei loro risvolti enunciativi ed enunciazionali, e la loro capacità di strutturare forme di vita convenzionali di comportamento sociale, l’osservazione deve essere in grado prima di tutto di tarare gli effetti dell’architettura tecnologica e comunicativa di Facebook sugli scambi stessi. Per fare ciò è stato necessario analizzare da un punto di vista prettamente semiotico l’interfaccia ad oggi proposta ed evidenziare le traiettorie di senso in essa incluse. Premesso questo, è stato possibile osservare gli scambi comunicativi su Facebook da punti di vista incrociati, per esulare ogni possibilità che le strutture rintracciate possano essere applicabili solo all’interno della piattaforma. Come suggerisce Pozzato (2001)461 il contributo della semiotica strutturale a riguardo ha tenuto conto delle differenze tra focalizzazione interna e focalizzazione esterna agli scambi comunicativi, in modo da utilizzare un osservatore esterno e un osservatore partecipante. In questo senso gli scambi sono stati analizzati come testi, ma anche come atti in divenire. L’analisi si è fatta inoltre carico di tener conto di un insieme molto complesso di fattori tra cui: - statuto dei partecipanti - situazioni di scambi comunicativi - ogni elemento riconducibile al piano dell’espressione: codici visivi, verbali, marche enunciative, temporalizzazione, attorializzazione, spazializzazione, ruoli tematici attivati dalla piattaforma nell’installare enunciatore ed enunciatario, e dunque relativi ruoli attanziali, strutture narrative, valorizzazioni - ogni elemento riconducibile al piano del contenuto, ovvero: informazioni veicolate, rapporti di potere o di collaborazione costituiti o in via di costituzione fra i partecipianti; simulacri che ognuno costruisce del sè e degli altri partecipanti; tensioni; persuasioni e manipolazioni. Premesso questo, è stato possibile osservare gli scambi comunicativi su Facebook da punti di vista incrociati, esulando ogni possibilità che le strutture rintracciate fossero applicabili solo all’interno della piattaforma. Sono state osservate le modalità empiriche di installazione all’interno della piattaforma, strutturando un campione di riferimento di 64 partecipanti, reperiti nel rispetto delle regole deontologiche della ricerca in rete. Dopo un contatto diretto infatti è stato chiesto loro di poterli osservare all’interno della piattaforma per un periodo di riferimento di un mese nelle loro interazioni a venire, e di Benveniste E. (2009) Essere di parola, a cura di Fabbri P., Mondadori.; Manetti G. (2008) L’enunciazione. Dalla svolta comunicativa ai nuovi media, Mondadori. 460 Greimas A. J. (1976) Semiotica e scienze sociali, Centro Scientifico Editore. 461 Pozzat oM.P. (2001) Semiotica del testo. Metodi, autori, esempi, Meltemi Editore, Roma. 122 459 un mese analizzando retrospettivamente le interazioni già avvenute. E’ stato inoltre chiesto loro di poter analizzare il loro profilo nei codici visivi e verbali, per poter rintracciare delle tipologie di installazione del proprio sè all’interno della piattaforma. In particolare, all’interno dei descrittivi del profilo, negli enunciati di status, e nei commenti lasciati, sono stati analizzati nei profili campione, per la parte verbale, i seguenti elementi:  referenzialità: extralinguistica, anaforici, deittici  situazione di enunciazione: - indici di persona: pronomi personali e possessivi, innescano un sistema di riferimento interno al linguaggio vs nomi che è esterno e costante - indici dell’ostensione:  aggettivi  avverbi  deittici spaziali  deittici temporali  forme verbali: - verbi modalizzati - verbi performativi - veridittivi: giudizio, sentenza (condannare, calcolare, valutare) - commissivi (dichiarano un intento o assumono un obbligo (promettere supplicare) - esercitivi: esercitano un comando, di un potere (sposare, votare, promuovere) - comportamentali: realzioni al comportamento altrui (ringraziare, disapprovare) - espositivi: per argomentare chiarire, dichiarare, es: spiegare, chiarire  forme interrogative, intimidatorie, assertive (con eventuali particelle assertive come si/no) Per gli elementi visivi, sono stati invece analizzati:  formanti plastici: - topologia/orientamento - composizione - categorie plastiche - categorie eidetiche - semisimbolismi - connotazioni  per gli oggetti rappresentati: - protesi - interfaccia: comunicazione delle funzioni - affordances: gli inviti all’uso - componenti  per la comunicazione non verbale: 123 - gesti: illustratori, convenzionali, emotivi, personalizzanti, rituali e cerimoniali - espressioni (volto, mani) - posture - movimenti e azioni rappresentate: contatto fisico, prossimità, orientamento, aspetto, sguardo - distanze e strutture fisiche - atteggiamenti (seduti, in piedi) - abbigliamento Per quanto concerne il livello dell’enunciazione, sono stati osservati:  processi di messa in discorso: - attorializzazione: ruoli attanziali enunciazionali autoassegnati - spazializzazione: nei contesti di riferimento riportati o descritti - temporalizzazione: l’installazione di periodi e momenti specifici  configurazioni testuali: - Figure di allocuzione: rapporto emittente ricevente - Figure di modalizzazione:  modalità constatativa: descrivere il mondo, parlare di realtà  modalità performativa: azione - Figure espressive Per quanto infinte concerne il livello narrativo, sono stati osservati:  temi, ruoli e figure tematici  strategie di isotopizzazione (enunciativa e narrativa)  modalità e ruoli attanziali secondo dovere, volere, sapere, potere  struttura attanziale costruita nelle interazioni enunciate  percorsi narrativi  schema narrativo d’insieme  valorizzazioni Date queste considerazioni, è stato proposto un modello di indagine per analizzare la relazione tra strategie enunciazionali e strategie narrative, cercando in questi scontri tra programmi narrativi di evidenziare i ruoli attanziali assunti dai partecipanti della relazione e indagarne l’efficacia in termini di agentività. Accogliendo il modello di raccolta dati proposto da Pallotti (1999)462 per l’analisi della conversazione, sono stati considerati dati di analisi solo le testualità memorizzate all’interno della piattaforma, evitando ogni supposizione “psicologica” di quanto non manifestato testualmente. Gli unici dati ammessi infatti sono quelli registrati. 462 Pallotti G. (1999) I metodi della ricerca, in Galatolo R., Pallotti G. (a cura di) La conversazione. Un’introduzione allo studio dell’interazione verbale, Raffaello Coritna Editore, Milano 124 Abbiamo inoltre preso in carico la prospettiva etnografica secondo cui (Pallotti 1999): fissare preliminariamente obiettivi di ricerca rigidi limiterebbe la gamma di dati selezionati in base a opinioni preconcette su che cosa sia rilevante, mentre occorre che i dati parlino per così dire da soli, e che le nostre analisi e teorizzazioni emergano dai dati stessi e non da ciò che crediamo, a priori, sia importante o interessante.463 Non potendo rintracciare qualsiasi conversazione nè qualsiasi contenuto scambiato e analizzarlo secondo ogni prospettiva, rischiando una dispersione di considerazioni e una raccolta “mostruosa” di dati, abbiamo adottato un’osservazione a ritroso di un anno delle conversazioni dei 32 profili più rappresentativi dei 64 del campione, rispetto alle tipologie che abbiamo delineato, prendendo in considerazione qualsiasi produzione verbale dei soggetti e dei loro otto contatti più attivi nelle interazioni dirette. Questo ha permesso di approfondire in modalità anche diacronico gli atteggiamenti e i comportamenti degli utenti, per rintracciare programmazioni determinate dal sistema e programmazioni determinate dalla loro Rete di riferimento. L’osservazione della Rete a ritroso ci ha permesso inoltre di evitarei il paradosso dell’osservatore (Labov 1970), tale per cui possiamo affermare che non c’è stata alcuna influenza dell’analista sulla generazione dei dati, e sono dunque da considerare naturali e spontanei. Se si vogliono documentare le pratiche conversazionali su Facebook proporre un approccio controllato da interviste, questionari o esperimenti sarebbe risultato poco attendibile, soprattutto perchè questo genere di pratiche sono ordinarie. L’osservazione in Rete permette di non dover essere partecipante ma di attivarsi in una “partecipazione passiva” piuttosto che una “partecipazione completa” (Duranti 1997)464 in modo, seppur nella coerenza etica delle ricerche in rete, da rimanere inerte e confidando nell’assuefazione dei partecipanti alla propria presenza silenziosa. D’altro lato non parteciapre in alcun modo non permetterebbe di comprendere ciò che sta accadendo nella sua interezza. Infine l’osservazione online ha permesso di ridurre rischi e imprevisti, senza richiedere materiale aggiuntivo se non la possibilità di ricevere il file del social graph da ogni individuo in campione (accedendo alla sezione Impsotazione/Account di ogni profilo Facebook), che risolve inoltre ogni problema di trascrizione. 2.5.2 Corpus La selezione dei 64 individui in osservazione si è basata sui seguenti criteri: 50:50 M/F 50:50 smartphone sì/smartphone no tutti possessori di pc e connessione internet flat n°32 di età compresa tra 18 e 29 anni n° 32 di età superiore a 40 anni area geografica di appartenenza: nord italia Pallotti G. (1999) I metodi della ricerca, in Galatolo R., Pallotti G. (a cura di) La conversazione. Un’introduzione allo studio dell’interazione verbale, Raffaello Coritna Editore, Milano, p. 367. 464 Duranti (1999) pag. 99. 125 463 - interazione: 50% dei reperiti con almeno un “amico” in comune, 50% è indipendente Per la creazione del corpus di indagine, ovvero l’insieme di dati che a primo avviso appaiono totalmente deframmentati e tra loro destrutturati, abbiamo seguito la metodologia adottata da Greimas in Semantica Strutturale (1966)465, andando a strutturare il nostro “testo” secondo la duplice radice etimologica testis (testimone) e textus (tessuto). Secondo tale prospettiva: è possibile descrivere un modello solo se questo è implicitamente già contenuto nella manifestazione discorsiva di un microuniverso semantico. Un corpus per essere ben costituito deve essere rappresentativo, esauriente e omogeneo466 Parafrasando e riportando più in dettaglio, si considera: 1. rappresentativo: la relazione ipotattica tra la parte costituita come corpus e la totalità del discorso, effettivamente realizzato o semplicemente possibile, che esso sottintende. Ciò che permette di sostenere che il corpus, pur restando parziale, può essere rappresentativo, sono le caratteristiche fondamentali del funzionamento del discorso, che vanno sotto il nome di ridondanza e chiusura. [...] 2. il carattere esauriente del corpus è da concepire come adeguamento del modello da costruire alla totalità dei suoi elementi implicitamente contenuti nel corpus. Ovvero equilibrio tra carattere deduttivo e carattere induttivo della ricerca, e non “la ricerca di una vita”. Come procedere? a. descrizione di un segmento del corpus, considerato come rappresentativo, costruendo sulla base di tale segmento un modello di valore operativeo; b. seconfa fase, verifica di questo modello provvisiorio, secondo due modalità: - verifica per saturazione del modello (seguendo il modello di Propp e quello di Levi-strauss): si affronta la seconda parte del corpus portando avanti il confronto sistematico tra il modello e i successivi occorrimenti della manifestazione, sino ad esaurimento definitivo delle variazioni strutturali; - oppure adottare una verifica per sondaggi (Dubois) ovvero scegliere un certo numero di segmenti (su basi statistiche) rappresentativi a loro volta della seconda parte del corpus, osservando il comportamento del modello applicato a quei segmenti di manifestazione. Il modello potrà così essere completato, infirmato o confermato. 3. L’omogeneità del corpus dipende da condizioni non linguistiche, da un parametro in situazione, ma Dubois allerta che l’accrescimento del volume delle comunicazioni produce una “banalizzazione delle strutture”, questa trasformazione quantitativa di effetti qualitativi rischia di neutralizzare alcune caategorie semiche, ma secondo Greimas non è tanto un problema di costituzione corpus quanto di estrazione dell’informazione..Inoltre evidenzia anche un problema riguardo le variazioni dovute al parlante della comunicaizone (età, livello culturale, stile di vita...). Il passo successivo, dopo la definizione del corpus, è “la trasformazione di questo in Testo” (Greimas 1966)467, perchè “il corpus è una sequenza limitata del discorso e, in 465 466 Greimas A. J. (1966) Semantica Strutturale, ed. it. (2000), Meltemi Editore, Roma. Greimas A.J. (1966) ibidem, p. 197. 126 quanto tale, può essere soltanto una manifestazione con carattere di logomachia di cui occorre tenere presente una sola delle isotopie”. Intenderemo dunque per testo (o metatesto che è lo stesso) “l’insieme degli elementi di significazione situati sull’isotopia scelta e inscritti entro i limiti del corpus”. Onde evitare fraintendimenti, per isotopia di un testo s’intende (Greimas 1966): si tratta della permanenza di una base classematica gerarchizzata, che permette, grazie all’apertura dei paradigmi costrituiti dalle aategorie classematiche, le variazioni delle unità di manifestazione, variazioni le quali, lungi dal distruggere l’isotopia, la confermano. Chiaramente si possono rintracciare isotopie oblique e isotopie complesse, quali manifestazioni a intervalli regolari di articolazioni complesse di una categoria classematica (es. umano e animale). In questo senso: La peparazione di un testo – è ovvio che un unico corpus può contenere più testi analizzati successivamente – include non solo l’eliminazione di una dimensione della manifestazione a beneficio dell’altra, ma anche l’eliminazione di tutte le altre isotopie della stessa dimensione considerate come non pertinenti per la descrizione prevista.468 Infine, per garantire l’omogeneità del testo abbiamo seguito le tre regole di normalizzazione così espresse (Greimas 1966)469: 1. l’oggettivazione del testo: eliminazione delle categorei linguistiche non riferibili alla situazione non linguistica del discorso 2. istituzione di una sintassi elementare della desecrizione 3. istituzione di una lessematica della descrizione. Seguendo questo approccio ci accordiamo con l’affermazione di Zinna secondo cui il fondamento del corpus è la ricorrenza dei fenomeni comparabili (Zinna )470 chiudendo il corpus in uno specifico genere che è quello del social (media) netwoking riconoscendo anche le sue osservazioni secondo cui la definizinoe di corpus esaustivo di greimas sottende la non consideraizonedel concetto di genere. Dunque, se dovessimo struturare un corpus esaustivo di tutti gli scritti di boudelaire, dovremmo attenerci a qualsiasi cosa da lui scirtta. E’ chiaro dunque che il concetto di corpus esaustivo è un’idea platonica.471 Abbiamo inoltre considerato trovandoci in accordo l’approccio di Cosenza (2004)472, tale per cui: Un testo è qualunque porzione di realtà dotata di significato per qualcuno, di cui si possono definire chiaramente i limiti; che si possa scomporre in unità discrete, secondo più livelli gerarchici di analisi; e secondo criteri oggettivabili (Lotman, 1980, Fabbri e Marrone, 2000, pp.8-9). In questa operazione di smontaggio la semiotica cerca le regole e i significati generali profondi che governano un testo e il sistema di relazioni in cui essi sono inseriti, confrontando il testo con l’intertestualità al di fuori, di cui i ltesto è intessuto e con quella che Eco (1984) chiama encoclopedia e Lotman (1985) semiosfera. 467 468 Greimas A.J. (1966) ibidem, p. 200. Greimas A. J. (1966) ibidem, p. 201. 469 Greimas A. J. (1966) ibidem, p. 211. 470 Fontanille J. (2004) , Le interfacce come oggetti di scrittura, Meltemi, p. 38. 471 Fontanille J. (2004) ibidem. 472 Cosenza (2004) Semiotica dei nuovi media, Laterza. 127 Infine prendendo a carico anche le considerazioni di Ferraro (2003)473 per cui: La visione detta comunemente “testualista” pone al centro dell’attenzione il piano delle realizzazioni testuali: opzione come è noto teorizzata e abbracciata, in particolare, dalla scuola greimasiana. Tale opzione privilegia la riflessione sugli oggetti locali piuttosto che sulle entità di natura globale, e tuttavia non implica affatto una rinuncia a nozioni come quella di “modello”, “regola”, “codice”, e simili, cioè a entità di natura globale. Il valore della scelta è di natura operativa. Ciò non toglie, ovviamente, che esso comporti una serie di conseguenze rilevanti. Il paradigma testutalista tende per sua natura a isolare le realizzazioni semiotiche, esaltandone al massimo le particolarità di costruzione interna a discapito con l’imparentamento con altre realizzazioni. Ferraro, attraverso la metafora della “cipolla”, descrive la modalità secondo cui il percorso generativo greimasiano si presta nell’analizzare gli oggetti di studio, dove la pellicola superficiale è di fatto il testo nella sua manifestazione. A noi piace invece pensare alla metafora di un universo, dove il testo manifestato è terra sotto i piedi e aria che riempie i vuoti non considerati, al suo interno stratificato e analizzabile secondo le regole generative, e al suo esterno influenzato in modo “trascendentale” dai movimenti degli altri satelliti e dalla struttura stessa dell’universo. Dentro uno schema narrativo così dato, si sviluppano i differerenti percorsi narrativi (dei satelliti) che si realizzano nei loro più elementari programmi narrativi (polveri e ossigeni). E’ un modello che rischia di sembrare un po’ presuntuoso, ma la metafora è usata solo in modo strumentale per affermare che il nostro testo, invece di essere un unico e isolante elemento, è un inscrizione all’interno di uno schema discorsivo più ampiamente descrivibile, che a sua volta può accogliere altre inscrizioni. Accogliendo proprio la considerazione di Ferraro(2003)474 secondo cui: Questa prospettiva isolante e che sprofonda le entità portanti nella parte più interna e privata appare immediatamente per sua natura poco adata alla costruzione di un armamentario semiotico per l’analisi della comunicazione in rete. Ciò che più conta dal nostro punto di vista è il fatto che il modello a cipolla non vale soltanto per la concezione degli strati di generazione del testo ma si produce qusi inevitabilmente nella definizione dei fenomeni di enunciazione (da cui l’uso del termine discorso). Anche le pratiche di enunciazione sono infatti assogettate a un medesimo modello rigido di superficializzazione, disinnesto, allontanamento dal soggetto enunciante. Proprio per osservare il testo nella sua inscrizione nel contesto, e non dunque estraniarlo e osservarlo dentro un laboratorio artificiale semiotico, a conclusione di quest adisamina per la strutturazione del corpus, accogliamo pienamente l’idea di Ferraro (2003) per cui: si debbano contemplare nel percorso generativo non solo componenti centrifughe ma anche componenti di origine centripeta (elementi che entrano da fuori del processo di edificazione del testo). Non è detto che sia possibile ripensare il modello del percorso generativo in modo da introdurre le relazioni fra i testi al livello della composizione semantica profonda che sta all’origine della strutturazione del testo; se così non potesse essere, tuttavia, il paradigma testualista avrebbe possibilità limitate di applicazione nell’universo non isolante del Web.475 Ferraro G. (2003) La sfida di Internet al concetto di testo, Versus 94/95/96, Quaderni di studi semiotici, gennaio-dicembre 2003 474 Ferraro G. (2003) ibidem, pag. 100. 475 Ferraro G. (2003) La sfida di Internet al concetto di testo, Versus 94/95/96, Quaderni di studi semiotici, gennaio-dicembre 2003. 128 473 129 3 DALL’ARCHITETTURA DI FACEBOOK ALLA CELEBRAZIONE DELLA QUOTIDIANITÀ Una delle prerogative dei social network come Facebook (ma anche Twitter e tutti i microblogging, a partire dai precursori MSN Messanger e Skype) è la valorizzazione della quotidianità e del rendere raggiungibile il proprio qui ed ora, superando il confine tra sfera privata e sfera pubblica. Usuali sono gli interventi in cui l’utente descrive cosa sta facendo e dove lo sta facendo, rendendo accessibile il suo presente e la sua intimità a un altrui virtualmente in ascolto. Benveniste ne “Le relazioni di tempo nel verbo francese” (1958) definiva il discorso come “ogni enunciazione che presuppone un parlante e un ascoltatore, e l’intenzione del primo di influenzare in qualche modo il secondo” e in effetti agire sulla propria pagina di Facebook è innanzitutto un’azione rivolta a un altrui che ci legge e ci osserva. Tratteggiamo sommariamente la struttura di Facebook: dal momento che una persona decide di iscriversi, crea la sua pagina con dati e oggetti multimediali — foto, video, testi — che rappresentano la sua identità. Chi appartiene alla rete di contatti dell’individuo ha la libertà di interagire con gli elementi della pagina e intervenire nella sua stessa identità–vetrina. Ogni intervento del singolo è riportato nelle bacheche dei rispettivi contatti (con più o meno restrizioni) e acquisisce maggiore visibilità se risulta rilevante attraverso commenti e apprezzamenti degli altri. Facebook permette diverse tipologie di azione: è possibile immettere e acquisire informazioni sugli altri, interagire dialogicamente attraverso chat, messaggi privati (comunicazione uno a uno sincrona o asincrona) oppure attraverso i messaggi in bacheca, la creazione di gruppi e pagine pubbliche (comunicazione uno a molti). Ogni utente dentro Facebook è un soggetto che si costituisce nell’interazione con gli altri, nell’intersoggettività. 3.1 Installazione di Facebook Come ogni brand che si rispetti, anche Facebook ha un’identità visiva che permette di strutturare un processo di significazione coerente all’interno delle sue comunicazioni online (perchè offline Facebook non comunica, primo dato interessante). La sua espansione è stata determinata dal passaparola e dalla stessa viralità tecnologica cui è stata dotata la piattaforma. Iniziando dal logo476, il carattere Klavika è un carattere non graziato, spaziato, lineare e contemporaneo, che gli conferisce una peculiarità artificiale con forme quasi rettangolari, addolcite dall’uso di grassettature che conferiscono un peso più spesso e aperture ampie, rendendolo rassicurante e accogliente. Il gradiente cromatico blu richiama la comunicazione istituzionale, e nel sistema del web è un codice che differenzia le piattaforme prettamente ludiche e maggiormente legate a usi anticonvenzionali o di rottura rispetto al pregresso (che si caratterizzano con cromie del rosso/giallo). Rispetto a loghi come quelli di Google ma 476 Il logo Facebook è stato prodotto da www.cubancouncil.com. 130 anche Ask, è un logo compatto, composto dalla scritta in bianco e una bordatura di sfondo blu, di solito rettangolare. E’ dunque chiuso, delimitato, crea un differenziale tra lo spazio esterno ben definito, isolandolo e rendendolo inaccessibile. Ci sono delle varianti (generalmente una f inserita in un quadrato blu) ma tutte includono il carattere verbale all’interno di un confine segmentato, anche se dalle linee meno regolari, smussate ad angolo, che presentano intervalli discreti di colore, seppur sempre nelle stesse varianti, composizione di sfumature “controllate”. Per fare un paragone, anche LinkedIn inscrive parte del suo logo all’interno di uno spazio quadrato blu, delimitato da linee smussate e una gradualità di blu specchiata, sfumata, ma è un contenimento parziale, la parte restante del logo è invece svincolata, oltre che di un altro colore (nero). I radicali cromatici del logo principale di Facebook sono discreti e non ci sono sfumature, al contrario anche di Skype, Twitter e in generale della maggior parte dei loghi web non professionali che ricalcano simili selezioni cromatiche fredde. La caratteristica contenitiva del quadrato di sfondo si serializza in una variante usata in particolare per i comunicati stampa e in generale i media tradizionali, dove il logo si conforma tridimensionalmente e in trasversale, riacquista le linee spezzate e gli angoli vivi, richiamando connotativamente il gioco del domino e in generale quel tipo di comunicazioni che si muovono sulla sceneggiatura degli effetti a catena. Il codice verbale usato propone il logo minuscolato, che non impone dunque un nome proprio, ma si situa sul piano del fare, strumentale, come Twitter e Skype, e contrariamente invece a Google. Questo addolcisce l’impositività dello sfondo blu su bianco, in un’ambivalente accessibilità formale o informale rigore. E’ netto, diretto e solido, centrato e stabile, contiene ed esalta, fino a sbilanciarsi nell’accessibilità, per poi configurarsi in unità uguali, compatte, solide eppure tra loro svincolate in un non-spazio che le separa, libere di erigersi ma serializzate nel loro installarsi come entità compositive di un unico sistema che le possiede, sottoscrivendole con la propria iniziale. 131 Se osserviamo i codici verbali, /facebook/ è una parola composta face+book che designa semanticamente l’idea di annuario scolastico, letteralmente il libro delle facce. Le caratteristiche plastiche esaltano l’equilibrio e la contiguità tra i due sememi (stesso font, stessi colori, stessa dimensione, stessa posizione), la parola è unica, non scomponibile e salda (all’opposto di LinkedIn o di Google, uno discontinuo e separato, l’altro infinitamente prolungabile). Inizialmente a rischio di limitazione all’ambito scolastico, a causa anche dell’iniziale inclusione dell’articolo /the/ all’interno del logo, che gli conferiva un’accezione esclusivamente strumentale, l’uso di un’unica parola composta, senza interpellazioni dirette, si propone a livello discorsivo attraverso un contratto di lettura oggettivo, con un debrayage che neutralizza il lato /face/ e oggettivizza il lato /book/. Neutralizza il lato /face/ perchè non installa nessun “tu” all’interno dell’enunciato, tu che però è presupposto per sineddoche (faccia al posto della persona). Questo registro impersonale senza indicazione e dunque proiezione di destinatario presuppone un’autorevolezza informativa del destinante e una simmetria di ruoli. Ricalcata isotopicamente dai codici usati. L’uso di un sostantivo non tematizza un’agentività e un percorso di azione, ma installa il discorso sul piano dell’essere. Eppure a livello attanziale, grazie alle denotazioni semantiche, è chiara l’installazione di un Soggetto “oggettivato” /face/ e di un oggetto di valore /book/, e del programma d’azione (implicito dunque maggiormente perlocutorio) che si realizza in /facebook/, che altro non è che la figurativizzazione della congiunzione tra Soggetto e Oggetto di valore. Book inteso come concretezza, memoria, riconoscibilità, come tattilità e tangibilità, in netta contrapposizione con la virtualità del web. Book dunque come segno emblematico della congiunzione tra mondo virtuale (formante) e mondo empirico (semantica). Ma /book/ intendibile anche come contrapposizione tra oggettività (strumento) e soggettività (individuo), da cui un possibile percorso isotopico (da verificare) che porta a considerare il percorso narrativo di un universo soggettivo che si oggettivizza, si rende cioè leggibile, riconoscibile, dunque scambiabile perchè valorizzabile, pertanto sociale. 3.1.1 Homepage: tra mascheramenti di destinanti e suture di piani impertinenti Rispetto alle consuete regole di progettazione della user interface477, la pagina iniziale di Facebook sviluppa un maggior orientamento orizzontale destro/sinistro (verso l’area di registrazione) con uso di elementi grafici che pesano sul lato sinistro, accompagnando una lettura tipicamente occidentale. L’area è suddividibile in due zone: lato sinistro è della Marca, con logo, claim, visual e footer in basso relativo alle lingue “parlate”. Il lato destro è dedicato all’utente, alla stessa altezza del logo corrispondono nel lato utente gli elementi dell’Accesso (login), in una posizione di equilibrio sottolineata da un’unica fascia blu che li unisce orizzontalmente e li separa dal resto della struttura. Più in basso si accede alla zona di Registrazione, topologicamente allo stesso livello di claim e visual della Marca. L’organizzazione formale di tutta la pagina è determinata dagli sfondi blu/azzurro/bianco che propongono tre fasce orizzontali discrete, che spostano il peso dell’attenzione anche sul lato superiore (e dunque in Si veda www.webstyleguide.com per ogni dettaglio, in particolare per quel che concerne la struttura della pagina si rimanda al capitolo 4. Interface Design della Web Styile Guide consultabile qui: http://www.webstyleguide.com/wsg3/4-interface-design/3-interface-design.html 132 477 definitiva nella zona del login, polo d’azione reso evidente dalla doppia direzionalità narrativa strutturata), per via della dominante blu meno saturata. Dominano le linearità e i tratti netti, le uniche forme arrotondate sono relative agli elementi verbali e al visual che illustra la connessione tra gli individui in una mappa mondiale. Gli unici radicali cromatici che si discostano dai toni blu/bianco risultano essere le sagome delle persone gialle del visual e il bottone verde di registrazione, da un lato una rappresentazione iconica della rete di utenti empirici, dall’altro una rappresentazione indicale di un gesto effettuato dall’utente empirico, ancora non riconosciuto dal sistema in quanto non registrato e dunque non ancora “dentro”. Nel momento infatti che l’utente avrà definito la sua registrazione e userà dunque l’homepage come pagina di accesso, il bottone “Accedi” nella cromia blu ne sottolineerà il cambiamento avvenuto. A livello discorsivo478, si installa un attante enunciazionale poco sopra il bottone di Registrazione. Nella frase “Perchè dovrei dirvelo?” risulta infatti implicito un enunciatario /voi/ a cui l’enunciatore/utente si sta rivolgendo. Questo attante enunciatario si manifesta anche nella Header del sito479, capovolto nel ruolo di enunciatore, in cui si legge: “Ti diamo il benvenuto su Facebook: accedi, iscriviti o scopri maggiori informazioni”. Siamo di fronte a un regime discorsivo dialogico, come sottolinea anche la natura interrogativa della frase. Dialogo che presuppone dunque un regime di oralità, contatto diretto, un’interazione naturale e soprattutto una posizione gerarchica “semioticamente paritaria” (Volli 2000)480. E’ chiaro che è un effetto di senso costruito, ma comunque le selezioni espressive verbali nelle aree utente danno l’idea di una comunicazione senza architetture sintattiche complesse (“Registrazione. E’ gratis e lo sarà sempre.”) e aggregativa più che argomentativa (“Crea una Pagina”, Registrazione, Accedi). L’uso di forme verbali imperative in questo senso presuppone una confidenzialità data, più che un’assertività, situazione che alimenta la natura partecipativa del dialogo, inducendo un effetto di familiarità e di narrativa naturale dettato dal mascheramento oggettivante che installa /Facebook/ nell’area della Marca come attante narrativo figurativizzato, ma non enunciazionale. A livello discorsivo dunque /Facebook/ non è attante, il discorso si instaura tra un enunciatario/enunciatore “trascendente” collettivo (manifestato da un /noi/ e da un /voi/), narratore intradiegetico però eterodiegetico che propone una visione oggettivante (in regime di debrayage attanziale), non prende parte agli eventi di cui “narra” e simula un dialogo, dunque un vero e proprio interlocutore secondo la definizione di Greimas e Courtes (1979: 80). E un enunciatario /tu/, narratario intradiegetico e omodiegetico, Consideriamo a questo livello le tracce di enunciazione all’interno dell’enunciato “homepage”, considerando l’intera situazione comunicativa che in questo caso richiede un’interazione diretta da parte dell’utente empirico nelle varie proposte di azione all’interno dell’enunciato, come leggere, osservare ma anche compilare e avviare delle azioni presupposte da bottoni link e ogni artefatto che presuppone un’agentività. Agentività dunque intesa come proprietà di un’agente nel voler agire, nel voler proporre un atto, sia esso locutorio, illocutorio o perlocutorio, secondo la distinzione di Austin (1987) e in generale in accordo al modello fenomenologico–linguistico già osservato nel Cap. II proposto da Sbisà (2009) che non si basa sul riferimento a vissuti ma sul modo in cui il mondo e la vita umana si presentano all’attore virtualizzato nel linguaggio. Dunque si riconoscono le azioni, sulla base della ricostruzione delle operazioni effettuabili ed effettuate all’interno del testo. Per ulteriori approfondimenti: Sbisà M. (2009), Senso e Azione, in Leone M. (a cura di), Attori attanti agenti, Senso dell’azione e azione del senso. Dalle teorie ai territori, Lexia 3-4, Circe, Aracne Editore. Austin J. (1962), How to do things with words, Oxford, Oxford University Press, trad. It, 1987, Come fare cose con le parole, Marietti Genova. 479 La parte in alto inclusa nel browser, codificabile attraverso l’html della pagina. 480 Vollu U. (2000), Manuale di semiotica, Laterza 133 478 interlocutorio e sincreticamente anche osservatore-protagonista che parteciperà dunque alla narrazione che sta per essere messa in scena. In quanto narratore, il primo attante è colui che determina lo sviluppo narrativo, le informazioni condivise, le azioni che si possono compiere, le sanzioni che si possono ricevere, di fatto è in tutto e per tutto un delegato del Destinante (Courtes, Greimas 1979: 80). Oltre che determinare tempi, spazi, ritmi, variazioni, e in generale la complessità dell’ambiente che si andrà a popolare. In quanto interlocutorio e delegante del Destinatario, il secondo attante può comprendere il ruolo di Soggetto-agente che gli si sta offrendo, e decidere se accoglierlo (attraverso la Registrazione) e dunque essere marchiato (simbolicamente da verde a blu) come Soggetto della narrazione che si sta per compiere. Ed accedere in questo ambiente virtuale chiuso. L’homepage propone un Contratto di Lettura che racconta di una trasformazione, il passaggio da essere un utente della Rete a essere un utente di Facebook, un’altra rete. E infatti i codici grafici utilizzati sebbene quelli verbali propongano una narrativa naturale, sono invece legati a un tipo di narrativa decisamente artificiale, attraverso l’uso di un linguaggio figurato (il Visual) la totale assenza di ogni coordinata spazio-temporale, la totale assenza di referenzialità rispetto al mondo naturale, ma anzi una particolare illusione referenziale che instaura /Facebook/ come nome proprio e sutura l’istanza di enunciazione all’enunciato rispetto all’attorializzazione, quasi a creare dal nulla qualcosa di reale (e Dio creò Facebook). Un contratto che instaura un percorso narrativo nel campo semantico reale/virtuale, se osserviamo altre marche plastiche e semantiche che lo tracciano. La posizione della frase/link “Perchè dovrei dirvelo?” non è solo funzionale o casuale. E’ posta proprio sopra il bottone di registrazione, in uno spazio che presuppone una consequenzialità di lettura tra il form da compilare e il bottone con cui comunicare l’avvenuta compilazione, dunque una richiesta di presa di coscienza, in quello spazio utopico della registrazione, di chi sia il proprio enunciatario (/voi/). Spazio della performanza effettiva della prassi enunciazionale, dove l’utente, dopo aver inserito i propri dati, decide di comunicarli (azione/comunicazione). La frase, embrayante rispetto al processo in atto, dilata il ritmo e propone un’apertura a uno spazio altro (link) in una finestra in cui Facebook viene di nuovo figurativizzato e oggettivato attraverso il nome proprio e posto allo stesso livello enunciativo degli utenti: Facebook richiede che tutti gli utenti forniscano la loro vera data di nascita per favorire una maggiore autenticità e consentire l’accesso ai vari contenuti in base all’età. Potrai scegliere di non mostrare la tua data di nascita nel profilo. Di nuovo si osserva uno scontro tra programmi narrativi, uno enunciazionale e uno enunciativo, che si manifesta nello scontro/incontro tra un’illusione referenziale (nome proprio/terza persona/costruzione di simulacro di referente esterno, /gli utenti/) e l’effetto di presenza (/potrai/, /tua/). Da un lato una richiesta di credere, “fino a prova contraria” (Volli 2000) e dunque approvare il patto di fiducia proposto dal mascheramento oggettivante e una vocazione quasi didattica, grazie al carattere informativo del testo proposto. Dall’altro una richiesta di partecipazione e attivazione, su un secondo piano narrativo che richiede di entrare in uno spazio sconosciuto (/profilo/) attraverso una sospensione di incredulità determinata dalla stessa natura espressiva dell’ambiente in cui ci si trova. Nell’homepage infatti non c‘è nessun elemento che esemplifica il tipo di esperienza proposta. La pagina è statica, fissa, non c’è alcuna ritmicità né dinamicità. Si è in una situazione eterea, sospesa, non partecipata. Se paragonata all’home page di Twitter o Myspace, è in totale opposizione. Queste due piattaforme infatti propongono diversi elementi “intralinguistici” se con essi 134 intendiamo la dimostrazione delle grammatiche dell’altrove a cui si sta per accedere. Questo carattere dimostrativo permette di creare un grado di competenza necessario ad accettare il contratto (di Registrazione) proposto. L’homepage di Facebook non propone alcuna anticipazione e sceglie una strategia di manipolazione che simula lo stile espressivo di Google, dalle linee essenziali, semplici, mascheranti nella trasparenza, in cui l’unico modo per comprendere è agire. Una manipolazione che elimina la fase della competenza e impone di agire prima di sapere. Nel caso di Google però nessuna iscrizione è richiesta prima dell’azione, su Facebook sì. Se osserviamo inoltre le modalità attraverso cui vengono marcati gli enunciati, a una modalità constatativa della realtà di Facebook (“Ti diamo il benvenuto su Facebook”, conferma dell’esistenza e della realtà della piattaforma e dell’utente) si passa a una modalità performativa marcata nel dovere (“Perchè dovrei dirvelo?”), un dovere comunicativo, tipico della fase di manipolazione. Un atto perlocutivo dunque di tipo strategico camuffato da atto illocutivo a garanzia delle condizioni di attuazione delle intenzionalità dell’utente (nel caso di prima quello di “favorire maggiore autenticità e consentire l’accesso ai contenuti”), saldato narrativamente. Non ci vuole una competenza di settore per sapere che la richiesta della data di nascita per esempio è motivata da esigenze di marketing e clusterizzazione, ma anche se intuibile non è dichiarabile, se non con il rischio di destrutturare il meccanismo di doppia articolazione della fiducia. Se seguiamo le indicazioni di Benveniste sul carattere biplanare dell’enunciazione scritta, secondo cui: Bisognerebbe anche distinguere l’enunciazione parlata dall’enunciazione scritta. Quest’ultima si muove su due piani: lo scrittore si enuncia scrivendo e, all’interno del suo scrivere, fa sì che gli individui si enuncino. Ampie prospettive si aprono all’analisi delle forme complesse del discorso, partendo dal quadro formale qui abbozzato.481 possiamo allora delineare come ipotesi di lavoro (un work in progress) un primo livello in cui possiamo descrivere il carattere narrativo che presuppone l’enunciarsi degli attori coinvolti, secondo il seguente schema: Schema 1: Programma narrativo enunciazionale proposto in HP Un livello che potrebbe delinearsi secondo la definizione di Bùhler (1934) ripresa da Manetti (2008) quale campo di indicazione, ovvero quel: Benveniste (1970) L’appareil formel de l’énunciation, in “Languages”, 17, pp. 105-106; 1974, capitolo V, citato da Manetti G. (2008) L’enunciazione. Dalla svolta comunicativa ai nuovi media, Mondadori Università, Milano, pag. XV. 135 481 particolare ambito spazio-temporale che costituisce il sistema qui-ora-io dell’orientamento soggettivo: emittente e ricevente vivono sempre, allo stato di veglia, secondo tale orientamento.482 Campo entro cui si costituiscono le implicazioni indicali che installano gli attanti enunciazionali e “servono ad orientare l’attenzione dell’interlocutore” (Manetti 2008: 8) e che istituisce in particolare un’autonomia della classe dei pronomi rispetto ai nomi oggettivati (in caso di deittici riguardanti la persona). Dunque presuppone non un rapporto di sostituzione ma un vero e proprio livello di pertinenza semioticamente differenziante, che marca il campo di indicazione rispetto a un altro campo, detto campo simbolico, in cui si collocano i nomi e in generale tutte le parole che nominano, secondo la teoria dei due campi di Buhler (1934)483: I nomi fungono da simboli e conseguono la loro specifica pienezza e precisione di significato in un articolato campo semantico: propongo la denominazione di “campo simbolico” per quest’altro ordine, che non va in alcun modo confuso con i momenti situazionali.484 Senza voler introdurre nuove terminologie, preferiamo adottare i termini di programma narrativo enunciazionale (in accordo con Volli 2007)485 o discorsivo per designare questo campo indicale in cui si orientano interlocutore e interlocutario, proprio della prassi enunciazionale, per distinguerlo dal programma narrativo enunciativo (Volli 2007), ovvero quello proprio del contenuto proposto, che richiede un primo movimento di debrayage in grado di installare un progetto narrativo comunemente inteso. Avremmo anche potuto analizzare semplicemente questi incassi osservandoli quali piano dell’essere e piano del fare di un’unica narrazione, ma saremo incorsi in una sovrapposizione che avrebbe appiattito il mascheramento oggettivante del Destinante enunciazionale dietro alla figurativizzazione dell’Aiutante enunciativo. Ancora un appunto di metodo, per poi riprendere l’analisi: Greimas e Courtes (1979) parlano a proposito di Enunciazione enunciata (maiuscolato degli autori), ma non come semplice enunciazione riportata all’interno di una storia o di un giornale, ma in termini più generali quale forma “costitutiva di una sottoclasse di enunciati che formano il metalinguaggio descrittivo (non scientifico) dell’enunciazione”486. In questa accezione, confermano che: l’insieme degli elementi che appartengono all’Enunciazione enunciata in un testo sono dotati di un loro senso. Questo insieme può essere considerato come un enunciato a sé stante e passibile di analisi semiotica. In particolare, si possono riscontrare dei programmi narrativi enunciazionali articolati tra loro e con altri programmi enunciativi. Inoltre, la descrizione di questi programmi può essere condotta ai diversi livelli del percorso generativo. [...] Buhler K. (1934) Sprachtheorie, Fischer, Jena, trad. it (1983) Teoria del linguaggio, Armando, Roma, pag. 166 in Manetti G. (2008) L’enunciazione. Dalla svolta comunicativa ai nuovi media, Mondadori Università, Milano, pag. 8. 483 Buhler K. (1934) Sprachtheorie, Fischer, Jena, trad. it (1983) Teoria del linguaggio, Armando, Roma. 484 Buhler K. (1934) ibidem,, pag. 133 485 Volli U. (2007) È possibile una semiotica dell’esperienza?, in N. Dusi et. al. (a cura di), Narrazione ed esperienza. Intorno a una semiotica della vita quotidiana, Meltemi, Roma 486 Greimas A. J, Courtes J. (1979) Semiotica. Dizionario ragionato della teoria del linguaggio, trad. it. a cura di Fabbri P. (2007), Bruno Mondadori editore, Milano, pag. 105. 136 482 L’Enunciazione enunciata [...] si presenta come un luogo privilegiato della dimensione fiduciaria. Inoltre, le trasformazioni di cui l’Enunciato enunciato è teatro, fanno sì che questo [ndr: l’Enunciato enunciato] funzioni come performanza rispetto al contratto fiduciario dell’Enunciazione enunciata. La gerarchizzazione delle due componenti dell’Enunciato globale [ndr: Enunciazione enunciata + Enunciato enunciato] fornisce alla semiotica un quadro teorico adatto all’analisi della comunicazione generalizzata. Tali ipotesi presuppongono la possibilità di distinguere l’Enunciato enunciato dall’Enunciazione enunciata.487 Detto in altre parole, sussiste un Enunciato globale, scomponibile in Enunciazione enunciata ed Enunciato enunciato. I due sono tra loro in relazione, nel senso che l’Enunciato enunciato altro non è che la performanza dell’Enunciazione enunciata, in un rapporto di subordinazione del primo rispetto a quest’ultima (Greimas, Courtes, 1979: 106): Schema 2: Struttura gerarchica da Programma narrativo enunciazionale e Programma narrativo enunciato proposto in HP work in progress- All’interno del programma narrativo enunciazionale (o dell’Enunciazione enunciata o del discorso) si ritrovano attanti che rivestono caratteristiche dell’enunciazione ma allo stesso tempo si delineano attraverso un’agentività narrativa. Greimas e Courtes parlavano di soggetti ipercognitivi488. Questi soggetti sono tutti Greimas A. J, Courtes J. (1979) Semiotica. Dizionario ragionato della teoria del linguaggio, trad. it. a cura di Fabbri P. (2007), Bruno Mondadori editore, Milano, pag. 107. 488 Courtes e Greimas (1979) parlano per esempio dell’osservatore quale “soggetto ipercognitivo fornito di un sapere delegato dall’enunciatore e da questi installato, grazie alle procedure di debrayage, nel discorso enunciato”. L’osservatore può avere funzioni diverse: percettiva, valutativa, cognitiva, timico-passionale, a seconda del tipo di sapere da lui messo in discorso (Volli 2000). L’informatore è un altro soggetto ipercognitivo che si situa sullo stesso piano dell’osservatore e determina circolazione del sapere attraverso l’interazione diretta con l’osservatore. Genette parla inoltre di narratore e narratario quali attanti dell’enunciazione, in quanto soggetti delegati dell’enunciatore e dell’enunciatario (Greimas, Courtes, 1979 voce Narratore), che a loro volta determinano circolazione del sapere. Sono quattro attanti del discorso che possono vivere in sincretismo tra loro e possono sviluppare sovrapposizioni attanziali, non comparendo in nessun modo nel testo (extradiegetici), comparendo a livello enunciazionale 137 487 soggetti secondo la modalità del sapere, un sapere che può essere percettivo, valutativo, cognitivo, timico passionale, ma comunque sempre sul piano cognitivo. In questo senso indicare l’Enunciato enunciato al livello di Performanza del Programma narrativo enunciazionale, significa non considerare che la manipolazione è anch’essa una performanza, ma appunto cognitiva, che si esercita proprio sul sapere degli oggetti (Greimas, 1983)489. Rivediamo dunque il nostro schema secondo quanto osservato: Schema 3: Struttura gerarchica da Programma narrativo enunciazionale e Programma narrativo enunciato proposto in HP, sulla base della performanza cognitiva - work in progress- Secondo questo approccio, la fase del Contratto e della Competenza del programma narrativo dell’Enunciato Enunciato corrispondono alla fase di Competenza del Programma Narrativo dell’Enunciazione enunciata, mentre Performanza e Sanzione dell’Enunciato enunciato corrispondono alla fase di Performanza propria dell’Enunciazione enunciata. Prima di capire e osservare cosa questo possa significare, dobbiamo approfondire quali ruoli giocano questi attanti enunciazionali o del discorso, andando a osservare che la loro agentività narrativa. (eterodiegetici) o figurativizzandosi (omodiegetici e intradiegetici o addirittura metadiegetici) nell’enunciato, prendendo dunque parte alla storia narrata (Volli 2000). Essendo inoltre gli incassi enunciativi infiniti possono sviluppare combinazioni potenzialmente infinite. Osserviamo che come l’osservatore può sviluppare saperi diversi, pensiamo sia possibile estendere questa caratteristica anche informatore, narratore e narratario, soprattutto in discorsi di natura multiprospettica in cui queste posizioni attanziali sono rivestite da un regime attoriale ampio e multisfaccettato. 489 Greimas A. J. (1983) Del senso 2. Narrativa, modalità, passioni, trad. it Magli P., Pozzato M.P. (1984) Bompiani, Milano, pag. XII. 138 Se il programma narrativo enunciazionale ipotizzato risultasse funzionale, si delineerebbe nè più nè meno una loro investitura all’interno delle quattro fasi enunciazionali in senso narrativo, sviluppando quattro ruoli narrativi differenti (in accordo con il loro progresso narrativo teorizzato da Greimas e Courtes, 1979490). Si avranno dunque dei soggetti sintattici funzionali appartenenti allo schema narrativo d’insieme, che si attivano in ruoli attanziali calcolabili all’interno dei percorsi narrativi sviluppati rispetto al progresso narrativo stesso. Per il Soggetto, secondo le definizioni di Greimas e Courtes (1979: 81, 215) avremo dunque un Soggetto Competente e un Soggetto Performante; per il Destinante, quello iniziale o Manipolatore, e quello finale, Sanzionatore o Giudicatore. Secondo questa definizione, si direbbe che il Soggetto può avere ruoli attanziali solo sul piano del fare, mentre il Destinante solo sul piano dell’Essere. Eppure, sempre Greimas e Courtes (1979: 238) parlando di performanza, ampliano queste definizioni introducendo anche un Destinante del fare esemplificato nella configurazione del dono (tipico della Competenza ma anche del Contratto) e un Soggetto di stato chiaramente esemplificato in ogni sua relazione di giunzione con gli oggetti di valore. Se incrociamo queste osservazioni con le classiche istanze enunciazionali utilizzate (enunciatore/enunciatario, interlocutore/interlocutorio, narratore/narratario, informatore e osservatore), possiamo riconfigurare percorso narrativo enunciazionale e suoi attanti secondo il seguente schema: Schema 4: Struttura gerarchica da Programma narrativo enunciazionale e Programma narrativo enunciato proposto in HP, sulla base della performanza cognitiva, relativo ai ruoli attanziali enunciazionali. Sulla prima colonna in grigio gli attanti (sdoppiati per facilità rappresentativa rispetto al piano dell’essere e al piano del fare). All’interno dello schema i ruoli attanziali rivestiti - work in progress- 490 Greimas A. J., Courtes J. (1979) Dizionario ragionato delal teoria del linguaggio, trad. it. a cura di Fabbri P. (2007) Bruno Mondadori, voce Narrativo, pag. 214. 139 Passando ora al livello dell’Enunciato enunciato vero e proprio, osserviamo che nel claim: Facebook ti aiuta a connetterti e rimanere in contatto con le persone della tua vita. si intrecciano i due discorsi Marca/Utente delineati dalla segmentazione formale destra/sinistra menzionata all’inizio della nostra analisi. Il claim è espressivamente e plasticamente inserito all’interno dell’organizzazione spaziale della marca senza alcun codice che lo include o lo sostiene rispetto agli altri elementi appartenenti alla stessa configurazione formale, riveste seppur plasticamente tutti i canoni di un’enunciazione enunciata (dalla Marca) comunemente intesa. Attraverso un’interpellazione diretta /tu/ da un lato e una installazione del brand invece debrayata, distaccata attraverso l’oggettivazione, sono delineati i primi due attanti di questo piano narrativo, Soggetto/tu e Aiutante/Facebook. Il primo richiede ancora una volta un ancoraggio bio-psicologico nell’utente grazie all’effetto di presenza, l’altro ribadisce la sua connotazione di trasparenza e neutralità e si propone appunto come agevolatore, dunque strumento, complice di un fare piuttosto che giudice sanzionatore relativo a un essere. Osservando le forme verbali: Facebook  aiuta tu  ti connetti tu  rimani in contatto L’istanza /tu/ è proposta non solo come Soggetto di un programma narrativo (rimanere in contatto) ma anche come Destinante manipolatore di sè stesso (/ti connetti/), secondo un volere. Da questo livello di pertinenza, risulta dunque evidente che Facebook maschera la sua agentività enunciazionale di Destinante precedentemente osservata e si inserisce nel discorso narrativo proposto come adiuvante, sottoposto al Soggetto a livello di forza agentiva seppur guida competente in grado di far connettere e far rimanere in contatto. E’ dunque un Destinante nella competenza sul piano del fare, che non propone un sapere cognitivo ma propone uno schema narrativo con una figurativizzazione dell’oggetto di valore di base (“rimanere in contatto con le persone della tua vita”), del programma d’azione (“connetterti”), indica sè stesso come oggetto d’uso (“Facebook ti aiuta”) e richiede al Soggetto di essere Destinante manipolatore di sè stesso (“connetterti”) sul piano dell’essere. Il claim introduce anche altri attori della narrazione, “le persone della tua vita”, perifrasi ad indicare, nel ruolo tematico implicito Comunità/Società, non solo un oggetto di valore (il Soggetto è in fase di ricerca verso questa Comunità/Società), ma anche (se consideriamo l’implicazione di interattività) un Destinante Giudicatore o Sanzionatore collettivo in quanto unico in grado di validare il Soggetto come “persona delle loro vite”. Detto altrimenti, quelle persone non appartengono alla “vita” del Soggetto, fintanto che quest’ultimo non appartiene alla “vita” delle sue persone e viene da loro riconosciuto, e dunque si congiunge ad esse, il che sviluppa il vero e proprio Programma narrativo sul piano dell’essere. Il concetto “della tua vita” richiede implicitamente un nuovo impegno al Soggetto, legato al categoria semantica di continuità già attivata isotopicamente dal verbo “rimanere”. E non stabilisce a quale /vita/ ci si riferisca, può essere una vita realizzata ma può essere anche virtualizzante per il Soggetto. 140 Seguendo queste indicazioni, a livello di Enunciato enunciato si stabilisce dunque un Contratto con un Destinante intimo sul piano dell’essere, una fase di competenza e performanza in cui, con l’aiuto di /Facebook/ (Destinante nella competenza sul piano del fare o Aiutante), il Soggetto si connette e crea delle relazioni stabili nella sua Performanza. Una fase infine di Sanzione in cui quelle relazioni si trasformano in “della vita”, vitali, e allo stesso tempo riconoscono l’appartenenza del Soggetto a questo contesto sociale. Avremo dunque: Schema 5: Struttura gerarchica da Programma narrativo enunciativo proposto in HP, e relativi ai ruoli attanziali enunciazionali. Sulla prima colonna in grigio gli attanti (sdoppiati per facilità rappresentativa rispetto al piano dell’essere e al piano del fare). All’interno dello schema i ruoli attanziali rivestiti - work in progress- Esattamente come nel testo di Maupassant (Greimas Del senso II, pag. 144), troviamo un soggetto individuale che si congiunge a un attante collettivo “in via di costituzione” fino a non distinguersi dall’essere sociale in cui “si connette” (in Maupassant si confonde con la folla, qua si connette /con le persone della tua vita/). Fintanto non finisce la sequenza narrativa, sempre in Maupassant questo soggetto assume tra l’altro tutte le caratteristiche e gli attributi che l’autore conferisce successivamente alla società nel suo insieme, opponendo due segmenti descrittivi quale “l’essere sociale” e “il fare sociale”, che qua invece ancora non avviene. La sutura che sviluppa la continuità dell’interpellazione diretta (/tua/) attiva un nuovo momento di embrayage che marca la posizione dell’utente nel suo ruolo di Soggetto, all’interno della perifrasi che abbiamo evidenziato. Anche la concatenazione di azioni descritta sottolinea questo cambiamento: ti aiuta  azione performativa in posizione passiva ti connetti  azione performativa in posizione attiva rimani in contatto  stato all’interno di un “gruppo” Si osserva allora una passaggio tra /tu/ alla /tua vita/ in cui il Soggetto non è più riconosciuto e riconoscibile in quanto singolarità, ma in quanto immerso in una continuità. Questa continuità è composta a sua volta da elementi discreti (/persone/), in 141 quanto attori individualizzati tra loro collegati grazie alla caratteristica di appartenere alla /vita/ del soggetto coinvolto. E’ un attante collettivo dunque paradigmatico, dove gli attori che ne fanno parte si riconoscono in quanto entità. Proprio per questa riconoscibilità, non richiede e non è esplicitamente richiesto un processo programmato d’insieme che porta alla costruzione o elaborazione di qualcosa e all’annullamento della loro stessa individualità (al contrario per esempio dell’insieme di persone che lavorano dietro all’attante collettivo Brand e che hanno un obiettivo comune, produrre ricavi, che si manifesta dietro al /noi/ prima osservato del Destinante enunciazionale). Gli attori tra di loro appartenenti a un attante paradigmatico non possono sostituirsi a vicenda ma insieme costituiscono un continuum per il Soggetto, riconoscibile in quanto totalità (gli amici della scuola, la famiglia, ...). Questo continuum viene rappresentato plasticamente anche attraverso il visual. Stiamo parlando banalmente di una rappresentazione della rete, che dal visual risulta concatenazione seriale di individui stereotipati, le /persone/ appunto. Non riporta alcuna referenzialità, anzi è una composizione di origine simbolica, nessun effetto di realtà nè un punto focale interno o interiorizzato. L’immagine appiattisce l’universalità della piattaforma attraverso la rappresentazione di una mappa geografica mondiale, stilizzata e senza riferimenti diretti a luoghi senza dunque far ricorso a denominazioni o indicazioni particolari, le sagome degli individui evidenziano solo un differenziale rispetto al genere e non rappresentano alcuna connessione “vitale”, ma solo fàtica, per mezzo di una tracciatura della loro connessione attraverso linee spezzate e blu, isotopia di Facebook. Questa rappresentazione plastica propone proprio una negazione dell’individuo in quanto singolarità, per asserire il suo carattere partitivo (una parte della rete di Facebook) attraverso la stessa congiunzione delle persone, definite parte di questa totalità e tra loro connesse grazie alla proprietà di essere /tue/. Questa qualificazione è di certo soggettiva, ed è determinata intersoggettivamente attraverso la manifestazione di un comune volere e di un comune fare. Al contrario dei gruppi normalmente intesi, che si dotano di coordinazioni e subordinazioni, la rete così qualificata si àncora a più Soggetti integrali nel loro installarsi, fintanto che non si confondono in essa e dunque per processo intersoggettivo si instaura una connessione reciproca. Dunque la trasformazione del Soggetto avviene nel suo divenire rete, programma narrativo contemporaneo a quello di altri Soggetti del tutto simili a lui. Rivediamo lo schema 5 integrando anche questo attante collettivo così installato e la performanza dell’agente nella sua congiunzione con esso (si veda Schema 6 pagina successiva). Ecco allora che la vita, nella sua qualificazione di /realtà/, diventa l’oggetto magico (o il valore d’uso) per divenire rete, in tutta la virtualità che la piattaforma Facebook ha istituito. Il Programma Narrativo enunciazionale e il Programma Narrativo enunciativo dell’HomePage, nel loro sviluppare sincretismi e mascheramenti, istituiscono concatenazioni attanziali, secondo lo Schema 7 (pagina successiva), per dare vita all’Enunciato Globale. Il programma narrativo complessivo di questo primo Enunciato Globale si muove sul contratto “diventare rete virtuale al posto della propria individualità reale”, uno scambio che attuerà la trasformazione del Soggetto in Rete, per mezzo della /vita/ che sarà da lui messa in discorso. L’installazione di un’agentività totale del soggetto voluta dal sistema (per sincretismo tra piano enunciazionale ed enunciato), narrativizza l’utente empirico quale Destinante di questa stessa proposta: da lui dipendono appropriazioni e attribuzioni (di oggetti di valore), da lui dipendono soprattutto spoliazioni e rinunce. 142 Schema 6: Struttura gerarchica da Programma narrativo enunciativo proposto in HP, e relativi ai ruoli attanziali enunciazionali, compreso il Destinante sanzionatore. Sulla prima colonna in grigio gli attanti (sdoppiati per facilità rappresentativa rispetto al piano dell’essere e al piano del fare). All’interno dello schema i ruoli Schema 7: Relazioni tra il programma narrativo enunciazionale e relativi ruoli attanziali e programma narrativo enunciativo e relativi ruoli attanziali. E’ chiaro che essendo stata analizzata solo l’home page senza l’azione performativa vera e propria del’enunciatario, a livello di performanza e sanzione - work in progress- 143 3.1.2 Agenti, soggetti, destinanti, ancoraggi bio-psicologici, narrazioni: presa di posizione Per procedere è necessario fare un po’ di chiarezza sulla terminologia che adotteremo e sulla considerazione di agency e agentività, fino ad ora considerata ma tralasciata nel suo approfondimento (se non nella considerazione del Soggetto del Fare – Agente). Iniziamo con osservare la definizione di agente data da Sbisà (2009) in quanto “ente in grado di intervenire sugli stati del mondo con una propria progettualità e iniziativa”. Questa definizione, che prende le distanze dal concetto di soggetto, inteso dalla semiotica greimasiana, nel nostro progetto di ricerca in cui l’agire dentro la piattaforma è centrale, riveste una valenza fondamentale. Abbiamo osservato nel I° e II° capitolo degli oggetti che si costituiscono in agenti, in grado di influenzare comportamenti di soggetti in carne ed ossa. Tra l’essere un agente intelligente ed essere un individuo di fatto ci sono livelli di oggettivazione e gradi di interpetazione che sono scomponibili grazie alla teoria semiotica. Volli definisce agente: Agente, dal punto di vista semiotico e linguistico, è innanzitutto il soggetto di un fare. [...] Questo fare non si riduce però a una trasformazione generica o a una causalità indiscriminata. [...] In definitiva quell’“agire” in senso proprio di cui parliamo è caratterizzato nella nostra cultura come un fare consapevole e volontario, dunque responsabile nel senso che chi lo produce ne porta la responsabilità etica e anche penale. Agente è colui che determina i suoi effetti secondo un piano, o di cui si può presupporre in generale che lo faccia, non ciò (e neppure colui) che fa senza volere il risultato.491 Come osserva Leone (2010), essere soggetto di un fare non sempre corrisponde però a essere il soggetto cosciente e intenzionale di un fare, e anzi: La questione dell’agentività si pone innanzitutto come inquietudine. [...] Come concepire l’essere umano in quanto soggetto agente se lo si immerge negli enti sociali che richiedono a questo essere di abdicare, talvolta totalmente, alla propria agentività individuale, fino a confonderla con quella collettiva? Spesso l’insieme degli scontri tra programmi narrativi portati avanti da un singolo soggetto arrivano a co-produrre nel soggetto empirico quel fenomeno descritto psicologicamente dissonanza cognitiva (Festinger, 1957). La dissonanza cognitiva è un processo che si definisce quando credenze, opinioni, nozioni e quindi comportamenti sono tra loro in contrasto, e diventa tale proprio perchè scatena una ricostruzione interpretativa che minimizza e a volte disconosce l’incoerenza, dissociando il disagio prodotto dallo scontro di programmi narrativi intimi, alle azioni reali effettuate arrivando anche a negarle per poter ristabilire un equilibrio cognitivo coerente. Un esempio di questa problematica è il negazionismo dell’Olocausto. Ed è un problema proprio dell’agentività, intesa semioticamente, perchè si presuppone una relazione fra senso attribuito o percepito e azione (Sbisà 2009). Azione non più comunemente intesa come causare qualcosa (azione semplice), ma nella sua accezione più ampia che considera anche la mediazione sociale/collettiva e quella tecnologica/mediatica: Volli U. (2009) Ordine dal caos, ovvero metafisica e semiotica dell’agentività, in Leone M. (a cura di) Attori attanti agenti, Senso dell’azione e azione del senso. Dalle teorie ai territori, Lexia 3-4, Circe, Aracne Editore, pag. 53. 144 491 La mediazione tecnologica è particolarmente ubiquitaria e invade la sfera del privato trasformando gesti quotidiani che richiedevano allenamento e abilità in gesti standardizzati.492 Su Facebook si evidenziano atteggiamenti standardizzati della relazione sociale (che approfondiremo in seguito), come avviene anche con altri strumenti come il telefono, gli sms, che condizionano il modo di rapportarsi agli altri e di sviluppare modalità di controllo sociale tramite essi. L’unica differenza è che queste procedure non sono inscritte in un’interfaccia costruita in cui si manifestano le stesse relazioni. Come abbiamo visto, parlare ad alta voce al telefono su un autobus intuitivamente produce lo stesso controllo sociale che scrivere uno status su facebook. Solo che la modalità di controllo e di interazione non è inscritta all’interno del supporto, e nessuno è proprietario di questa iscrizione, mentre uno status prodotto su Facebook è sommatoria di un insieme di progettualità definite all’interno del supporto. Il sistema a cascata di agentività che concorrono a definire l’installazione del Soggetto in Facebook, che è prima di tutto un risultato di altre agentività, prima di essere agente, si muove in due direzioni. La prima determina l’ancoraggio bio-psicologico attraverso una strategia enunciazionale (tramite interpellazione diretta). La seconda determina l’ancoraggio attoriale, attraverso una strategia enunciativa (tramite la stessa deissi indicale pronominale). Questo sistema sviluppa un effetto di agentività che produce nel soggetto empirico la percezione di essere l’unico agente, inteso come unico responsabile delle proprie azioni, delle proprie intenzionalità e della propria capacità di iniziativa. Ovvero un’intima attribuzione di piena soggettività. Ma come abbiamo visto è un effetto di senso progettato, che per andare a buon fine richiede un’esibizione di questa presa in carico di agentività soggettiva, facendo assumere al soggetto empirico, attraverso il gesto della Registrazione e poi quella dell’Accesso, tutta la responsabilità del suo agire (scrivere, produrre) dentro la piattaforma. Dunque, il fenomeno di deresponsabilizzazione di cui abbiamo discusso (nel capitolo I e II) si struttura secondo il sistema a cascata rappresentato nello Schema 8. Secondo lo schema proposto (Schema 8), si osservano le differenti suture e le forze che attribuiscono agentività al soggetto-empirico, in un unico ruolo tematico /tu/ che riassume il sincretismo di diversi ruoli attanziali (enunciativi ed enunciazionali) e che si ancora bio-psicologicamente493. Si osserva un percorso di attribuzione di agentività a catena che permette di strutturare il soggetto empirico in quanto agente dell’enunciazione secondo diversi passaggi: - 1 passaggio lo rende Destinatario dell’enunciazione - 3 passaggi lo rendono Soggetto dell’enunciazione - 4 passaggi lo rendono Destinante dell’enunciato - 5 passaggi lo rendono Destinatario dell’enunciato - 7 passaggi lo rendono Soggetto dell’enunciato Sbisaà M. (2009) in Leone M. (a cura di) Attori attanti agenti, Senso dell’azione e azione del senso. Dalle teorie ai territori, Lexia 3-4, Circe, Aracne Editore, Senso e Azone, pag. 26. 493 Come abbiamo già accennato nei prededenti capitoli, è stata ripresa la nozione di ancoraggio da Goffman, che ne fa una discussione ampia e ricca di sfumature nel suo (1974), pp. 247–300, osservando il modello modello fenomenologico–linguistico di Sbisà che utilizziamo per l’analisi dell’agentività. (Sbisà 1985, 1996, 2009). 145 492 - 12 passaggi infine lo rendono Agente dell’enunciazione, e dunque Enunciatore di una nuova enunciazione, secondo la modalità virtualizzante del volere. Schema 8: Relazioni tra il programma narrativo enunciazionale e relativi ruoli attanziali e programma narrativo enunciativo e relativi ruoli attanziali. E’ chiaro che essendo stata analizzata solo l’home page senza l’azione performativa vera e propria del’enunciatario, a livello di performanza e sanzione - work in progress- L’individuo empirico, agendo nell’Home Page, accetta questa distribuizione di agentività, il mascheramento oggettivante dell’influenza del Destinante /voi/ e le regole che hanno generato l’attante Soggetto-Agente, a lui ancorato bio-psicologicamente. L’enunciato che produrrà lo installerà dentro la piattaforma come Soggetto oltre che Destinante di sè stesso, dove il suo Oggetto di valore (della narrazione in cui prenderà parte) sarà quello di /rimanere in contatto con le persone della tua vita/, attraverso lo strumento-Aiutante Facebook. Dentro questa enunciazione enunciata di secondo livello, sarà dotato di agentività nel ruolo di destinante manipolatore durante il suo fare persuasivo, e nel ruolo di soggetto nella congiunzione con il suo oggetto di valore, ovvero nel /mantenere il contatto con le persone/, seguendo la sua programmazione di attante intradiegetico, dentro la storia raccontata che a sua volta racconterà, e rispetto a 146 due relazioni attanziali differenti494. Da un lato la trasmissione di valore tra Destinante e Destinatario, dall’altro una relazione di ricerca tra Soggetto e Oggetto (Fontanille 1989) 495 . In tutto questo, lo scambio iniziale avvenuto sarà solo un lontano ricordo, e il trasformarsi in un attante collettivo virtuale dunque digitale (nel senso di codificato e dunque leggibile secondo le logiche interpretative del sistema) a scapito della rinuncia alla sua individualità reale (manipolata dalle stesse logiche interpetative/cognitive del sistema per potersi realizzare), sarà un Oggetto di valore che continuerà a mantenersi vivo in tutta l’attività enunciativa prodotta dall’utente all’interno della piattaforma. In maniera silente, ma vigile. 3.2 Vivere Facebook La prima azione suggerita da Facebook, in quanto Aiutante, è chiaramente quella di cercare e trovare persone che si conoscono all’interno della piattaforma, sia direttamente, importandoli da altre piattaforme, sia attraverso caratteristiche in comune, come la scuola, il posto di lavoro, la città, l’età. 494 Secondo l’accezione di Fontanille che osserva l’istanza di enunciazione come istanza attanziale. Fontanille, J. (1989) L’osservatore come soggetto enunciativo, Hachette, Paris (trad. it. in Fabbri P., Marrone G. (2001) Semiotica in nuce, Volume secondo, Meltemi). A rigor di correttezza, anche Greimas in Del Senso II, esplicita l’atto del linguaggio come azione, intesa secondo la teoria narrativa e la teoria delle modalità – Greimas (1984: 65). Risulta qui utile ricordare le differenziazioni che Greimas propone di performanza pragmatica, performanza cognitiva, competenza pragmatica e competenza cognitiva. Nella teoria greimasiana, i due attanti destinante e soggetto interagiscono tra loro operando su due piani distinti, uno cognitivo e l’altro pragmatico. Entrambi si prefigurano come attanti “statici” durante la loro fase di competenza, in quanto enunciato di stato, e attanti “attivi” durante la performanza, fase in cui avvengono diversi tipi di trasformazioni. Durante la performanza cognitiva, il destinante attua una trasformazione sul soggetto dell’azione (es: creazione di mancanza). Durante la performanza pragmatica invece, il soggetto attua una trasformazione su di sé e su un oggetto (tramite la congiunzione dell’uno con l’altro). Se consideriamo questi tre tipi di trasformazioni (intersoggettiva, intrasoggettiva e oggettiva) come tre modalità di intervento sulla realtà, allora agentività e performanza potrebbero poter dire la stessa cosa. Ci conforta l’affermazione di Greimas tale per cui: “il soggetto di fare si presenta come un agente, come un elemento attivo che raccoglie in sé tutte le potenzialità del fare; mentre il soggetto di stato appare invece come un paziente, come colui che riceve passivamente tutte le sollecitazioni del mondo, inscritte negli oggetti che lo circondano”. Si rimanda a Greimas A. J. (1984), Del Senso II, Narrativa, modalità, passioni, Bompiani, Milano, per ogni ulteriore approfondimento. 495 Fontanille, J. (1989), ibidem p.44. 147 Costituito il proprio profilo, la piattaforma propone un’organizzazione formale generale e delle indicazioni di prassi enunciazionale, in cui inscrive e descrive un suo Utente Modello nel processo di utilizzo degli elementi che la compongono. Se consideriamo le posizioni enunciazionali dell’atto comunicativo496 e la relativa creazione dell’istanza di enunciazione propriamente detta, in quanto sistema interattivo497, all’interno del profilo utente si propone come co–enunciatore e co– enunciatario, in un regime di relazione paritetica mascherando la sua posizione di destinante manipolatore e sanzionatore, seppur sia evidente che fissa lui le regole dell’interazione. Scomponiamo innanzitutto la struttura enunciazionale interna di Facebook: questa è costruita grazie a una prima fase di debrayage/embrayage enunciazionali, una seconda fase di debrayage/embrayage enunciativi e una terza di debrayage/embrayage interni498. La prima fase prevede che l’utente empirico decida di creare — attraverso un debrayage di tipo attanziale — il simulacro di sè stesso all’interno di uno spazio virtuale (/io/ racconta sè stesso). Nella selezione delle categorie paradigmatiche a sua disposizione, osserviamo che la scelta di utilizzare il proprio nome e cognome è “condizionata dalla rappresentazione che ne fa il destinante artefice della manipolazione” in cui “il destinatario è il solo in grado di sanzionare il contratto di veridizione”499. Questo primo ritorno all’istanza di enunciazione (embrayage) proietta dentro di sé un discorso figurativo che crea l’effetto di senso della verità500, la cui produzione consiste “nell’esercizio di un fare particolare, il far–sembrare vero” 501: non è ancora verità, ma almeno si propone un’illusione referenziale concreta che “ha come funzione non il dire–vero, ma il sembrare–vero”502. Il co–enunciatore Facebook installa questo nuovo enunciatore e crea una pagina specifica. Nella creazione della pagina, seleziona esso stesso delle categorie paradigmatiche che lo caratterizzano e lo configurano come co–enunciatore (nelle regole grafiche e in quelle dell’interazione comunicativa). Attraverso l’uso di indici pronominali di prima e seconda persona si ritorna di nuovo all’istanza di enunciazione, e Facebook si installa anche come primo interlocutore diretto dell’utente: “A cosa stai pensando?” chiede il social network. “Mostra le foto in cui ci sono io” reclama l’utente. Il dialogo imposto dell’homepage, con ruoli attanziali diversi, si ripropone. E infatti ora si osserva un nuovo tipo di manipolazione, che Greimas definirebbe mascheramento soggettivante503. Il discorso è istituito modalizzando l’enunciato secondo la Greimas e Courtes (1979) op. cit.; Manetti G. (1998), La teoria dell'enunciazione, Protagon, Siena. Consideriamo la definizione di interattività data da Nicoletta Vittadini (1193: 174) come “la proprietà di specifici strumenti informatici che consentono all’utente di orientare lo svolgimento delle operazioni, di tappa in tappa e quasi istantaneamente, ovvero in tempo reale”. 498 Abbiamo considerato la suddivisione proposta da Maietti in La teoria dell’enunciazione, p.64-66. 499 Greimas (1984), p. 108. 500 La semiotica “sviluppa un’analisi della veridizione, cioè dei giochi di linguaggio con la verità che installa il discorso. Il credere vero dell’enunciatore, qualunque sia la modalizzazione della sua certezza, non basta: deve essere condiviso dallo stesso creder vero dell’enunciatario. Questo equilibrio fragile, più o meno stabile, che proviene da un’intesa implicita tra i partner della comunicazione è chiamato contratto di veridizione” (Bertrand D. (2000), Précis de sémiotique littéraire, Nathan, Paris, pp. 260-268). 501 Greimas, Del Senso II (1984) p.73. 502 Greimas, Del Senso II (1984) p.73. 503 Greimas (1984), p. 108. 497 496 148 soggettività, in cui “il soggetto dell’enunciazione — l’utente empirico — si instaura come io e si presenta come garante della verità”504 attraverso l’uso del nome anagrafico. Nella seconda fase di debrayage/embrayage, il sistema oggettivizza l’identità che è stata proposta — attraverso la descrizione in terza persona delle sue attività — e si auto identifica come narratore. Tutti gli osservatori empirici presupposti — gli altri utenti ma anche l’utente stesso — si posizionano invece come narratari. Troviamo qui un secondo tipo di manipolazione costituito da un: mascheramento oggettivante: per essere accettato come vero, cerca di sembrare non il discorso di un soggetto ma il puro enunciato delle relazioni necessarie fra le cose. Per questo cancella il più possibile le marche dell’enunciazione.505 Si modalizza l’enunciato secondo l’obiettività e il soggetto dell’enunciazione viene socializzato. Tutte e due le manipolazioni sono “procedure destinate a produrre il veridico”506, e il sistema Facebook le utilizza entrambe per far essere vero l’Enunciatore ancorato esternamente. La pagina /bacheca/ del proprio profilo, e in generale le pagine di Facebook, si presentano secondo una composizione a tre blocchi verticali, di cui quello centrale ospita il flusso di contenuti, segmentati in varia natura. La colonna di sinistra ospita i link ai differenti elementi multimediali di cui si compone il profilo dell’utente, a destra invece troviamo gli elementi con cui l’individuo dovrebbe o potrebbe interagire, suggeriti dell’attante Facebook Aiutante. La prima opposizione tra i blocchi laterali e quello centrale è la percezione di un estensione (Marrone 2001)507 rispetto a quella di una struttura, secondo la categoria semantica continuo/discontinuo. Troviamo dunque uno spazio strutturale di tipo funzionale statico e coeso, dedicato all’individuo da un lato influenzato dalle azioni individuali e dall’altro influenzato dai suggerimenti della Marca. Al centro troviamo invece uno spazio esteso dedicato alle /persone/ e alla fruizione dei contenuti, che invita a una dinamica di azione rispetto l’orientamento alto/basso e indicando dunque una direzione narrativa dal contenuto più recente al contenuto più datato. Secondo l’orientamento di lettura destra/sinistra (suggerito a partire dall’home page), si osservano ai lati e in alto l’area strutturale dedicata al dialogo tra Soggetto e Aiutante/Facebook attanti che si installano dunque a livello enunciazionale come abbiamo appena visto e propongono i loro Enunciati enunciati all’interno di questi spazi. La situazione comunicativa di dialogo risulta evidente dall’uso di deittici personali, verbi imperativi, formule interrogative che interpellano direttamente l’utente da un lato (/A cosa stai pensando?/, /Trova altri amici/) e direttamente Facebook quale aiutante dall’altro (/Modifica il mio profilo/, /Chi è su Facebook?/). Le posizioni gearchiche si manifestano paritarie, le grafiche che permettono di eliminare o aggiungere elementi presuppongono una libertà di interazione. E’ chiaramente di natura più fatica (si parla del canale e degli strumenti da usare) e le forme frastiche sono corte e dirette. Il tono di voce è confidenziale, sviluppa una relazione tu/io che non è però complice in modo inclusivo. 504 505 Greimas (1984), p. 109. Greimas (1984), p.108. 506 Greimas (1984), p. 109. 507 Marrone G. (2001), Corpi sociali, Einaudi, Torino, pag. 329, capitolo L’agire spaziale. 149 Il Soggetto acquisisce valore d’uso attraverso la lettura di Messaggi, partecipazione ad Eventi, instaurazione di nuove Amicizie, utilizzo di applicazioni. Ma può acquisire anche valore sul piano dell’essere se invece propone Eventi, richiede Amicizie, si ricorda dei Compleanni, espande la sua Attività pubblicizzandola, risponde ai Poke (abbracci) e si attiva in generale per espandere la sua rete di contatti. Il passaggio dal piano del fare (lato sinistro) al piano dell’essere (lato destro) è determinato chiaramente dalla sezione centrale in cui si articola la relazione di ricerca del Soggetto rispetto al suo Oggetto di valore lessicalizzato in /mantenere il contatto con le persone/. In questa sezione si articola anche un nuovo Enunciato Enunciato, in cui vengono installati gli altri attori come abbiamo visto attraverso il loro nome e cognome durante il loro fare enunciazionale.   Schema 9: Distribuizione degli Enunciati enunciati di 2° livello rispetto agli spazi descritti.   Come si osserva da Schema 9, Soggetto/io e Aiutante/Facebook sono implicati in un dialogo che propone eunciati diversi, tra loro ordinati narrativamente secondo due direzionalità spaziali: l’asse sinistra/destra determina un programma narrativo canonico legato alla Competenza enunciazionale, l’asse alto/basso invece propone una nuova Performanza enunciazionale che installa un’Enunciazione enunciata virtualizzante di terzo livello. Se osserviamo gli Enunciati enunciati di 2° livello, il percorso narrativo inizia con il Soggetto che acquisisce competenza rispetto a sè stesso e agli strumenti da utilizzare (1° enunciato). Prosegue acquisendo competenza rispetto al suo Oggetto di valore /persone/ (2° enunciato, modalità di lettura) per poi approdare al 3° enunciato 150 dove l’aiutante Facebook mette in mostra la Competenza acquisita dal Soggetto e propone nuove sfide enunciazionali, anche attraverso il paragone con altri /io/. Questa dinamica enunciativa valorizza chiaramente l’agire (richiedi, suggerisci, invita, cerca, partecipa, programma) in modo assertivo e diretto, senza mediazioni, senza attivare un tono di voce propedeutico e mantenendo parità di ruoli e rimandano tutto a delle funzioni sociali. La zona centrale, quella di flusso, installa nuovi attori per nome e cognome, che suturano la loro istanza di enunciazione all’enunciato, rispetto all’attorializzazione data, quando l’utente empirico nominato descrive un suo status (implicitamente è come se il sistema dichiarasse che Nome Cognome, lui e solo lui, sta prendendo parola). Viene attivata un’illusione referenziale che instaura un discorso oggettivo quando il sistema invece riporta una qualche loro attività (mantenendo la terza persona singolare anche nelle forme verbali attraverso un debrayage che ne sviluppa la distanza). Attiva un effetto di realtà e co-presenza anche grazie al riferimento diretto all’ora dell’enunciazione, che sutura il tempo dell’utente osservatore da quello dell’utente informatore, ma non c’è illusione referenziale completa a livello attoriale fintanto che non si attiva una conversazione sulla bacheca di ogni individuo che può leggere il contenuto condiviso. Altrimenti si mantiene aperto il riferimento diretto a uno spazio altro (attraverso link al profilo o a spazi esterni). Grazie a questa modalità, l’effetto di realtà che antepone il carattere veridittivo delle enunciazioni a loro volta enunciate, ne afferma la consistenza declinando però la responsabilità del detto agli attori diretti messi in scena. Tra un enunciato e l’altro si osservano dei separatori che scandiscono il ritmo dei contenuti, secondo una successione cronologica degli interventi delle /persone/ dal più recente come dicevamo al più datato. Da una prima percezione di armonizzazione e continuità, presto si evidenziano dei salti temporali determinati dal momento in cui si fruiscono i contenuti, a seconda che ci siano aggiornamenti o meno. Il sistema non propone una continuità nel proporre aggiornamenti, a volte lo fa automaticamente a ogni ritorno in pagina, altrimenti è l’utente che si deve attivare grazie all’implicito comando “Più recenti”. Il ritmo è dunque un “mediatore attivo” (Ceriani 2003)508 tra le azioni dell’utente con il sistema e tra le azioni dell’utente con le /persone/. Da un lato definisce l’utente in quanto paziente, dall’altro lo eleva ad agente, regolandone le aspettative di fruizione e dinamizzando i rapporti tra percezione e azione, costituendo: un programma di organizzazione e di regolazione che dà alla manifestazione discorsiva un valore supplementare di influenza sull’attività del ricevente.509 Il tempo su Facebook — per riprendere alcuni concetti di Benveniste510 — si propone sia come tempo fisico, continuo uniforme e infinito, sia come tempo cronico, sociale, entro cui ogni utente ingloba gli avvenimenti della propria e personale esistenza in rete e fuori dalla rete. E’ un tempo fisico perché da un lato attraverso Facebook ogni utente crea una propria e personale “storia infinita”, il contenuto inserito scandisce il Ceriani G. (2003) Il senso del ritmo, Meltemi, Roma, Introduzione. Ceriani G. (2003) ibidem, cap. 6. 510 Benveniste, (1958) La soggettività del linguaggio, (1959) Le relazioni di tempo nel verbo francese, (1965) Il linguaggio e l’esperienza umana e (1970) L’apparato formale dell’enunciazione, citati in Manetti G. (1998), La teoria dell'enunciazione, Protagon, Siena. 509 508 151 vissuto di ogni singola identità, ne tiene memoria (da qua la polemica della privacy) e la caratterizza, la segna, si potrebbe dire ne marchia il riconoscimento. All’interno di una struttura fissa, ma vuota, si sviluppa il rapporto tra Soggetto e Oggetto, attraverso un andamento sostanzialmente prolettico o analettico che produce una relazione di coemergenza e di co-evoluzione (Cerruti 1989)511 tra i vari utenti con l’ambiente stesso. Non c’è una durata di fruizione precostituita, ma contingente all’interesse dell’utente, all’interesse che i vari contenuti attivano in lui. La lettura è di certo programmata a intervalli liberi ma pur sempre presupposti, cadenziati dal dover attendere i /post precedenti/ (richiedendoli attraverso l’attivazione di un link) o quelli aggiornati. Il flusso narrativo è chiaramente frammentato, non c’è un’unica narrazione messa in scena ma anzi si riproduce proprio la messa in scena della narrazione (intima, giornalistica, umoristica...). L’infinito arco drammatico è determinato dal susseguirsi di post ininfluenti e post commentati, in una ritmica casuale che sembra dipendere solo dall’agire enunciazionale delle /persone/ quando sanziona i contenuti riportati e la singola identità enunciatrice. Un tipo di enunciazione enunciata che si muove sui parametri della velocità e della simultaneità del procedere del messaggio verso molti destinatari. Lo stesso mittente non è che “un segno nell’atto di mandare-ricevere simultaneamente” (Calefato, 2005)512. In questo senso, ogni enunciato si avvale di una propria “unità temporale” (Copppock,Violi 1999)513, intendendo con essa una contiguità indipendentemente dallo scarto temporale effettivo tra il quando è stato enunciato e il quando ha ricevuto un feedback. Non è dunque di origine extratestuale, ma nella sua integrità si avvale di un tempo iscritto nel testo, in cui: l’adesso dell’emittente è assunto come equivalente all’adesso del destinatario e le due enunciazioni temporali sono prese come coincidenti.514 D’altro canto, il tempo su Facebook è oggettivo e socializzato (oltre che socializzante), fornisce una scala comune per tutti segnalando minutaggi e calendari, eventi e compleanni, può essere percorso a ritroso e si connota di una dimensione prettamente oggettiva, in cui gli avvenimenti sono riportati secondo il loro naturale ordine cronologico e si susseguono uno dopo l’altro come blocchi di eventi. E’ la continuità del tempo che viene fissata in un supporto digitale. E proprio una lettura a ritroso permette di ricostruire quanto gli altri utilizzano lo strumento, che tipo di azioni effettuano, quali interessi nell’arco della giornata hanno, proponendo una vetrina in cui rispecchiarsi, ed eventualmente ricalibrarsi per mantenere un comportamento “normale”. Ma propone anche un’osservazione sintagmatica in cui fare paragoni diretti tra le vite che scivolano sulla bacheca. In questo modo il confronto si stabilisce tra le diverse /persone/ prima che rispetto a sè stessi, permettendo di valutarle e orientare il proprio giudizio a riguardo. Cerruti M. (1989) La danza che crea, Feltrinelli, Milano, citato in Ceriani G. (2003) ibidem, pag. 187. Calefato P. (2005)Il testo interattivo: dialogo, comunicazione, “forward”* Dialogicità Nel contesto delle enunciazioni della vita quotidiana e dei generi, in Calefato P. Nel Linguaggio, Meltemi, Roma. 513 Copppock P. J., Violi P. (1999), Conversazioni telematiche, in Galatoro FR. Pallotti G. (a cura di) La conversazione. Un’introduzione allo studio dell’interazione verbale, Raffaello Cortina, Milano, p. 326. 514 Copppock P. J., Violi P. (1999, ibidem, p. 326. 512 511 152 3.2.1 Punti di vista e fughe di libertà Quello di Facebook è un sistema che prende in carico il “dinamismo della sua organizzazione” (Ceriani 2003)515, avvalendosi degli imput degli utenti come linfa vitale per mantenere una struttura costante in grado di adeguarsi alle loro prassi enunciazionali. L’interazione rappresentata “produce un osservatore attante che controlla giustificando la relatività” del sistema stesso (Ceriani 2003)516. Già descritto come Panopticon sociale, Facebook installa un attante osservatore investito di tutte le funzioni a lui possibili, tranne quella timico-passionale, che lo investirebbe di una parzialità soggettiva manifestatamente. E dunque a un processo cognitivo, ricordiamolo, in contrapposizione rispetto a quello necessario a completare la trasformazione da singolarità reale a rete virtuale dell’individuo. Infatti sia spazi che tempi lavorano in funzione di questo programma narrativo: da un lato lo spazio ha creato una deframmentazione del soggetto narrato, e dunque una presa di distanza da un’integrità soggettiva rispetto a una pluralità oggettiva. Detto in altri termini, il soggetto viene fatto letteralmente a pezzettini e viene immesso nel flusso degli altri frammenti di soggetto, riportato alla terza persona. Il tempo struttura l’illusione referenziale dei minuti scanditi all’interno di un flusso il cui ritmo però non ha nietne di scandito e regolare, un ritmo scostante e costantemente distanziante, che esplicita espressamente di subirlo più che gestirlo. E che allo stesso tempo intesse di nuovo il passaggio da un singolo, integro, reale e regolare elemento quale è il minuto, e una collezione frammentata, virtuale e discontinua di elementi che si fanno flusso infinito. Ecco che questo osservatore attante prodotto dal sistema è costretto a giustificarne la relatività, in una rinuncia della sua dimensione timica-passionale, che lo renderebbe intimo, mentre lui vuole divenire collettivo. Questo attante osservatore però ha invece una funzione percettiva di tipo soggettivo, in quanto ha un esclusivo punto di vista ottico di natura prospettica, pagine e bacheche sono diverse l’una dall’altra e sono componibili secondo i criteri di sua selezione, all’interno del regime di casualità cronologica che il sistema propone. In quessto modo la sutura avviene solo a livello fisico. E’ un osservatore valutativo di tipo interpellativo, perchè può osservare quali contenuti sono stati valutati positivamente dagli altri, e quali osservazioni sono state mosse nei commenti, potendo così percepirsi agente cognitivo perchè ha il potere di orientare la sua opinione intenzionalmente e investire di valore contenuti e identità che scorrono. Valutativo perciò rispetto alle /persone/ ta loro, valutativo rispetto alle /persone/ in relazione all’identità che lo attiva tematicamente, esito di un agire attivo dell’utente, un’altra agentività che gli si addossa. E agente cognitivo, perchè gli è permessa una distribuzione di sapere soggettivata, perchè dipendente da lui e solo da lui, e dalle sue connessioni virtuali da lui introdotte in quanto sommatoria di integrità reali. E’ un osservatore spettatore enunciato, installato dentro l’enunciazione come punto focale, e proprio per questo determinato dall’istanza che lo ha installato. Questa istanza è l’ attante Informatore/sistema, quel Destinante enunciazionale di primo livello manifestatosi in Home Page. Si propone attraverso un contratto di lettura non complice ma confidenziale, permette di vedere tutto, ma anche solo, ciò che è lecito e 515 516 Ceriani G. (2003) Il senso del ritmo, Meltemi, Roma, pag. 187. Ceriani G. (2003), ibidem, p. 188. 153 consensuale, secondo le sue regole, e secondo le indicazioni degli individui. E intersoggettivamente anche l’utente ancorato si sente agente di questa delimitazione, dunque complice nella scelta di non-poter vedere come moneta di scambio del nonpoter essere visto. Propone un tipo di sguardo oggettivo, maschera ogni parzialità, anche se in realtà controlla ogni azione e ogni sguardo, abbiamo visto attraverso la dinamica degli aggiornamenti casuali, regolando la partecipazione e l’interesse dell’osservatoreutente, che seppur Destinante sanzionatore nel suo rapporto enunciativo dialogico di terzo livello con le /persone/, risulta nuovamente passivo e paziente, incastrato in questa doppia funzionalità che ne maschera la vera dipendenza. All’interno di questa sfera di controllo, l’utente agisce ed è agito, deviato e direzionato dal sistema in molti suoi gesti, controllato in tutti. E’ possibile rintracciare diversi momenti/movimenti in cui è il sistema a decidere per l’utente, senza manifestarlo, quali sono i focus che devono essere di sua attenzione. Come quando per esempio, a ogni nuovo accesso, il sistema propone le conversazioni più commentate o più condivise, e le propone come più recenti (o meglio, evita di dire che non lo sono). In questo modo attiva l’interesse, propone una casuale attività “elevata”, un senso dunque di mancanza all’utente valorizzando in senso negativo la sua assenza, il suo non esserci stato, e valorizzando positivamente, per opposizione, lo stare, l’esserci, e dunque installando un dover essere, per non perdersi qualcosa di importante, che si tramuta in un voler fare, intenzionale. Se seguiamo il modello dei regimi di visibilità di Landowski (1999)517, possiamo rintracciare il rapporto di visibilità instaurato in Facebook. Scartiamo fin da subito la dicotomia privato/individuale e quella pubblico/collettivo, è chiaro che il primo criterio che vincola l’utente-Soggetto che si addentra dentro Facebook è proprio quello di riuscire a completare il programma narrativo proposto, congiungendosi alle /persone/ e dunque diventando un noi. Un noi però non pubblico, o comunque che non si caratterizza come tale, ma anzi un noi che deve essere ristretto, caldo, famigliare, intimo. Landowski lo descrive come “privato collettivo”, ovvero quella coscienza di poter essere un “noi” protettivo, delimitato e delimitante, chiuso seppur accessibile all’individuo, perchè lo appartiene e allo stesso tempo ne è appartenuto. E Facebook è proprio un gioco combinatorio tra la rinuncia all’io intimo per essere un “io socializzato”, lessicalizzazione della categoria binaria “individuale + pubblico” in grado di diventare un “con gli altri” (Landowski 2009) ovvero il collettivo privato appena descritto. In questo gioco il sistema manifesta espressamente gli “io socializzati” e il collettivo, sia pubblico che privato, li mette in scena, li fa fluire, li dota di strumenti per interagire, li incentiva e li indirizza, li aiuta nella loro trasformazione. Ma per poter vedere il meccanismo in azione, manca una valenza fondamentale, una valenza mai nominata e mai esplicitata, ma necessaria per attivare il processo narrativo. Questa “sfera interiore dell’io” (individuale + privato), manca la moneta dello scambio. Tutto è pronto per la scena, il sistema ha creato le dinamiche, i programmi narrativi da compiere, gli incassi enunciativi ed enunciazionali che suturano l’utente empirico. La monetina che fa partire il gioco è l’”intimità”, merce di scambio per un gioco collettivo dove tutti si divertono, tutti si aiutano, si parlano, si trovano. E che traforma il singolo in privato collettivo, attraverso il trasferimento della propria intimità da una valenza singolare a una collettiva. Il soggetto si manifesta in forma di discorso, 517 Landowski E. (1999) La società riflessa, Meltemi Editore, Roma, pagg. 111 a seguire. 154 narrativizzandosi, pubblicandosi. La sua intimità diventa collettiva, lui diventa collettivo, altrimenti lo scambio non avviene, e lui rimane privato e viene considerato quale pubblico passivo. Ma questo non basta per dare una motivazione dei rapporti di visibilità tra i diversi attanti, e Landowski infatti propone una sintassi del vedere che possa mettere in luce il meccanismo profondo che struttura la relazione dei soggetti su una dimensione cognitiva, tematizzandosi nella categoria del vedere per poter esprimere scambi di conoscenza e di reciproca dipendenza. Iniziamo con considerare gli attanti coinvolti: troviamo una relazione diretta tra Soggetto /io/ e Oggetto /persone/, che possono essere a loro volta Interlocutore e interlocutario di terzo livello, quando sono entrambi dentro la piattaforma, o se no possono più semplicemente essere Osservatore e Informatore di terzo livello, seppur installati dal sistema secondo le sue regole costrittive. Comunque, uno che vede, l’altro che viene visto, e fra i quali circola l’oggetto stesso della comunicazione, in questo caso l’immagine di sè stesso che uno dei soggetti offre a quello che si trova in condizione di riceverla.518 Il sistema che media questa visione, determina la quantità di informazione accessibile alla visione, nel caso della bacheca riduttivo e dunque parziale, quell’”information scarcity” teorizzata da BJ Fogg (2010)519, che richiede implicitamente un dover approfondire, dando gli strumenti (come Aiutante) per poterlo fare (andare sulla pagina del profilo, cliccare sul link che permette di vedere tutto il contenuto, etc). Ma lo richiede in un arco di tempo ristretto a sua volta, determinato dal fluire dei post, ricalcando un ritmo operativo istintivo più che cognitivo. In questo senso propone di nuovo un contratto, che deve essere accettato (ribadendo di fatto la sua identità limitata sul piano del fare) dal soggetto che guarda. Siamo di fronte dunque a una situazione di “far vedere” e “far essere visto”, ennesima consacrazione del destinante Facebook. Inoltre, non tutti i soggetti possono “farsi vedere”, solo coloro che enunciano e che lo fanno costantemente hanno la possibilità di essere sanzionati, secondo le regole della visione, dal sistema, e si conquistano l’opportunità di “poter essere” sanzionati anche dagli altri. Ecco che la ripetizione, insieme alla velocità, diventano due strategie da attivare per poter partecipare a questo gioco di sguardi. Non basta esserci, bisogna essere visti per acquisire sempre più visibilità. Una ripetizione che richiede a sua volta, per chi osserva, un progetto a puntate per identificare e comprendere l’Oggetto dinanzi ai suoi sguardi. O meglio, gli oggetti, seppur incarnati in persone. Ma in questo contesto frammentato e frammentante, un soggetto, che prosegue nel suo processo narrativo di congiunzione con il suo oggetto di valore /persone/, ha bisogno non solo di un dover essere visto, e un voler essere visto, ma deve acquisire la capacità di saperlo fare per arrivare al poterlo essere. Detto in altre parole, il soggetto che si pone in regime di visibiltà, si differenzia secondo “specificazioni modali” precise (dovere, voler, sapere, potere), prima di poter performare, e dunque raggiungere il suo stato di agente e acquisire forza agentiva sufficiente. Ma vista la sua installazione da Destinante, la sua presupposta performanza è prima di tutto di tipo cognitiva, il chè specifica che ogni acquisizione di sapere e potere (vedere ed essere visto) è antecedente 518 519 Landowski E. (1999) La società riflessa, Meltemi Editore, Roma, pag. 116. Commentata nel I° capitolo. 155 all’azione diretta verso gli altri /io/ (l’utente deve aver letto le condizioni sulla privacy e aver strutturato il proprio profilo attivando filtri e limiti di visibilità). Se questo non avviene, l’utente non accoglie il contratto di lettura proposto e si struttura quale semplice Soggetto, il chè lo rende un attante pragmatico facilmente manovrabile e manipolabile dalle altre istante enunciative /io/ installate quali Destinanti e che dunque subisce strategie all’interno del regime di visibilità, più che imporle, sia dal sistema, sia dagli /io/, sia dalla sua /Rete/. Per poter equiparare i due ruoli attanziali enunciazionali (Informatore e Osservatore) sviluppiamo dunque il caso in cui il Soggetto è anche attante cognitivo (Destinante di sè stesso) secondo il suo volere (essere dentro Facebook, dunque voler vedere e voler essere visto). Se seguiamo la rete tassonomica proposta da Landowski (1999), secondo cui si possono descrivere le diverse posizioni dei due attanti nel loro reciproco guardarsi: Schema 10: Regimi della visibilità (da Landowski 1999) Possiamo allora iniziare a delineare le possibili azioni effettuabili dentro Facebook, secondo la modalità del volere, modalità di un Destinante autoriflessivo, in grado di strutturare il suo percorso di Soggetto grazie all’Aiutante Facebook, il cui oggetto di valore è sempre quello di congiungersi con le /persone della tua vita/. Lo ripetiamo per poter meglio inquadrare le lessicalizzazioni utilizzate, che definiscono proprio le combinatorie dei due attanti in funzione dell’uso della piattaforma. 156 Le libertà dell’Osservatore secondo la maggiore o minore attività, si muovono sull’opportunità di Approfondire fino a quella di Ignorare (totale passività), quella dell’Informatore dal Pubblicare al Sorvolare (si veda Schema 11). Nonostante il duplice punto di vista, entrambi gli attanti possono seguire lo stesso percorso narrativo, che crea però trasformazioni degli stati e dei valori reciprocamente interagenti. Se ci immedesimiamo in un Informatore, la dinamica che porta a pubblicare qualcosa è quello di muovere curiosità nell’altro, nella sua disposizione cognitiva di NON VOLER NON ESSERE VISTO (in basso a sinistra). Schema 11: Regimi di visibilità di Facebook, entro cui si sviluppano le strategie enunciaizonali degli utenti messi in discorso 157 La reazione dell’osservatore che corrisponde a una maggiore condizione di felicità secondo la teoria degli atti linguistici di Searle risulta essere quella dell’Approfondimento, all’interno del regime corrispondente di Curiosità, quello del NON VOLER NON vedere. Ma non è detto che questo avvenga, e anzi via via che le reazioni si distanziano da quella attesa ovviamente la condizione di felicità viene meno provocando Fruizione (VOLER vedere), o Disinteresse (NON VOLER vedere) fino a determinare la reazione opposta di essere totalmente Esclusi (VOLER NON vedere). In questo senso l’agentività del Soggetto narrativo attante Informatore, nel suo atto performativo enunciazionale, perde via via forza fino ad essere non solo annullato, ma totalmente contraddetto. La prima combinazione azione/reazione enunciazionale risultata ottimale è dunque un atto non solo illocutorio ma anche perlocutorio, la seconda combinazione perde la sua forza perlocutoria ma mantiene quella illocutoria di breve periodo, la terza riduce l’atto a semplice atto locutorio (quello che produce totale passività e dunque percepire l’enunciato dell’altro letteralmente come rumore), la quarta arriva a essere anti-perlocutorio. I regimi di visibilità spiegano le scelte enunciazionali dei Soggetti messi in scena, che sono di fatto programmi narrativi che implicano due Soggetti (e quali programmi narrativi in fondo non implicano due soggetti). Dunque avremo il programma narrativo dell’Interesse messo in discorso dall’Informatore, entro cui l’utente empirico saprà quali gesti e quali azioni dovrà mettere in scena per dimostrare da un lato e proporre dall’altro questo fare enunciazionale e il risultante Enunciato enunciato. Essendo però un divenire, una prassi, le posizioni attanziali messe in scena non sono ricavabili a priori (L’Informatore non sa se il suo Osservatore /io/ agirà in un modo o in un altro, nè se lo stato in cui lo ha trovato lo predisporrà o meno a compiere una certa reazione): 1. Se l’Osservatore lo accoglie totalmente (sviluppando una reazione e dunque diventando lui quello che informa), ecco che il suo Informatore si posiziona a livello di Enunciato enunciato come Destinante di questa Enunciazione Globale, acquisendo un’agentività perlocutiva nei confronti del suo Osservatore che gli permetterà di pilotare con più forza la conversazione secondo le sue intenzionalità (reali). 4. Se l’Osservatore invece non solo accoglie questo programma narrativo, ma dà al suo Informatore “in dono” la possibilità di accrescere la sua potenzialità (per esempio nel caso in cui si dimostra Interesse e si ottiene Curiosità), allora questo Osservatore non sarà un semplice Soggetto, ma sarà dotato di un’agentività sul piano del fare in grado di accrescere le potenzialità del Soggetto, e si propone quindi come Aiutante e dunque un Destinante del fare (e a livello narrativo l’Informatore sarà “declassato” nel suo essere solo Soggetto). 3. Se invece questo programma narrativo non solo non verrà accolto, ma verrà addirittura messo in discussione, e contrapposto con un atteggiamento di Disinteresse, ecco che sul piano dell’Enunciato enunciato le posizioni attanziali che verranno investite saranno diverse, e avremo allora un Soggetto contro il suo anti-Soggetto, con un grado di agentività uguale e contraria, fino alla prova decisiva del loro scambio comunicativo. 4. Se infine l’Osservatore agirà in modo contrario rispetto a quanto atteso dall’Informatore, con una sanzione negativa di Esclusione, i rapporti attanziali a livello di enunciato enunciato dei due attori cambieranno ulteriormente, dimostrando che tra loro non c’è alcun Contratto e che il ruolo di Destinante compete all’Osservatore, delegando ad esso totale agentività. 158 Se schematizziamo questa breve spiegazione delle opportuintà situazionali che derivano dalla performanza enunciativa dei due attanti enunciazionali Informatore e Osservatore nel regime di visibilità proposto di Interesse (presupponendo uno stato dell’Osservatore identico di Interesse dunque Fruizione), possiamo osservare le quattro combinazioni risultanti (Schema 12). Chiaramente le combinazioni tra loro sono infinite, dando la possibilità di creare situazioni interattive differenti, ma tra loro regolate secondo questa struttura elementare. Possiamo sapere che l’interpretazione a posteriori della prassi enunciativa appena conclusa da parte dell’Informatore rispetto alla relazione con il suo Osservatore dipenderà da: - lo stato iniziale dell’Informatore (intenzionalità) - lo stato iniziale dell’Osservatore - lo stato finale dell’Osservatore - la dimostrazione della trasformazione (che per la pubblicazione e l’interazione è subito evidente, per il disinteresse e la cancellazione no e dipende da una reiterazione dell’atteggiamento, attraverso cui l’Informatore si fa un’opinione del rapporto che intercorre tra lui e l’Osservatore coinvolto). In questo modo, analizzando le pratiche concrete nel loro sviluppo, potremo dare una spiegazione delle reazioni ottenute sulla base delle premesse comunicate. Essendo modalità enunciazionali intersoggettive programmate dal sistema, è chiaro che qualsiasi siano i percorsi narrativi individuali, devono sottostare a qeuste regole di visibilità. Come dice Landowski (2010), “solo ciò che è già programmato è programmabile”, soprattutto se “tali regolarità si esprimono all’interno di pratiche routinarie e il loro principio deriva dalla costrizione sociale”520. 3.2.2 Presentificazione di un’amicizia normata Se analizziamo le tipologie di intervento che gli utenti postano nel loro spazio, si trovano codici, tematiche, storie, valorizzazioni difficilmente classificabili tra loro, ma che sembrano tuttavia unificarsi nell’appartenere alla sfera della quotidianità: l’ultimo spettacolo visto, il filmato demenziale, la citazione di un poeta, le ultime vicende politiche, le foto delle vacanze. Si potrebbe parlare di una presentificazione dell’esistenza rappresentata, in cui si celebra la presenza più che l’essenza dell’individuo, il fare enunciazionale più che l’enunciato. Sembra che si voglia tener traccia delle proprie attività più che agire nel contesto di riferimento, in modo che gli altri ne siano a conoscenza. Allo stesso tempo si cerca di valorizzare questi interventi proponendo come eventi elementi di una quotidianità che eventi non sono: lo diventano nel momento in cui sono condivisi e valorizzati dall’intervento degli altri. Non tutte le operazioni sono tra loro uguali, alcune acquisiscono rilevanza e provocano una reazione, altre tracciano un’attività che non crea né interesse né cambiamenti. In particolare, ci sono operazioni che hanno la facoltà di 520 Landowski E. (2010) Rischiare nelle interazioni, FrancoAngeli, Milano. 159 agire sulla realtà, di far accadere delle cose dentro e fuori la rete, di avere una particolare capacità di agency521. Schema 12: Alcune esemplificazioni che regolano i rapporti intersoggettivi tra Informatore e Osservatore, all’interno dell’intenzionalità INTERESSE dell’Informatore e allo stato INTERESSE dell’Osservatore. Se rileggiamo il regime della visibilità in funzione degli scambi che si attivano, risulta ormai evidente quanto non sia messo in scena il semplice tema /rimani in Per un’accurata panoramica sulle definizioni di agency, rimandiamo all’introduzione di Donzelli A., Fasulo A., (2007) Agency e linguaggio. Etnoteorie della soggettività e della responsabilità nell'azione sociale, Meltemi. 160 521 contatto con le persone della tua vita/, fino a questo momento non analizzato, ma pone l’accento su un aspetto diverso del rimanere in contatto, quel confine tra intimo e pubblico – del vedo non vedo - che segna il passaggio da un’intimità privata a un’intimità pubblica. Il tipo di manipolazione richiesta gioca sul regime della visibilità e mette in scena “individui che abbandonano il loro intimo riserbo per farsi identità sociali” mettendo alla prova sè stessi nelle loro diverse versioni sociali, in modo da trovare un equilibrio di visibilità attraverso l’interazione, tale da conquistare la “normalità”. Normalità intesa come essere normale, e dunque passivamente di essere “normato” e attivamente di essere “normalizzante” in grado cioè di mediare e incanalare interazioni e normare socialmente secondo la propria condotta. Detto altrimenti, è un discorso sulle norme sociali che rendono normali, dentro un regime normalizzante. Ed è il solo in grado di traslare la singolarità reale dell’utente all’interno della virtualità della rete. In questa dinamica narrativa il Soggetto, trovato il suo anti-Soggetto nella singolarità di un altro /io/, cerca l’approvazione silente del terzo attante enunciativo, riprendendo la terminologia di Marrone già incontrata (ivi cap. II, Marrone 2000)522. E’ l’attante collettivo pubblico, che osserva e non partecipa, a cui la comunicazione non è diretta ma che ne determina la riuscita. E’ una sorta di arbitro dello scambio comunicativo, che sanziona però collettivamente e per questo motivo si proclama in una relazione cognitiva con il Soggetto. E’ grazie a questo attante che si esprime il regime del Disinteresse, quello che rende “ingenuo” l’utente empirico nel manifestare la sua intimità. Ma a ben vedere non c’è niente di ingenuo, perchè proprio questo “non voler essere visto” cerca un “non voler vedere” che lo sanziona positivamente, verso le regole della normalità, anceh in quei dettagli di intimità che non dovrebbero essere svelati. Regole della “disattenzione civile” (Goffman 1971) in grado di segnalare agli altri che non abbiamo alcuna ragione per sospettare delle loro intenzioni, di essere ostile o di volerli evitare per qualche motivo specifico. Le attività dentro Facebook sono organizzate in base alla ripetizione di modelli di comportamento che si assomigliano man mano che vengono messi in pratica negli scambi comunicativi. In quest’ottica, risulta necessario (un dovere) stabilire una routine quotidiana che mette a diretto e stretto contatto il Soggetto con questo attante collettivo silente, rappresentazione emulativa del suo percepito culturale, messo in scena e personificato dalle persone che il Soggetto ha scelto di attivare nella sua esperienza dentro la piattaforma. Una figura dunque che garantisce questa routine e permette, grazie al suo silenzioso assenso, di prevederne le dinamiche e replicare con sicurezza le interazioni con gli altri. La struttura comportamentale adottata si forma per mezzo di questo silenzio. Tuttavia, come nella realtà della vita comune, si instaurando degli schemi di tipizzazione nei cui termini gli altri vengono trattati, che dipendono da strategie enunciazionali ma anche enunciative (e dunque prettamente narrative). Nella maggior parte degli scambi, dopo aver stabilito il regime comportamentale più opportuno da adottare, si percepisce l’altro come un tipo (un chiacchierone, un timido, ma anche uno professionale, l’altro più ludico, ..) e si interagisce con questo Utente Modello, ancorato biopsciologicamente in qualcuno di riconoscibile e riconosciuto come individuo, in una situazione anch’essa tipica (Berger-Luckmann, 1997). Le interazioni reiterate non fanno 522 Marrone G. (2000) C’era una votla il telefonino, Meltemi, seconda ristampa, p.12 161 che cercare conferma dei modelli mentali entro cui è percepita la serie ininterrotta di tipizzazioni che si fanno progressivamente anonime mano a mano che si allontanano dalla situazione specifica dello scambio diretto. Da una parte, stanno coloro con cui il Soggetto interagisce frequentemente e intensivamente negli incontri diretti, la “cerchia interna”; dall’altra, le astrazioni fortemente anonime che, seppur indicati come /Amici/, si mantengono per loro natura non accessibili all’interazione dello scambio diretto. Si assiste a una mediatizzazione della quotidianità, in cui si configurano immaginari dell’altro schematizzati con cui ci si mette alla prova e si determina il proprio grado di apertura di carattere costruttivo, e il proprio grado di emulazione, di carattere conservativo. La metafora dell’amicizia permette di avvicinare situazioni empiricamente lontane dalla sfera di appartenenza, seppur connesse per una motivazione storica o tematica al percorso esperienziale del Soggetto ancorato. L’amicizia, che di fatto è uno “spazio che riconfigura i legami, in una comunicazione orientata all’intesa”523 è su Facebook strumento per far affiorare il non detto e l’incomprenso, quel livello di profondità che Baricco524 descriveva come celato, oscurato, mitizzato e che ora viene celebrato attraverso l’espressione di una superficialità ancorante. Una metafora che semplifica, rende leggibile, una rigidità sociale ora plasmabile, manipolabile, attraverso azioni banali e spesso valorizzate come futili. Ma che in realtà rispecchiano il senso specifico di questa metafora, che “si basa sulla libera scelta, su una certa gratuità dello scambio e con una certa sospensione (almeno ideale) dei criteri dell’interesse, dell’utilità, del tornaconto. Su Facebook tutti sono in questo senso “Amici”525. E tutti devono sembrare di esserlo. Le figurativizzazioni di alcune applicazioni (si pensi al “Poke”) e la sinteticità richiesta nell’esprimere interesse, sono alcune manifestazioni di questo preciso ruolo tematico che tutti gli utenti sono tenuti a impersonificare. Ogni analisi delle conversazioni all’interno della piattaforma deve tenere in considerazione questo ruolo tematico, e lo stile di scrittura che questo presuppone. E oltre allo stile di scrittura, alla modalità di relazioni tale per cui a un amico “non si dice mai di no”, a un amico “si salva sempre la faccia”, e nelle chiacchiere in compagnia (terzo attante collettivo) non si parla di problemi personali, ma si scambiano oggetti sociali, temi che non richiedono di prendere una posizione in opposizione rispetto al proprio gruppo di riferimento, per non creare rottura o disequilibrio. Infatti quando si trasgredisce questo equilibrio e si stabilisce una tensione polemica, vengono attivate sia dall’osservatore diretto sia dal terzo attante collettivo strategie di comunicazione di secondo ordine in cui chi trasgredisce diviene oggetto di interpetazione, per essere normalizzato o escluso. L’Amicizia è il topic attorno cui ruotano le interazioni degli utenti, è la messa in scena dei loro scambi, secondo un programma narrativo stabilito ancora dal sistema. Ma è anche il Contratto presupposto tra ogni singolarità, e che dunque segna i confini che lega i loro rapporti intesi come scambi di valore. Quando si parla di tematiche complesse, si struttura una modalità di denuncia o rottura, sia che sia impersonale o particolarmente passionale ma comunque estrema, Enciclopedia delle scienze sociali (1997), Treccani. Si veda cap. I. Baricco A. (2010), I nuovi Barbari, Wired Italia, 26 agosto 2010, è possibile leggerlo online all’indirizzo: http://www.wired.it/magazine/archivio/2010/09/storie/i-nuovi-barbari.aspx?page=2 525 Enciclopedia delle scienze sociali (1997), Treccani. 524 523 162 anche solo per manifestare visibilità, dopo che l’Informatore attante supera la normalizzazione collettiva, questa nuova proposta/contenuto diviene oggetto di una nuova normalizzazione basata sul consenso. Che rende un cambiamento allora accettabile perchè accettato da tutti. Oppure viene esclusa come possibile dentro il sistema di valori accettato dal gruppo. Questa metafora di amicizia si basa in sostanza sulla celebrazione di riti quotidiani, dunque un regime di opinioni determinato da un’assiologia valoriale su cui si basa lo scambio intersoggettivo che si muove sulle categorie di normalità e alterità. Questa opposizione limita e struttura quali atteggiamenti e indica quali comportamenti sono consentiti all’interno della piattaforma tra gli individui tra loro riconosciuti secondo un reciproco rapporto di “Amicizia”. Dunque non solo il tono di voce che si fa più confidenziale, ma un costante messa in relazione di questa categoria che detta le regole, dinanzi a un terzo attante collettivo Osservatore che giudica. Schema 12: Assiologia valoriale su cui si narrativizza il ruolo tematico “Amico” entro lo scambio intersoggettivo In questa relazione controllata dall’attante collettivo, l’alterità è possibile e anzi fa parte della quotidianità, ma è accettabile se la si affronta intersoggettivamente, per cui il regime di Cambiamento è possibile ma solo se è già stato concordato prima, sollecitando l’interesse attraverso un’informazione innovativa, adottando una strategia enunciazionale in grado di predisporre all’accoglienza e dunque creando curiosità (e non opposizione). In questo senso possiamo osservare come i regimi di visibilità non sono altro che il condensato di obiettivi strategici che si attivano attraverso prassi enunciazionali (voglio creare Interesse, enuncio in modo Interessante), mentre l’assiologia di valore in cui si narrativizza il ruolo tematico “Amico” mette in scena il percorso narrativo dell’Osservatore e Informatore rispetto all’obiettivo enunciazionale che l’attante Enunciatore/Informatore si è posto, dinanzi ai Destinante “terzo attante collettivo” presupponendo così lo scambio di valori (dimostro TRANQUILLITA’, ricevo TRANQUILLITA’, oppure dimostro NOVITA’, ricevo CAMBIAMENTO in senso positivo  Interazione, o CAMBIAMENTO in senso negativo  Eliminazione o Disinteresse). Detto altrimenti, l’Amicizia regola la prassi enunciativa, ma rispetto a un Contratto stipulato con il terzo attante collettivo, che altro non è che l’insieme degli /io/ considerati nella loro totalità. Entro questo confine, si struttura l’Enunciato Globale di 163 ultimo livello in cui i vari /io/ si mettono tra loro in relazione. Per attivare questa relazione tra /io/ e /io/, il programma narrativo che li confina nel ruolo di “Amici” risulta essere: Schema 13: Programma narrativo dell’Enunciato enunciato di 3° livello (tematizzato nell’Amicizia) della relazione intersoggettiva E per queste dinamiche non ci si può che proporre attraverso un forte senso di autoreferenzialità rispetto al gruppo di appartenenza, che crea una barriera rispetto all’innovazione o ai fenomeni di rottura. Difficile “salvare il mondo” attraverso Facebook, un sistema che si basa sullo scambio di “spiriti e cortesie” (George Simmel) più che polemica e rottura. Non che questo non sia possibile, ma se si innesta è perchè la singolarità da cui prende le mosse disconosce l’assiologia valoriale dell’ambiente in cui si incontra, attraverso una manifestazione di allontanamento o meglio di Rinuncia al ruolo tematico “Amico”, che è un atto volontario che si basa su un volere forte e decisivo. Ma la struttura di Facebook, per come è composta, è programmata per un mutuo addomesticamento, un’opera che addestra al cambio di frames cui le relazioni nella vita ordinaria costringono. E proprio in questo addestramento si pongono i confini che non si possono superare, pena l’allontanamento. La diversità non può essere accettata, perchè la dinamica di creazione dei legami si basa proprio sulla similarità. Ed è proprio il dialogo la forma più opportuna per questo tipo di necessità sociale. Perchè riconosce nell’immediato uno scambio circolare, che salda un patto di fiducia nello stesso momento in cui lo propone (se accolto). E’ il paradigma del riconoscimento. Come conferma Benveniste (2009)526: Solo l’atto di enunciazione rende possibile questa presenza al mondo perchè, a rifletterci attentamente, l’uomo non dispone di nessun altro modo per vivere l’”adesso” e renderlo attuale se non realizzandolo con l’inserzione del discorso nel mondo. [...] Continuità e temporalità si ingenerano nel presente incessante dell’enunciazione – che è il presente dell’essere stesso. [...] Così l’enuncizione promuove letteralmente l’esistenza. Ecco che quella metafora di “effo a catena” visto all’interno di una delle versioni del logo di Facebook appare nel suo “informale rigore”. Questo giardino recintanto (Wallen Garden) contiene gli scontri tra i programmi narrativi delle individualità indicando il processo di normalizzazione più opportuno, attraverso la commistione delle identità in un unico flusso e la reiterazione di una continuità discontinua. In questo contesto avviene la forma più elementare di riconoscimento dell’altro, la conversazione, in cui si riconosce pari dignità e pari esistenza, annullandosi nella presenza infinita dell’altro e reiterando una continua “vertigine della prossimità” (Jedlowski 2005)527 che rende questo processo infinito. 526 527 Benveniste E. (2009) Essere in parola, Mondadori, pp. 122, cap. “L’apparato formale dell’enunciazione”. Jedlowski P. (2005) Un giorno dopo l’altro, il Mulino 164 Un processo però spettacolarizzato in ogni suo farsi, grazie alla costante visibilità prodotta. Esattamente come avviene quando ci prepariamo per uscire di casa, dove siamo intenzionalmente coscienti che ogni contatto può proporre potenzialmente nuove aperture nella propria esperienza. Su Facebook però manca il senso dell’addio, non esiste l’occasione perduta perchè tutti si mantengono in contatto (tutti sono “Amici”) non è più moltitudine, ma rete, appunto. Si può esperire l’altro senza dover fuggire e nascondersi o limitare l’esperienza dell’altro. Ci si rende leggibili e si leggono i comportamenti altrui. Rete che presuppone dunque il valore della legibbilità, della comprensibilità reciproca. Si diventa rete quando si dotano gli altri di grammatiche interpetative del proprio essere, e si decide un’asisologia di valori in comune. Una rete che per essere tale deve avere una sua “area manipolatoria”528 in cui si mettono in comune degli oggetti che possono essere esperiti e diventano oggetto di confronto fino a quando non si raggiunge una normalizzazione di quell’esperienza, la si rende cioè sociale. Quest’area manipolatoria grazie alla mediazione tecnologica si rende più estesa, sconfinando in sistemi culturali diversi. E crea per ognuno di essi un senso comune condiviso, espresso dentro la piattaforma. Un senso comune leggibile, che si rende manifestatamente negli scambi interattivi. Una macchina che svela, produttrice di antiincertezza, soprattutto nella fase storica attuale dove si percepisce il bilico del benessere, del welfare, la stessa new economy è simbolo della precarietà, del costante mutamento, della parabola imperfetta della vita e della possibilità degli eccessi. È un rassicurante ambiente contro il “modello di azione dinamico” (Beck )529, ovvero ridefinizione della propria biografia in funzione delle opportunità che si aprono, dettato dalla forte individualizzazione e crescente responsabilizzazione del proprio percorso biografico. Questa “quotidianizzazione dell’incertezza” (Jedlowski 2005)530 avviene se si accoglie il contratto di lettura proposto ovvero se si accetta di essere (all’interno della piattaforma) quel Lettore Modello presupposto che si caratterizza dall’abbracciare una mentalità occidentale, in cerca di una guida che lo aiuti nel ritrovare il simile, e dunque mosso da dinamiche conservative più che espressive. Poco avvezzo all’innovazione, radicato nel nucleo sociale di appartenenza, che riveste ruoli sociali complementari normalizzati nell’Amicizia così come il sistema ha presupposto, in cerca di stabilità e sicurezza sociale, il cui senso di appartenenza supera il desiderio di emancipazione e ribellione. Un Lettore Modello nel suo ruolo tematico di Amico, programmato in uno percorso narrativo “buonista”, in opposizione all’opportunismo e in cerca di una stabilità senza lotte e pericoli che necessariamente ne risultano. Vuole mantenere la sua socialità attuale senza gli elementi che la rivoluzionano e la dissolvono. Allo stesso tempo ha necessità di essere visto e di essere apprezzato, attraverso stili discorsivi in grado di stupire, alla ricerca di attenzione più che nell’esprimere attenzione verso l’altro. Una vetrina stabile dove rappresentare sè stessi come segno di riconoscimento per coloro che sono simili risulta funzionale all’autoreferenzialità cercata. Che non distoglie da moti di ribellione o di rottura, se socializzanti, ma che in quanto 528 529 Shutz A. (1979) Saggio Sociologici, Torino Utet, citato in Jedlowski P. (2005) ibidem. Beck U. (2001), La società globale del rischio,. Trieste, Asterios. 530 Jedlowski P. (2005) Un giorno dopo l’altro, il Mulino, p. 35 165 cristallizzato in routine e reiterazioni di fatto è portato a prediligere un approccio meno orientato alla concretezza, ma più alla contemplazione o alla polemica se permette di mantere l’appartenenza sociale voluta. Non gli si chiede di motivare l’uso della piattaforma per modificare il Reale, ma anzi gli si richiede di modificare la propria Integrità Reale in funzione di una Stabilità Collettiva dentro la sfera del Virtuale. Il processo amicale messo in scena è di superficie, l’approfondimento non è sanzionato nel regime di visibilità quanto la pubblicazione e l’interazione. Anzi, non è sanzionato affatto. All’interno di queste caratteristiche in comune, il sistema valorizza un fare sociale e un essere sociale che permettono di convivere con l’alterità dell’incertezza elaborando di volta in volta strategie per minimizzarla. Allo stesso tempo, un Lettore Modello in grado di sviluppare e condividere esperienze personali per poter metterle in discussione attraverso il confronto con l’altro e ritornare sul proprio vissuto per reinterpretarlo secondo le norme sanzionatorie della propria appartenenza sociale. Il Lettore Modello è una strategia adottata dal sistema, il che significa che non è detto che gli utenti empirici si ritrovino all’interno di questo descrittivo nella percezione della loro attività dentro la piattaforma, anche se spesso il percepito del proprio Sè si distanzia da quello manifestato e nel caso di Facebook pubblicato. Ed è questo il tema della seconda parte dell’analisi, come già anticipato nel Disegno di Ricerca. Osservare, all’interno di questi programmi narrativi pre-confezionati, come gli utenti empirici si comportano, se aderiscono al Contratto di Lettura o lo disattendono, e secondo quali aspetti. Prima di addentrarci nella fase field del lavoro, schematizziamo quanto è emerso ad ora nell’analisi e ripercorriamo gli effetti di senso predisposti dal sistema. Abbiamo visto che ci sono tre Enunciazione Globali che si incastrano l’una nell’altra enunciandosi, e che installano /io/ in tutte e tre come Soggetto narrativo e come Enunciatore. 3.2.3 Facebook è un sistema autopoietico? In questo sistema valoriale della Normalità, all’interno della relazione di Amicizia programmata dal sistema, in un regime enunciazionale che si basa sulle regole intersoggettive della visibilità, il qui e ora così costruito, propone un effetto di presenza attraverso cui ogni utente sceglie, nei debrayage interni e nella sfera d’azione a lui consentita, la propria “forma di organizzazione dell’esperienza”531. Abbiamo visto che i deittici spaziali, temporali e pronominali che rimandano alla situazione di enunciazione vera e propria raccontata in terza persona (“Giorgio Rossi sono qua in ufficio”) propongono un debrayage/embrayage di tipo pragmatico532, che permette ai soggetti installati di prender parola e di agire all’interno del testo. Si creano discorsi: in cui si inscrivono e si leggono la verità e la falsità, la menzogna e il segreto; questi modi della veridizione risultano dal duplice contributo dell’enunciatore e dell’enunciatario. Le diverse posizioni si fissano solo sotto forma di un equilibrio più o meno stabile che Manetti G. (1998), La teoria dell'enunciazione, Protagon, Siena. Secondo la teoria di Greimas e Courtès (1979), pp. 80-81, sul fare pragmatico, timico e cognitivo, che abbiamo già introdotto in nota 18. 532 531 166 proviene da un accordo implicito fra i due attanti della struttura della comunicazione. E’ questa tacita intesa che viene designata con il nome di contratto di veridizione.533 Facebook diventa così spazio di un discorso sociale di carattere veridittivo, dove l’utente è stato installato in quanto enunciatore e soggetto. Proprio come Soggetto: possiede un’esistenza modale suscettibile di venir continuamente turbata, di essere soggetta cioè alle trasformazioni operate sia dal soggetto stesso in quanto attore (soggetto del fare) sia da altri attori (soggetti del fare) appartenenti alla medesima scena.534 La sua agentività, ovvero la sua performanza pragmatica, si istituisce nel momento in cui, quale enunciatore, produce un enunciato di terzo livello (come da Schema 9) mettendolo in condivisione con il proprio enunciatario collettivo, /le persone/, che decide a sua volta di accoglierlo, normalizzandolo. E’ la condivisione e non l’enunciato ciò che crea valore e permette di iniziare il processo verso il contratto di veridizione tra i due attanti all’interno del programma narrativo tematizzato dell’”Amicizia”, e la relativa sanzione sociale che lo congiunge non solo al suo Oggetto di valore, ma lo eleva a una /vita/, secondo i regimi di visibilità presupposti. Bisogna però capire di quale /vita/ si stia parlando, perchè se osserviamo Facebook come un sistema autopoietico, secondo le osservazioni di Ceriani (2003), in particolare sul ritmo in termini di sistema autopoietico che installa: la neutralità di una griglia, che è vuota ma esercita una forte funzione di vincolo, come un sistema strutturato che si integra tuttavia con delle manifestazioni discorsive molto diverse.535 Parafrasando, possiamo allora evidenziare nell’organizzazione ritmica di Facebook un “forte sistema di vincolo” che alimenta una “vitalità trascodica” attraverso proprio la “neutralità di una griglia vuota, che esercita una forte funzione di vincolo” per gli attanti chiamati a riempirla con “manifestazioni discorsive molto diverse”. In questo senso risulta evidente quanto Facebook si alimenti e si “riproduca” al suo interno attraverso proprio: una rete di processi di creazione, trasformazione e distruzione di componenti che, interagendo fra loro, sostengono e rigenerano in continuazione lo stesso sistema. Un sistema autopoietico è un sistema che ridefinisce continuamente sè stesso e si sostiene e si riproduce al proprio interno.536 La teorizzazione dei sistemi autopoietici è stata introdotta grazie agli studi di Maturana e Varela (1985, 1987, 1993)537, teoria che si basa sulle relazioni tra gli Greimas (1984), p. 103. Greimas, (1984), p. 97. 535 Ceriani G. (2003) Il senso del ritmo, Meltemi, Roma, pag. 188. 536 Wikipedia, voce “Sistema autopoietico”. 537 Maturana, H.R., Varela, F.J., (1985), Autopoiesi e cognizione. La realizzazione del vivente, Venezia, Marsilio (ed. or. Autopoiesis and Cognition. The Realization of the Living, 1980); Maturana, H.R., Varela, F.J., (1987), L'albero della conoscenza, Milano, Garzanti, (ed ori. El árbol del conocimiento, 1984; Maturana H., (1993) Autocoscienza e Realtà, Raffaello Cortina Editore, Milano. Per sistema autopoietico si intende: "Un sistema autopoietico è organizzato come una rete di processi di produzione di componenti che produce le componenti che: attraverso le loro interazioni e trasformazioni rigenerano continuamente e realizzano la rete di processi che le producono e la costituiscono come un'unità concreta nello spazio in cui esse esistono, specificando il dominio topologico della sua realizzazione in quanto tale rete". Da questa definizioni si ricavano molte similitudini con il sistema Facebook, che ora discuteremo. 534 533 167 elementi di un sistema, più che sulle sue proprietà. Per essere un sistema autopoietico, oltre a essere autoriferito, ogni processo strutturato al suo interno deve essere in grado di autoprodursi, attraverso trasformazioni o nuove interazioni. Questi meccanismi, od organizzazioni o corpi, non hanno un fine definito se non la continuità della propria vitalità e della propria esistenza. Per funzionare necessitano di reiterazioni, comportamento autocosciente delle parti che lo costituiscono, percezione di un flusso di presenza da parte delle entità, e visione temporale d’insieme a solo livello di sistema. La comprensione del sistema deriva solo dalla comprensione delle relazioni “grazie al quale esso esiste in quanto sistema vivente” (Ceruti 1989)538, e l’insieme di esse che struttura la sua organizzazione interna. Grazie dunque ad alcune regole base comportamentali, il sistema diventa autopoietico se sopravvive nella sua autorganizzazione. Le regole di Facebook sono piuttosto semplici abbiamo visto: 1. l’installazione di /io/, /Facebook/ e /persone/, quali attanti narrativi stabili (Soggetto, Aiutante, Oggetto) di 2° livello; 2. l’installazione di una relazione di trasmissione del valore “intimità” tra /io/ e /Facebook/ nella pratica enunciazionale di 2° livello che si basa sullo scambio dell’intimità del soggetto quale individuo reale e “appartenenza sociale” alla rete virtuale; 3. reiterazione ritmica e spaziale che crea una struttura identica per ogni /io/, vuota ma dinamica, che destruttura l’integrità soggettiva e quella del reale, intessendo il percoso di congiunzione del Soggetto alla Rete Virtuale; 4. l’installazione di un attante osservatore percettivo, valutativo, cognitivo, ma non timico-passionale, focalizzatore, in grado di proporre un effetto di controllo soggettivo ma non soggettivante (intimo); 5. una rete di interazioni che si basano su un regime di visibilità autoriproduttivo (io vedo te, tu vedi me, l’altro vede noi, ...) che dà un senso normalizzato alle azioni enunciative; 6. la relazione di ricerca tra /io/ e /persone/ nella pratica enunciazionale che performa attraverso un’altra relazione di trasmissione di valore tra /io/ e /persone/ basata sullo scambio di intimità e regolata dal tema “Amicizia”; 7. un programma narrativo del ruolo tematico “Amicizia” che si basa sulle categorie assiologiche normalità/alterità; 8. libertà narrativa degli /io/ enunciazionali (a parte illeciti); 9. la messa in scena di una Sanzione ogni volta che sussiste scambio di intimità o in generale si assesta una normalizzazione dello scambio. Sulla base di queste regolazioni, il sistema di Facebook controlla la sua vitalità permettendosi di attivare i seguenti meccanismi: il sè nasce linguisticamente nella ricorsività linguistica che costruisce l'osservatore come entità spiegandone il funzionamento entro un dominio di distinzioni consensuali. L'autocoscienza nasce linguistamente nella ricorsività linguistica che costruisce la distinzione del sè come entità quando spiega il funzionamento dell'osservatore che, in un dominio consensuale di distinzioni, distingue il se da altre entità. Dunque la realtà sorge insieme con l'autocoscienza linguisticamente come spiegazione della distinzione tra sè e 538 Ceruti M. (1989) La danza che crea, Feltrinelli, Milano. 168 non-sè nella prassi dell'osservatore. Il sè, l'autocoscienza e la realtà esistono nel linguaggio come spiegazione dell'esperienza immediata dell'osservatore.539 Come osservava Ferraro (2003)540, ogni link e ogni riferimento esterno incluso dentro Facebook non è un “andare verso” qualcosa uscendo da Facebook, ma “tirare a sè” qualcosa dentro Facebook, in modo che questo qualcosa possa comporre attraverso un gesto reiterato il sè espresso nel proprio profilo. Più si “tira a sè” qualcosa, più si partecipa alle bacheche delle /persone/, più si ottiene una sanzione positiva che normalizza il proprio sè, più si “tira a sè” questa norma sociale. La produzione enunciazionale ed enunciativa del sè e delle /persone/ si alimenta ricorsivamente attraverso gli stessi elementi che li producono. La realtà che ne sorge non è altro che determinata dall’opposizione tra il percepito del proprio sè e il percepito di quello che non è sè. Si “tira a sè” cioè che è simile; si “spinge via” ciò che non è sè, secondo la valutazione della propria Rete. L’autoproduzione del sistema, oltre che essere garantito dalla ridondanza delle pratiche, è garantita anche dalla possibilità di risalire a un “habitus”, permette cioè al sè di riconoscere le regole di ripetizione in grado di codificarle e prevederle, così da attivare forme strategiche di enunciazione di tipo predittivo. Questa codifica si basa sul rapporto interattivo intra-osggettivo (tra i diversi sè che manifesta e che non manifesta), intersoggettivo (in opposizione agli altri sè) e si basa su una presupposizione veridittiva (secondo il contratto comunicativo sottoscritto prima di entrare dentro Facebook). La semplificazione dell’interfaccia dunque non svolge solo una funzione fàtica, avvicinando utenti poco abituati alle Regole della rete, ma è soprattuto strategica per impostare le regole di un rituale reiterabile e autoproduttivo. Un rituale avviene quando l’azione condotta sta per qualcos’altro, è metafora di qualcosa che evoca e rappresenta. In un’ambiente (quello della Rete) dove ognuno doveva a suo modo creare pratiche e trovare come consolidarle attraverso uno sforzo intersoggettivo costoso che gli garantiva in seguito riconoscibilità e reiterabilità, Facebook struttura un nuovo ambiente già codificato, un vero e proprio “frame cognitivo” (Elisas 2001)541 o una grammatica comportamentale in grado di rendere comprensibile e dunque afferrabile ogni azione al suo interno. Ecco che l’autoproduzione di Facebook viene garantita dalla codifica del rituale dell’interazione. Ruolo del rituale è infatti proprio quello di sottilineare una certa definizione della realtà, per equilibrare e rendere omogenee le idee di normalità che i vari /io/ all’interno del sistema hanno rispetto a tematiche differenti. Questo meccanismo permette di controllare il passaggio da un frame sociale all’altro attraverso la costruzione e condivisione di elementi di difesa sociale. Potendo trasformare in enunciato ciò che viene vissuto come esperienza, l’individuo inscritto nella piattaforma quale Soggetto può acquisire informazioni aggiuntive di carattere intersoggettivo che determinano il senso dell’esperienza avuta e l’appartenenza a un certo sistema sociale, per poi reiterarle nella vita reale. Che diventa un po’ più “virtuale”. La possibilità di ricevere dei feedback dagli altri e di poter strutturare una narrazione a flusso della Maturana H., (1993) Autocoscienza e Realtà, Raffaello Cortina Editore, Milano Ferraro G. (2003) La sfida di Internet al concetto di testo, Versus 94/95/96, Quaderni di studi semiotici, gennaio-dicembre 2003. 541 Elias N. (2001) Civilizzazione e informalizzazione, in Tappe di una ricerca, Il Mulino, Bologna. 540 539 169 propria esperienza, senza però avere l’obbligo di motivare la connessione tra gli enunciati proposti, facilita il Soggetto nella sopportazione di critiche o commenti che mettono in discussione il suo punto di vista. E d’altro lato gli permettono di deframmentare la sua identità all’interno del rumore creato, così da rendere meno evidenti distonie o incertezze. Più che una narrazione dell’esperienza, è proprio una narrazione della frammentazione dell’esperienza, in grado di evidenziare percorsi narrativi tra loro in opposizione, verificare la convivenza e dunque la normalizzazione di questi scontri narrativi. Facebook si propone come strumento in grado di verificare e normalizzare scontri tra programmi narrativi tra loro in opposizione eppure in parallela convivenza. E’ un ambiente che permette atteggiamenti propedeutici atti a stabilire un senso comune di stampo più generale, indipendente dal frame ma dipendente dalla cultura di appartenenza. Allo stesso tempo permette di strutturare una Soggettività (un percorso narrativo del Soggetto) in continua ridefinizione e per questo motivo sempre rinegoziabile attraverso la sua stessa presentificazione. Parliamo di continue operazioni di desemantizzazione e risemantizzazione che permettono, in un regime di azioni reiterate, un costante rinnovamento tematico ed espressivo, in cui il Soggetto attraverso la sua identità è il punto fisso di rinvio e la costante che permette di mantenere il controllo, sia da un punto di vista enunciazionale, sia da un punto di vista narartivo. Se osserviamo il sistema di ricompensa teorizzato da Bj Fogg come “Reinforcement” (Bj Fogg 2010), possiamo ora osservare che la ricompensa non è solo determinata da un sistema che pianifica a intervallo variabile. E’ di certo un meccanismo che risulta necessario a creare dipendenza, ma perchè struttura un’isotopia discorsiva saldamente intrecciata a quelle narrative. Ogni intervallo variabile propone anche una possibile variazione sociale, attraverso cui mettere in discussione la visone del proprio sè e la visione dell’altrui, modificando, riadattando o rinforzando quelle tipizzazioni che permettono di inquadrare ogni soggettività in un programma narrativo ipotizzato dal soggetto stesso. Indurre un ritorno continuativo è un mezzo per strutturare un principio di Mancanza, di perdita del dettaglio, che potrebbe compromettere la propria capacità valutativa, e dunque la competenza cognitiva data per acquisita. Rispetto a un testo chiuso, ogni qualvolta qualcuno produce qualcosa, il Soggetto si mette in discussione e valuta quale programmi narrativi sono da reiterare, quali quelli conclusi. Dopotutto il principe che viene messo alla prova dal mago non sa che dovrà provarci tre volte, e crede ogni volta di avere una e un’unica sola occasione per conquistare il suo Oggetto Magico che lo porterà alla fase della Performanza. E spesso nemmeno immagina quale sarà la prova decisiva e quella glorificante, nè sa di doverle affrontare entrambe, se nessuno glielo dice. Nella teoria della narrazione, non si assume con facilità il punto di vista e il regime di incertezza del Soggetto, se non quando le sue riflessioni intrapersonali non sono manifeste (e dunque oggetto di analisi). In questo caso siamo costretti, perchè il Soggetto è ancorato in una persona in carne ed ossa, che si muove in una serie di programmi narrativi tra loro in sovrapposizione, in contraddizione e a volte in sovradeterminazione, nessuno dei quali offre però una visione di insieme fino a sanzione raggiunta. E’ solo l’esperienza, nel senso della conferma continuativa di alcune regole, che rendono stabile la struttura mentale e intersoggettiva, dentro a una struttura concreta e manifesta, l’interfaccia. Ed è solo nel confronto con l’altro che questo avviene, e appaga. Facebook propone questo appagamento, questa risoluzione, in quanto aiutante si presenta proprio come “antistress 170 sociale”. Quando giunge a questa realizzazione, il Soggetto non ha più necessità di ancorarsi all’Oggetto ceduto, quella goccia di intimità donata, perchè risolve la sua condizione con il nuovo Oggetto ricevuto nello scambio, che passa da essere virtuale a scambio realizzato (Greimas 1984)542. L’equivalenza si basa su questo equilibrio, e su questi due Oggetti di valore. Ecco che allora l’accezione della Normalità può configurarsi secondo le interazioni tra strategie enunciazionali (regimi di visibilità) e strategie narrative (programma narrativo della relazione intersoggettiva), secondo quattro lessicalizzazioni diverse che danno conto della totalità dei modi in cui un Soggetto “tende al” suo Oggetto di valore, nello scambio così definito. Avremo dunque all’interno del programma narrativo COMPLESSIVO della struttura di Facebook: Schema 14: Struttura gerarchica da Programma narrativo della Struttura complessiva di FB In cui l’utente è installato come soggetto modalizzato secondo quattro modalità che ne regolano attitudini e atteggiamenti (Schema 14), e declinano il ruolo tematico “Amico” presupposto, organizzando la sua prassi enunciativa secondo i quattro regimi di visibilità e strutturando uno Schema narrativo Globale in cui gli è proposto uno scambio tra l’acquisizione di /socialità/ in cambio della privazione di /intimità/. Detto altrimenti, nell’equilibrio dello scambio tra /Intimità/ e /Socialità/ e nelle sue oscillazioni tra /normalità/ e /alterità/, troviamo (lessicalizzati) quattro modi diversi che il sistema ha pianificato per far installare gli utenti, rendendoli leggibili e comprensibili l’uno all’altro: 542 Greimas A. J. (1984) Del Senso II, Bompiani, p. 37-38. 171 1. La modalità dell’Esemplarità si muove su un concetto di normalità intesa come conservazione, facendo proporre - attraverso una richiesta di emulazione al proprio Osservatore - un’intimità già Oggettivata, dunque normalizzata a priori, e per questo salda, stabile, secondo un saper essere già conquistato (in altre circostanze, su altre piattaforme, nella vita reale..). 2. La modalità dell’Autoreferenzialità è suo contrario e si muove su una proposta di alterità da normalizzare, dunque facendo proporre - attraverso una richiesta di messa in discussione del suo Osservatore - un’intimità Soggettiva che può essere e rimanere tale, integrando questa discontinuità in una nuova forma di socialità. 3. La modalità della Regolarità è il suo contraddittorio, si muove su un concetto di normalità intesa come rigore, facendo proporre - attraverso una richiesta di coordinazione al suo Osservatore – un’Intimità razionale non ancora Oggettivata, ma già inserita in uno schema sociale, secondo un Dover essere già preso in carico. 4. La modalità di Sintonia infine, è il contraddittorio di quella dell’Esemplarità, si muove su un concetto di alterità plastica, malleabile, facendo proporre - attraverso una richiesta di reciproco adattamento al suo Osservatore - un’intimità soggettivata ma non più Soggettiva, che vuole essere normalizzata in una socialità risultante dalla mediazione delle reciproche Soggettività. Schema 15: Struttura gerarchica da Programma narrativo della Struttura complessiva di FB Su queste basi dovrebbero essere programmati i regimi di comunicazione attivabili dentro il sistema, che regolano le dinamiche intersoggettive in modo indipendente dai contenuti presi in carico. Sempre seguendo questa mappa delle modalità, possiamo delineare quattro tipologie di Lettore Modello nel ruolo tematico “Amico”, entro cui i soggetti possono attivare diverse strategie nello scambio comunicativo. Attraverso queste quattro configurazioni, ogni individuo si atteggia e 172 struttura infatti sia strategie di enunciazione sia strategie di narrativizzazione verso gli altri, proponendo contenuti, manifestando attività. Per poterli “lessicalizzare” e vedere su quali regolarità si propongono, dobbiamo entrare all’interno di questo scambio comunicativo di terzo livello, e per far ciò il Soggetto deve poter essere congiunto al suo Oggetto di valore di 2° livello /le persone/, dopo l’accettazione dell’amicizia (ovvero l’accettazione del contratto tra /io/ e gli altri /io/). 3.3 L’agency soggettiva: la messa in scena della propria identità, tra scontri e incontri narrativi Prima dell’avvento di Facebook, creare un’alterità in rete in grado di prolificare il proprio sé attraverso un’enunciazione condivisa condensava tutto il piacere della riproduzione543 con quello di diventare un altro pur restando sé stessi544. Con Facebook invece l’utilizzo del proprio nome anagrafico e dunque la congiunzione tra identità on e off line è prerogativa per la messa in scena del discorso. Ma perché non mentire? Perchè non creare un alter ego segreto, che viva del non essere ma sembrare? Per sviluppare la propria rete di contatti e aderire al contratto di lettura proposto risulta invece condizione necessaria essere riconoscibili attraverso la propria identità. Solo in questo modo l’individualità Reale entra in scena e può congiungersi alla Rete. L’uso del nome proprio è un’etichetta sociale che permette la riconoscibilità univoca, se congiunta al segno-volto della foto comunemente usata per descriversi. Il nome è il primo atto di inscrizione all’interno del sistema, il primo atto di congiunzione tra spazio extradiscorsivo e spazio intradiscorsivo, dunque tra realtà e virtualità. Il volto, è una pura manifestazione extra-discorsiva del sè. Seguendo il discorso di Lèvinas (1984)545, non esprime altro che sè, identifica un significante che ha sè stesso come significato ed è “origine di ogni possibile atto di nominazione”. Foto e nome sono il centro di referenza del discorso istituito, tutte le modifiche e le incongruenze identitarie si pongono come pura referenzialità, quel lato della propria identità descritta da Fontanille come Me, dunque una presa di posizione che “proietta all’esterno per potersi costruire agendo” (Fontanille 2004)546. Ogni cambiamento di nome e di foto, attestano un cambiamento identitario, uno scontro tra differenti percorsi di identità o una rimarcazione di alcune caratteristiche che solidificano e stabilizzano determinati tratti. Queste trasformazioni portano alla luce altre due partizioni della propria identità. Seguendo sempre il modello di Fontanille547, si avrè un Sè-idem che mette in scena 543 Fabbri P. (1992), Siamo tutti agenti doppi, Carte Semiotiche, 9, riprendendo un pensiero di Volkoff (1979). Fabbri P. (1992). Lèvinas E. (1984) Nomi propri, Marietti, Genova, 1984, in Volli U. (2002) Figure del desiderio. Corpo, testo, mancanza, Cortina, Milano. 546 Fontanille J., 2004, Figure del Corpo, Meltemi Editore, Roma, pag. 34. 547 Fontanille descrive il ME come “centro di referenza del discorso, si pone come referenza e pura sensibilità, è l’individuo concreto che farfuglia, grida, etc.”. Il Sè-idem come “quella parte di Ego che si costruisce nell’attività discorsiva, è la csotruzione per riassunsione continua delle identità transitorie e per similarità; è l’istanza delle “prensioni” riconoscibili per la loro similarità, affinità e per il loro ripetersi”. E infine il Sè-ipse come “costruzione del proprio Ego per permanenza di una stessa direzione, è inferibile a aprtire dalla costanza e 545 544 173 ruoli identitari differenti e paralleli, seppur simili e affini, che costellano la produzione della propria identità attraverso il ripetersi di alcune caratteristiche. Il Sè-idem in questo senso vive di scontri e di riadattamenti, che si cristallizzano nel Sè-ipse, la manifestazione di come i diversi Sè si risolvono in una direzione narrativa comune, in grado di stabilizzare ambiguità e portare alla luce quello che più sembra essere un sè sociale polivalente. Quello che differenzia il Me dal Sè è che quest’ultimo ha capacità riflessiva, analizza sè stesso e produce aggiustamenti nel suo farsi discorso. In Facebook la caratterizzazione della propria identità espressa nel profilo deve fare i conti con l’estensione e la sovrapposizione in un unico centro nevralgico di senso (il proprio profilo) dell’insieme di identità sociali costruite ed esperite nella realtà, quali derive corporee e quali produzioni sociali anche controverse. D’altro lato via via che prende forma nella sua inscrizione, può essere osservato e analizzato dall’utente, sulla base delle relazioni con entità esterne, sulla base dell’autoriflessività stessa tra gli elementi che lo compongono internamente, ed essere coerente, senza dunque comportare dissonanze cognitive di difficile gestione. Non sempre questo avviene, e non sono rari i casi in cui profili individuali propongono caratterizzazioni del tutto distoniche. I codici che permettono di rendere la propria soggettività all’interno del proprio profilo sono fondamentalmente verbali e visivi. Osservando nei 64 profili del campione di riferimento questi elementi possiamo rintracciare dei processi in comune di gestione delle tre partizioni identitarie, Me, Sè-ipse, Sè-idem. Considereremo il Me come quella parte del processo identitario che manifesta irruzioni o “embrayage” rispetto alla narrazione di identità che viene installata nel profilo (e che dunque si pone innanzi tutto a fondamento di un embrayage enuinciazionale che distingue il Me dal Sè). Considereremo invece come Sè-idem proprio quell’insieme di scontri narrativi che propongono in parallelo narrazioni dell’identità differenti. Considereremo infine come Sè-ipse i tratti isotopici che permettono di assegnare al singolo individuo un ruolo tematico definito e stabile. L’idea che la costruzione del sé si realizzi in fasi progressive mediante l’uso di strategie narrative deriva dalle teorie linguistiche di Émile Benveniste (1971)548, il quale ha individuato nell’istituzione enunciazionale il luogo dell’emergenza di soggettività e intersoggettività. L’identità e l’alterità si sedimentano attraverso il discorso: l’io si inscrive nell’enunciazione dicendo qualche cosa rivolgendosi ad un tu, e contemporaneamente si dice attraverso l’atto enunciativo. Nella situazione enunciativa collocata nel tempo e nello spazio, l’io dice se stesso all’altro, e così facendo struttura il processo di definizione non solo del proprio sé, ma anche del tu che gli sta di fronte. stabilizzazione delle mire”. Il rapporto tra Sè e Me viene vissuto in questi termini: il Sé è quella parte dell’”egli stesso” che il Me proietta all’esterno per potersi costruire agendo; il Me è quella parte dell’”egli stesso” alla quale il Sé si riferisce costruendosi. Il Me procura al Sé l’impulso e la resistenza che gli permette di porsi indivenire; il Sé procura al Me quella riflessività di cui ha bisogno per misurarsi con sé stesso nel cambiamento. Il Me pone al Sé un problema chenon cessa mai di risolvere; il Me si sposta, si deforma, e resiste e costringe il Sé ad affrontare la propria alterità, problema che il Sé si sforza di risolvere sia attraverso ripetizione e similarità, sia attraverso una mira cosntate e sempre sostentata. (fontanille, 2004, p. 34 e seguenti). 548 É. Benveniste, Problèmes de linguistique générale I, Gallimard, Paris 1966; tr. it. Problemi di linguistica generale I, Il Saggiatore, Milano 1971, p. 314. 174 L’individuo che utilizza, in una precisa instanza del discorso, la forma io, non si enuncia soltanto come colui che pronuncia qualche cosa (un enunciato), ma si enuncia allo stesso tempo come soggetto: Io non si limita a dire, ma soprattutto si dice attraverso il discorso. Il parlante si inscrive nello spazio enunciazionale, mostrandosi come soggetto. Per questo motivo Benveniste (1971) giunge ad affermare che il linguaggio è l’unico luogo deputato alla reale manifestazione della soggettività. Non esistono altre testimonianze oggettive dell’identità del parlante al di fuori di quella che egli stesso dà di sé nella situazione discorsiva. La definizione e la posizione di un Io istituiscono contemporaneamente un Tu: Io e Tu si costituiscono all’interno dello spazio enunciativo e allo stesso tempo costituiscono lo spazio enunciativo, aprendo il campo della comunicazione – necessariamente intersoggettiva. L’Io e il Tu tracciano il fondamento della propria soggettività e si attualizzano come persone nel discorso, o meglio mettendosi in discorso. Un Io che all’interno di Facebook non è però libero di personalizzare la sua pagina e non può quindi definire in accordo con il sistema le regole di presentazione del proprio sè. Ci sono state alcune proposte di “ribellione” di questa costrizione, come per esempio la composizione delle immagini che ricorrono dentro la propria bacheca in un’unico formante (si veda Figura 16) ma comunque in questo senso la struttura è rigida. Figura 16: Forme di personalizzazione del proprio profilo Iniziamo con considerare i profili del campione secondo la loro attuale realizzazione, analizzando cioè il risultato del loro essersi fatti durante le interazioni con il sistema e con gli individui, mettendoli in relazione tra di loro e osservando differenze e analogie, senza prendere in considerazione la loro diretta connessione. Ricordiamo che di questi 64 profili, 32 appartengono a una stessa rete e gli altri 32 sono invece tra loro indipendenti, e che il campione è stato composto seguendo un’equilbrio di genere (50/50 M/F) e secondo il criterio età (50% <30 anni; 50% > 50 anni). Per ognuno di essi 175 è stato analizzato il profilo (nei suoi codici visivi e verbali) e le ultime conversazioni attivate (1 mese di storico e 1 mese di osservazione sincronica). 3.3.1 L’io normalizzato Se consideriamo la definizione tecnica di identità digitale (Windley 2007) che viene proposta nell’ambito dei sistemi di riconoscimento e di gestione delle informazioni: un’identità digitale contiene dati che descrivono in modo univoco una persona o una cosa (chiamato nel nostro gergo, soggetto o entità), ma anche informazioni sulle relazioni esistenti tra il soggetto ed altre entità.549 Da questo punto di partenza, l’identità viene considerata prima di tutto come un contenitore, e poi come informatore relativo alle relazioni che intercorrono tra il soggetto e altre entità. Ci appaiono subito evidenti alcuni tratti caratterizzanti invarianti all’interno dei profili analizzati550, che ci hanno permesso di classificarli sulla base delle loro ricorrenze. Per la foto del profilo, si scelgono diverse modalità di rappresentazione, che giocano sulla combinazione di queste variabili: - piano: primissimo piano, primo piano, piano americano, figura intera, campo lungo - posa: naturale, semicostruita, costruita - sguardo: in camera, fuoricampo - referenzialità: presenza/assenza di elementi referenziali rispetto al contesto/rispetto all’azione in corso, totale assenza dell’individuo e uso di immagini da repertorio culturale (libri, quadri, personaggi famosi..) manipolazioni/alterazioni evidenti: - del colore: b/n, saturazioni, contrasti - tagli: partizione di dettaglio o composizione di un’unica foto frammentata (cfr: figura 14) - prospettive alterate: giochi di specchi o di riflessi Date queste variabili, si osservano dodici tipologie differenti di fotografie utilizzate, sintetizzabili in quattro ulteriori raggruppamenti (si veda Tabella 17), sulla base dell’alterazione della foto in quanto supporto, dunque modificando colori o tagli particolari e che ne esaltano l’artificialità; oppure proponendo un’alterazione della rappresentazione del soggetto, che può essere rappresentato nella sua quotidianità, in un suo dettaglio, o in contesti che ne ritraggono l’appartenenza. Oppure proponendo una Windley P. J., (2005), trad.it, (2007), Identità digitali, Tecniche Nuove, collana Hops-Tecnologie. Abbiamo analizzato i descrittivi dei profili, da un punto di vista dei codici visivi e dei codici verbali. Abbiamo poi analizzato lo stile di comunicazione adottato da ognuno negli status e in generare in tutte le produzioni verbali da loro pubblicate in bacheca in un’arco temporale di un mese. Di 32 dei 60 profili, è stato osservato anche lo stile di comunicazione adottato nel primo mese di attività disponibile grazie al download del file del loro Social Graph, ovvero l’archivio delle loro attività su Facebook. Ogni analisi è stata effettuata nel rispetto della deontologia di ricerca della rete, chiedendo a ogni utente in campione il permesso di essere osservato da un punto di vsita scientifico. Per rispetto della privacy, si riportano solo i dati che non possono permettere l’identificazione degli utenti osservati. 550 549 176 sua negazione, sia perchè si è scelta una foto che non rappresenta l’individuo, sia perchè la foto lo rappresenta senza poterlo identificare: Tabella 17: tipologie di foto del profilo del campione di riferimento 177 Rispetto alla selezione diacronica delle immagini usate per il profilo, si osservano ovviamente salti e assestamenti, ma nella totalità delle foto proposte ogni individuo dimostra uno stile omogeneo, mantenendo la sua coerenza nei confronti della sua /Rete/. In questo senso lo scontro tra programmi narrativi legati al Me rispetto al Sè-ipse che abbiamo definito poc’anzi secondo la terminologia di Fontanille non viene messo in scena. Anzi la presentazione del proprio sè a livello visivo si mantiene sulla stessa selezione isotopica determinata da alcuni tratti caratterizzanti. Dunque su Facebook troviamo una moltitudine di Sè-ipse, manifestazione di come i diversi Sè si risolvono in una direzione narrativa comune, in grado di stabilizzare ambiguità e portare alla luce quello che più sembra essere un sè sociale polivalente. Questa osservazione diacronica ci aiuta però a vedere quali tipologie co-occorrono all’interno dei singoli profili in modo più ricorrente, permettendoci di evidenziare quattro modalità di rappresentazione del sè differenti secondo questi parametri: 1) le foto che manifestano alterazioni del supporto e che propongono un taglio obliquo o un contrasto sfumato tra alcune variabili (es. un contesto ludico e una posa semicostruita), propongono uno contratto di lettura Confidenziale o dell’Interpellazione secondo la teorizzazione di Veron e Fischer (1990)551, proponendo giochi interpetativi con interpellazioni dirette, punti di vista obliqui, mediando la comprensione e obbligando il proprio Osservatore a mettere alla prova la sua competenza cognitiva, attraverso un approfondimento o il riconoscimento di una citazione o un paradosso. Dunque il Soggetto Informatore media la sua leggibilità, richiedendo una co-produzione di senso al suo enunciatario. Alcune immagini a volte propongono il soggetto solo per alcuni dettagli, altre giocano con riflessi di vetrine o specchi. Altri implicano degli stili di vita senza darne la presa immediata, giocando con fuochi differenti tra primo piano e contesto che richiedono di nuovo una partecipazione interpretativa da parte dell’enunciatario. Altre immagini mettono in scena interpretazioni bizzarre o ironiche della propria immagine, giocano su opposizioni inconsuete (il viso del soggetto accostato al viso del suo cane, di profilo, mentre si guardano l’un l’altro) o inquadrature dal basso o dall’alto particolarmente ricercate (tanto da far intravedere a mala pena il volto). Secondo questo approccio tutto il non-detto è frutto di co-interpretazione e permette all’enunciatario di penetrare in un mondo iper-soggettivo, fino a una totale focalizzazione interna e soggettiva (immagine della propria tazza di caffè mentre si sta bevendo il caffè). Per molti versi richiamano lo stile della pubblicità obliqua teorizzata da Floch (Floch, 1990)552, che riprende lo stile di diversi pubblicitari tra cui quelli di Ph Michel secondo cui: Il pensiero laterale è la bizzarra maniera di spostare continuamente il soggetto per rivederlo in modo nuovo, fresco, diverso, significativo, emozionale. Ora si sta scoprendo che è questo il metodo che comunica meglio: s’inventa quando si sposta la propria visione del mondo. Occorre delal provocazione per inventare.553 2) Sempre all’interno della tipologie di foto in cui sono state effettuate alterazioni del supporto (1° gruppo), si osserva un’altra modalità di interpellazione del proprio Fisher S., Veron E., (1992), Teoria dell’enunciazione e discorsi sociali” in Semprini A. (a cura di) Lo sguardo semiotico, Franco Angeli, Milano. 552 Floch J. M. (1990) Semiotica, Marketing e Comunicazione, Franco Angeli, pag. 245.247. 553 Michel Ph. Stratégies, n. 385 in Floch J. M. (1990) Semiotica, Marketing e Comunicazione, Franco Angeli, pag. 246. 178 551 destinatario, più rigida seppur complice, che interpella a volte con sguardi in camera, a volte mantenendosi nel rigore di forme di rappresentazione del sè di tipo visivo standardizzate (es. la fototessera) ma leggermente alterate (lo sguardo che invece di essere in camera, è diretto al fuoricampo, per esempio). Una micro incrinatura delle aspettative sociali che permettono di dimostrare al proprio enunciatario la piena competenza nel manovrare gli stereotipi e le costruzioni sociali come se fossero oggetti, seppur mantenendo integrate la loro riconoscibilità, evidenziando la loro capacità di riconoscerne i tratti caratterizzanti e dunque invarabili e quelli invece che possono essere alterati e proposti in modo diverso. Abbiamo già parlato dell’informale rigore, e in queste manifestazioni visive prende forma. Non sono enunciatori però pedagogici in senso stretto, propongono anch’essi un dialogo, seppur maggiormente rigoroso. Il contratto di lettura proposto comunque ha una forte corrispondenza con quello che Veron evidenzia come Pedagogico (Fischer, Veron 1990)554, entro cui l’enunciatore marca i dettagli della tecnica fotografica per poi disattenderne alcuni, proponendo dunque una proposta di avvicinamento seppur regolata secondo determinati stereotipi e senza un’inclusione diretta dell’enunciatario manifestata. Ma proprio questo sistema di valori facilmente identificabili (che sono poi quelli del destinatario modello ricercato) propongono uno scambio di sapere nel rappresentare un sistema ideologico in comune. La ricorrenza di alcune marche sociali sviluppano una rappresentazione precisa e dettagliata dell’Enunciatore e del suo contesto di riferimento, ma idealizzata attraverso il ricorso per esempio al Bianco e Nero e alla messa in scena di una posa semicostruita, dove l’enunciatore si propone come spontaneo e nel suo contesto quotidiano, con evidente carattere però patinato spesso enfatizzato dall’uso di contesti mondani e dall’uso di un Piano a figura intera che contornano il soggetto della sua realtà. Propone di aderire a un modo di essere e dunque di sviluppare un sentimento di appartenenza secondo le strutture da lui messe in scena e comunicate come da seguire. E’ una dichiarazione del “voler essere guardato”, attraverso l’uso realistico dell’immagine, che fornisce concretezza dandone anche un senso di vissuto, come propongono anche due tipologie di immagini che alterano il Soggetto (2° gruppo nella Tabella 17), quello che allarga il piano da primissimo ad americano, facendo percepire un contesto di vita reale in cui si viene introdotti; e quello che mette in scena un’attività tipica del Soggetto (esempio andare in barca, o andare a correre). Si mette in mostra un saper essere che si propone come guida, come punto di riferimento. Uno stile che ricorda la valorizzazione pratica o la pubblicità referenziale di Floch (1999)555, proprio per i continui rimandi alla realtà e per la volontà di dimostrare un modo di vivere, uno stile di vita ben definito, da loro stessi incarnato. 3. Molto vicini a questo insieme di foto, ma a bene vedere differenti, sono due tipologie del 2° gruppo (immagini di alterazione del soggetto) che propongono scatti poco personalizzati e totalmente oggettivi, riprendendo la posa fototessera o foto che ritraggono nel proprio contesto quotidiano (casa o lavoro) con sguardo in camera, posa e sorriso classico delle foto amatoriali comunemente scattate. In questo caso non si mette in scena alcuna esemplificazione di uno stile di vita o di un modo di vivere, non si dimostra tantomeno ricerca e manipolazione di immagini per dimostrare di essere in un Fisher S., Veron E., (1992), Teoria dell’enunciazione e discorsi sociali” in Semprini A. (a cura di) Lo sguardo semiotico, Franco Angeli, Milano. 555 Floch J. M. (1990) Semiotica, Marketing e Comunicazione, Franco Angeli, pag. 242. 179 554 certo modo. E’ iper-referenzialità, a tal punto da rendere anche difetti e dettagli non voluti (molte di queste foto propongono la cancellazione di visi o persone ritratte vicino al soggetto, con il classico cerchio nero e sfumato). E’ un regime oggettivo, vero, nel senso che non vuole rappresentare una realtà particolare, ma semplicemente mette in scena una realtà così come è stata colta. Sono immagini che dimostrano una certa trasparenza dell’enunciatore rispetto al suo enunciatario, ma anche una certa ingenuità o poca dimestichezza. Rifacendoci sempre a Fischer e Veron (1990)556, siamo chiaramente davanti a un contratto di lettura Oggettivo, senza inclinazioni ironiche che mostra l’essenzialità dell’enunciatore. Non si avvicina allo stile sostanziale invece di Floch (continuando il parallelismo, Floch 1990)557 perchè chiaramente non c’è stile, lo si nega totalmente. Questo però non toglie che rivesta una valorizzazione critica, se consideriamo il carattere neutrale e la trasparenza ricercata. 4. Un’ultimo insieme di foto si caratterizza infine per la loro capacità di negare l’enunciatore in quanto persona, o usando immagini di repertorio appartenenti all’immaginario collettivo (fumetti, cartoni animati, personaggi famosi, ma anche libri, quadri...) o proponendolo “senza volto” seppur da un punto focale esterno (che si distingue dal 1° gruppo, che invece propone in questo caso particolare una soggettiva), come per esempio immagini che ritraggono l’enunciatore di spalle, in una piazza, tra altre persone che camminano. O che propongono un iper-dettaglio di un parte del viso (occhi, labbra) o del corpo (piedi, mani), che rendono il soggetto per l’appunto grazie a una parte, per sineddoche. Questo gruppo si caratterizza dunque per ricalcare i profili colmando – parrebbe – un vuoto di espressività per mezzo di immaginari collettivi. Proprio questi profili dimostrano quanto sono sensibili alle catene spesso attive su Facebook che chiedono di usare al posto della propria immagine qualcosa che sia riconoscibile secondo canoni variabili (ci fu infatti la catena di post che chiedevano di usare immagini di donne famose, prima ancora quella di cartoni animati e così via). Rispetto a tutti gli altri profili, coloro che usano questi canoni cambiano immagine più spesso tra l’altro. Questo ricorrere all’uso diretto o indiretto a riferimenti culturali popolari li avvicina alla pubblicità mitica di Floch (1990)558 presupponendo tra l’altro un contratto di lettura interattivo basato su un “noi inclusivo” che si basa proprio sull’accoglienza e l’attivazione di alcuni processi cognitivi comuni, incentrati sulla piattaforma. Riformulando pertanto le tipologie elencate in Tabella 17, possiamo dunque rintracciare quattro modalità della presentazione del sè attraverso i codici visivi, modalità che corrispondono nella loro manifestazione ai quattro Utenti Modello strutturati dal sistema (Esemplarità, Autoreferenzialità, Regolarità e Sintonia), validando la traccia fin qui strutturata da un lato (si veda Tabella 18), e dall’altro proponendo un risultato di ricerca interessante. Infatti possiamo ora affermare che a livello plastico gli utenti all’interno della piattaforma si caratterizzano seguendo le programmazioni strutturali proposte dal sistema, secondo i due Enunciati Globali da questo presupposti (il primo Enunciato Globale socialità/intimità, il secondo Fisher S., Veron E., (1992), Teoria dell’enunciazione e discorsi sociali” in Semprini A. (a cura di) Lo sguardo semiotico, Franco Angeli, Milano. 557 Floch J. M. (1990) Semiotica, Marketing e Comunicazione, Franco Angeli, pag. 247. 558 Floch J. M. (1990) Semiotica, Marketing e Comunicazione, Franco Angeli, pag. 242. 180 556 normalità/alterità). Inoltre osserviamo che queste quattro modalità sono accolte in modo eterogeneo dal campione, non si osservano differenziazioni in base all’età nè in base al genere, sono dunque indipendenti da queste due variabili. Passando ora ai codici verbali utilizzati nei singoli profili e in generale negli scambi comunicativi di ogni individuo (periodo di monitoraggio 2 mesi), constatiamo che la quasi totalità dei profili analizzati (58 su 64) si caratterizza da ricorrenze sistematiche all’interno delle variabili prese in esame (si veda prossime Tabelle 19-22), il chè riconferma nuovamente che le modalità proposte dal sistema sono accolte a tal punto da programmare la quasi totalità dei comportamenti del nostro campione. In particolare osserviamo per ogni modalità: : Tabella 18: tipologie di foto del profilo del campione di riferimento 181 Tabella 19: codici verbali modalità ESEMPLARITA’ 182 Tabella 20: codici verbali modalità REGOLARITA’ 183 Tabella 21: codici verbali modalità AUTOREFERENZIALITA’ 184 Tabella 22: codici verbali modalità SINTONIA 185 E’ evidente che l’installazione dell’individuo all’interno della piattaforma corrisponde a stili e regimi enunciazionali ed enunciati ben precisi. Ogni profilo analizzato si caratterizza per la quasi totalità delle sue azioni secondo uno e uno solo dei profili descritti, senza osservare differenze sostanziali nella distribuzione dell’età e del genere. L’unica differenza, anche se staticamente di nessuna rilevanza, a livello di distribuzione del campione esaminato, si ha nella numerosità: - Esemplarità: 14 profili - Autoreferenzialità: 7 profili - Regolarità: 20 profili - Sintonia: 23 profili L’Utente Modello caratterizzato dai codici visivi e verbali legati all’Autoreferenzialità è tra tutti un utente più evoluto, sia per la capacità di utilizzare la piattaforma, sia per la capacità di manipolare la sua identità nella relazione con l’altro. Rispetto agli altri si installa con ricorrenza attraverso la forma indicale /io/, sottolinendo la presa in atto della sua narrativizzazione. E’ infatti l’unico che manifesta forme (seppur limitate) di ribellione rispetto alle logiche strutturali della piattaforma, permettendosi cambi di nome o uso di pseudonimi, o foto rielaborate (seppur descrittive della loro reale identità, ma che richiedono una collaborazione interpetativa attiva da parte dell’Osservatore). Inoltre nella sua interazione di flusso, sviluppa un “pensiero laterale” incisivo, in grado di mantenere attiva questa collaborazione, secondo le regole che egli stesso impone. Anche l’Utente Modello caratterizzato dai codici visivi e verbali legati all’Esemplarità è meno rappresentato, e in effetti dimostra un saper essere che diventa modello di riferimento per gli altri utenti. Ne seguono gli spostamenti, le attività, si aggiornano attraverso la sua capacità analitica, imparano grazie ai dettagli espositivi lasciati a disposizione per comprendere prima ancora di approfondire. Rispetto all’Utente Autoreferenziale, propone contenuti argomentativi e oggettivi, parla poco di sè e molto di altro, di solito si concentra in un topic specifico (musica, tecnologia). E’ un esperto, e dona questa sua sapienza a coloro che necessitano di una guida. Gli Utenti Modello che si caratterizzano dai codici visivi e codici verbali della Regolarità sono proiettati totalmente nella piattaforma, i dettagli dell’intimità che loro distribuiscono nelle loro bacheche e in quelle altrui investono gli altri utenti in uno scambio reciproco di oggetti culturali, assorbiti e recepiti da altri media, primo tra tutti quello televisivo. Oggettivizzano le loro opinioni per modulare il proprio percepito in funzione dei feedback recepiti, agitano per agitare, non per strutturare un pensiero approfondito, visto che sono poco portati a citare o condividere fonti autorevoli per argomentare il loro pensiero. Pensiero che si caratterizza da frasi brevi e a volte addensate in una sola parola, che pertanto interpella un’enciclopedia condivisa o una prassi mediatica extradiscorsiva comune alla propria Rete di riferimento (aver letto il giornale alla mattina, essere davanti alla televisione la sera). Più che manipolare la loro identità attraverso il confronto, manovrano questi oggetti culturali in modo da rendere stabile la loro identità, che si propone come strutturata ma non strutturale, anzi stabile nel suo essere dispersa nelle diverse bacheche in cui la fanno vivere. 186 Gli Utenti modelli infine che si caratterizzano da codici vfisivi e verrbali legati alla Sintonia annullano ogni barriera oggettiva del proprio Sè-ipse per annullarsi completamente all’inteno della piattaforma e delle forme sociali che circolano nella piatttaforma. Non per altro le ultime foto da loro utilizzate nel profilo, oltre a essere strumento di partecipazione collettiva (e dunque accogliere le catene che inducono a usare la foto di una donna famosa, l’immagine di un cartone animato, che stanno al momento attivando una mobilitazione di massa), li rappresentano come partizioni di sè stessi o come soggetti in mezzo a una folla. Rispetto a tutti gli altri profili, propongono un’identità intima espressa emotivamente, che quando non è espressa nei pos è programmata in test e quiz che viralizzano la socialità stessa attraverso proprio forme di invasione dell’intimità connotata passionalmente. Inoltre si propongono come Osservatori di loro stessi prima che degli altri, come emerge dagli status spesso introspettivi e retrospettivi, che dimostrano una rilettura del proprio sè tramite il confronto con l’altro. Anche nel caso dei codici verbali, lo scontro tra programmi narrativi che ci saremmo aspettati nella pratica enunciazionale ed enunciativa dei singoli soggetti non emerge. Gli individui si propongono in un modo univoco, chiaramente a volte con qualche tratto inconsueto, ma nell’insieme delle loro interazioni sviluppano uno stile omogeneo. Crediamo che sia chiaramente stato un processo di lento adattamento determinato dalla pratica d’uso, ma questo comunque non cambia il risultato, anzi sottolinea che quanto maggiore è la pratica, tanto maggiore è l’influenza della piattaforma e delle interazioni in essa costituite. Inoltre pare che il problema delle identità molteplici venga facilmente gestito proprio grazie all’adesione a questi stili di strutturazione del sè, attraverso cui le reciproche aspettative di interazione vengono ampiamente soddisfatte (e dunque, all’altro non si chiede di uscire dagli schemi adottati). Dentro Facebook infatti si chiede uno scambio tra socialità e intimità, scambio però che viene regolato omologando i tipi di intimità da mettere in scena, un’intimità mediatica per le identità Regolarità, un’intimità oggettiva per le identità Esemplarità, un’intimità introspettiva per le identità Sintonia e infine un’intimità alterata per quelle Autoreferenzialità, così come emerge dai dettagli delle Schede. Continuiamo l’analisi andando ad approfondire il risvolto interattivo che emerge osservando i profili del campione più corrispondondenti ai quattro Utenti Modello, andando a osservare con quali altri profili questi si relazionano di più e quali tipi di agentività mettono ni scena. 3.4 Io e la Rete: proposta di un modello attanziale Facebook ha la peculiarità di permettere di strutturare proprie reti sociali. Reti sociali a loro volte costituite grazie all’intenzionalità dell’individuo, e grazie alle opportunità ma anche ai limiti del sistema. Usiamo due espressioni riprese da Leone per formalizzare l’ultimo parametro di osservazione della ricerca, quello relativo alle strategie complessive messe in atto durante l’interazione. Secondo Leone (2011): il semiotico si interessa al modo in cui le agentività semiosiche individuali costruiscono le reti sociali. Il sociologo delle reti sociali si interessa al modo in cui le agentività semiosiche individuali sono costruite dalle reti sociali. 187 Secondo noi sia al semiotico sia al sociologo devono interessare entrambi gli aspetti, e loa bbiamo dimostrato fino a questo momento. Il semiotico non può permettersi di osservare come le agentività semiosiche individuali compongano le reti sociali senza aver prima articolato uno schema compositivo delle loro libertà di azione determinate da e con il sistema. E questo schema compositivo non può permettersi di osservare la materia nella sua composizione locale, ma per affrontare con coerenza ed efficacia tutte le problematiche ad esso connesse ha bisogno di astrarsi attraverso un punto di osservazione globale (Ferraro 2003). Dire che alla semiotica non interessa come le agentività semiosiche individuali siano costruite dalle reti sociali potrebbe determinare un’analisi a focalizzazione interna, saper osservare tutto il corpus attraverso un embrayage attanziale non in grado di cogliere i débrayage che sta subendo per sua stessa definizione e che determinano la visione dell’analisi e dell’analista. Potrebbe rischiare di far adottare una posizione narrativa interna al discorso, alle pratiche e all’esperienza, ma incapace di comprendere il sistema assiologico d’insieme. E’ un rischio, ma per evitarlo e oggettivare un punto di vista intimo e “invischiato dentro”, bisogna fare uno sforzo di “debrayatizzazione”, e porsi a un livello di astrazione superiore. Superiore allo stesso sistema in analisi. Sapendo che l’operazione è complessa, più che complicata, ma ora che abbiamo osservato le manipolazioni del sistema e come al suo interno si installano gli utenti, risulta già più scomponibile. Per trovare un modello di analisi partiamo da qualche riflessione metodologica sulla base delle osservazioni mosse da Volli (2007) a proposito dell’analisi dell’esperienza: Se il nostro primo compito specifico come semiotici di fronte all’esperienza narrata nei testi consiste dunque nel de-naturalizzarla, mostrandola come effetto narrativo che a sua volta ha un posto di rilievo nella grande macchina della narrazione, lo stesso gesto deve valere anche all’inverso.559 E’ chiaro che un modello matematico sulla struttura delle reti, o una computazione semiotica che emula il modello quantitativo sociologico a riguardo, è del tutto illogica, e non è certo la strada da percorre, siamo d’accordo con la definizione di matrimonio mostruoso di Leone (2011)560 e che in effetti riprende: una mentalità strutturalista top–down che attribuiva il primato al sistema (linguistico, culturale) senza curarsi del lavorio del suo uso da parte di soggetti agenti– enunciatori che peraltro ne è condizione di possibilità e meccanismo d’evoluzione.561 Dobbiamo però alla sociologia la capacità di astrazione, di osservazione dall’alto che possiamo invece adottare (come ha fatto la psicologia) per elevare il punto di vista semiotico. Si tratterà di mettere in gioco gli “occhiali semiotici” e sperare che riescano a catturare la profondità dello sguardo. Altrimenti dovremo imparare a costruire un nuovo “binocolo semiotico”, qualitativo e artigianale, emulando gli sforzi della sociologia nella costruzione dei suoi strumenti di indagine, che ha adottato una procedura tecnicamente rigorosa a tal punto da essere stata in grado di automatizzare alcune osservazioni. Ma noi preferiamo ancora toccare con mano: Volli U., (2007), E’ possibile una semiotica dell’esperienza?, in Marrone G., Dusi N., Lo Feudo G., Significato ed Esperienza, Bompiani, Milano. 560 Leone M. (2011) Reti di nodi, reti di segni, E/C in corso di pubblicazione. 561 Sbisà M. (2009), Senso e Azione, in Leone M. (a cura di), Attori attanti agenti, Senso dell’azione e azione del senso. Dalle teorie ai territori, Lexia 3-4, Circe, Aracne Editore pag. 44 188 559 una rete comunicativa semioticamente intesa [che] sfugge a qualsiasi forma di computazione, perché dovrebbe accogliere quale suo elemento centrale una certa dose d’imponderabilità, essenzialmente legata a un concetto dell’agentività comunicativa fondato sull’idea di menzogna.562 Perchè Facebook? A questo punto era ora di chiederselo. Abbiamo già premesso le motivazioni tecnologiche, economiche, culturali, sociali, psicologiche e comunicative che lo rendono fenomeno sociale. E basterebbe limitarci a motivare il nostro interesse a questo. Ma in verità ciò che ci spinge ad analizzare un fenomeno così articolato ma allo stesso tempo così oggettivabile e de-naturalizzabile, è per mettere anche alla prova gli strumenti stessi della semiotica odierna, in chiave greimasiana, e osservare se sono davvero necessarie nuove teorie semiotiche o se forse è più utile riconsiderare alcune osservazioni già strutturate ma non ancora formalizzate in ricerche sul campo. Continuando le nostre osservazioni in parallelo al pensiero di Leone (2011), ci si chiede con lui se è possibile : costruire un metadiscorso intersoggettivamente accettabile intorno al senso così come esso si articola e si manifesta nell’uso stesso di questi siti, nel modo in cui esseri umani empirici collocano questi siti nel mosaico delle innumerevoli attività che compongono il loro profilo semiotico esistenziale? È possibile una semiotica di Facebook che non sia solo la solita vetero-semiotica di un sito ma la neo-semiotica di un situarsi, del modo in cui il senso si genera socialmente in seguito alle interazioni che si coagulano intorno alle nuove possibilità di comunicazione offerte dalla tecnologia contemporanea?563 E Facebook si presta come è evidente a sviscerare questa generazione di senso, perchè testualizza ogni produzione comunicativa di interazione che avviene al suo interno. Non vogliamo fare un’analisi per estrarre i massimi valori epocali di una società, o affermare che in fondo tutte le società, o tutti i gruppi, o tutti le comunità, si avvalorano delle stesse convinzioni assiologiche. Nè tantomeno affermare che una società sia leggibile attraverso Facebook, perchè avremmo potuto allora analizzare le comunicazioni telefoniche, o ancora meglio le interazioni faccia-faccia. Il corpus sarebbe stato ingestibile ma probabilmente qualche criterio di pertinenza lo avrebbe reso maneggiabile. E non crediamo neppure che Facebook sia e sarà la più impattante e rivoluzionaria piattaforma comunicativa dei nostri tempi. Perchè oggi è Facebook, domani chissà. Vogliamo solo cercare di estrarre uno schema compositivo del situarsi in Facebook, di come si situano gli individui in relazione agli altri attraverso questa piattaforma. E ribadiamo, attraverso questa piattaforma. Dunque mediati, tecnologicamente prima di tutto. E poi, mediati socialmente. E culturalmente. Non ci sarà nessuna proposta matematica dunque, nè si seguiranno gli sforzi di Petitot-Cocorda (1990)564 ripresi da alcune correnti socio-semiotiche. E non faremo nemmeno socio-semiotica, perchè per noi la semiotica è una. Non è socio, non è etno, non è psico. Anzi, a nostro avviso si sta rischiando, nella proliferazione delle nomee, come dice Eco (2007)565, di creare tanto rumore espresso come una velina assordante. Facebook è il nostro velo di Maya. Perchè ricrea una programmazione narrativa standard in quanto autore e determina dunque gli spostamenti attanziali ancorati negli 562 563 Leone M. (2011) Reti di nodi, reti di segni, E/C in corso di pubblicazione. Leone M. (2011) ibidem. 564 Petitot-Cocorda J. (1990) Morfogenesi del senso, per uno schematismo della struttura, Studi Bompiani. 565 Eco U. (2007) Per una semiotica del silenzio, in Montanari F. (a cura di) Politica 2.0, Carocci. 189 individui, il chè ha una portata persuasiva non solo in senso marketing di diffusione e gestione del mercato digitale, ma soprattutto in senso semiotico, nella sua capacità di gestire i ruoli attanziali e determinare il senso delle azioni in un progetto narrativo che ha le ampiezze di un’ecosistema. Non è tanto in termini di sequenze e turni conversazionali, quanto nelle dinamiche che sviluppano attività e azioni e che fanno sviluppare altre attività e azioni (in modo pragmatico) attraverso atti linguistici. Nel sistema dei social network l’esistenza del soggetto è presupposta da un’atto, siamo nel pieno regime dell’azione. Azione di tipo enuciazionale, nell’atto di scrittura. Azione di tipo enunciativo, nell’atto di inscrizione. Sicuramente è un problema semiotico in quanto “questo soggetto non interessa alla semiotica se non nella misura in cui sia individuato dall’azione di cui è soggetto” (Lucatti 2010)566. Ed è un problema sociologicamente sviscerato (nei suoi modi) ma semioticamente intatto: Mentre la semiotica insegue le articolazioni del senso prodotto, tanto sulla scena dell’enunciato che su quella dell’enunciazione, l’analisi micro–sociologica delle interazioni umane ne mostra l’emergere nei singoli incontri grazie a attività condivise, fra cui la produzione di turni conversazionali o di loro sequenze.567 Lo sforzo sarà in questa direzione, per lo meno per dare delle “rappresentazioni perspicue” (rubiamo da Sbisà un riuso di natura wittgensteiniana, Wittgenstein 1967)568 delle dinamiche di agentività che si attivano in un sistema di relazioni umane. 3.4.1 Dal discorso sociale, al discorso attanziale Una volta costruita e radicata, la struttura sociale influenza gli attori stessi, portandoli a compiere azioni definibili anche se non determinate in senso assoluto grazie all’incidentalità del caso, ma comunque determinando le modalità che si attivano per poter stabilire le relazioni. Ci troviamo in una sorta di ciclo di condizionamento reciproco (struttura/attore), che rientra nel concetto di “circolarità” e diventa un principio costitutivo dell’approccio strutturale promosso dalla social network analysis di stampo etnografico569. Si nota che queste strutture producono effetti, ma non si individuano nè le tipologie nè le motivazioni o le cause. Sicuramente il risultato non è mediato nè sintetico tra individualismo e olismo metodologico; il fattore causale sembrerebbe proprio nella relazione (Slavini 2006)570. Semioticamente si potrebbe approcciare un’analogia con l’operazione che Greimas sviluppa a proposito del discorso scientifico571: “Se consideriamo la scienza come progetto che si realizza progressivamente tramite un fare scientifico continuo”, Lucatti E. (2009 Dall’esito dell’azione all’azione dell’esito — Le strutture attanziali e il problema teleologico nel progetto trascendentale del generativismo, Leone M. (a cura di) Attori attanti agenti, Senso dell’azione e azione del senso. Dalle teorie ai territori, Lexia 3-4, Circe, Aracne Editore. 567 Sbisà M. (2009) Senso e azione, in Leone M. (a cura di) Attori attanti agenti, Senso dell’azione e azione del senso. Dalle teorie ai territori, Lexia 3-4, Circe, Aracne Editore, pag 36. 568 , trad. it. 1975,p. 29) 569 Ricordiamo che la social network analysis ha radici sia prettamente sociologiche e dunque quantitative sia etnografiche, dunque di stampo qualitativo. 570 Salvini A. (2006), p. 18 571 Greimas A. J., (1991) Semiotica e sceinze sociali, Centro Scientifico Editore, ed. originale (1976), Sémiotique et sciences sociales, Editions du Seuil, Paris, pag. 25 paragrafo 4.1, La struttura attanziale del discorso scientifico. 190 566 allora la /socialità/ in Facebook potrebbe essere vista come un progetto che si realizza progressivamente tramite un fare sociale continuo. E un fare sociale a sua volta non è altro che un progetto che si realizza progressivamente tramite la costituzione di reti sociali, dunque tramite un fare relazionale continuo. Come il “discorso scientifico diventa allora quel luogo a partire dal quale la scienza parla mentre si sta facendo, e dunque anche luogo semantico di cui si può effettuare l’analisi applicandogli un modello attanziale di carattere sintattico”572 e dunque una grammatica narrativa, allora anche il discorso della socialità o sociale può ricevere una definizione sintattica se considerato come un fare, e dunque può essere “inscritto nel quadro dell’enunciato canonico che presuppone il soggetto e l’oggetto di questo fare”573. Detto altrimenti, recuperando il parallelismo che Greimas fa tra discorso scientifico ed enunciato, dovrebbe poter essere possibile analizzare la costituzione delle reti sociali di Facebook attraverso l’applicazione della grammatica narrativa. La costituzione della /Rete/, quell’attante collettivo intimo, diventa infatti oggetto di valore del discorso sociale, fintanto che non è costituita. Il discorso sociale è dunque un fare in cui l’attore sociale /io/ altro non è che un soggetto che cerca di congiungersi al suo oggetto di valore, la conquista di una posizione all’interno della /Rete/, attraverso la costituzione stessa della rete sociale e tutti i vari passaggi intermedi e superamenti di prove che il raggiungimento di questo oggetto di valore richiede. Ma dato che “ogni individuo può partecipare a svariati gruppi semiotici e perciò assumere tanti ruoli sociosemiotici quanti sono i gruppi nei quali il soggetto si trova inserito”574, il discorso sociale sviluppa tanti percorsi narrativi quanti sono i ruoli sociali, o sociologicamente nominati come posizioni sociali, da assumere. Questo punto di vista non si disallinea dalla definizione di rete data dai sociologi: Rete sociale viene sociologicamente definita come “una struttura sociale fatta di nodi (che sono in genere individui o organizzazioni) legati gli uni agli altri da una o più specifiche tipologie di interdipendenze, come valori, visioni, idee, scambi. Nodi non sono altro che gli attori che recitano nella rete.575 Infatti è interessante osservare come le tipologie di interdipendenze che legano i nodi di una rete sociale sono definite su Wikipedia come “valori, visioni, idee, scambi”, o meglio come quelle che Greimas definirebbe come “rappresentazioni collettive” costrittive e insieme accettate che fanno dell’individuo un essere sociale”576. Consideriamo il: tentativo di individuare e di interpretare la dimensione del significato di una società, grazie alla quale una società esiste in quanto “senso”, per gli individui e per i gruppi che la compongono, come del resto esiste per le altre società, che la vedono e la riconoscono come diversa. [...] In definitiva dobbiamo trovare per questo problema un’impostazione che permetta di comprendere e descrivere: come l’individuo possa trascendere se stesso per riportarsi all’altro; come si inserisca e viva questa sua integrazione nei gruppi sociali; quali 572 573 Greimas A., (1991) pag. 25 paragrafo 4.1, La struttura attanziale del discorso scientifico. Greimas A., (1991), pag. 25 paragrafo 4.1, La struttura attanziale del discorso scientifico. 574 Greimas A., (1991), pag. 48 paragrafo 2.3, Socioletti e gruppi semiotici. 575 Wikipedia 576 Greimas A., (1991), pag. 43-44 paragrafo 2. La dimensione semiotica della società 191 siano infine le “rappresentazioni collettive” costrittive e insieme accettate, che fanno di lui un essere sociale.577 Greimas individua tre problematiche essenziali per poter osservare una società in quanto “senso”: l’interconnessione che lega l’individuo all’altro578, questa relazione dialogica all’interno del gruppo semiotico di riferimento; fino alle “rappresentazioni collettive” che altrove Greimas stesso definisce come “briciole lessicali che ogni gruppo semiotico lascia cadere nel campo comune” costituendo veri e propri “luoghi comuni” nei “due sensi di questa espressione: esse formano il repertorio supplementare di ogni “vocabolario di base”, ma essi raprresentano anche le banalità proprie a ciascun universo del sapere”579. In questo senso considera: la forma figurativa della comunicazione come una delle caratteristiche principali della dimensione semiotica della società: difatti è per suo tramite che si manifesta la partecipazione più generale degli individui che la compongono ai sistemi di valori il cui insieme costituisce la “cultura”.580 La cultura per Greimas diventa dunque la totalità dei contenuti valorizzati tipici di una comunità, che non sono altro che quelle banalità proprie a ciascun universo del sapere, dette in altro modo da Wittgenstein come “gli aspetti per noi più importanti delle cose nascosti dalla loro semplicità e quotidianità. Non ce ne accorgiamo perchè li abbiamo sempre sotto gli occhi”581. Ritorneremo più volte sul concetto di banalità, quotidianità e rappresentazioni collettive, al momento è interessante osservare il bilanciamento tra oggetti sociali condivisi e oggetti sociali individuali, i primi legati alla banalità e alla semplicità, i secondi determinati invece dalla ricchezza introspettiva dell’individuo, e dunque caricati di valore in quanto inseriti in un percorso narrativo ben delineato, almeno per il soggetto che lo sta compiendo. Ecco allora che, se facciamo riferimento a un’ulteriore definizione di rete formulata dal gruppo di ricerca sociologica di Pisa582, si introduce il comportamento delle persone e si ricorre alle caratteristiche della struttura delle relazioni come causa per spiegarne le dinamiche comportamentali individuali: la rete sociale è costituita da un insieme di attori sociali e di relazioni definite da tale insieme di attori. Le reti sono quindi strutture relazionali tra attori e in quanto tali costituiscono una forma sociale rilevante che definisce il contesto in cui si muovono quegli stessi attori. La rete sociale risulta essere allora la struttura di relazioni le cui caratteristiche possono essere usate per spiegare – in tutto o in parte – il comportamento delle persone che costituiscono la rete. Greimas A., (1991), pag. 43-44 paragrafo 2. La dimensione semiotica della società In accordo alla definizione sociologica di Bianco M. L. (1996) Classi e reti sociali. Risorse e strategie degli attori nella riproduzione delle diseguaglianze, il Mulino, Bologna, p. 12,: “gli attori diventano sociali proprio in quanto interagiscono: un’azione in solitudine, che non tiene conto degli “altri” nella definizione dei fini e nella valutazione delle conseguenze, è un mero gesto e non può essere considerata sociale”. Inoltre anche Brames sottolinea questo carattere di interdefinizione tra l’io e l’altro: ”essere sociale interagente, capace di manipolare gli altri così come di essere manipolato da loro” in Boissevan J. (1973) Network analysis. Sudies in human interaction”, citato in Piselli F. (1995), Reti. L’analisi dei network nelle scienze sociali, Donzelli, Roma. 579 Greimas A., (1991), pag. 48 paragrafo 2.3, Socioletti e gruppi semiotici. 580 Greimas A., (1991), pag. 49 paragrafo 2.3, Socioletti e gruppi semiotici. 581 Wittgenstein L. (1967) Ricerche filosofiche, Einaudi, Torino, pag. 70. 582 Si veda http://sna.dss.unipi.it/Home 578 577 192 Come la teoria della narrazione trova una struttura delle relazioni all’interno delle opposizioni attanziali, così la sociologia osserva che proprio in queste strutture è rintracciabile la costituzione delle motivazioni che determinano il comportamento delle persone. Facendo un passo alla volta, osserviamo le definizioni di struttura attanziale che Greimas ci fornisce in diversi passaggi. Iniziamo con la definizione di attante all’interno del Dizionario583: L’attante, unità sintattica della grammatica narrativa di superficie, può essere concepito come colui che compie o subisce l’atto, indipendentemente da ogni altra determinazione [...]. Se paragoniamo la teoria sociologica di Parson e il suo modello AGIL584, vediamo che questo sociologo individua nell’azione l’oggetto della teoria sociologica, chiamandola “unit act” e affermando che, per esistere, l’atto presuppone un attore, oltre che un fine, una metrica di valutazione del raggiungimento degli obiettivi, una situazione (ovvero determinate condizioni ambientali, ovvero il contesto dell’azione su cui l’attore non ha controllo), un’insieme di modalità ovvero regole di relazione tra questi elementi. Interessante in particolare questo passaggio che segna quanto le basi teoriche della sociologia sono sovrapponibili alle basi teoriche della semiotica: non esiste un singolo individuo, distinguibile per nome e cognome, ma le persone acquistano importanza dal momento che rivestono un ruolo, agiscono in base a dei modelli di comportamento che sono funzionali per il raggiungimento di un fine e allo stesso tempo sono condizionati da norme e valori.585 Tralasciando per il momento il concetto di situazione e contesto dell’azione, su cui torneremo più avanti, e focalizzandoci sull’attante e i suoi modelli comportamentali, anche Greimas e Courtes specificano l’importanza del ruolo, descrivendo diverse tipologie di attanti, secondo diverse variabili di differenziazione. La prima differenziazione è data rispetto alla comunicazione/enunciazione e alla narrazione/enunciato: Tipologicamente, si distinguono all’interno del discorso enunciato: a) gli attanti della comunicazione (o dell’enunciazione), che sono il narratore e il narratario ma anche l’interlocutore e l’interlocutario (che partecipano a quella struttura dell’interlocuzione di secondo grado che è il dialogo); b) gli attanti della narrazione (o dell’enunciato): soggetto/oggetto, destinante/destinatario. [...] Troviamo di nuovo una forte analogia con le osservazioni che un altro sociologo fa alla teoria di Parson, Niklas Luhmann586, il quale evidenzia l’ambiguità tra il concetto di azione e quello di comunicazione, affermando che l’azione è un elemento costituente della comunicazione, ma è la comunicazione l’elemento unitario che costituisce il sistema sociale. Comunicazione intesa come elemento, come processo, come sistema che si orienta a sè stesso (e cogliamo di fatto un nuovo parallelismo tra il rapporto enunciazione/enunciato, e all’interno dell’enunciato con i concetti di programma, percorso e schema narrativo greimasiano). Sembrerebbe dunque necessario operare una Greimas A.J., Courteés J. (2007) Dizionario ragionato della teoria del linguaggio, , Bruno mondadori Editore, pag.17, ed. or. (1979°), Sémiotique. Dictionnaire raisonné de la théorie du language, Greiams, Courtés. 584 Parson (1937) La struttura dell’azione sociale, Mulino 585 Parson (1937), ibidem. 586 Luhmann N. (1990) Sistemi sociali. Fondamenti di una teoria generale,, il Mulino, Bologna, p. 90 (Ed or. 1984) 193 583 differenziazione tra comunicazione e azione, sottolineando un diverso regime di pertinenza, come Greimas e Courtes hanno evidenziato. La seconda variabile di differenziazione degli attanti, legata al solo aspetto narrativo o dell’enunciato, dipende dal livello in cui gli attanti sono convolti, quello più pragmatico o programma narrativo, quello cognitivo o percorso narrativo: Verranno qui opposti gli attanti sintattici (inscritti in un programma narrativo dato), gli attanti funzionali (danno conto dello schema narrativo di insieme) che sussumono i ruoli attanziali (secondo le modalità volere dovere sapere potere di un percorso narrativo determinato): si distingueranno dunque gli attanti sintattici (o pragmatici), i ruoli attanziali (ovvero le posizioni sintattiche modali che gli attanti possono assumere) e gli attanti funzionali (o cognitivi).587 Troviamo dunque uno scheletro narrativo che si fonda sull’atto messo in moto da attanti pragmatici, a cui corrisponde il Programma Narrativo e dunque il soggetto di fare o di stato e l’oggetto; un livello superiore di tipo cognitivo, in cui agiscono attanti cognitivi e che corrisponde allo Schema Narrativo di insieme; e infine i ruoli attanziali assunti di volta in volta dagli attanti sintattici a livello del Percorso Narrativo, l’insieme dei quali costituiscono un attante funzionale, dinamizzandolo e sviluppando un progresso narrativo del discorso588. Anche Parson trova degli elementi strutturali che costituiscono lo scheletro dell’azione, a loro volta condizionati sia dai modelli culturali e dunque valori, sia dai mezzi, fini, norme e condizioni intermedie che regolamentano il rapporto tra le azioni. Secondo Parson, l’atto non bisogna studiarlo da solo, in sè e per sè, e nemeno vanno presi in considerazione singolarmente i suoi elementi strutturali, si deve pensare all’azione come sistema endogeno ed esogeno (ovvero rapporto tra elementi della struttura e rapporto tra azioni). Proprio inoltre questi ruoli narrativi determinano il progredire del discorso, e dunque motivano e condizionano l’agire. Proprio questi ruoli sono dunque quelli che Parson chiama modelli di comportamento. Niklas Luhmann (1990) si propone allo stesso modo: per analizzare il sistema, dichiara, “è necessario scomporlo in un rapporto tra elementi e relazioni dove non vi Greimas A. J., Courtés J. (2007) Dizionario ragionato della teoria del linguaggio, , Bruno mondadori Editore, ed. or. (1979°), Sémiotique. Dictionnaire raisonné de la théorie du language, Greiams, Courtés, pag. 17, voce Attante, pag. 214 voce Narrativo. Le parentesi sono nostre. 588 E’ chiaramente criptico seguire questi passaggi senza un’impostazione semiotica di base. Per maggior chiarezza, riportiamo le definizioni di Percorso Narrativo, Programma Narrativo e Schema Narrativo dal Dizionario di Greimas e Courtés, per poi ritornarci nello specifico nei paragrafi seguenti. Per Programma Narrativo sintende “un sintagma elementare della sintassi narrativa di superficie, costituito da un enunciato del fare che regge un enunciato di stato. [...] Il programma narrativo è da intendere come un cambiamento di stato di un Soggetto” (Greimas, Courtes, 2007, Dizionario, pag. 256). Per Percorso Narrativo si intende “una serie ipotattica di programmi narrativi (PN), semplici o complessi, cioè una concatenazione logica in cui ciascun PN è presupposto da un altro PN presupponente. [...] Il percorso narrativo comporta tanti ruoli attanziali quanti sono i PN che lo costituiscono. Perc ciò, l’insieme diei ruoli attanziali di un percorso può essere chiamate attante funzionale (Greimas, Courtes, 2007, Dizionario, pag. 214215). Per schema narrativo è la strategia narrativa che dà ordine algi assestamenti e alle sovrapposizione dei percorsi narrativi, [...] si presenta come modello ideologico di riferimento dell’organizzazione di tutti i discorsi narrativi. [...] Costituisce una sorta di quadro formale in cui viene a iscriversi il “senso della vita” (Greimas, Courtes, 2007, Dizionario, pag. 215-218) La riflessione sull’organizzazione narrativa dei discorsi parte dalle analisi effttuate da Vladimir Propp in Morfologia della Fiaba, modello rielaborato da Greimas in Semantica Strutturale che, attraverso un’operazione di riduzione e strutturazione, ha appunto ridotto le 31 funzioni rintracciate da Proppo in 4 istanze essenziali, o casi o proiezioni sintagmatiche delle figure discorsive di superficie (quelle evidenziate da Propp): Contratto, Competenza, Performanza, Sanzione, tra loro concatenate ipotatticamente. 194 587 sono elementi privi di un nesso relazionale o relazioni senza elementi”589. Gli elementi sono l’unità base della scomposizione del sistema, ma possono a loro volta essere scomponibili, esattamente la stessa relazione tra schema, percorso e programma narrativo. I ruoli attanziali dipendono dallo schema narrativo e dalla posizione assunta dall’attante su cui focalizziamo l’osservazione durante il suo percorso all’interno dello schema narrativo. Detto altrimenti, essendoci quattro fasi dello schema narrativo canonico590, i ruoli attanziali dipendono da queste quattro fasi e dall’interazione dei diversi attanti in ognuna di esse. La fase detta Contratto presuppone un carattere normativo; la fase della Competenza è l’acquisizione e dunque la virtualizzazione di alcune potenzialità che si esprimono nella fase successiva, quella attualizzante della Performanza; infine la fase detta della Sanzione garantisce il senso degli atti compiuti e instaura il soggetto secondo l’essere riconoscendolo socialmente. Curiosa anche quest’altra analogia: Parson591 considera infatti la società come un sistema, inteso come insieme interrelato di parti capace di autoregolarsi e autoprodursi, nel continuo tentativo di mantenere il suo equilibrio interno (il suo “essere”) e individua all’interno di essa quattro sottoinsiemi, che corrispondono ai quattro elementi costitutivi della struttura dell’azione: sistema della personalità, sistema comportamentale, sistema sociale e sistema culturale. È qua che Parson introduce il modello di interpetazione della realtà sociale, individuando per ogni sottosistema quattro funzioni (o prerequisiti funzionali): l’adattamento, la realizzazione degli scopi, l’integrazione, la latenza. Adattarsi raggiungendo i propri scopi pur mantenendo la propria identità sembra essere l’assunto sintetico del suo modello di interpretazione della realtà sociale. Da qui l’importanza delle relazioni, a partire dai rapporti che strutturano i quattro sottinsiemi (personale, comportamentale, sociale, culturale). Il sistema sociale, a livello superiore, dipende dalle loro relazioni. E il soggetto in tutto questo? Il soggetto è considerato in quanto inserito in una collettività, dunque il coinvolgimento nell’interazione eleva il livello di osservazione e segna il passaggio dall’azione alla partecipazione. Senza voler forzare le definizioni di Parson con quelle semiotiche di stampo greimasiano, qui ci interessa osservare quanto la struttura sociale descritta da Parson è una struttura di tipo narrativo, inteso semioticamente, in cui il soggetto sviluppa un percorso segnato da quattro tappe fondamentali, percorso che non può sussitere se non all’interno di una collettività enunciatrice che si fa portatrice dei valori culturali e dunque degli strumenti per giudicare e segnare il passaggio dell’individuo dall’azione alla partecipazione. Anche gli analisti strutturali americani partono da un presupposto simile e per struttura sociale intendono “un modello persistente di relazioni sociali fra posizioni sociali”592, come dire che la struttura su cui si basa la società altro non è che un groviglio di relazioni, alcune delle quali sono basate su modelli standard in cui 589 Luhmann N. (1990) Sistemi sociali. Fondamenti di una teoria generale,, il Mulino, Bologna, pp.92-93 (Ed or. 1984) 590 591 Contratto, Competenza, Performanza, Sanzione. Parson (1937) La struttura dell’azione sociale, Mulino 592 Scott J. (2002), Lanalisi delle reti sociali, Carocci, p. .41-63 195 sussistono dei vincoli, o meglio delle costrizioni strutturali, che spingono gli attori sociali a comportarsi in determinati modi, a seconda della posizione che occupano nella struttura sociale, sempre intesa come insieme di relazioni. Di nuovo ritorna una sorta di programmazione dell’agire sociale, che si fonda su quello che Landowski chiama principio di regolarità593 e che a sua volta conferma la possibilità di osservare la società come discorso sociale, che è la tesi da cui siamo partiti. Questo principio di regolarità è determinato però, secondo gli analisti strutturali americani, dai vincoli tra le relazioni, quando queste sono basate su modelli standard. E quali sono questi modelli standard? Da un punto di vista semiotico, le relazioni attanziali sono piuttosto strutturate, come già abbiamo visto, dipendono dall’opposizione comunicazione e narrazione, e all’interno della narrazione, dall’opposizione tra livello del fare e livello dell’essere. Al di là dei ruoli attanziali che sono figure discorsive di superficie virtualizzanti, che si condensano negli attanti funzionali, manca ancora un’ultima differenziazione che caratterizza le strutture attanziali: Attante osservatore è il soggetto ipercognitivo delegato dall’enunciatore e da questo installato che assume un ipersapere; attante informatore è il soggetto cognitivo fornito di un sapere dall’enunciante e installato da questo nel discorso e che, attraverso l’interazione con l’osservatore determina la circolazione del sapere, dando luogo a diversi regimi di intersoggettività.594 Come Luhmann radicalizza il concetto di comunicazione e lo definisce come unità o sintesi di tre selezioni: emissione (Mitteilung), informazione e comprensione (quest'ultima intesa come osservazione della differenza delle due precedenti selezioni), così anche questa terza differenziazione all’interno della struttura attanziale evidenzia l’importanza e la correlazione tra livello della comunicazione o meglio enunciazione e livello della narrazione o dell’enunciato. 3.4.2 L’agency cognitiva intersoggettiva, ovvero la razionalità strategica e la valorizzazione dell’atto collaborativo Date queste premesse, osserviamo ora il solo discorso sociale, ovvero quello dei rapporti tra /io/ e gli altri /io/ rispetto alla loro /Rete/ che abbiamo chiamato Enunciato globale di terzo livello. Per prima cosa, abbiamo individuato, durante l’analisi della struttura e quella dell’installazione dei soggetti, che in Facebook il progetto /socialità/ si condensa in un valore di base che è quello di essere /Rete/, attraverso un fare sociale di tipo relazionale che è la costruzione della Rete stessa (Performanza), attraverso a sua volta la conquista di una posizione riconosciuta all’interno della Rete (Competenza). La fase di Competenza (nel nostro caso quella della costruzione della propria posizione) è per definizione stessa un momento in cui il Soggetto, grazie all’Aiutante, acquisisce i mezzi concettuali o materiali per compiere qualcosa, superando conoscenze e superando delle prove qualificanti. La fase della Performanza mette invece in relazione il Soggetto direttamente con l’anti-Soggetto, e in questo confronto qualcosa deve essere compiuto per superare la prova decisiva. E’ chiaro che stiamo parlando di ruoli attanziali, e come Landowski E. (2010) Rischiare nelle interazioni, Franco Angeli, pag. 22. Greimas A. J., Courtés J. (2007) Dizionario ragionato della teoria del linguaggio, , Bruno mondadori Editore, ed. or. (1979°), Sémiotique. Dictionnaire raisonné de la théorie du language, Greiams, Courtés, pag. 231, voce Osservatore, pag. 159 voce Informatore. 594 593 196 tali si possono declinare in un solo attore ma anche in una moltitudine. Ovviamente questo “Enunciato enunciato” deve essere immesso nella sua Enunciazione Enunciata, per cui abbiamo indicato un attante Osservatore e un attante Informatore tra loro in relazione secondo i regimi di visibilità. Questi regimi di visibilità propongono quattro strategie enunciazionali di tipo diverso, ognuna delle quali è responsabile, nel suo farsi, del tipo di ruoli attanziali che vengono messi in discorso, dunque dei ruoli attanziali dell’Enunciato enunciato. Detto in altro modo, la prassi enunciazionale determina i rapporti attanziali dell’Enunciato enunciato, a seconda che ci sia corrispondenza o meno tra le intenzionalità dell’Informatore e le intenzionalità dell’Osservatore. Chiaramente stiamo parlando di un caso specifico cioè all’interno della piattaforma di Facebook e lo sottolineamo a rigor di analisi. Nel momento in cui i ruoli attanziali dell’Enunciato enunciato sono stabiliti, si attivano le agentività specifiche. Come poter analizzare questa prassi in un caso concreto? Come abbiamo già anticipato descrivendo il Disegno di Ricerca, abbiamo analizzato in profondità, all’interno del campione di riferimento, trentadue profili Facebook diversi osservandoli in un anno di loro interazioni. La scelta del numero è stata determinata dall’analisi pregressa dei loro profili, considerando dunque gli otto profili più rappresentativi per ogni Modello di Utente che abbiamo osservato (secondo i quattro regimi Esemplarità, Autoreferenzialità, Regolarità e Sintonia), e tra loro distinti secondo la variabile dell’età (<30; >50) e quella di genere (50/50 M/F) per osservare se i comportamenti si differenziavano in maniera consistente. Data la peculiarità della piattaforma, l’analisi è stata retrospettiva, dunque sono stati analizzati dei trentadue profili tutte le loro interazioni tracciabili e le interazioni dei loro amici con loro. Per fare ciò, abbiamo chiesto (seguendo le regole deontologiche della ricerca sociale online) di poter essere loro “Amici” su Facebook, spiegandone le ragioni scientifiche e chiedendo loro di avere totale visibilità sul loro profilo. Questo è stato comprovato richiedendo un particolare file chiamato “Social Graph” in cui è possibile scaricare il proprio profilo Facebook in remoto. Per le logiche stesse del sistema, abbiamo potuto analizzare solo le strategie enunciazionali che abbiamo lessicalizzato come Interesse e Curiosità ovvero quelle che manifestano un’interazione (Like) o una Pubblicazione (intendendo sia il commento, su propria pagina, sulla pagina dell’altro, sia la pubblicazione vera e propria di elementi su pagina propria o dell’altro). Avendo già analizzato il loro installarsi, lo abbiamo fatto anche per otto dei loro contatti con cui più avevano interazioni, in modo da poterli inquadrare in una delle quattro tipologie di Utente Modello già rintracciata. La scelta è stata determinata dalla numerosità dei loro scambi comunicativi, conteggiata con diversi software che permettono di rilevarla595. La numerosità del campione e degli /Amici/ più stretti è stata determinata su base quattro per rintracciare eventuali corrispondenze con i quattro Modelli di Utente, in particolare per osservare se c’era omogeneità o se si riscontrava una tipologia dominante rispetto alle altre. Abbiamo usato: Status Statistics (http://apps.facebook.com/status-statistics/friends.php); FriendChart (http://docs.com/FriendChart ); 3D Status Analyzer (http://apps.facebook.com/statusanalyze_fb ). Questo tipo di applicazioni danno l’opportunità di analizzare gli status dei profili e ricavare alcuni dati statistici, oltre a mettere in evidenza i post o le discussioni più attive (nel senso che hanno sviluppato un maggior numero di commenti). Sono applicazioni generalmetne invasive e poco corrette a livello di privacy, però hanno la necessità in questo senso di un’approvazione diretta da parte di coloro che possono essere analizzati, il che comprova la correttezza delle nostre indagini. Per motivi di privacy non citeremo però nè i profili che sono stati analizzati nè pubblicheremo immagini o post che ne potrebbero permettere il riconoscimento. 197 595 Abbiamo in questo modo osservato l’interconnessione che legava l’individuo all’altro e questa relazione dialogica dentro il gruppo semiotico di riferimento, seguendo il pensiero di Greimas preso in carico nel precedente paragrafo. Il gruppo semiotico di riferimento è stato determinato dall’analisi diretta, che ha fatto emergere caratteristiche di coloro che – attorno a queste relazioni dialogiche uno a uno – interagivano con più o meno frequenza. Ma è stato determinato anche attraverso l’osservazione delle liste che ogni individuo può creare per distinguere i propri gruppi di amici, per l’appunto. Per questo genere di analisi siamo partiti da un dialogo con Tim Stock secondo cui: the goal is to see patterns of narrative about human context. Our approach helps to see where the source of the language is coming from – who gives words/concepts power. Cultures feeding how those polarities of storyline are shaped596. Il loro “human narrative approach” mette al centro l’individuo nelle sue interazioni, osservando dunque in quale modo, e chi, dà potenzialità a un contenuto scambiato. In questo modo non si osservano solo i contenuti scambiati, ma si rileva la forza degli individui all’interno della rete nel modificare percezioni e sviluppare correnti di pensiero. Secondo questa osservazione è possibile rintracciare quali di questi attori possono considerarsi “decisori”, secondo la definizione di Castells (2009), in grado cioè di attuare strategie di programmazione sugli altri elementi della loro Rete; e quali gli utenti “switchers”, con qualifiche più operative in grado però di connettere e disconnere reti fra loro attraverso strategie dette di “manovra”. Questa definizione di Castells tra l’altro è particolarmente indicativa di come ancora una volta sociologia e semiotica trovano un punto di contatto. Infatti, come abbiamo visto nel II° capitolo, queste strategie da lui indicate sono i due meccanismi di controllo che permettono la distribuzione di potere all’interno della rete, un potere che dipende a sua volta dal potere dei discorsi. E tra l’altro Castells ribadisce quanto sia necessario trovare i “social media novel indicators” per poter determinare i rapporti di forza tra gli individui connessi. Apriamo una piccola parentesi perchè le strategie di manovra da lui delineate si avvicinano particolarmente a quelle descritte da Landowski (2007)597 quali strategie di manipolazione (a breve avremo dei problemi di polisemia), ovvero quelle per cui il soggetto considera l’altro come un antisoggetto, presupponendo di avere un percorso narrativo uguale e contrario, stesso oggetto di valore, stessa competenza e dunque stessa forza agentiva. E pertanto costretto a manovrare e manovrarsi l’un l’altro, connettendo e disconnettendo reti fra loro, secondo un approccio pragmatico, fintanto che uno dei due prevarichi. Anticipavamo qualche problema di polisemia perchè le strategie di programmazione di Castells, secondo una rilettura semiotica che segue i ragionamenti strutturali di Landowski, altro non sono che un regime strategico adottato da un Destinante rispetto al suo Soggetto (in questo caso attorializzato in un collettivo), quale decisore e prevaricatore. Landowski non propone una definizione a riguardo, ma (si addensa il problema polisemico) è chiaro che un Destinante rispetto al suo Soggetto attua una manipolazione, secondo la teoria classica greimasiana (il far essere e il far fare canonico). Secondo questo incrocio di punti di Conversazione via Facebook privata, 22.02.2010. Landowski E. (2007) La società riflessa, Bompiani: Landowski E. (2000) Esplorazioni strategiche, in Fabbri P., Marrone G. (2000) Semiotica in nuce, Volume I, Meltemi, Roma. 597 596 198 vista, si delinea un’altra strategia attuabile: quella definita da Landowski partecipativa598, ovvero un fare politico che avviene quando l’enunciatario mette in discussione la propria performanza cognitiva e si affida all’enunciatore, che si pone in modo collaborativo in un rapporto che si basa sulla fiducia, definito da Fabbri e Marrone come lo stato di “qualcuno che attende da qualcun altro o una certa cosa o un certo comportamento”599. Su questa aspettativa nutrita nei confronti dell’altro stabilita sulla trasmissione di un sapere si basa la relazione tra Soggetto e Aiutante, che abbiamo definito quale Destinante sul piano del Fare. Infine (concludendo la giostra della polisemia) Landowski descrive un’ultima modalità strategica, da lui definita di manovra, secondo cui il Soggetto riconosce solo una competenza pragmatica all’altro senza nessuna capacità performativa nei confronti di sè stesso e nei confronti degli altri, tale per cui si può riconoscere, facendo sempre affidamento alla teoria greimasiana che ci aiuterà a breve a fare ordine, la relazione tra Soggetto e suo Oggetto, in questo caso calzate perchè attorializzato in un utente o insieme di utenti in carne ed ossa. Rifacendoci alla teoria della narrazione canonica classica, ricollochiamo questi punti di osservazione in una definizione univoca, in modo da delineare quattro strategie differenti sulla base dei rapporti interattanziali così delineate: 1. Strategia di manipolazione: strategia adottata da un Destinante nei confronti di un Soggetto 2. Strategia di partecipazione: strategia adottata dal Soggetto verso un Aiutante 3. Strategia di aggiustamento600: strategia adottata dal Soggetto verso l’antiSoggetto 4. Strategia di manovra: strategia adottata dal Soggetto (o anti-Soggetto) verso l’Oggetto Chiaramente queste strategie sono osservata dal punto di vista di chi le adotta, anche se sono presupposte le reciproche strategie di risposte per cui ci sarà: 1. un’anti-strategia di manipolazione: strategia di risposta del Soggetto a seguito di una manipolazione subita da un Destinante 2. un’anti-strategia partecipativa: la strategia adottata da un Aiutante rispetto al Soggetto 3. un’anti-strategia di aggiustamento: strategia adottata dall’anti-Soggetto in risposta al Soggetto 4. un’anti-strategia di manovra: in quanto incapace di svolgere alcuna azione per via della competenza performativa mancante (e del suo essere statoconsiderato mero Oggetto), può esistere un’anti-strategia di manovra soltanto se intesa come totale accettazione passiva dell’azione subita da parte del Soggetto (o anti-Soggetto) In questa prospettiva è centrale la considerazione di Greimas relativa alla relazione intersemiotica, secondo cui questa Landowski, (2000), ibidem p.255. Fabbri P., Marrone G., Semiotica in nuce, Volume secondo, 2000, Meltemi 600 Riprendiamo la terminologia che lo stesso Landowski foramlizza nel suo ultimo lavoro, Landowski E. (2010) Rischiare nelle interazioni, FrancAngeli. 599 598 199 implica, in effetti, l’esistenza di semiotiche (o di “discorsi”) autonomi, all’interno dei quali si effettuano processi di costruzione, di riproduzione o di trasformazione di modelli, più o meno impliciti.601 Ed è altrettanto essenziale considerare l’uso del linguaggio verbale come mezzo per analizzare la /socialità/ che si propone nel suo farsi dentro la piattaforma, mettendo in relazione sistemi semiotici (i profili degli individui all’interno della stessa piattaforma durante le loro interazioni) tra loro omologhi, in questo modo accogliendo il principio semiologico di Benveniste secondo cui: un principio semiologico che voreri fissare è quello che due sistemi semiotici non possono essere omologhi se di natura diversa; non possono essere interpetanti l’uno dell’altro nè convertibili l’uno nell’altro.602 Se nella conversazione si ritrova l’ordinarietà della vita quotidiana, ancora di più la si ritrova su Facebook in cui tutto ciò che si scambia e si comunica parte dal dover essere un fatto quotidiano o “quotidianizzabile”, ovvero discontinuità da rendere, all’interno del flusso normalizzante della prassi sociale, da leggibile/interpretabile a letto/interpetato. Allora assumiamo la conversazione (per di più scritta) come “attività che riproduce il mondo sociale come insieme ordinato” (Fele 1999)603, seguendo i capisaldi dell’analisi conversazionale di matrice etnometodologica, di cui Sack, Schelgloff e Jefferson ne sono gli autori più rappresentativi604. Secondo questa prospettiva, si considera l’aspetto dell’azione e non certo quello del pensiero, evidenziando quali atti illocutori e perlocutori vengono attivati durante le conversazioni, il che ci permette di valutare la forza di colui che li ha messi in discorso, dunque la sua agentività. Inoltre da questo punto di vista, prendiamo in considerazione le azioni nel loro essere ricorrenti, il chè li connota come attività, appunto. Avendo avuto come esempio Goffmann quale ricercatore dei principi d’ordine dell’ordinarietà, è chiaro che dovremo considerare proprio quei dettagli “particolarmente insignificanti”, prendendo ad esempio il discorso sul comportamento dei pedoni nell’attraversare la strada, per cui, in un’attività tanto banale quanto scontata, Goffman osservava che: ci sono tanti accorgimenti che sono costantemente usati e che formano un modello del comportamento stradale. Senza di essi il traffico sarebbe una carneficina.605 Le sovrapposizioni, le interferenze reciproche, le traiettorie discorsive saranno dunque proprio quegli scontri tra programmi enunciativi narrativi di cui abbiamo parlato fino ad ora, e che ci permettono di osservare proprio le relazioni attanziali di tipo enunciazionali messe in pratica. Partendo proprio da questi, vedremo come gli enunciati enunciati così espressi determinano ruoli narrativi e dunque agentività. Anche vero che A. J. Greimas e J. Courtés, Sémiotique, cit., voce “Intertestualità”. Benveniste E. (2009) Essere di parola, a cura di Fabbri P., Mondadori, Milano p. 103. 603 Fele G. (1999) L’analisi della conversazione come una sociologia particolare, in Galatolo R., Pallotti G. (a cura di) La conversazione. Un’introduzione allo studio dell’interazione verbale, Raffaello Coritna Editore, Milano 604 Sacks, H., Schegloff, E. A. & Jefferson, G. (1974) 'A Simplest Systematics for the Organisation of TurnTaking for Conversation', in Language, 50:696-735 605 Goffman E. (1981) Forme del parlare, traduzione di Franca Orletti, collana «Saggi», Il Mulino, 1987, p. 12. 602 601 200 proprio questi scontri e sovrapposizioni nel lungo periodo permettono a colui che parla e colui che ascolta di anticipare le mosse dell’altro, secondo cui: Nel dire quello che dice durante una conversazione, un parlante costruisce delle unità discorsive che hanno anch’esse una direzione, velocità e coerenza. Quando parliamo non facciamo altro che rendere evidenti (mostrare) quali siano la direzione e la traiettoria della nostra unità discorsiva: le componenti che utilizziamo via via nel nostro turno di parola costituiscono un percorso, la cui conclusione è già più o meno chiara da quello che viene detto, senza attendere che si sia arivati al termine o alla conclusione dell’unità discorsiva. In qualche modo il nostro interlocutore può prefigurare quello che verrà detto da lì a breve e partire dai primi elementi che vengono usati nel turno. Un turno possiede quello che viene definito carattere di prevedibilità: come in senso statistico (ma qui per la verità si tratta di un’aspettativa normativa, non tanto causale/stocastica), si tratta della capacità che l’interlocutore ha di stimare, sulla base degli elementi presenti-fino-a-quel momento, il verosimile punto finale dell’unità discorsiva. In base a questa capacità di prefigurare la conclusione, il nostro interlocutore si appresta a dire quello che deve dire appena l’altro ha terminato, sapendo in anticipo dove questo completamento avivene. Nella letteratura di analisi della conversazione ci sono una quantità di esempi che testimoniano di questa straordinaria capacità che hanno gli interlocutori di “piazzare” al posto giusto e al momento giusto il proprio intervento, nei più piccoli dettagli.606 Questo vale per la conversazione faccia-faccia, è chiaro che su Facebook tutto questo non avviene nell’immediato, ma si avvale di una temporalizzazione scandita dalla stessa piattaforma. Questo ci impone di osservare non solo una conversazione in sè, ma lo storico delle conversazioni, proprio per vedere come l’interlocutore ha previsto un certo tipo di atteggiamento e dunque lo ha anticipato. Dobbiamo inoltre sempre considerare che sulla piattaforma non c’è un solo e diretto interlocutore, ma la Rete. In questo senso però non è tanto interessante cosa e come colui che legge o colui che scrive anticipa rispetto al suo interlocutore diretto; ma quanto colui che scrive preveda potrà stimolare l’interesse della sua Rete e come farlo nel modo più opportuno. Via via dunque che si utilizza la piattaforma, ci si raffina, cristallizzando proprio alcuni atteggiamenti e mitigando altri. In questo modo e nelle nostre analisi vogliamo osservare la Rete Modello che i nostri individui campione hanno costruito mano a mano che le loro conversazioni sulla piattaforma hanno avuto luogo, più che essere loro quali Oggetto di lettura. Un altro aspetto che va considerato è quello retrospettivo, tale per cui la chiave della comprensione e dell’adattamento reciproco è determinato dalla consequenzialità delle azioni e della loro lettura retrospettiva quando i segnali su cui si basa l’aspettativa interpetativa di uno dei due interlocutori vengono disattesi. In tal caso l’individuo ripercorre il discorso e le azioni effettuate per rintracciare nuove isotopie interpetative e dunque nuove traiettorie di senso e di azione. Dunque ancor di più è necessaria un’analisi di lungo periodo, in grado di evidenziare questi salti isotopici. Infine, è chiaro che il processo di attorializzazione, spazializzazione e temporalizzazione che viene messo in atto per negoziare il contesto sociale extradiscorsivo è un aspetto essenziale da osservare in quanto chiama in causa i ruoli e le relazioni tra gli individui coinvolti nel loro essere tematizzati. Ed è bene osservare se 606 Fele G. (1999) L’analisi della conversazione come una sociologia particoalre, in Galatolo R., Pallotti G. (a cura di) La conversazione. Un’introduzione allo studio dell’interazione verbale, Raffaello Coritna Editore, Milano 201 questi ruoli tematici vengano usati per mantenere le stesse distanze o prossimità della vita reale o se sono invece usati in modo opposto, per ribaltarne le dinamiche. I dati raccolti ci permettono di osservare delle ricorrenze, soprattutto in profili appartenenti allo stesso Modello di Utente, il chè continua a confermare quanto la struttura di Facebook determini le interazioni. Le ricorrenze sono state strutturate nelle schede a seguire, partendo dalla considerazione dei Modelli di Utenti considerandoli nella loro posizione di partenza di Informatori. 3.4.3 Scontri di strategie enunciazionali e strategie enunciative: i quattro regimi di interazione Dto il nostro obiettivo di estarre uno schema compositivo del situarsi in Facebook, di come si situano gli individui in relazione agli altri attraverso questa piattaforma, l’osservazione dell’interconnessione che lega l’individuo all’altro e questa relazione dialogica dentro il gruppo semiotico di riferimento, ci ha permesso di rintracciare chi attua strategie di programmazione sugli altri elementi della propria Rete, secondo i dettagli riportati nelle schede a seguire raggruppati secondo queste specifiche: - principali strategie enunciative messe in atto - principali ruoli narrativ del corrssipondente Osservatore per cui si è attivato - principali strategie narrative messe in atto - principali strategie narrative di risposta - struttura degli atti illocutori/perlocutori - forza agentiva - rete modello / amico modello In particolare, l’Utente Modello che si caratterizza dai codici visivi e verbali della tipologia Autoreferenzialità, viene riconosciuto come Destinante sul piano dell’Essere da ogni individuo appartenente alla sua /Rete/. In particolare, la sua Rete Modello di riferimento è composta da individui in cerca di essere Soggetti, ovvero di partecipare a una narrazione collettiva e polifonica in cui prender parte, orchestrata da un potenziale narratore. E’ un gruppo di fan, sostanzialmente, desiderosi di avere un Destinante ma dunque anche un “idolo” o qualcuno che trasmetta il Valore di un Oggetto (o di tanti oggetti). Il suo interlocutore Amico Modello (cun cui avvengono scambi di sapere ma non si manifestano attività interattive) è di pari livello, ma con una sua Rete di riferimento in parallelo, e questo tipo di relazione si manifesta dalle citazioni reciproche (Si veda Tabella 25). I suoi principali interlocutori (con cui attiva una maggiore interazione) sono pertanto:  Soggetto (in cerca di una narrazione/stile di vita, a cui aderire): sul piano del fare, a cui viene proposto un contratto specifico (una visione della realtà) a cui può decidere di aderire, adattando il suo modo di interagire e di scrivere secondo le regole determinate dal proprietario del profilo, anche nell’omissione della sua Soggettività o nella negazione della stessa, che non partecipa dunque attivamente nella bacheca se non nello spazio dei Commenti (il che ricorda molto le regole dei blogger). Si suppone un regime di visibilità di 202 Approfondimento o Interesse (fruizione), presupposta da un’omissione di dettagli e di spiegazioni;  Destinanti sul piano dell’essere o del fare: ruolo attanziale rivestito da altri utenti riconosciuti di pari livello, che saltuariamente commentano e ricevono feedback positivi. Riconoscibili per le reciproche citazioni (soggettivate con uso di nomignoli e deissi) Per sviluppare e mantenere il proprio ruolo di Destinante sul piano dell’Essere durante le interazioni, sviluppa una strategia (rifacendoci alle definizioni precedentemente osservate) di Manipolazione, attraverso cui propone un fare credere cui l’enunciatario si affida, aderendo al contratto di lettura proposto, per cui si struttura una relazione asimmetrica in cui si mette in discorso uno stile di vita attraverso diversi filoni narrativi, che possono (ma non devono) alterarsi per mezzo delle interazioni con gli altri. Lo schema di base (stile di vita) è però già strutturato e per questo strutturante, per chi decide di perseguirlo, all’interno del suo profilo. Installando nuove modalità di relazione e dunque nuovi rituali, l’enunciatore parla di sè edi altro per parlare di sè e con sè, senza dimostrare un interesse a mostrarsi come modello, e proprio per questo essere percepito come tale. L’Utente Modello che si caratterizza dai codici visivi e verbali della tipologia Esemplarità viene riconosciuto quale Aiutante (Destinante sul piano del fare) da ogni individuo appartenente alla sua Rete, secondo le indicazioni dettagliate in Tabella 23. In particolare, la sua Rete Modello di riferimento è composta da Soggetti già programmati in una narrazione sociale condivisa e altri Destinanti del fare (modalità Sapere, dunque Aiutanti). Sono sporadiche le manifestazioni di relazioni con Destinanti sul piano dell’essere (Utente autoreferenziale), il chè può presupporre che siano omesse o intenzionalmente cancellate per mantenere la propria immagine inalterata rispetto ai Soggetti cui si relaziona. Il suo interlocutore Amico Modello (con cui avvengono scambi di sapere e si manifestano attività interattive) è di pari livello, Aiutante, spesso di altre Reti relative a tematiche diverse, per cui si trasforma in Osservatore (Approfondimento/Fruizione). I suoi principali interlocutori sono pertanto:  Soggetto: sul piano del fare, ricerca informazioni ed è poco reattivo nei commenti, se non attraverso forme interrogative. Si suppone dunque un regime di visibilità di Approfondimento o Interesse (fruizione), data la non dimostrazione di una reazione di opposizione o di messa in discussione;  Destinanti sul piano dell’essere o del fare: ruolo attanziale rivestito da altri utenti riconosciuti di pari o superiore livello, che saltuariamente commentano e ricevono feedback positivi. Riconoscibili per le reciproche citazioni (oggettivate in terza persona) Per sviluppare e mantenere il proprio ruolo di Destinante sul piano del Fare durante le interazioni, sviluppa una strategia (rifacendoci alle definizioni precedentemente osservate) Partecipativa, ovvero mette in atto un fare politico cui l’enunciatario si affida, per cui si struttura una relazione asimmetrica in cui si dona sapere, di natura consensuale. Si dimostra di voler parlare di qualcosa per parlare di quella cosa, saltuariamente parla di sè stesso per proporre un modello di riferimento che realizza l’oggetto di cui si è parlato. 203 L’Utente Modello che si caratterizza dai codici visivi e verbali della tipologia Regolarità, viene considerato come Soggetto in relazione diretta con il suo Oggetto di valore. In particolare, la sua Rete Modello di riferimento è composta da individui, primariamente attivati dalla modalità del dovere (scambiare) più che un saper fare o un poter fare (e dunque mettere alla prova la stessa e propria Soggettività in una fase di Performanza). Per questo motivo sono Soggetti “non-Soggetti” che rimangono in relazione con oggetti culturali, percepiti e vissuti come Oggetto di valore, ma che non vivono un loro programma narrativo ma subiscono la programmazione sociale (con forti influenze mediatiche extradiscorsive) che chiede loro di essere /sociali/. Parlano di cose e fatti per parlare di altre cose e di altri fatti in modo da ritrovare i loro Amici modello, cioè soggetti appartenenti alla stessa programmazione culturale con oggetti sociali di pari valore (secondo le loro predisposizioni culturali), da poter mettere in scena nello scambio. I suoi principali interlocutori sono pertanto:  Soggetto in cerca di oggetti di scambio: sul piano del fare, ricerca oggetti di discussione ed è molto reattivo quanto assertivo nei commenti, prediligendo anch’esso la pratica enunciativa più che la cura dell’enunciato prodotto. Si suppone dunque un regime di visibilità di Interesse (fruizione);  Soggetto in cerca di un anti-Soggetto: ruolo attanziale rivestito da altri utenti riconosciuti di pari livello, che sono motivati da un confronto diretto con altri Soggetti, ricercando strategie di enunciazione con narratari in prima persona aperti al confronto e alla messa in discussione della loro identità. Questo ruolo attanziale potrebbe essere disatteso dalle scelte enunciative di oggettivazione proposte (ma non abbiamo elementi espressivi che possono attestatre Disinteresse o Esclusione) Per sviluppare e mantenere il proprio ruolo di Soggetto in fase di Scambio, durante le interazioni, sviluppa una strategia (rifacendoci alle definizioni precedentemente osservate) di Manovra o Programmazione: si propone una regolarità di comportamento che scatena secondo la relazione causa/effetto le reazioni richieste (scambio di oggetti sociali). Per questo motivo si assiste alla trattazione di topic eterogenei e opinioni spesso paradossali tra loro (dissonanza cognitiva) a volte risemantizzate da una rilettura che il soggetto propone della sua stessa pratica. Si osserva un adattamento alle stereotipie comportamentali degli altri contatti, oltre che un’omogenea influenza mediatica di tipo televisivo. L’Utente Modello che si caratterizza dai codici visivi e verbali della tipologia Sintonia, viene considerato come Soggetto in relazione diretta con il suo anti-Soggetto. In particolare, la sua Rete Modello di riferimento è una rete di pari, coloro che hanno accolto una narrazione a lui comune e sono investiti del ruolo attanziale di Soggetti in fase di Performanza e dunque in relazione diretta con i reciproci anti-Soggetti. Stanno dunque partecipando a una narrazione collettiva e polifonica in comune, orchestrata da un potenziale narratore, sia esso ancorato bio-psicologicametne in un individuo che si mostra nel ruolo di Destinante (un utente nella modalità Autoreferenziale) sia esso un attante collettivo Destinante non narrativizzato (coloro che producono le applicazioni, a loro volta determinato dal sistema). Il suo interlocutore Amico Modello (cun cui avvengono scambi di sapere intimo ma non si manifestano attività interattive) è dunque pari livello, con una Rete di riferimento in comune. I suoi principali interlocutori sono pertanto: 204 Anti-Soggetto (che ha aderito a una narrazione condivisa e che cerca il suo alter-ego, ribaltato è un Soggetto in fase di Performanza): sul piano del fare, cerca il proprio corrispettivo che si muove sullo stesso Oggetto di valore con cui attivare la sua fase di Performanza, mettere in discussione la propria identità in una socialità da ottenere. Come l’enunciatore, questo enunciatario non ha la capacità di strutturare una sua personale narrazione e dunque ha bisogno di schemi culturali o sistematici entro cui agire;  Destinanti sul piano dell’essere o del fare: ruolo attanziale rivestito da altri utenti riconosciuti di più alto livello, che vengono seguiti in modalità di Interesse (Fruizione) e da cui si sono appresi strumenti o si stanno cercando narrazioni innovative e diversificanti, a cui eventualmente aderire. Per potersi relazionare in particolare con i suoi alter-ego, e allo stesso tempo per mettersi in relazione diretta con i suoi Destinanti (del fare e dell’essere), sviluppa una strategia (rifacendoci alle definizioni percedentemente osservate) di Aggiustamento: mette in scena un’intelligenza sensibile, un far sentire in modo reattivo e percettivo, per far attivare una reazione dall’altro uguale e contraria visto che il suo comportamento non è previsto come meccanico, ma anzi è atteso come aperto a forme di narrativizzazione diverse, da interpetare ma solo se interpetabili, dunque inserite in grammatiche che lo svelano. Per questo motivo si sottolinea il momento del “contatto”, della prassi enunciazionale, una funzionalità fàtica più che poetica, in cui si mette in scena la problematica dell’unione e del fare interattivo, un fare insieme (che online è tipico del prosumer).  205 Tabella 23: strategie di interazione – Identità ESEMPLARITA’ 206 Tabella 24: strategie di interazione – Identità REGOLARITA’ 207 Tabella 25: strategie di interazione – Identità AUTOREFERENZIALITA’ 208 Tabella 26: strategie di interazione – Identità SINTONIA 209 Queste quattro modalità che regolano il comportamento interazionale all’interno della piattaforma sono state osservate in modo ricorrente rispetto al campione in analisi, in modo omogeneo e svincolato dalle variabili di genere e di età. Dunque il fatto di accogliere le catene che mobilitano le masse nel cambiare l’immagine del profilo o scambiare oggetti culturali di un certo tipo non dipende dall’età o dall’essere donne, nè si può dire che le caratteristiche che propongono un ruolo di Aiutante, per esempio, dipendano dalla saggezza (o vecchiaia) o da una professione piuttosto che un’altra. Le combinazioni di variabili in questo senso sono eterogenee e non caratterizzano le tipologie di Utente Modello rintracciate, che sono dunque determinate da una progettazione di sistema da un lato, e dall’accoglienza di questa progettazione da parte degli utenti empirici, che adottano un ruolo attanziale specifico nel loro installarsi e lo mantengono nel tempo. Possiamo dunque confermare che Facebook ricrea una programmazione narrativa standard in quanto autore e determina dunque gli spostamenti attanziali ancorati negli individui, gestendo i ruoli attanziali e determinando il senso delle azioni in un progetto narrativo che ha le ampiezze di un’ecosistema. Avendo potuto riscontrare nei risultati empirici, oltre alle quattro tipologie di Utente Modello anche quattro modalità distinte e ricorrenti di comportamento interazionale all’interno della piattaforma, evidenziando le principali strategie messe in atto e i principali ruoli narrativi della loro Interazione Globale (frutto di strategie enunciazionali e strategie narrative di interazione), possiamo affermare che questi stili di interazione si presentano come grammatiche in grado di organizzare e modulare le forze agentive degli individui a loro ancorati, permettendo di anticipare le mosse dell’altro in funzione dei loro obiettivi di comunicazione e della programmazione a cui sono sottoposti. In questi termini, e all’interno di questa struttura, troviamo forme di intenzionalità imponderabili, che confermano il concetto di agentività comunicativa fondato sull’idea di menzogna607, ma che proprio per questo non è manifestazione di libertà incondizionata e di intenzionalità determinata intimamente. Il ciclo di condizionamento reciproco osservato avvicina la teoria semiotica di matrice greimasiana alla social network analysis di matrice sociologica, e i dati empirici ossrvati possono confermare che il discorso della socialità (dentro Facebook) può ricevere una definizione sintattica se considerato come un fare, e dunque può essere “inscritto nel quadro dell’enunciato canonico che presuppone il soggetto e l’oggetto di questo fare” (Greimas 1976)608. La conquista di una posizione all’interno della /Rete/, attraverso la costituzione stessa della rete sociale, risolve i tanti ruoli sociosemiotici empirici in un unico ruolo attanziale interazionale di tipo strutturale che prende in carico gli enunciati prodotti saldandoli in una programmazione narrativa collettiva comune, proposta dal sistema, che permette di rispondere in modo felice (secondo la teoria degli atti illocutori di Searle Austin) alle aspettative della propria rete. 607 608 Leone M. (2011) Reti di nodi, reti di segni, E/C in corso di pubblicazione. Greimas (1976) Semiotica e Scienze Sociali, Centro Scientifico Editore 210 3.5 Conclusioni Abbiamo dunque osservato nel processo di installazione degli individui, che la piattaforma presuppone uno schema narrativo di base. Questo Schema Narrativo di Base si muove sul programma narrativo dell’Enunciazione Globale intimità/socialità, che attiva una strategia di enunciazione di 2° livello Interesse/Riserbo, entro cui si sviluppa il programma narrativo dell’enunciato enunciato normalità/alterità, come da Schema 27, tale per cui ogni fase di Competenza e Performanza del livello precedente si realizza nell’attivazione del livello successivo: Schema 27: incassamento strategico dello Schema narrativo proposto da Facebook Quando gli individui empirici si iscrivono, durante la prassi enunciazionale del loro installarsi, alcuni sono riconosciuti più di altri (immediatamente o nel tempo) come aderenti al ruolo attanziale di Destinante sul piano dell’essere, perchè hanno accolto il contratto di lettura dell’Utente Modello Autoreferenziale manifestandolo e manifestandosi in scelte precise nella selezione dei codici verbali e codici visivi da utilizzare. Altri utenti si caratterizzano aderendo agli altri contratti di lettura proposti, e iniziano a riconoscersi l’un l’altro secondo queste caratterizzazioni, ampliando la propria rete di conoscenze in base alle aspettative premesse da ogni ruolo. Ovviamente in questa pratica dell’installarsi, gli individui si scambiano innumerevoli oggetti sociali (contenuti) secondo gli stili presupposti e mantengono questa stabilità quali Soggetto in cerca di Oggetto di valore, Soggetto in cerca del reciproco anti-Soggetto, Aiutante in relazione a un Soggetto ancora non competente, fintanto che non decidano di dover o voler attivarsi in senso trasformativo: - finchè non trovano un Destinante che attivi un’alterazione della trasmissione di valore 211 - finchè non trovano un Aiutante che li aiuta nella ricerca del loro Oggetto di valore - finchè non siano sanzionati dalla rete quali Destinante sul piano del fare e in grado di attivare nuove alterazioni nella trasmissione di valore. In questo senso abbiamo evidenziato gli elementi che costituiscono questo scheletro dell’azione (e dell’interazione), indipendentemente dalle condizioni determinate dai modelli culturali e dunque dai valori culturali stessi, ma analizzando empiricamente i codici visivi e verbali usati dagli individui nell’installarsi dentro la piattaforma e nel relazionarsi tra loro. Attuando in fase di analisi questo modello scompositivo, abbiamo tra l’altro evidenziato il rapporto tra questi elementi e le relazioni che determinano gli individui stessi. Dunque le norme e le condizioni intermedie che regolano i rapporti tra le azioni e tra le interazioni, e tra gli individui nel loro /fare sociale/ proposto dalla piattaforma. Abbiamo osservato che esistono delle ricorrenze nei regimi di dipendenza reciproca che sono a loro volta dipendenti dallo schema narrativo d’insieme e dalla posizione assunta dall’attante. I ruoli attanziali mantengono la loro interdipendenza così come teorizzata da Greimas, e gli individui empirici seguono questa interdipendenza nella loro prassi enunciazionale ed enunciativa. In questo senso troviamo un sistema in grado di autoregolarsi e autoprodursi, che abbiamo definito autopoietico, nel suo continuo tentativo di mantenere il suo equilibrio interno, normando le azioni e interazioni degli utenti. Chiaramente, a differenza dei testi chiusi e dunque non in divenire, che hanno una struttura definita e stabile, nelle pratiche che si attivano dentro Facebook nessun individuo è in grado di percepire la struttura narrativa nel suo insieme, nè aver piena coscienza del ruolo attanziale da lui rivestito quale attore. La seconda variabile di differenziazione, oltre alla struttura attanziale canonica greimasiana, legata al solo aspetto narrativo o dell’enunciato, dipende dal livello in cui gli attanti sono coinvolti, quello più pragmatico, che nel sistema di Facebook si installa nell’Enunciato Globale di 3° livello, o quello cognitivo che lo determina (Enunciato Globale di 2° livello). Avremo dunque Soggetti che trovano un Aiutante secondo una trasmissione di valore extradiscorsiva, dunque ancorati a una programmazione che potremmo semplicemente considerare culturale. Ma possono anche credere di essere Destinante sul piano del sapere senza esserlo, e dunque credere di poter manipolare senza di fatto sviluppare atti perlocutivi, e così via. Questo divenire visto da una prospettiva interna è difficilimente osservabile e analizzabile, anche perchè il punto di vista dell’utente empirico a riguardo si installa solo nella pratica, ignorando la sovrastruttura che lo determina (Figura 28). Dunque, un Soggetto potrà comporre e ricomporre più volte l’interpetazione del proprio percorso proponendo a sè stesso, a sua volta, molteplici interpetazioni del proprio sè, che determineranno dunque l’instabilità delle pratiche effettive, dunque la scelta di parlare di un certo tema piuttosto che condividere o non condividere un certo contenuto, nell’immanenza, ma non l’instabilità delle norme di messa in discorso che egli ha assunto (dimostrando così il reale ruolo attanziale rivestito). 212 Schema 27: percepito dell’utente empirico all’intenro dell’ incassamento strategico dello Schema narrativo proposto da Facebook A livello analitico risulta poco produttivo ovviamente andare a indagare quegli elementi costitutivi della struttura dell’azione che sono aleatori e determinati dall’accidentalità, e che Parson (1937)609 descriveva come sistema culturale e sistema della personalità, e che noi definiamo pratiche ed esperienza. Dato il nostro obiettivo di estrarre uno schema compositivo del situarsi in Facebook, le dinamiche di interazione così come sono state rilevate attraverso l’analisi della manifestazione verbale e visiva dei profili, nei loro descrittivi e nelle loro interazioni, tramite l’applicazione della semiotica generativa di Greimas, ha permesso di evidenziare una struttura di relazioni stabile le cui caratteristiche ci hanno dato la possibilità di spiegare il comportamento delle persone che costituiscono la loro rete dentro la piattaforma. E di comprendere la rete come struttura attanziale, dando modo di motivare la felicità o l’infelicità di ogni atto illocutorio o perlocutorio effettivamente prodotto, secondo le regole di questa grammatica, rintracciando un’essenza narrativa dell’intersoggettività enunciazionale messa in scena dentro Facebook. Questo lavoro ci conferma che ci sono livelli di pertinenza “generativi” della stessa struttura narrativa in grado di organizzare i diversi punti di osservazione (per agevolare il processo analitico), e dall’altro in grado di motivare e orientare i livelli più manifesti in senso narrativo. La scorporazione del livello dei valori profondi su base attanziale (enunciazionale ed enunciativa) e quello dei programmi narrativi antropomorfizzati rispetto alla struttura narrativa di base che ne orienta le dinamiche, ci ha permesso dunque di motivare il comportamento e le tipologie di atteggiamento che si attivano dentro la piattaforma, tradotti in indicatori specifici, a livello di codici (visivi e 609 Parson (1937) La struttura dell’azione sociale, Mulino 213 verbali) ricorrenti, capaci di mettere in evidenza l‟attivazione di un processo di riconoscimento orientato narrativamente, tramite la consonanza intenzionale e l’immedesimazione del soggetto nel suo simulacro attanziale ancorato biopsicologicamente. 214 4 RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI 4.1 Bibliografia Capitolo I Abraham A., Hassanien A-E, Snášel V., (2010), Computational social network analysis.Trends, tools and research advances, New York-London, Springer Arquilla, John and Ronfeldt, David, (2001), Networks and Netwars: The Future of Terror, Crime, and Militancy. 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